La Giornata Mondiale della Poesia

domenica 19 marzo 2017





In occasione della Giornata Mondiale della Poesia Kipple Officina Libraria s’ impegna a diffonderla. Il 21/3 sarà possibile acquistare tutti i 9 titoli della collana di poesia  VersiGuasti, in versione ebook,  al prezzo simbolico di 1 euro. In questa collana si trova il mio poemetto Diario di Casoli.
Qui le modalità.



Kipple si rinnova con una promozione imperdibile

sabato 18 marzo 2017




Si rinnova il sito della Kipple Officina Libraria, la casa editrice per cui ho pubblicato la maggior parte dei miei libri (Sotto una luna in polvere,  La Maya dei notturni, Diario di Casoli).  Pubblica prevalentemente narrativa fantastica, di fantascienza soprattutto. Ma anche libri di poesia, in particolare nella collana VersiGuasti, curata da Alex Tonelli,  nella quale è uscito  proprio  il mio Diario di Casoli. Vi segnalo anche le sue due  ultime uscite Rosso. Niente. del poeta danese Kenneth  Krabat, tradotto da Giovanni Agnoloni e  Distruggi le prove della poetessa Francesca Gironi. È in corso una promozione che si conclude domani.Ci sono 10 euro di libri, musica, gadget, in omaggio.  Se siete interessati affrettatevi.

Ettore Fobo

Una poesia di Derek Walcott

venerdì 17 marzo 2017





Preludio

Io con le gambe incrociate alla luce del giorno guardo
I pugni variegati di nuvole che si raccolgono sopra
Gli sgraziati lineamenti di questa mia isola prona.
Intanto i piroscafi che dividono orizzonti dichiarano
Noi perduti;
Trovati solo
In opuscoli turistici dietro ardenti binocoli;
Trovati nel riflesso blu di occhi
Che hanno conosciuto metropoli e ci credono felici qui.

Il tempo striscia sui pazienti che da troppo sono pazienti,
 
Così io che ho fatto una scelta,
Scopro che la mia fanciullezza se n’è andata.

E la mia vita, troppo presto, certo, per la profonda sigaretta,
La maniglia girata, il coltello che rigira
Nelle viscere delle ore, non deve essere resa pubblica
 
Finché non ho imparato a soffrire
In accurati giambi.

Vado, certo, attraverso tutti gli atti isolati,
Faccio di situazioni una vacanza,
Mi aggiusto la cravatta e fisso mascelle importanti,
E noto le vive immagini
Di carne che passeggiano per l’occhio.

Finché da tutto mi allontano per pensare come,
Nel mezzo del cammin della mia vita,
Oh  come giunsi a incontrare te, mio
Riluttante leopardo dai lenti occhi.
                                 
(1948)
***
da “Mappa del Nuovo Mondo”-  Derek Walcott- traduzione  Barbara Bianchi, Gilberto Forti e Roberto Mussapi – Adelphi - 1992

Per non dimenticare la memoria – Guido Ceronetti

sabato 11 marzo 2017





La memoria… Non serve avere solo quarant’anni, ne sperimento ogni giorno la disfatta. Il mondo, le informazioni, le parole, la musica, i film, anche i libri,  vanno troppo veloci. Non possono imprimersi. Scivolano sul ghiaccio. Non resta niente o talmente poco da sembrare niente. Perdiamo pezzi. Tutti noi, i viventi di questo tempo ipercinetico. Pezzi del nostro passato e quindi del nostro avvenire. Perché tutto si ripete e capita di leggere un libro che non si ricordava di avere già letto. Poi una frase ti illumina. È il ricordo.

Per non dimenticare la memoria è un titolo azzeccato ma insieme chi non ci ha mai pensato? La memoria è ciò che va preservato. Impara a contare gli anni, si legge, credo, in Isaia. Ah, la memoria… Decido deliberatamente di non avvalermi di Internet per verificare l’esattezza della citazione. Si capirà in seguito perché.

Anche questo libro di Guido Ceronetti, pubblicato da Adelphi nell’ottobre del 2016, Per non dimenticare la memoria, è il libro di un maestro. Cosa si può dire di fronte a un maestro? Che ne ha scritti di  più belli? È possibile ma ciò non importa. Un maestro è colui che prova a guarirci dal nostro male di vivere, anche se non sempre si è d’accordo con lui, egli ci mostra la via di fuga e di salvezza da questo labirinto di assurdità e malessere che è la vita contemporanea, specie in una città, soprattutto in una città, più grande è  peggio  è.

Ora Ceronetti ha un’ età per cui forse o si è diventati maestri o non si è vissuto. Tragicamente vissuto nel caso del “filosofo ignoto”, che conosce soprattutto come sguardo lo sguardo tragico,  e come  misura umana la compassione e la cui memoria vacilla per l’età e sotto l’urto di una certa cacofonia contemporanea, come per un’intera civiltà,  un intero mondo, assorbito dalla memoria digitale, quella che Ceronetti chiama “E - memoria.”

Essere un maestro è assai dura fatica, essere vecchio, come ci fa capire con questo libro in modo particolare, raddoppia la pena. La vecchiaia è orrenda, ci dice onestamente il “filosofo ignoto”, anche perché essa comporta una perdita di memoria. Sintomo individuale e collettivo perché l’oblio sembra trascinare con sé ogni cosa, città, guerre, volti, musiche, Storia, tutto con sé trascina, fiume dell’inconsapevolezza, dismisura di caos.

È questo un libricino (sono poco più di sessanta pagine) palesemente minore nel corpus ormai sterminato  dell’autore, adatto,  però,  a essere livre de chevet  di un monaco zen, di un’anima in pena, di un’umanità solitaria e dolente. Stilisticamente la scrittura di  Ceronetti è fra le più incisive espresse in Italia da diversi decenni. Una  scrittura materica e spirituale, corrosiva e sarcastica, con momenti di dolcissimo abbandono, con altezze di compassione per il vivente che noi siamo, uomini, animali, piante…

Figura di una moralità antica quella di  Ceronetti, fragile albero in mezzo ai venti dell’oblio, egli c’ invita e c’ insegna a ricordare, eventi, parole, cronache,  eventi teneramente sublimi o ignobili barbarie.  

Versi di poesia, brani di giornale, ricordi di una vita e di un secolo, Il Novecento, già dimenticato, in una società che tanto più è digitalizzata tanto più manifesta la sua feroce passione per l’oblio.

 Queste pagine sono preziose e ci mostrano cosa sia oggi una sapienza appartata, a volte scontrosa ma sempre nel cuore ferito del nostro tempo visto da un’angolazione rara, quella dello sguardo tragico che si posa sul mondo come per cavarne i gemiti. E illuminarli, anche. Non sempre si è d’accordo con Ceronetti (come quando condanna la musica rock) ma sempre si ammira la sua coerenza umana e stilistica. Questo libricino nella sua brevità è una riflessione profonda sulla memoria e sulla sua fragilità, libro che ci invita a ricordare a  dispetto di tutte le innumerevoli forze avverse, biologiche, storiche, tecnologiche perché il principale nemico è per  Ceronetti la memoria digitale che “va surrogando la realtà stessa, abbruttendo la gioventù e l’infanzia, e, finché non avrà distrutta e resa schiava con tutti i suoi prodotti la mente umana, non sarà sazia di divorare.

C’è bisogno di questo sguardo critico sul web e sulla rivoluzione digitale, di una visione che sappia storicizzarli, vedendo in essi i pericoli che rappresentano. Per Ceronetti lo smartphone è un buco nero: facendone ormai quotidiana esperienza, difficile dargli del tutto torto. Però… - è un però gigantesco- la sensazione è che Ceronetti, che ha quasi novant’anni, sia estraneo anagraficamente a un fenomeno  che riguarda ormai tutti. Sarà pure fatalità dal male, ma è un male che ci tocca e non possiamo sfuggirgli. È la Tecnica. L’uomo inventa la Tecnica ma poi la Tecnica prende il sopravvento. Forse diventeremo noi stessi degli accessori degli smartphone. Bisogna anche resistere sì ma attenzione al luddismo.


Memoria del vento - Adonis

sabato 4 marzo 2017






Adonis perfeziona una lingua sospesa fra surrealismo e una molto contemporanea scarnificazione della parola. Arriva a condensare una miriade di concetti, impressioni, sensazioni,  in pochi versi.
 Prendiamo qualche riga presa dal poemetto in prosa  Tomba per New York, contenuto in questo Memoria del vento, nell’edizione Guanda del 2005, tradotta da Valentina Colombo e introdotta da Giuseppe Conte:

“Tra Harlem e Lincoln Center,
avanzo come un numero smarrito in un deserto ricoperto dai denti di un’alba nera. “

Sono immagini potenti che costituiscono da sole una descrizione esatta di quello che proviamo in quanto uomini contemporanei nel contatto con la metropoli,  New York in questo caso,  dove il poeta passò un periodo della sua vita.

Alla città americana, simbolo di un occidente consumistico, alienato e nichilista, Adonis, siriano naturalizzato libanese, contrappone Beirut, città amica della sua giovinezza, luogo per cui il poeta  nella parte finale di questo poemetto, pubblicato nel 1971,  invoca la pace. Invocazione che non fu ascoltata dal destino, che inflisse negli anni fra il 1975 e il 1990 alla città libanese  un periodo di  sanguinosa guerra civile.

Adonis  è definitivo nel descrivere una città come New York  e vedere in essa il simbolo di quell’Occidente che con una mano solleva ”la pezza che chiamano Libertà” oppure agita i “fogli che noi chiamiamo Storia” mentre con l’altra “strozza una bambina che si chiama Terra”.

Così con una sorta di dizione biblica, Adonis già al principio degli anni Settanta partecipa della contemporanea disfatta di ogni discorso ecologico, in nome di un’entropia causata dall’inesausto macinare e rullare di quel grande macchinario che è la Storia. Macchinario al servizio della Tenebra, probabilmente.

New York è il simbolo di un mondo alienato,  come già in Ginsberg che scriveva di un Moloch fatto di carne e metallo, Adonis conferma che si sacrificano uomini al “grande idolo” cui sono devoti coloro che detengono il potere,  come Richard Nixon, presidente degli Stati Uniti al tempo in cui il poemetto fu scritto,   esecrato  ripetutamente dal poeta.

Colpisce la modernità di questo poemetto, modernità di contro-inno, dedicato a una città enorme e orribile per Adonis,  che in essa vede “ uno specchio che riflette due volti: Nixon e il pianto del mondo “,  in un’ America che ha tradito la sua iniziale propensione alla libertà e  in cui il poeta invoca prima Lincoln, poi Whitman, come per trovare una comunanza ideale, con spiriti a lui affini.

Così la città  è raccontata come un incubo in cui si materializza un’equazione inquietante :

“New York + New York= la tomba oppure qualsiasi cosa provenga dalla tomba.
New York – New York= il sole”

Così Adonis configura uno straordinario atto d’accusa contro una città  che è simbolo di un mondo oltre ogni limite,  capitalismo in delirio, tumulto di folle e perdizione del numero…

La nostra è un’epoca di distruzione, in cui gli Stati Uniti hanno un ruolo fondamentale nel perpetuare l’orrore e la guerra. New York è qui  tratteggiata come un incubo, c’è un certo surreale espressionismo all’opera  ma anche riflessioni politiche, letterarie, filosofiche.
Ecco un tema potente:

La battaglia si svolgerà fra l’erba e i cervelli elettronici.”

Qui dove la città è un “esercito di lacrime” e si perpetuano delitti, New York è colpita al cuore da un profondo sgomento. La dimensione allegorica aumenta sempre più in questo poemetto, che appare in definitiva  un importante memento per la nostra collassante civiltà.  Si annega nel melmoso anonimato della folla, si vaga spettrali in un panorama di palazzoni ancora più spettrali, una violenza spaventosa aleggia  sull’orlo di un perenne Delitto assurto al rango di Divinità nera. Tutto questo trova a New York il suo vertice, esplode. Ma lo scenario può cambiare improvvisamente ed ecco spuntare una considerazione illuminante sulla parola, sulla sua natura profonda:
  
“La parola è più leggera di un oggetto  e trasporta ogni cosa. L’azione è una direzione e un istante, la parola  è tutte le direzioni  e tutto il tempo, la mano,  la mano, il sogno”.

Le altre poesie di questa raccolta testimoniano di una ricerca fra le più vibranti della nostra epoca, in cui la metafora diventa spazio di una reinvenzione del mondo, come nota Giuseppe Conte nell’introduzione. Ma queste pur belle poesie, però,  non hanno sempre  la forza di  Tomba per New York,  sono poesie interessanti ma che a volte smarriscono il filo d’Arianna e ci spostiamo allora in un labirinto di miraggi a volte troppo surrealisticamente deformati e deformanti.  Molti di questi sono comunque versi giovanili di un poeta ancora in cerca della propria voce profonda.

Altrove il poeta è insieme” profeta e insinuatore di dubbi” o ancora ” incantatore di polvere, vittima di una sorta di “febbre profetica” i cui canti sono ”scintille”.

Adonis fonde la poesia araba con quella occidentale, muovendosi fra Rilke, Holderlin, Baudelaire e altri,  creando questa lingua di grande precisione visionaria.

 Tomba per New York mi sembra la manifestazione più potente e compiuta,  fra le opere qui antologizzate - insieme alla poesia Origine della distruzione  e la sublime Origine del discorso, entrambe  del 1980 - e rivela in  Adonis una voce fondamentale, una voce autorevole  per capire il nostro tempo, in cui le voci si moltiplicano a dismisura e allora si salvi chi può. “Abracadabra vociferante” lo chiamava Montale.