Le parole secondo Philip K. Dick

venerdì 15 giugno 2018




“Parole, pensava.
Il problema centrale della filosofia. La relazione fra parola e oggetto… Che cos’è una parola? Un simbolo arbitrario. Eppure viviamo tra le parole. La nostra realtà è fatta di parole, non di cose. Comunque non esistono cose; una gestalt nella mente. La cosità… Il senso della sostanza. Un’illusione. La parola è più reale dell’oggetto che rappresenta.
La parola non rappresenta la realtà. La parola è la realtà. Per noi, comunque. Forse Dio arriva agli oggetti. Ma noi no. “

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da ”Tempo fuor di sesto” - Philip K. Dick - traduzione di Anna Martini – Fanucci Editore – agosto 2017

Reading Mareinversi 2018

sabato 9 giugno 2018


Sabato  16 giugno si terrà la seconda edizione del reading Mareinversi. Durante il reading ci sarà la cerimonia di premiazione del Premio “Le Occasioni”, che mi ha visto fra i tre vincitori nella sezione A, poesia singola. Il reading e la premiazione si terranno ad Arma di Taggia, provincia di Imperia,  dalle ore 21 presso i  Bagni Germana, Lungomare di Levante 1.

Leggerò qualche poesia fra le quali quella premiata. 

Aggiornamento fotografico del 18 giugno: sotto Ettore Fobo durante il reading Mareinversi.

 




Psicopolitica - Byung-Chul Han

sabato 2 giugno 2018





Psicopolitica  di Byung-Chul Han, edito nel 2016 da nottetempo e tradotto da Federica Buongiorno, è il classico libro che tutti dovrebbero leggere, in primis gli infatuati del web e della rivoluzione digitale, i cultori dei social network, gli adoratori degli smartphone, i devoti di Facebook e Instagram. Per Han, queste realtà,  lungi dall’essere possibilità,  si sono progressivamente trasformate in trappole di cui noi utenti siamo quesì sempre  inconsapevoli. Ho usato termini religiosi perché tutto ciò per il filosofo sudcoreano si configura proprio come una religione,  la religione dei Big Data - stadio ultimo  di quel  capitalismo di cui già Benjamin aveva indovinato l’aspetto di nuova opprimente trascendenza -  dove noi,  utilizzando questi strumenti  all’apparenza  neutri, forniamo la materia prima che muove la nuova produzione, l’informazione, che velocizza esponenzialmente  le modalità di accumulo del capitale e mercifica le nostre esistenze fin nelle più riposte fibre psichiche. Da qui il termine psicopolitica. Ho detto materia ironicamente perché si tratta in realtà di produzione di immateriale. Non è più il corpo il produttore per eccellenza ma  la psiche, sfruttata, manipolata,  schiavizzata. Psiche che tanto più si sente libera tanto più fa girare come un cappio al collo questa economia del desiderio narcisistico di visibilità.

È la libertà ad essere in crisi, se già  nell’etimo il  soggetto è  sub- iectum, sotto messo, ora il padrone non è più esterno ma interno, è il “progetto” stesso della cattiva coscienza del capitalismo. Dallo sfruttamento si passa all’autosfruttamento e la libertà diventa solo  il nome che l’individuo dà alla frenesia di dispiegare narcisisticamente  tutto il suo potenziale di schiavitù volontaria  verso i nuovi feticci del consumo divenuti digitali. Tutto viene appiattito e omologato, le controversie intellettuali diventano risse virtuali, o una bolla di reciprocità fittizia  che impedisce un reale  incontro con l’altro.

Si tratta di un nuovo Panottico, dove non è lo sguardo onnipresente  del Grande Fratello a dominare la società ma un’illusione di libertà o meglio il suo sfruttamento per i fini oscuri del Mercato. Siamo così spinti a esprimerci, a condividere, a denudarci nel culto della trasparenza ma  il like che clicchiamo con innocenza, noncuranza e ingenuità,  ci ricorda Han, è il marchio della nostra sottomissione. Società del controllo, certo, ma dove siamo noi stessi a incatenarci, a sorvegliarci, a fornire al boia - invisibile,  anonimo, faccia vuota della contemporanea paranoia -   la nostra testa con entusiasmo. È il neoliberismo, stadio avanzato di un capitalismo che ha conquistato territori  che prima gli erano preclusi, e come un serpente apre nuovi spazi di conquista, penetrando nel  nostro inconscio, prevedendo i nostri comportamenti e ancora di più modellandoli e indirizzandoli senza che noi ce ne accorgiamo. Così anche la analisi di un Foucault paiono datate, se oggi il nuovo Panottico siamo noi stessi. È questo il cambiamento più radicale.

“Il soggetto che sfrutta se stesso – scrive Han – porta un campo di lavoro con sé nel quale egli è vittima e carnefice. Come soggetto che si autoespone e che si autosorveglia, egli porta con sé un panottico nel quale è detenuto e guardiano.”

 La nuova società del capitalismo avanzato non è una società disciplinare che sorveglia,  censura e punisce i suoi sudditi, ma una società di “prestazione” dove ciascuno è chiamato ad essere “imprenditore di se stesso”. Per questo la depressione è il male del secolo. Come resistere alla violenza di una società in cui tutto è mercificato e tutto deve essere ottimizzato per produrre il massimo risultato e il massimo profitto? Niente spazio per i sentimenti negativi, che pure conferiscono profondità alla vita,  positività ad oltranza è il credo dei nuovi guru della performance totale.  Nessuna possibilità che fiorisca in questo deserto appiattito dai dati una qualche differenza, una diversità inconciliabile, una qualche forma di opposizione, un’eresia.  Viene in mente Nietzsche :”Chi pensa diversamente va spontaneamente in manicomio”, dove però il pensare diversamente significa rifiutare il falso e corrotto edonismo digitale, non essere connessi, peccato contro lo spirito santo della nostra epoca.

La novità forse più rilevante di questo saggio è che il nuovo campo di battaglia, il nuovo territorio di conquista,  è la psiche di quello che un tempo era l’uomo, poi divenne suddito, cittadino, infine spettatore e consumatore  e oggi è uno “sciame” di informazioni e desideri etero diretti, con la sensazione illusoria di essere onnipotente e padrone del proprio destino.

Per Han in una società del genere solo l’idiota si può salvare, colui che nell’antica Grecia non aveva incarichi pubblici,  nell’era digitale è colui che non è connesso, non è informato, è impermeabile alla nuova dominazione. Questa è la provocazione ma anche il limite di questo libro. Ben pochi sapranno essere ”idioti” o potranno esserlo.

 Siamo forse vicini a quella che alcuni scrittori di fantascienza chiamano singolarità, il momento in  cui la tecnologia cambierà drasticamente la nostra vita, la nostra mente, il nostro corpo e nulla sarà più come prima. Cambiamento epocale di cui la scoperta del fuoco, della ruota, dell’agricoltura, della stampa,  appariranno  solo  deboli riflessi.  Qualcuno ha posto questo evento a una ventina d’anni da ora.

Dai primi segni che Han annota pare delinearsi una catastrofe che,  però,  io penso, misteriosamente, in un rigurgito di speranza, potrebbe anche rovesciarsi in epifania.


Esercizi di ammirazione - Emil Cioran

sabato 26 maggio 2018





In Cioran la disillusione, il disincanto, la lucida chiaroveggenza assumono i tratti di una stregata fatalità e si fondono con un certo stralunato lirismo per produrre una delle prose più perfette, uno degli stili più riconoscibili del Novecento. Che da romeno si sia espresso in francese ci convince una volta di più che spesso l’esule, lo straniero, lo sradicato, posseggono le chiavi per accedere allo scrigno di qualche insolita saggezza.

E quella di Cioran è saggezza, nel momento stesso in cui l’autore riconosce e confessa i propri limiti, i propri vizi, in primis la scrittura stessa, che serve solo per svuotare l’animo da ciò che lo turba e che coincide con ciò che più profondamente lo anima,  per arrivare proprio alla saggezza che è sterile, non produce nulla, è il vuoto.

Questo Esercizi di ammirazione, tradotto da Mario Andrea Rigoni e Luigia Zilli, vide la luce in Italia per Adelphi nel 1988, trent’anni fa dunque.

Sono ritratti, saggi, intorno a figure che Cioran ha conosciuto, ora come lettore, ora personalmente. Sono ritratti spesso in sospetto di essere anche autoritratti  dell’autore, che tanto più racconta di  De Maistre, Borges, Fitzgerald, Valéry, Zambrano e altri tanto più si racconta, indugia nelle proprie ferite, scava nella propria disillusione ma non proietta se stesso sullo schermo dell’altro, solo l’altro è colui in cui indovina segrete affinità.

Il saggio più bello è,  forse, quello su Mircea Eliade, che è probabilmente agli antipodi della personalità di Cioran e che Cioran ebbe modo di conoscere personalmente. Entusiasta l’uno e amante del proprio surplus creativo, quanto disilluso l’altro e incline a rimuginare  sull’inutilità della propria opera e di ogni opera in generale. Il saggio si chiude in maniera semplice e mirabile: “ Siamo tutti […]ex credenti, siamo tutti spiriti religiosi senza religione.” È una frase chiave per comprendere Cioran, più ancora che Eliade, o forse per comprendere tutti coloro, e sono legione, che sono attraversati nel profondo da una nostalgia verso la trascendenza, che l’epoca contemporanea ha definitivamente seppellito fra le superstizioni vacue del passato.

Parlando di Joseph De Maistre, Cioran affina la sua capacità di analisi, definendo la differenza fra temperamento reazionario  e  carattere incline all’utopia.
Il primo, così ben rappresentato dal pensatore francese del Settecento, volge il suo sguardo al passato, a una fantomatica età dell’oro, di cui i valori della tradizione sono tracce, o un tentativo di riedificazione. L’utopista invece con la sua attesa di futuro volge lo sguardo ad attese messianiche di salvezza e palingenesi, oppure alla rivoluzione che non è altro che la versione laica dello stesso sogno.

Ecco se per Joyce “La Storia è l’incubo da cui voglio solo risvegliarmi” per Cioran essa è anche il frutto di un fanatismo dell’azione; se i mali del mondo vengono pascalianamente dall’incapacità di starsene quieti nella propria stanza, Cioran vede nell’agire umano un forsennato e insensato agitarsi, che non porta a nulla. Così da psicologo del profondo egli vede in Fitzgerald colui che non ha saputo far fruttare a pieno la propria propensione al fallimento, rimanendo troppo letterato laddove avrebbe potuto inabissarsi in una forma letale di misticismo, intuisce la levità aristocratica di Borges, ammira la discrezione elegante di Beckett, di cui fu intimo amico e altro ancora.

Esercizi di ammirazione è un libro minore nel corpus delle opere di Cioran anche se alcune pagine sono all’altezza dei suoi momenti migliori; come quelle dedicate a una donna sconosciuta, intitolato Lei non era di qui… ,in cui vibra una  potente energia poetica di trasfigurazione, altrove lo scavo non raggiunge le straordinarie profondità di altri  suoi libri.

Cioran rimane uno spartiacque nella filosofia del Novecento. C’è un prima e un dopo. Intaccando le nostre residue riserve di illusione,  ci ha mostrato come la Storia sia la somma di incalcolabili fratture fra essere e divenire  e che alla base di tutto ci sia la nostra propensione al delirio, fonte della vitalità malata e spesso demente che contraddistingue l’umano e la sua Storia.