Lor Ga Na Crur: Paolo Spaziani incarna Antonin Artaud

lunedì 19 febbraio 2018





Si inizia con il silenzio, inevitabilmente. L’attore, Paolo Spaziani, è seduto su un cubo e sembra attendere l’ispirazione con un aspetto fra il meditabondo, lo stranito, l’indifferente. Il pubblico lo scruta,  in attesa. Il palco è piccolo, angusto, claustrofobico. Spetterà all’attore rivelare le sue potenzialità nascoste,  dove la parola si riscopre canto.  

Ed ecco dunque,  come un’improvvisa eruzione, che  comincia il dire. Ed è un fiume in piena che utilizza un testo ispirato ad Artaud, accostando le due lingue, francese e italiano,  per ispezionare il limite stesso di ciò che chiamiamo realtà e infrangerlo con l’irruzione nel linguaggio dei segni del caos,  prelinguistico e primordiale,  qui annunciato anche  dalle glossolalie che sono  già nel titolo dello spettacolo, Lor Ga Na Crur. 

Tutto ciò per restituirci le fascinazioni dell’immediato, facendo saltare le sovrastrutture linguistiche, per ridarci il senso di un altrove tanto più potente quanto più la parola è spinta nel precipizio di una dizione puramente musicale. Il testo  è un furente attacco ai concetti di realtà, identità,  essere, Dio, mondo; tutto l’armamentario delle menzogne metafisiche che fanno dell’uomo un recluso sul fondo dell’abisso.

Nell’interpretazione magistrale di Paolo Spaziani la poesia cessa di essere un morto significato letterario per divenire flusso melodico, rituale magico che si contrappone, anche con violenza, alla magia nera sociale, quell’insieme di codici e convenzioni che rendono la nostra esperienza del mondo “tristemente carceraria” come si legge nella presentazione dello spettacolo.

La letteratura viene disintegrata, non è più scrittura ma ritrova l’oralità come suo fondamento. Così Paolo Spaziani riscopre Artaud come fatto musicale, lo reinventa, mescolando con leggerezza i linguaggi, il francese, l’italiano e quello strano grammelot glossolalico che rappresenta la cifra dell’ultimo Artaud. L’estraneità del poeta francese al mondo, alla letteratura, all’essere, al senso, a quello che Auden chiamava ”il dialetto della tribù” e Artaud stesso “la fogna del pensiero di tutti” è assoluta e con rigore assoluto la voce di Spaziani ce la mostra in tutta la sua radicalità. E la crudeltà di questo teatro si rivela soprattutto nella demolizione dei concetti che puntellano le nostre prigioni mentali.

Così,  in questo che è il più piccolo teatro milanese,  il Teatro Studio Frigia Cinque, con una scenografia spartana, una luce fissa e quasi dolente, con la regia di Letizia Corsini, il 16 e il 17 febbraio di questo 2018,  Paolo Spaziani ha regalato due serate indimenticabili di poesia allucinata,  ispirata a questo grande visionario che è stato Antonin Artaud. La voce di Paolo Spaziani, moltiplicando i moduli sonori, ha spaziato dal soffio al grido, dalla dolcezza all’orrore, senza mai perdere in consapevolezza musicale.

Lo spettacolo si riscopre evento e l’attore un negromante che contrappone il rigore scandaloso della propria musica interiore alla volgarità della rappresentazione. Così l’irrappresentabile della poesia demolisce la scena, la disincarna,  la dissipa. Essa non è più il luogo dove si replicano i rapporti di potere in seno alla società ma la crisi stessa di questi in un linguaggio che desidera ardentemente frantumarli. “Arte Anarchica”, si legge nel volantino di presentazione. Tutto si dissolve tranne la voce,  tranne il corpo, questo grande incatenato nel regno della Metafisica e dei concetti.
   
Paolo Spaziani diventa Antonin Artaud, se questo nome può designare qualcosa di più di flussi, punti di forza, singolarità e ci restituisce così un’antica idea di teatro; è colui che esce dalla folla e comincia la cadenza di un canto tragico, al ritmo del ditirambo dionisiaco, un’idea antica  certo ma paradossalmente colma di un futuro che oggi pare  impossibile,  quando,  come  ha scritto  Foucault: “ Le parole di Artaud apparterranno al suolo stesso del nostro linguaggio e non alla  sua rottura. “

Italia De Profundis - Giuseppe Genna

sabato 3 febbraio 2018





Se la letteratura deve necessariamente esprimere il proprio tempo, per poter magari in un secondo momento assurgere a una dimensione extratemporale e universale, grave è il compito che incombe oggi sullo scrittore, poeta o narratore che sia.  La forma romanzo è esautorata, in un contesto di “società liquida” o,   come scrive Giuseppe Genna “vaporosa”,  la linearità  non può essere più possibile. Così nella prima 60-70 pagine, che sono anche le migliori, di questo Italia De Profundis, edito da minimum fax nel 2008,  il tempo narrativo procede a sbalzi, la scrittura conquista i suoi buchi neri, la geometria euclidea del racconto viene messa in crisi, per cui alla rassicurante linea retta si sostituisce magari una più inquietante spirale.  I tempi della narrazione si accatastano come i resti di una temporalità al collasso. Anche il mito della leggibilità come fonte del valore letterario è infranto. Genna porta al limite il suo linguaggio, nei territori pericolosi dell’incomunicabile, cosa che gli permette di esprimere una  densità concettuale, a volte   eccedendo però in ghirigori mentali di una certa pesantezza. L’inizio comunque è promettente ma vedremo nel corso della lettura questo romanzo - non romanzo progressivamente sfaldarsi.

Inizialmente si procede per punti d’intensità variabile, il racconto del ritrovamento del cadavere del padre può precedere l’incontro con uno sciamano in contatto con i morti, o una lucida e disperata requisitoria contro l’Italia,  un luogo che ho disimparato ad amare”, brano  in cui narrativa e saggistica si confondono in un unico urlo e che stilisticamente rappresenta l’apice di questo  testo per compattezza e forza espressiva .  Poi una successiva caotica narrazione psichedelica, definita dall’autore stesso noiosissima (e lo è)   che sembra un fatto di scrittura privatissimo, solipsistico, come certe cose,  sperimentali fino al delirio e in fondo discutibili,  di Burroughs o Miller, citati come modelli. Tutto questo forse per evitare di rimanere troppo impantanati nella classica “forma romanzo” che ormai veicola  quasi  unicamente contenuti di retroguardia, conservatori, fossili, spesso ad  uso di un  gruppo di lettori addomesticati.

Vorrebbe essere sin da subito un libro che attinge alle profondità di una visione del mondo precisa e non si limita come fanno molta narrativa e molto cinema italiano contemporanei a confezionare storielle consolatorie per convincere un pubblico,  assuefatto alla sua stessa povertà di orizzonti, che è ancora, nonostante tutto, aggrappato a un senso, alla vita e non alla sua caricatura. Storie che sono specchi per coloro che non riflettono più alcuna immagine, come i vampiri e solo ammirano,  rappresentata da scrittori e sceneggiatori spesso senza scrupoli, la propria vacuità. Qui si vorrebbe mettere in scena la dissoluzione di una cultura, quella italiana in particolare e occidentale più in generale, con un tono, però non sempre azzeccato. La sensazione è che troppo spesso Genna sia in qualche modo connivente con il malcostume che deplora e che suoi diversi j’accuse siano una semplice posa narcisistica.

Autobiografia sui generis questa, con diversi cali di tensione narrativa, con qualche pesantezza di troppo si è detto; è la vita di questa maschera, persona, che diventa personaggio: Giuseppe Genna e le sue malattie psicosomatiche (asma, orticaria), Giuseppe Genna e la sua inadeguatezza, Giuseppe Genna che si autocommisera fino a essere patetico, Giuseppe Genna e la scrittura come un’autoterapia in tempi di malessere collettivo.

Il libro comincia a spegnersi quando segue le rotte più convenzionali di una storia d’amore fra citazioni eliotiane o pasoliniane disseminate nel testo che vira verso dimensioni di ulteriore degrado,   descrivendo  anche con efficacia una Milano perduta, fra dosi di eroina,  casermoni anonimi di periferia, drag queen appassionate di sadomaso, purtroppo con accenni fastidiosi e sostanzialmente gratuiti di pornografia autocompiaciuta. L’incontro onirico con David Lynch, che con naturalezza parla del proprio cinema come esperienza che esplora i limiti della ragione, portando lo spettatore in una dimensione quasi misterica d’incontro con i segreti più profondi e ineffabili dell’esistenza umana, è fra le cose più belle del libro.
  
L’ultima parte invece è deludente; è la descrizione di una vacanza in un villaggio turistico di Cefalù, dove  il continuo riferimento a personaggi dello star system televisivo è imbarazzante e puerile, la scrittura  diventa debole, l’ironia è a volte fuori luogo. Fra autocommiserazione ostentata e un po’ finta e un disprezzo per l’umanità media espresso con linguaggio medio, strisciante moralismo di un intellettuale perennemente fuori contesto, il romanzo naufraga definitivamente, assumendo gli stessi tic linguistici che deplora e si toglie la maschera di arguto tentativo sperimentale, rivelandosi un libro  con troppe velleità. Francamente questa satira del villeggiante - consumatore funziona poco,  non ha la leggerezza e la forza icastica di un Foster Wallace (citato come esempio dall’autore), è un concentrato di luoghi e volti comuni del mainstream cinematografico e televisivo nostrano e non solo.  Meglio quando colpisce al cuore la figura dell’industriale brianzolo, condannandone la spersonalizzazione, la mancanza di un’individualità, l’ansia conformistica, dimostrando di aver compreso la lezione pasoliniana. O come quando riporta una discussione sulla poesia dei villeggianti in vena, come sempre, di luoghi comuni deprimenti.

 Bisogna far saltare i codici. In questo testo che non è un romanzo, non è un pamphlet, non è un’autobiografia, non è un saggio, non è un poema in prosa ma utilizza l’ampio spettro dell’espressività letteraria, Giuseppe Genna ci ha provato ma, secondo me, non ci è riuscito del tutto.

Nel complesso la sensazione finale è di un’accozzaglia eccessiva di stili e contenuti divergenti, che cozzano tra loro. Buone le intenzioni ma non del tutto felice l’esito. Libro originale, certamente, ben scritto, a tratti interessante ma francamente diseguale e abnorme, con lampi improvvisi affogati in una prosa a volte   melmosa, lucide analisi dell’Italia scritte da un intellettuale che si pone, però, un po’ troppo al di sopra, nella sua torre d’avorio, anche se dichiara il contrario.

Poesie - Else Lasker-Schüler

martedì 23 gennaio 2018







 Passano i decenni,  i secoli, i contesti culturali che l’hanno prodotta e la poesia invecchia. Quasi tutto finisce per apparire datato, superato, desueto,  appassito, tranne quelle poche opere che assurgono alla magica dimensione di classici senza tempo.

Una sensazione di déjà-vu quindi è ciò che ho provato inizialmente a contatto con  le poesie di Else Lasker-Schüler, prevalentemente poesia d’amore spesso funebre o crepuscolare. Sono le atmosfere protonovecentesche  e tardo decadenti dell’espressionismo tedesco. Disturbano i topoi, troppo oro, troppe stelle, troppo azzurro, troppa malinconia, l’insieme è codificato fino allo stereotipo e al cliché. Rimane la forma ma questa può essere goduta solo nell’originale, anche in questa traduzione di Giuseppe D’Ambrosio Angelillo per la sua  casa editrice Acquaviva.
  
Scomparso all’inizio del Novembre 2017, D’Ambrosio Angelillo è stato un piccolo ma importante e combattivo editore dell’area milanese. I suoi libri fondevano eleganza e originalità. Ha pubblicato almeno 30 libri di Alda Merini. Io possiedo diversi testi di questo editore e anche se non sempre la cura editoriale era ineccepibile (a volte si eccedeva in refusi), questi piccoli libri, che si trovano prevalentemente in piccole librerie e in bancarelle, mi piacciono, perché ne ho sempre colto la passione sottesa.

Anche questo Poesie di Else Lasker-Schüler, fatte le considerazioni iniziali, è comunque  un  libro che conserva lampi di un certo interesse, anche se alla lunga, trattandosi di un testo di oltre trecento pagine con testo a fronte, si sconta una certa noia. Bisogna percepire il contesto culturale in cui queste poesie sono state scritte,  la prima metà del Novecento tedesco, fra la Germania che sarebbe diventata nazista e Gerusalemme, dove la poetessa, ebrea, fu costretta all’esilio. Ora non so se lei sia davvero,  come scrive D’Ambrosio Angelillo, riprendendo il giudizio che ne diede Gottfried Benn,   la più grande lirica tedesca del Novecento, ma queste poesie, pur  a tratti datate, conservano leggerezza e tenerezze che le fanno, tutto sommato,  apprezzare. Non manca anche la potenza espressiva che le fa scrivere: “ La mattina arrivano sempre colori dolorosi,/ che sono come la tua anima.” Sono quasi  tutte poesie d’amore, perciò  il tono risulta talvolta un po’ monocorde, come se questa poetessa avesse nel suo arco solo poche frecce; l’amore,   però,  è elevato a dimensione trascendentale di comprensione della realtà. Regala  versi certamente molto intensi,  come questi della poesia Dolore cosmico, che non sono versi d’amore e  che riporto integralmente:

“Io, il rovente vento del deserto/ mi ghiacciai e assunsi una forma./ Dove il sole che mi può squagliare/o il fulmine che mi può carbonizzare?/ Ora, testa di una sfinge di pietra, / guardo arrabbiata verso tutti i cieli.”

Versi che da soli valgono l’acquisto del libro.
   
“Ebrietudine d’amore” ed “estasi mistica” scrive D’Ambrosio Angelillo nella prefazione, cultura ebraica ed espressionismo e cominciamo a comprendere questa poetessa la cui intensità è febbrile, le cui poesie denunciano il clima della sua epoca. Clima oscuro, pesante, preludio della catastrofe. Tuttavia come lampi ecco questi versi “ Eppure sugli stagni/ le rigide rose inanimate dell’acqua/ riescono a rinfrescare la mia nostalgia.” Ma l’epoca è davvero troppo cupa e piega i versi a una visione in linea con le tenebre che serravano la poetessa tutt’ attorno. Ma c’è l’amore, forza creatrice che si annuncia salvifica in questi versi altrimenti dannati.

Else Lasker-Schüler amò grandi nomi dell’espressionismo, fra cui Gottfried Benn, l’importanza della cui poesia trascese il movimento stesso,   Georg Trakl, universalmente considerato uno dei più grandi poeti in lingua tedesca del Novecento e  cui è vicina per certe  atmosfere funeree, Franz Werfel, George Grosz.

Questi personaggi furono trasfigurati dall’immaginazione della poetessa e divennero esseri mitici, coronati di leggenda e a volte definiti  con pseudonimi. Alcune poesie sono dedicate a Dio, annoveriamo anche lui fra gli amanti, ma i versi più intensi su questo tema conservano echi nietzschiani: “io erro, un fuoco fatuo/ attorno alla tomba di Dio.”

Ma quello che meglio sintetizza l’anima di questa poetessa è un verso terribile nella sua lucida e inquietante  disperazione: “Davanti al mio cuore è sempre seduta una morta/che chiede l’elemosina.”.

L’esistenza latente delle parole – i poeti secondo Gottfried Benn

martedì 16 gennaio 2018






“Dovremo accettare il fatto che le parole possiedono un’esistenza latente che opera come incantesimo su individui regolati in sintonia e li mette in condizione di trasmettere questo incantesimo. Questo mi sembra il mistero ultimo davanti al quale la nostra coscienza sempre desta, totalmente analizzata, interrotta solo da trances occasionali, avverte il proprio limite.

Gottfried Benn

da “Lo smalto sul nulla” – Gottfried Benn - a cura  di Luciano Zagari - Adelphi – seconda edizione aprile 2013