Mescolanze

giovedì 7 dicembre 2017





Di seguito la poesia “Mescolanze”, con la quale mi sono classificato al quarto posto al Concorso Internazionale “Città di San Giuliano Milanese” Il Picchio 2017, nella sezione “Giuseppe Ungaretti”, per poesie a tema libero. Presto uscirà l’antologia del Concorso con le poesie e i racconti premiati. Per chi fosse interessato lascio l’email dell’Associazione che organizza il Concorso: info@associazioneculturaleilpicchio.it



Mescolanze

Qui si viene per adorare un segno
per ardere senza nome  nelle variazioni  cromatiche dell’erba.
Questo verde che albeggia sotto l’azzurro dissonante.
Questa quercia che possiede la mia infanzia resa musica
di foglie agitate dal vento.
Qu si viene per dimorare nell’incertezza
di una parola  che esplora lo spazio
lasciato incautamente libero dal silenzio.
Questo  verde è un segno di un pittore fiammingo
lasciato spegnersi nel gelo,
sotto un grigio che ha divorato l’azzurro,
dove si mischiano le bufere e inizia il canto.

Ettore Fobo (alias Eugenio Cavacciuti)

***


Nella fotografia realizzata da Luigi Sarzi Amadè : Ettore Fobo con Patrizia Menapace (componente dell’Associazione Culturale il Picchio)



Concorso Internazionale Città di San Giuliano Milanese Il Picchio 2017

mercoledì 29 novembre 2017


Sono fra i cinque finalisti al Concorso  Internazionale Città di San Giuliano Milanese Il Picchio 2017 nella sezione Poesia a tema libero. Ulteriori dettagli sulla cerimonia di Premiazione al link della  casa editrice Kipple Officina Libraria.

Ettore Fobo


PS: Aggiornamento del 3 dicembre: mi sono classificato al quarto posto. Ringrazio la giuria. 

Che mangino caos – Kate Tempest

mercoledì 22 novembre 2017





Kate Tempest ha solo 32 anni. Eppure ha già solcato con sicurezza invidiabile i mari della poesia, del teatro, della narrativa, della performance totale (è anche rapper). In Italia è uscito per Frassinelli il bel romanzo Le buone intenzioni, che una forma di pudore m’impedisce di definire bellissimo. Nel settembre del 2017 è il turno di questo poemetto, Che mangino caos, che è stato preceduto  qualche mese prima da un album, con le poesie recitate o rappate  su una base musicale. È il genere definito spoken words.

Siamo davanti a un’opera dirompente che come tutte le opere dirompenti ci mette a nudo, ci interroga nel profondo di noi stessi, ci mostra cosa è diventata la vita moderna, all’interno di una metropoli che ci soffoca, Londra in questo caso, dove la poetessa è nata e vive. Ma Londra pare essere solo un caso esemplare di ciò che sta accadendo all’intero pianeta, la cui immagine apre il testo. Il grido della poetessa si alza per denunciare il collasso del nostro sistema di vivere, lo sfacelo dell’ambiente in cui viviamo, la crisi del modello di comunità, la solitudine esistenziale di vite sprecate. Perché il fulcro è narrare i pensieri di sette personaggi insonni, che si trovano svegli in questa Londra da incubo, nella stessa ora, le 4.18, ora simbolica per il teatro inglese a partire dall’opera di Sarah Kane. Quest’ora maledetta è l’ora in cui avviene il più alto numero di suicidi, in questo poemetto rintocca funesta e come una goccia di cianuro avvelena con la paranoia queste menti, prede di una disperazione a volte inspiegabile, anche se procedendo nella lettura, come vedremo, Tempest propone una spiegazione.

Sono questi versi disperati, aggressivi, definitivi, ma alla fine attraversati da una speranza di palingenesi, che leggiamo in questa edizione e/o tradotta da Riccardo Duranti. Poesia da recitare a voce alta come si legge in esergo, che impetuosa si srotola sotto i nostri occhi. Allucinazioni di un realismo clinico, visioni cosmiche (la Terra è un puntino sperduto nell’universo), e queste sette persone insonni appese al filo di rimuginazioni e ricordi che non si uccidono ma trovano  la catarsi di una pioggia torrenziale che li fa uscire di casa per gettarsi sotto l’acqua per calmarsi e rigenerarsi. Suicidio metaforico, rinascita, rinnovamento, battesimo laico, perché questo invoca Kate Tempest in questo poemetto duro, a tratti straordinario per potenza ritmica e visiva, per la sua foga controllata, “ urlando ai miei cari/ di svegliarsi e amare di più/ scongiurando i mei cari di /svegliarsi/ e amare di più.” Ricetta semplice a dirsi ma complicata da attuare.

In questa Londra antropofaga come qualsiasi metropoli in cui il desiderio di profitto ha sostituito le tradizioni secolari, l’eros, le passioni semplici. Questo deve fare un poeta, gridare che “Il livello del mare sale!” riportando sulla terra l’eco di una speranza che è amore e Kate Tempest, l’abbiamo visto, non ha paura di dirlo apertamente, alla faccia di tutto il cinismo industriale di cui siamo ormai impregnati.

Oltre alla lettura è necessario ascoltare l’album per capire come questa voce c’incalzi e ritmicamente canti e racconti la nostra personale e collettiva spoliazione di senso e futuro.

Così in questo poemetto una visione necessariamente tragica dell’esistenza s’intreccia con una roboante denuncia sociale. Così Londra assomiglia a Bangkok, Marsiglia, Milano, Tokyo, Città del Messico, a qualsiasi città, dove il disastro terrestre è diventato forma di palazzi e alienazioni micidiali e dove l’anima umana è spremuta nell’ingranaggio di produzione e consumo.
Kate Tempest esprime un’energia debordante ma non smarrisce mai la misura del verso.

I suoi personaggi sono spiantati la cui vita è “veloce, merdosa, a basso costo.”, giovani vedove con bambini piccoli, uomini di successo rosi da un’angoscia inesplicabile; pensieri di disfatta, claustrofobici, attraversano la loro mente, ”Londra è una fortezza murata/è tutta per i ricchi/se non ce la fai/sei fuori.”

Con forza Kate Tempest cerca di scuotere la nostra apatia di esseri satolli d’indifferenza e ci spiega l’origine della nostra nevrosi: ”La tragedia e la sofferenza/ di una persona che non hai mai incontrato/ è presente nei tuoi incubi, /nell’attrazione che provi verso/la disperazione.”

L’invito è dunque riconoscersi nella comunità, anche in questo mondo disgregato, perché: ”Il mito dell’individuo/ ci ha lasciati scollegati smarriti/e in stato pietoso.”
Anche nel divenire nulla, anche nella morte c’è una segreta necessità. Ascoltiamo prima in inglese:

“The point of life is live/Love if you can. Then pass it on/We die so others can be born/ We age so others can be young./The point of life is live, /Love if you can/Then pass it on.”

Il senso della vita è vivere/ Amare se si può. E poi tramandare/Si muore perché altri possano nascere/S’invecchia perché altri possano essere giovani./Il senso della vita è vivere, /Amare se si può / e poi tramandare.”

Bigger than life

sabato 4 novembre 2017





Non scriverei oggi poesie, e forse nemmeno le leggerei, se non avessi incontrato a 14 anni “I fiori del male“ di Baudelaire. Aveva ragione Cioran a intitolare “Da Adamo a Baudelaire” un capitolo di un suo libro. Baudelaire fu un cambiamento epocale anche per me che ero poco più di un bambino.  Quando lo lessi, fu la mia iniziazione sacra, la scossa nervosa che generò in me il labirinto dei versi. E cominciai a vagare, fra libri, metropoli, illuminazioni, deserti.

Quando intorno ai vent’anni raggiunsi la terra desolata del mondo contemporaneo, Eliot fu il mio Virgilio in questo infernale precipizio che lo sguardo di Laforgue affilò come la lama con cui Benn compì le sue dissezioni sul cadavere del Novecento. Finché Mark Strand m’insegnò di quanto oblio è fatto il mondo e seminò in me l’idea paradossale di un futuro. Borges mi mostrò che labirinti e specchi hanno le loro sconosciute profondità.

Fra le donne, Emily Dickinson m’insegnò la solitudine che rende liberi e Marina Cvetaeva la necessità che un grido inconsolabile trafigga un cielo senza più preghiere. Negli ultimi anni Carol Ann Duffy mi ha guidato verso uno sguardo ironico, sarcastico, strafottente, con momenti di tenerezza sublime. Simic invece mi ha mostrato come la trascendenza esista nei dettagli anonimi della vita.  

E che dire di Rimbaud? “ Uomo dalle suole di vento” nella formidabile definizione di Verlaine. Il “mistico allo stato selvaggio” in quella di Claudel. La mia adolescenza ne fu tutta trafitta e di visioni tatuata. Vagheggiavo anch’io di una qualche alchimia del verbo. E di Pound? Garcia Lorca? Rilke? Whitman? Corbiére? Blake? Trakl? Majakovskij? Cendrars? Brecht? Auden?  Poe? Saint John Perse? Pessoa?  Ogni nome un’emozione diversa, una sottile introspezione psicofisica,   un’indagine nel tunnel  e nel sogno della parola,  nella diamantina oggettività della poesia.

E dunque gli italiani: Leopardi, Quasimodo, Campana, Montale, Gozzano, e un  poco più tardi Bigongiari, furono i maestri di una giovinezza riottosa, su cui svettarono anche i grandi outsider Pier Paolo Pasolini e Carmelo Bene a fomentare la rivolta contro i luoghi comuni linguistici che ci perforano il cervello con la loro automatica pesantezza.  Poi, più recentemente, la lettura di Jabès, la cui prosa rende indistinguibile poesia, misticismo e filosofia e dà voce a un enigma ancora più potente.  Le sue interrogazioni non cessano di aprirmi orizzonti a ogni riga. 

I nomi sono tanti, troppi. Nomi più grandi del secolo, o addirittura “bigger than  life”, come dicono gli americani. E così in questo istante questi nomi mi risuonano, vasti come il mare della grecità in cui tutto ebbe inizio, quasi tremila anni fa, numi tutelari di una vocazione più forte di ogni contemporaneo deserto.

Ettore Fobo


Forum Anterem 2017

mercoledì 1 novembre 2017




Quest’anno parteciperò al Forum Anterem che si terrà a Verona, presso la Biblioteca Civica di via Cappello 43, fra l’11 e il 18 novembre. Io leggerò alcuni miei testi sabato 11 novembre nel tardo pomeriggio. Il Forum  è l’evento che conclude la trentunesima edizione del Premio Montano,  che quest’anno mi ha visto ricevere una Segnalazione per una prosa inedita. Il programma completo  lo trovate a questo link.
                                                                                                              Ettore Fobo

Aggiornamento fotografico dell'8 dicembre 2017: nella fotografia  Ettore Fobo alla lettura conclusiva del Forum Anterem, "La poesia che verrà". 



Due poesie di Gabriele Galloni

sabato 28 ottobre 2017






Le case bianche a perdita
d’occhio, le cancellate
arrugginite. A sfondo
di cartone, sfrondate
chiome di nubi simulano
l’estate del mondo.



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Guardammo a lungo in mezzo al crepitare
del falò i tuoi quaderni che bruciavano,
la carta farsi fumo, farsi aria
irrespirabile: più della storia
tra quelle pagine. Sentimmo urlare
il tuo nome, poi il mio. Ci richiamavano
al silenzio da un oltretomba a caso.

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da “Slittamenti”- Gabriele Galloni - Augh-Alter Ego edizioni– luglio 2017

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Segnalo questa interessante raccolta,  “Slittamenti”, di Gabriele Galloni,  poeta di soli 22 anni ma già dotato di una precisa visione poetica e di una tecnica di buon  livello. Le due poesie  sopra riportate  sono un esempio di questa poesia minimale e cristallina dove una parola centellinata si misura con i grandi temi dell’esistenza,  approfondisce una passione fresca per il paesaggio, soprattutto interiore, sviluppa con molto pudore una dimensione gnomica appena accennata e di per sé incantata: ” quasi ogni Messico/cerca una nuvola”.  

É una poesia  moderna,  in linea con ciò che si scrive oggi ma che mantiene una sua originalità di colloquio che avviene come fra intersoggettività segrete, a guisa  di controcanto che dà della vita una visione realistica ma non disincantata. Pare, infatti,  che Galloni opti per un reincanto del mondo, ma lo fa con leggerezza e senza  solennità, quasi senza crederci.  Non ci sono orpelli in questa poesia essenziale, dove,  però,  alla parola è restituita la sua centralità. Poesia che si ritrae nel suo darsi e si congela in attimi di perplessità quasi divinatoria: “Chiudi la porta; luglio/ è un corridoio in ombra; / i Suoi deserti a ognuno.”


Sono poesie che si leggono volentieri, in cui la periferia con le sue facciate scrostate è il luogo in cui si celebra il mistero del vivere; in cui gli specchi fanno paura perché, come in Borges citato, “moltiplicano il numero degli umani” e nulla trattengono e in cui la semplicità è al servizio di una dizione senza fronzoli, diretta e sicura eppure quasi reticente.

Ricorre spesso la parola deserto, come limite della città, come sua nemesi, non luogo dove essa termina e forse rivela la sua essenza; esso può trovarsi, infatti, oltre un muretto scalcinato che segna il confine senza saperlo. Anche la Storia umana è solo un sibilo che si srotola via sempre più distante. Tutto pare scritto in un soffio, come il fuoco di un fiammifero che illumina per un istante poi subito si spegne. Il libro è edito da Augh – Alter Ego edizioni e ha un’introduzione del poeta Antonio Veneziani.