Premio Lorenzo Montano 2020

sabato 1 agosto 2020


Stanno uscendo i risultati della trentaquattresima edizione del Premio Lorenzo Montano. Sono fra i finalisti nella sezione Poesia inedita con la poesia “Ti dico astrali”. Ringrazio la giuria.

Sempre a proposito del Premio Montano è  uscito un mio video su YouTube in cui leggo  la prima parte della prosa premiata l’anno scorso con Segnalazione. Buona visione.


Ettore Fobo

Television: the drug of the nation

sabato 25 luglio 2020


"Do you know we are ruled by Tv?"

Jim Morrison

La televisione è quel blob escrementizio o se vogliamo quell’escrescenza tumorale del pensiero unico collettivo tribale.  Questo pensiero  mi coglie improvviso: scarica di consapevolezza nelle vene cablate del vuoto.

 La televisione, questa agorà virtuale in cui più nessuno parla al proprio orecchio ma ciascuno rimesta nel torbido e nella melassa dei luoghi comuni che puntellano la propria identità fantasma. La televisione è il non luogo in cui siamo da tempo immersi, è la realtà di chi vive realmente come propri i sogni della Macchina del Consumo, cioè tutti, me compreso.

Ettore Fobo

Facebook e altri non luoghi di una perenne alienazione

domenica 12 luglio 2020




Confesso,  ed è  per chi mi conosce un’amara confessione,  che mi sono deciso,  dopo molta riluttanza, ad aprire un account Facebook. Sono anni che ne parlo male, ed eccomi qui, agganciato anch’io a questo vortice, la mia faccia impressa in questo continuum di infernali  futilità. So bene che se il “mezzo è il messaggio” qui tutto è fagocitato dall’impersonalità di un blob, il messaggio annientato, il pensiero distorto e omologato, è il Mercato di cui scrive Nietzsche, in cui ogni  parola realmente autentica è bandita. Non da una subdola censura ma perché sommersa dalla massa di informazioni che si presentano ogni volta come verità definitive ma sono irrilevanti.

Per non parlare delle privacy. Si finisce per sapere cose anche importanti su persone che nella vita quotidiana sono delle sconosciute, con le quali magari ci si saluta a stento,  solo perché si è “amici” su Facebook. E potrei continuare. Credo che sia impossibile  usare Facebook e sia molto facile esserne usati manipolati, marchiati nel profondo. Allora perché sei entrato a farne parte? È la domanda dei più scaltri fra i miei lettori.

Semplice: un pensiero si è intrufolato nel mio dormiveglia  e ho concluso che da poeta ho il dovere di conoscere Facebook. Per me è come la discesa nell’Inferno dantesco o nell’Ade orfica. Esagero forse ma ahimè, son fatto così. Vi ricordo il libro di Luigi Siviero, di cui ho scritto tempo fa su Lankenauta.

Se Facebook è il regno della visibilità imposta come bene sommo, cosa c’entrano i poeti, da sempre devoti all’invisibile? “Mi sono sempre rifiutato di diventare la fogna del pensiero di tutti” chiosa ormai utopisticamente Artaud, che ha pagato questa purezza di intenti con l’alienazione mentale. E potrei scriverne ancora ma in questo periodo di pensiero la scrittura mi pesa un po’. E Io? E Facebook? Irrilevante che io parli di Dio o delle mie deiezioni per  la stessa natura del mezzo. Dunque? Sperimentazione. Mi tocca, sebbene obtorto collo.

Vedremo.

Ettore Fobo

Sfumature

martedì 9 giugno 2020





Leggo, penso, scrivo. Credo che questo sia l’ordine giusto per me. Perché innanzi tutto si legge. Per alimentare il pensiero, fare di esso eco di ogni gesto quotidiano. Infine scrivere, per riformulare quello che si è offerto al pensiero.
  
Leggo un po’,  penso molto, scrivo pochissimo in questo periodo così straniante per tutti, dopo aver scritto intensamente durante la quarantena, come non mi capitava da anni. Ora galleggio in quelle zone liquide, fra il pensiero e la sua  ombra che qualche volta, ma solo in sogno, ho chiamato: la Realtà.
  
Leggo, penso, scrivo e scrivendo offro al silenzio, densa di echi di primordiali aurore, una costellazione di voci che, sempre in sogno, talvolta, ho osato chiamare io.

Così di questo processo elaborato rimane una traccia, questa, che scivola ora in altri sguardi come sintesi di un interiore arrovellarsi la cui sorgente rima con la sua foce: il solito, fragile ma in qualche modo maestoso e incorruttibile, silenzio, dove si erompe e si condensa il tragico, e forse tragicamente vano, grido congelato dell’essere.

Leggo, penso, scrivo. Perché leggere elegge l’universo a luogo di una ricognizione senza tregua. Scruto i segni umani e cerco il senso laddove tutto è flebile  mormorio di un mare ignoto, la cui eco fra le stelle è il gemito profondo delle galassie e che quaggiù, fra i mortali, è anche  il tenero bisbiglio che cresce fra le foglie di una lucida eclisse.

Un mio articolo su Lankenauta

lunedì 11 maggio 2020








È uscito su Lankenauta un mio articolo sul libro del poeta algerino Jean Sénac , Per una terra possibile. Buona lettura.


Ettore Fobo

Oltre il minimalismo - la poesia di Raymond Carver

martedì 5 maggio 2020






Mattina, pensando all’impero

Premiamo le labbra sull'orlo smaltato delle tazze
e sappiamo che un giorno questi grassi
sprigionati dal caffè fermeranno i nostri cuori.
Gli occhi e le dita si abbassano su argenteria
che non è argenteria. Fuori dalla finestra, le onde
si abbattono sulle mura sbrecciate della città vecchia.
La tua mano si leva dalla tovaglia ruvida
come per una profezia. Tremano le tue labbra...
Vorrei dire al diavolo il futuro.
Il nostro futuro è ben nascosto nel pomeriggio.
E' una strada stretta con un carretto:
il conducente ci guarda, esita,
poi scuote il capo. E intanto
rompo tranquillo l'uovo di una bella gallina livornese.
I tuoi occhi s'annebbiano. Ti volti e guardi
sopra i tetti, verso il mare. Perfino le mosche riposano.
Rompo l'altro uovo.
Di certo ci siamo sviliti l'un l'altro.
Raymond Carver

***
da “Orientarsi con le stelle” – Raymond Carver – traduzione di  Riccardo Duranti e Francesco Durante- minimum fax – aprile 2013
***
La poesia di Raymond Carver è un’avventura incredibile, un viaggio in cui si rischia di acquisire nuovi occhi sul mondo e partecipare di una visione che è tanto vasta da rendere l’appartenenza al minimalismo del suo autore una questione perlomeno complessa. 

Dal mio osservatorio i suoi stessi racconti, alla luce di questo straordinario libro, Orientarsi con le stelle, tradotto per minimum fax da Riccardo Duranti e Francesco Durante, paiono solo un riflesso della potenza creativa qui espressa. Si tratta della proposta dell’intera opera poetica di  Carver, in un’edizione corposa di circa 500 pagine, priva, per ovvie ragioni,  del testo a fronte.

Sono versi in cui il quotidiano si specchia nella storia o meglio la storia stessa si rivela intessuta di piccoli gesti, atti insignificanti, momenti non eroici ma ricchi di quella umanità che è la cifra stilistica del suo autore, il quale si sentiva poeta prima ancora che narratore, cosa non inusuale per chi viene visitato da quella energia impersonale che chiamiamo poesia ma difficile da spiegare ai più che prediligono la narrativa forse per avere qualcosa di più stabile da stringere fra le mani: una storia.

Nella poesia di Carver le storie si moltiplicano e ci disorientano, i tempi e gli spazi s’intersecano, mostrano connessioni segrete; la moschea di Jaffa, Rodi, i luoghi della provincia americana, la Spagna, materia di luce, di Machado, la Parigi di Balzac, l’antica Macedonia di Alessandro Magno, l’Ellesponto di 2500 anni fa, la Persia di Serse,  la Zurigo di Joyce…  si scoprono fluttuanti nello stesso caleidoscopio di impressioni, momenti di una stessa ricerca espressiva.

Prendiamo la poesia qui riportata, per esempio, questa Mattina, pensando all’impero, dove sin dai primi versi aleggia la consapevolezza della morte, consapevolezza che coglie il poeta appena sorseggia il caffè mattutino da tazze smaltate. Poi un gesto come toccare le posate si trasforma in un atto che sembra profetico, una mano che dalla “tovaglia ruvida” si alza misteriosa come per ammonire.  Un tremore come d’inspiegabile vibra sulle labbra della donna, il poeta comincia a fantasticare sulla propria vita e le vede allegoricamente come un carretto guidato da un conducente che scuote la testa, presagio di un destino di rassegnazione all’ineluttabile.

Gesti ritmici che si riecheggiano, gesti come rompere un uovo, voltare la testa, guardare il mare, gesti che rintoccano in un dialogo muto per una coppia che si rivela negli splendidi versi finali, che forse richiamano  i primi, nel pieno di una crisi che prelude alla fine della loro relazione. “Di certo ci siamo sviliti l’un l’altro”… Congedo limpido, agghiacciante e forse sublime nel modo di una semplicità antiretorica. Con tocchi lievi Carver fa gocciolare parole sulla pagina come rivelazioni della sostanziale misteriosità del quotidiano.

Tutto questo straordinario libro è un viaggio, nella realtà, nella letteratura: vaghiamo dentro la mente di Bukowski, per esempio, di cui Carver realizza un monologo, perfetta sintesi del Bukowski – pensiero, che sembra scritta da Bukowski stesso, in una mimesi perfettamente riuscita oppure pensiamo all’abbozzo cinematografico di un momento della vita di Balzac, o la rievocazione di Baudelaire fatta in compagnia di un becchino sulla tomba parigina del poeta francese, oppure ancora alla straordinaria epopea di Machado raccontata nei versi di Onde radio.

Di questa  poesia in particolare mi risuonano questi versi, neanche fra i più potenti :

E così mi guardavo attorno e prendevo nota di ogni dettaglio.
Poi mi son seduto al sole con il libro, nel mio posto preferito.
vicino al fiume, da dove si vedono le montagne.
E ho chiuso gli occhi e ho ascoltato il rumore
dell’acqua. Poi gli ho riaperti e ho cominciato a leggere[…]

Ecco come Carver descrive la lettura dei versi di Machado all’aperto. Chi scrive condivide un’esperienza del genere, leggere Machado fra un boschetto e un fiume, qualche primavera fa laddove la luminosità del poeta spagnolo s’impose come nudo e potentissimo dato sensoriale.

In questo corposo, intenso libro, Carver illumina su cosa sia la sintesi poetica - poesia ha detto qualcuno è “arte della sintesi”- realizzando una fusione di elementi eterogenei nell’alambicco di una palingenesi psichica del segno, restituito al dinamismo della fantasia elaborante e distolto dell’impasse della mera comunicazione di un senso univoco. Tentativo di esprimere il sé profondo aldilà della sua caricatura sociale.
Prendiamo per esempio la poesia Caucaso, un romanzo: dove pochi dati sono sufficienti per tratteggiare un’epopea che avrebbe impegnato un romanziere in un romanzo- fiume. Tutto questo per rivelarci negli stupendi versi finali la natura “breve ed effimera” di ciò che noi chiamiamo la realtà.

 Una poesia come Il portafoglio, con i suoi sottintesi alla Borges, gli oggetti che sopravvivono alla nostra morte, continuano a esistere anche quando i proprietari sono scomparsi, ha una sua peculiarità biografica (è il portafoglio del padre appena morto del poeta)  ma al tempo stesso una universalità sconcertante, scava nelle illusioni di un padre,  che sono poi  quelle di tutti:  “Sudiamo e risparmiamo tutta una vita /solo per scavarci una fossa poco profonda”, come nei versi di Jim Morrison. Oppure prendiamo una poesia come I vicini dove l’orrore è all’ordine del giorno, è una banalità e la follia una campagna costante anche nelle vite apparentemente più normali.

Nella poesia Il Giardino la poesia rivela la sua essenza: luogo principe di una moltiplicazione degli spazi e dei tempi;  così vaghiamo, dalla Spagna  di Cervantes alla Russia di Tolstoj, dalla battaglia di Lepanto alla Lipsia di Goethe e Beethoven. Divagazioni spaziali, temporali, deterritorializzazioni che aprono orizzonti, eterotopie che fondano una diversa identità, ibrida e multiforme.

Dal mio punto di vista, se c’è un limite, è nell’autobiografismo a volte (rare volte in verità) troppo accentuato, ma riconosco che questo è l’humus culturale della letteratura americana, soprattutto dalla confessional poetry in poi. Perché i poeti non esprimono se stessi anche quando credono di farlo ma alludono enigmaticamente all’essere preso nella sua interezza, a dispetto di un se stessi che è solo una vacua parvenza, un’evanescente porzione del tutto, una pericolosa illusione. “Ho perso memoria dell’inutile io” chiosa genialmente Mandel’štam.

 Qualche altra volta il narratore prende il sopravvento sul poeta e indulge in dettagli pleonastici. Questo accade stranamente con le poesie dell’ultimo periodo dalla raccolta Blu oltremare a Nuovo sentiero per la cascata, soprattutto, nell’ultima.

Grande poeta comunque Carver dimostra di esserlo a più riprese in queste circa 500 pagine in cui è raccolta la sua opera completa in versi; un poeta capace come pochi di sintetizzare la materia eterogenea del quotidiano  con limpidezza visiva e con capacità di cogliere aforisticamente la vividezza del reale, fra lirici scorci paesaggistici  e oracolare saggezza da membro ispirato della Middle Class americana.

Forse il linguaggio colloquiale è per qualcuno un’ombra su queste poesie, per me ne è la forza, manifestazione della sincerità del loro autore, oltretutto, autore lontano dallo spontaneismo dello sfogo lirico in virtù di una visione realmente complessa,  cosmopolita,  internazionale, universale,  del momento poetico.