Frantumare la forma - a proposito di John Ashbery

venerdì 18 ottobre 2019







Mi trovo spesso, leggendo e scrivendo poesia, nella difficile situazione di dover rispondere alla fatale domanda: di che parlano le tue poesie? Di cosa parli la poesia contemporanea è davvero un tema complesso da affrontare. Questa domanda si ripropone nella lettura di questo libro fondamentale della poesia contemporanea americana e non solo, che leggo nella traduzione di Damiano Abeni, edita da Bompiani nell’agosto del 2019, Autoritratto entro uno specchio convesso di John Ashbery, pubblicato originariamente negli Stati Uniti nel 1975.

Di cosa parla, dunque, la poesia contemporanea?

Naturalmente, dati i tempi, chi fa questa domanda esige spesso una risposta sintetica, da twittare in simulata compagnia. Ebbene, leggendo Ashbery mi è arrivata una specie di risposta. È un pensiero notturno questo, colmo di presagi, un pensiero parziale, sicuramente, che ora, in questo momento, mi sembra efficace: la poesia contemporanea parla della disintegrazione dell’io  o meglio la mette in scena, la mostra.

Così dopo la morte di Dio, assistiamo alla morte dell’Io, questa entità un tempo stabile e certa, un tempo fondamento psichico unitario e ineludibile, sta deflagrando. Io che si configura come un epifenomeno, una semplice onda nello smisurato oceano della psiche, dell’inconscio sì ma questo inconscio non è edipico, come voleva Freud, piuttosto è dionisiaco, come nelle divinanti parole di Friedrich Nietzsche. Tuttavia il dionisiaco è stato frainteso.

Apparentemente Ashbery di dionisiaco non ha nulla, almeno di quel dionisiaco pret a porter, del tipo “sesso, droga e rock and roll”. È piuttosto una questione che ha a che fare con flussi che s’intersecano, di voci che emergono alla coscienza, risalendo dalle profondità di una scrittura criptica, enigmatica, onirica soprattutto e per nulla didascalica. È, come ho già detto,  la destrutturazione linguistica del soggetto come agente della storia. Soggetto che esplodendo riscopre la molteplicità quale suo principio fondante.

Ashbery non imbocca il lettore con discorsi codificati ma li frantuma tutti, apparendo così un poeta d’incomparabile difficoltà, un poeta per poeti, si diceva una volta ma chi non lo è in fondo? Questo, però, per Ashbery è particolarmente vero.

La sua poesia mi pare una conversazione fra più figure che rimangono nell’ombra e dall’ombra traggono la materia enigmatica del loro dire o dis-dire. Voci che s’incontrano in un punto e si smarriscono in un altro. Tangenti di sillabe che incontrano il cerchio del silenzio cui spetta sempre, come scrive Ashbery in un verso, “l’ultima parola” su tutto.

Nell’introduzione di Autoritratto entro uno specchio convesso il critico americano Harold Bloom, recentemente scomparso, scrive che la poesia oggi deve ”frantumare la forma”, dissolvere le forme codificate, divenute inservibili per raccontare la fluttuazione del pensiero contemporaneo.  Che cosa sia “frantumare la forma” ce lo mostra Ashbery ricordando che in poesia la forma è tutto e il contenuto, il famoso o famigerato contenuto, un accessorio. La poesia è un fatto di pensiero e il pensiero è delirio in senso etimologico, qualcosa che “esce dal solco” scavato in noi dai luoghi comuni, che sono diventati sangue e carne, nei millenni. Così con la poesia si trasformano i linguaggi, e con essi i valori, cioè i modi con cui valutiamo le cose. Evento carsico che passa inosservato ma, come l’evangelica “pietra scartata dal costruttore”, si rivela decisivo, fa la Storia, che è in fin dei conti storia delle Idee che creano quella cosa chiamata Realtà.

I versi di Ashbery decostruiscono i monoliti linguistici che ci ingombrano la mente, sono davvero un “esotico rifugio in un mondo spossato”, la loro cifra è l’enigma che non svela il proprio mistero ma infittisce l’ombra. La parola sogna attraverso Ashbery, l’io si frantuma, Ashbery riesce a non farsi capire cioè a non farsi codificare e ingabbiare. Rimane intangibile come il vento e come il vento sussurra ”fuori dal tempo”, perso in “gelidi recessi/ di rimembranza.”

Affrontare Ashbery significa entrare in un labirinto e uscirne frastornati, disorientati, suggestionati. È l’esperienza della poesia nel suo nucleo profondamente incomunicabile. Ancora una volta risuonano le parole di Roland Barthes per cui il compito del poeta non è mai esprimere l’inesprimibile ma ”inesprimere l’esprimibile”. Rimaniamo sulla soglia di questo enigma.



Lankenauta e Bibbia d’Asfalto

giovedì 10 ottobre 2019



Continuo a scrivere recensioni per Lankenauta. L’ultima è stata pubblicata ieri sera. Si tratta di una riflessione sul libro di Luigi Siviero, “Un’astrazione linguistica dai toni freddi”.  Su Bibbia d’Asfalto ho invece pubblicato una poesia dedicata ad Arthur Rimbaud, già pubblicata in “Sotto una luna in polvere” e in questo blog. Buona lettura.
Ettore Fobo

Forum Anterem 2019

mercoledì 9 ottobre 2019



Sabato 12 ottobre si svolgerà a Verona la prima giornata del Forum Anterem del 2019, evento che conclude la trentatreesima edizione del Premio Lorenzo Montano. Si terrà alla Biblioteca Civica di via  Cappello 43. Io verrò premiato con Segnalazione nella categoria  Prosa inedita.
Ettore Fobo

Conformisti

giovedì 3 ottobre 2019




Certi poeti, certi sedicenti artisti, aspiranti velleitari per cui anche solo aspirare ad essere è un di più,  essi possono solo aspirare alla velleità, loro approdo mistico, laddove chiamano poesia un movimento intestinale del loro spirito, in realtà profondamente meschino e antipoetico,  cioè al massimo sentimentale.  Diciamo che costoro non si esprimono, semplicemente si sfogano. Lo fanno con sentimento? E chissenefrega dei loro deliqui. Ah,  questo scrivere di pancia,  per loro la banalità è un istinto gregario, fa tanto gruppo.

La loro universalità poveraccia di solito  sa di parrocchia, ma in genere scrivono dei casi loro, di quell’insulsa “brodaglia di amorazzi e usignoli” di cui parlava Carmelo Bene. Anche la loro eventuale pernacchia è parrocchiale e la loro cultura è solo, al limite,  venerazione del monumento e della sua funebre oppressione.

Essi sacrificano allo Spirito Santo della nostra epoca: il  conformismo. Se si fingono anticonformisti, al massimo finiscono per venerare la pinta di birra di un Bukowski ma ne ignorano il geniale sarcasmo, la sofferta ironia e la sottile strafottenza. Generalmente non ridono, infatti, sanno solo sghignazzare. Dentro la loro faccia cova la tremenda insignificanza che così spesso diventa livida e risentita arroganza. Li riconosco ormai al primo sguardo; rettili dal sangue gelido che sibilano soltanto  la loro vacuità aggressiva e strisciano ai piedi del Grande Idolo che ipnotizza.