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Jean Baudrillard

martedì 30 agosto 2022

 


"Il lavoro (anche sotto forma di tempo libero) invade tutta la vita come repressione fondamentale, come controllo, come occupazione permanente in luoghi e in tempi regolati; secondo un codice onnipresente. Bisogna sistemare la gente dappertutto, a scuola, in fabbrica, sulla spiaggia o davanti al televisore  nel riciclaggio: mobilitazione generale permanente. Ma questo lavoro non è più produttivo nel senso originario. Non è più lo specchio della società, il suo immaginario,  il suo principio fantastico di realtà. Pulsione di morte, forse."

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da “Lo scambio simbolico e la morte”- Jean Baudrillard- traduzione Girolamo Mancuso- Feltrinelli- marzo 2022


Storia di bambole - una poesia da "Sotto una luna in polvere"

martedì 24 dicembre 2013





                                                           “La potenza del femminile è dunque quella della  seduzione.”

                                                                                                          Jean Baudrillard

Quante verità sotterranee
giungono alla luce serale
di questo blues, dove
si spartisce la notte con ninfe,
dal cuore dolorato e la mente
un fiocco di neve.
Nate dentro l’incanto
di un azzurro sfregiato
dimentica progenie di sole
e ideogramma del buio;

vi giungono suoni animali
cosa fanno alla vostra mente?
liquida come linfa e saliva,
sporca di sangue e spellata:

“ Noi ci ritiriamo, scompariamo,
siamo le nate dissolte.
Alzarci e danzar non possiamo,
sulle nostre bocche cucito
 l’urto tra nascita e morte.
La nostra felicità è un giaguaro,
che si lecca una ferita
 e una  foglia di tabacco,
che si macera al sole”.

Sognano e cantano il vero oblio,
sognano il silenzio di un pianeta deserto,
cantano l’assurdo o lo predicano
come risposta ai problemi del senso,
con gli occhi stracolmi di nascita,
la loro anima è un problema scenico,
un atteggiamento di seduzione calcolata.

Ettore Fobo


                                                                                                          Febbraio 2008

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La poesia è tratta da" Sotto una luna in polvere" di Ettore Fobo (Kipple Officina Libraria 2010). Disponibile anche su Amazon in formato ebook e su altre librerie on line.

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Buon Natale a tutti. 






Il tipo Rimbaud

sabato 14 dicembre 2013





Sopra: Arthur Rimbaud in un disegno di Pablo Picasso
*  
“Je est un autre “
“Io è un altro”
Arthur Rimbaud
Penso che la condizione dell’artista sia perlopiù drammatica e aspirare a esserlo cosa vana. Se penso all’artista mi viene in mente la definizione che ne dà Ceronetti: “Colui che porta in sé la pena di tutti” (in realtà,  mi sembra di ricordare, sia una definizione  del poeta, l’artista più squalificato di tutti).  Per William Butler Yeats tutti gli artisti agiscono la ”lotta della mosca nella marmellata”.  Riesco a vedere nella figura dell’artista solo uno che si dibatte fra il “desiderio di non lasciare tracce” di cui scrive Baudrillard e un certo desiderio di immortalarsi, cioè di imprimersi nella memoria dell’umanità,  che si può tradurre  nella fantasia di essere più reale da morto, come ricordo o leggenda, che da vivo. Perché così funziona il mercato dell’arte,  dove un pittore morto è un “business”, così funziona la mente, che tende a esaltare quello che non c’è più, a mitizzare il passato.
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Fra i poeti quello che si avvicina di più a essere un mito per me è Arthur Rimbaud, icona del grido dell’adolescenza, grande visionario, viaggiatore - camminatore instancabile, davvero “uomo dalle suole di vento”, come nella celebre definizione data da Paul Verlaine.  Per essere un mito non gli manca nulla, capro espiatorio in gioventù ribelle, che fornisce la più esatta lingua del delirio al suo secolo, frenetico viaggiatore come alla ricerca di un impossibile Graal mentale, e in età adulta arido mercante, ingranaggio di un meccanismo, ostaggio del deserto, che parla solo di rendite e molto prosaicamente vuole “farsi una posizione”.  Davvero il viandante e la sua ombra, come aveva scritto Nietzsche, l’uomo ottocentesco e la sua ombra, e insieme il mostro dentro il labirinto, Prometeo che ruba il fuoco agli dei,  l’artista moderno.
Talvolta egli può creare, come fece Rimbaud, la propria nemesi, il suo desiderio di alterità lo porta a fondersi con la propria ombra. Quale abisso fra un poeta e un mercante, che probabilmente mercanteggiò anche in  armi?

Eppure Rimbaud li incarna entrambi.  E’ insieme il grido di rivolta e il rumore di un cingolato che schiaccia la rivolta. Egli racconta la lacerazione in cui viviamo noi uomini del futuro. Ci anticipa sul terreno della creazione artistica, vede dentro il nostro abisso mercantile. Sceglie la via del deserto africano e si desertifica intimamente.  Suo unico desiderio garantirsi una rendita che lo liberi dal  dover lavorare. Per questa rendita impossibile si massacra di lavoro. Lui che nei suoi versi aveva condannato il lavoro, sia quello manuale, sia quello intellettuale, e aveva gridato: “Non lavorerò mai”.

Per Henry Miller il tipo Rimbaud avrebbe scalzato il tipo Amleto,  avrebbe incarnato meglio il nostro disagio contemporaneo. Miller intendeva il primo Rimbaud, poeta e veggente, folle e sinistro, visionario e lucido nel suo gridare nel deserto francese, nel deserto europeo, radicale nella sua condanna di un certo mondo borghese. Il tipo Rimbaud, però,  cova l’ombra della sua metamorfosi. Così Arthur Rimbaud è ancora più folle e sinistro perché ci ricorda che nel profondo di noi stessi si trova qualcosa  come la nostra negazione, la nostra nemesi, la maschera che non vogliamo indossare e che talvolta inspiegabilmente ci troviamo sulla faccia. Auden lo chiama “antitipo”, Wiliam Butler Yeats l’”anti sé”. E’ il nostro doppio, l’angelo che veglia sui nostri atti demoniaci, il demone che sovraintende le nostre pulsioni angeliche.

Rimbaud e il suo doppio, l’altro, come nel suo enigmatico verso: ” Io è un altro”. Ecco è così: si diventa un mito a forza di esalare enigmi. Che cosa triste se Rimbaud si fosse spiegato, chiosa Cioran. Lautréamont è stato ancora più radicale: è svanito. Della sua morte in giovane età non si sa nulla.  Rimane qualche lettera, il suo capolavoro Canti di Maldoror, il certificato di morte, e un altro libro stranissimo, intitolato laconicamente Poesie. Sia per Rimbaud sia per Lautréamont a vincere è il mistero, la sfinge dalla lingua molto più che biforcuta che è la loro poesia.

Anni zero - dopo Baudrillard

sabato 12 febbraio 2011

"Gli schiavi sono al potere, cani d'uomo e le loro donnacce."

James Douglas Morrison

Pare funzioni per decenni, il dieci è un bel numero: uno e zero, tondo tondo e al tempo stesso appuntito. Così ogni dieci anni vien la voglia di capire attraverso quale fessura del tempo siamo passati, cosa ci siamo lasciati alle spalle e verso dove stiamo andando.

Con questi primi dieci anni del secolo pare si sia avviata, anche grazie alla chimica, l’era del porno. Il viagra ha prolungato le possibilità del desiderio fino in tarda età, il web ha fatto da munifico gelataio per tutte le innocue goloserie, le più brutali alienazioni sessuali, le peggiori sporcaccionerie contemporanee e Baudrillard ha mostrato ancora una volta che l’essenza della nostra cultura è pornografica. Cos’altro? Bisogna porsi aldilà del bene e del male, per intendere la faccenda, è troppo facile demonizzare la pornografia ed esaltare invece ciò che questa indubbia dismisura ha reso possibile: il culto della Verità. Dentro la nostra cultura, infatti, c’è la riproduzione del reale ad alta fedeltà, la fine di ogni zona di segreto, l’iper-visibilità, l’esaltazione della luce a scapito dell’ombra, del maschile fallico (l’essere) a scapito della cavità femminea (il vuoto).

Abbiamo così i reality show, dove si cerca di riprodurre costantemente il fantomatico reale, con zoomate sul suo cadavere in costante putrefazione. Oppure l’orrenda esaltazione della vita sedicente vera, che si racconta in quelle sentine della pubblica opinione che sono le fiction televisive. Anche all’attore oggi si chiede ossessivamente di essere se stesso, tutt’al più di imitare la gente comune, il poliziotto, il magistrato, il cameriere. Tutto rigorosamente vero, reale, giammai l’illusione, il gioco delle apparenze, lo sconcerto di non sapere, vivaddio, cosa si è.

Come ha mostrato Baudrillard, soffocando ogni possibilità d’illusione, demonizzandola in nome di una fantomatica realtà, la nostra civiltà si è incamminata da un bel pezzo lungo la via della pornografia, che non ammette l’invisibile, il nascosto, l’incerto, l’indefinito.

E' chiaro che con la verità siamo arrivati a saturazione, il reale è diventato un tale fantasma mediatico, e tutte le più alte parole sono intrappolate sulla tela del ragno delle tv e su tutte sbava la nuova divinità contemporanea: la pubblica opinione il cui cerimoniale principale è rappresentato dal sondaggio, il cui massimo ludibrio è sempre stato e sempre sarà, ahinoi, il linciaggio (degli innocenti, ovviamente.)

Tv che parlano al posto delle masse, sono la loro voce e la loro coscienza e, tutto divorano, occhi, intelligenze, corpi. Ti sbattono in faccia tutti i giorni la fottuta realtà, invenzione di Lilliput.

Non puoi sfuggire a esse, perché esse sono l’occhio di medusa che ti guarda, ti rende reale, pietrificandoti.

Siamo in un’epoca in cui tutti vogliono essere se stessi, essere badate bene, non diventare, che è un’altra cosa, in un’epoca in cui, dopo la leopardiana strage delle illusioni, ci hanno piazzato in testa la bomba a orologeria della realtà e l’hanno fatta esplodere in nome della Verità. Probabilmente nei prossimi decenni assisteremo a una formidabile reazione a questo stato di cose, perché, fatalmente, tutto è giunto a compimento, o manca poco. Abbiamo già visto tutto, probabilmente chiuderemo gli occhi, per non diventare come il protagonista di Arancia meccanica, alla velocità con cui tutto si consuma, cosa consumeremo dopo aver consumato la realtà fino all’ultima fibra? Noi stessi? E se non ci fosse già più nulla da consumare? Dopo la repressione e la liberazione del desiderio, dopo il reale fotografato a caratteri cubitali, dopo tutte le gigantografie, e tutti i cloni fatti in serie, dopo il nichilismo venduto in saldo, compreremo le nostre illusioni direttamente sotto forma di microchip, in qualche gran bazar dell’ovvio, in una società sempre più totalizzante e totalitaria?

Le strategie fatali - Jean Baudrillard -

lunedì 14 settembre 2009

L’universo non è retto dalla razionalità, da quel concatenarsi di causa ed effetto, né dal caso, dall’accidente, piuttosto è uno straniante gioco di apparenze reversibili, un’ incessante metamorfosi che racchiude un segreto e questo segreto è la seduzione. Ma cosa sia la seduzione Baudrillard pare non averlo mai detto, pur avendone scritto molto, ne d’altronde è possibile esaurire la vastità di questa percezione in un discorso per la natura stessa della seduzione, dunque tutto sommato il filosofo francese ha lasciato che il mistero dell’indecifrabile pulsasse in questo concetto. Tutto lo sforzo della nostra cultura è sottomettere un universo che ci sfugge da tutte le parti alla logica del senso, della verità, in un tentativo di creare un duplicato fantasmatico, un’iperrealtà che è il segno della avversione per qualcosa che Baudrillard tende a rivalutare, l’illusione. Senza illusione, senza quel velo di penombra delle cose, si accede alla pornografia, come trionfo del dettaglio e dell’alta fedeltà , e questo riguarda l’insieme di tutto lo sforzo conoscitivo della nostra società, la quale per sua natura è votata all’osceno, cioè all’accumulo di dati di realtà, all’evidenza, alla verità, alla visibilità esasperata, alla riproducibilità del reale ad alta fedeltà. A ciò bisogna opporre ” il più falso del falso”, ”il più nascosto del nascosto", opporre alla logica del soggetto lo splendore ambiguo e fatale dell’oggetto. E per far questo non c’è strategia, piuttosto una “sfida ironica”, uno snobismo ci fa delegare tutto l’apparato della volontà e del desiderio a qualcun altro, giacché è più affascinante ”non sapere ciò che si vuole”, essere un soggetto dotato di volontà ci porta alla disperazione, voler spiegare tutto significa rendere tutto commestibile e indigesto al tempo stesso. Strafatti di realtà, ci siamo accorti troppo tardi che non c’è più alcuna realtà, l’abbiamo divorata. La demonizzazione dell’illusione ha creato questo tramonto del reale, le cose viste troppo da vicino, i sogni troppo spiegati, si dissolvono ed è l’entropia, un mondo che cerca il senso ad ogni costo è arrivato ad esplodere insensato, perché la minaccia portata dalla seduzione che trasforma una cosa in un'altra, che sfugge all’identificazione soggettività-mondo, è troppo forte, è il lusso dello sguardo contro la povertà della sua spiegazione, l’immediatezza raggiunta a scapito della comunicazione verbale troppo lenta. Così né l’assurdo, né il senso reggono il gioco, piuttosto il destino con la sua fatalità seducente. In un universo non dialettico, non sintetico, ma “votato agli estremi”, la seduzione è l’enigmatico che garantisce una doppia vita, l’indecifrabile che ci stordisce con la promessa di una felicità inclassificabile, l’ambiguo “principio del Male”, da cui tutta la nostra cultura si sente minacciata, nel tentativo di dare una causa a tutto e che, nel suo desiderio di totalità e verità, è precipitata nell’osceno. Anche la psicanalisi con la sua ansia di interpretazione ha creato un inconscio che invece di mantenerli deve spifferare i suoi segreti, invece di giocare con il suo mistero deve avere l’invadenza pornografica di un’idea comprensibile e supporre un senso nascosto laddove probabilmente c’è solo un gioco di apparenze. Il linguaggio di Baudrillard è di una complessità notevole, il suo stile di scrittura affascina ed irrita con la stessa facilità, io ammiro lo sforzo di restituire alla seduzione, al destino, all’illusione la loro centralità a scapito di quel reale-razionale che ha stufato tutti e le strategie fatali sono forse quelle che ci permettono di tornare alla gioia di un pensiero svincolato dal suo desiderio di descrivere e interpretare il mondo, lasciandolo al libero gioco delle apparenze commutabili, che mai confezionano una storia, ma hanno la potenza seducente del destino dalla loro parte.

Nel pensiero di Baudrillard la potenza risiede nell’oggetto, non nel soggetto, in tutta la sua indifferenza enigmatica esso accoglie in sé il desiderio senza esserne turbato, risplende di tutta la sua forza, così la donna non dovrebbe pretendere di diventare soggetto, cioè qualcosa di minato e indebolito, se non ironicamente, ma accettare che la sua sovranità consista proprio nell’essere oggetto di desiderio: “Quel che fa la sua potenza è al contrario la sua indifferenza trionfale, la sua trionfale mancanza di soggettività . Lei resta signora del gioco, l’oggetto resta signore del gioco e non fa che rafforzare la sua sovranità ironica”. L'orizzonte non è quello della Legge, ma quello della regola del gioco, del cerimoniale, in cui la reversibilità dei segni è l’espressione di una costante metamorfosi. Dando scacco al reale e alle sue leggi oggettive, il gioco è riproporre la seduzione delle apparenze pure, per sottrarci al dominio del senso. Certo è durissimo per il filosofo francese escogitare un linguaggio che metta in crisi le nostre più radicate certezze, per questo spesso il discorso gira su se stesso in un’estasi di significati in collisione con la mentalità comune. Così l’esaltazione dell’illusione contro la verità, della seduzione contro il principio di realtà, dell’oggetto contro il soggetto, pare cozzare contro i millenni, che hanno edificato questo macchinario di valori ormai in crisi, in quest’urto però la scintilla dell’inafferrabile ci seduce e il compito di Baudrillard è concluso.

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Le strategie fatali è edito da Se