Salviamo il Centro Studi Giorgio Manganelli

martedì 11 dicembre 2018



Come leggo sul sito della Nazione Oscura, Il Centro Studi Giorgio Manganelli rischia di chiudere. È attiva una raccolta fondi per mantenerlo aperto. Giorgio Manganelli è stato un autore fondamentale per la cultura italiana del Novecento. Fra le sue opere per me fu  decisiva la conoscenza con i saggi critici contenuti nel volume Adelphi “Il rumore sottile della prosa”  o il saggio “La letteratura come menzogna”. Semplicemente straordinari. Per aiutare il Centro a continuare le sue attività, potete contribuire con una donazione a questo link.

Ettore Fobo 

Hold your own/Resta te stessa – Kate Tempest

giovedì 6 dicembre 2018




Dopo aver letto il bel romanzo Le buone intenzioni e lo splendido  poemetto Che mangino caos questo poema della poetessa inglese Kate Tempest, edito da e/o nell'agosto del 2018, “Hold your own/Resta te stessa   è una vera delusione. È un poema incentrato su Tiresia, la cui metamorfosi, da uomo a donna e ancora a uomo, è usata come pretesto per elaborare la storia biografica dell’autrice, una delle voci più rappresentative della poesia europea under 35,  in chiave di mito contemporaneo fra visioni pop e strascichi punk, con frammenti  di confessional poetry e momenti di quella  poesia rappata che in Inghilterra l’hanno resa famosa. Ma il tutto, anche se ben tradotto da Riccardo Duranti, non convince.

Sarà che il tono da bad girl qui risulta manierato fin quasi alla caricatura, sarà che i versi simulano un’urgenza che pare fittizia, sarà che la vicenda mitica è solo lo sfondo di vicende biografiche, sarà che tutto pare una furbata per convalidare alcune mitologie contemporanee, ma il poema non ha la forza dei libri precedentemente citati.

Oltretutto, tanto Le buone intenzioni, che il poemetto Che mangino caos erano letture interessanti, appassionanti,  a tratti travolgenti, tanto questa è  invece noiosa. Molto   interessante la poesia contro la scuola, dove la critica all’istituzione scolastica, però,  non viene approfondita e parlo  della poesia che considero la  migliore di questo testo diseguale. Alcuni consigli che si danno nella poesia Le cose che so sfiorano il ridicolo, nella loro conclamata banalità:” Se oggi sei stato stronzo/ ammettilo. /Cerca di non esserlo anche  domani.”

Le parolacce sono usate in modo manieristico, perdono la loro forza eversiva e diventano sterili refrain, che denotano scarsa invenzione linguistica. Indulgere in questo linguaggio “giovane” è il modo migliore per far apparire tutto vecchio e datato. Alcuni versi sono di una banalità sconcertante: ”Nessun uomo è troppo uomo per fare a meno dell’amore”. A un certo punto riprende il celebre incipit di “Urlo” di Ginsberg e lo imbruttisce senza pietà. “Ho visto le menti migliori della mia generazione distrutte da pazzia” diventa un pessimo ”distrutte dagli smartphone”. Come disintegrare dei bei versi, in definitiva. Sarà anche ironia ma storco il naso.  Anche la critica alla nostra società dei consumi di massa ha qualcosa di debole, fatuo e moralistico. Confesso una lettura distratta nella parte finale, perché il libro mi ha stancato e irritato. Ho faticato a star dietro a questi versi, fintamente eversivi, dove la poetessa sembra strizzare l’occhio al suo target. Ecco in questo libro ho trovato più marketing che vera poesia. La seconda lettura del testo ha confermato le prime impressioni negative.

Non dico di non salvare niente, ma di trovare questo libro velleitario nel suo tentativo di sintetizzare critica alla contemporaneità, mito greco e vicenda biografica.  Di buono c’è che Kate Tempest fonde la poesia inglese con il rap, usando la rima  e le assonanze con l’ossessività dei rapper. Ciò rende tutto molto contemporaneo. 

Ecco un esempio: “She turns and retreats/ Find herself deep/ In the smog and the heat/ The fog and the meat/Of the bodies that beat out their lives/In the throb of the street. /She learns to be small and discreet/She learns to be thankfukl  for all the she eats.”

Mancano però i versi da ricordare, il tono colloquiale dopo un po’ stufa, Kate Tempest esce  un po’ ridimensionata, dopo questa deludente lettura. Il poema era ambizioso, ma la resa non è stata all’altezza. Qui  la poetessa,  che tanto mi aveva coinvolto con il poemetto Che mangino caos, il quale  comunque originariamente in Inghilterra fu pubblicato dopo questo, è un’autrice ancora in cerca della propria voce profonda. Si può giustificare il passo falso  considerando che la poesia, soprattutto in giovane età, procede per tentativi. Quando questo poema è uscito nel 2014 Kate Tempest aveva 29 anni. Un’età in cui, tutto sommato,  un libro si può anche sbagliare.

***

Il 6 dicembre 2008 pubblicai il primo post di questo blog. Il titolo era un laconico ”Benvenuti”. Per quanto cosa piccola,  è bello per me  ricordare che quindi oggi ricorre il decennale di “Strani giorni”. Rinnovo a tutti il mio ”Benvenuti” di allora.

Ettore Fobo



Una poesia di Kate Tempest

domenica 25 novembre 2018



Scuola

Entriamo a scuola, bambini felici;
gentili, svegli e interessati nelle cose.
Non sappiamo ancora niente degli orrori di quell’edificio.
L’odio che insegnerà. La noia che apporterà.

Ben presto impariamo a scomparire in pubblico.
Impariamo che cavarsela è già abbastanza.
Impariamo come ci si sente ad assistere a un’ingiustizia,
e tenere la bocca chiusa in caso toccasse a noi.

Impariamo a non pensare mai, ma  a copiare ciecamente.
Ad allearci con i cattivi e a tenerli a portata di mano.
Impariamo a non dimostrare talento o d’essere in gamba,
oltre alle lezioni della massima importanza
per avere successo e fare carriera:

come eseguire gli ordini quando si è sull’orlo
della nausea, annoiati e
insicuri e annichiliti dalla paura.
                                                                              ***

da Hold your own/Resta te stessa – Kate Tempest – traduzione Riccardo Duranti - edizioni e/o

Il Libro del dialogo - Edmond Jabès

domenica 18 novembre 2018






La parola della poesia è sempre una parola misteriosa, perché è indubbio che essa affondi in quel sostrato di noi, dove siamo colti dalla vertigine dello spaesamento e ci scopriamo soli,  esuli, sradicati, estranei perfino a noi stessi. Allora sorge, come testimonianza e mai come mera comunicazione, come generalmente si crede, questa voce altra, questa voce ombra che noi chiamiamo poesia. Testimonianza che più di un poeta, fra tutti ricordo Bonnefoy,  ha voluto immaginare affidata a una bottiglia fra le onde del mare, messaggio per nessuno che solo per caso arriva ad essere ascoltato talvolta da qualche naufrago. Quelle che sonda la poesia è una zona pericolosa in cui sorge enigmatica la figura di uno straniero, che Edmond Jabès ha così bene approfondito in tutta la sua opera.

Anche in questo Libro del dialogo, tradotto e curato, per la casa editrice Manni, da Antonio Prete, e uscito nell’ottobre del 2016, la scrittura approfondisce il tema dell’estraneità, meravigliandoci con una girandola di paradossi che hanno la naturalezza meravigliata di rivelazioni.

Libro più che meditato, dolorosamente scolpito in frasi brevi, aforismi o brani più lunghi ma sempre attraversati da quella passione per la sintesi estrema, la densità concettuale che fa di Jabès un grande interprete della poesia in prosa del Novecento.  Egli esplora il deserto della scrittura consapevole che noi, come esseri umani ”abitiamo solo la nostra perdita” e che ogni libro scritto naufraga nella sua stessa tragica ineffabilità di frammento di un più vasto Libro, che forse è solo il silenzio in cui tutto si cancella. Difficile scrivere di un libro così fortemente ellittico che fa del silenzio più che del dialogo il suo cuore pulsante, libro archetipico in sommo grado.

Sue figure oltre il dialogo e il silenzio, il libro, il deserto, l’oblio, la parola, l’interrogazione,  l’assenza e Dio, questa assenza al cubo, i quali con leggerezza vagamente ipnotica fluttuano in questo testo  per costituire l’ennesimo frammento di un’opera, quella di Jabès, che continua a interrogarci sui grandi temi dell’esistenza.

Ammiriamo così’, in questo libro originariamente uscito in Francia nel 1984, nitida e sorniona, la voce di un classico. Se il libro dura soprattutto nel momento in cui qualcuno tenta la via della sua decifrazione,  esso è un dialogo fra estranei che si richiude subito nella solitudine originaria, perché noi “siamo gli eredi di una parola orfana, errante, esiliata, una parola che invano abbiamo cercato di dominare[…]”

Lo stratagemma retorico è immaginare una terza persona che parla al posto dell’io, per preservare l’oggettività del dettato ed evitare le trappole del monologo, dunque voci anonime di saggi, di persone non identificate si affollano: “ Diceva anche<Forse si scrive soltanto per poter salvare qualche parola dall’incendio che cova in noi.  >”

Così Jabès diventa colui che, forse più di chiunque altro nel Novecento, indaga il mistero stesso della scrittura:” Abbiamo scritto, diremo un giorno, sull’ondeggiante superficie di un soffio”.

Si parla e si scrive sempre attraverso una ferita la cui causa ci rimane ignota ma che sappiamo essere all’origine stessa della nostra vita. Il paradosso è che più la scrittura si silenzia, diventa incomprensibile mormorio,  più riesce a esprimere al meglio il pensiero nascosto dell’autore, che forse coincide con un dichiarazione di vuoto fatta in faccia a un universo indifferente.
Storielle quasi  zen, un ricorso alla mistica della cabala, la persistente presenza di maestri il cui insegnamento è disimparare e la cui ambiguità è assoluta, fanno di questo libro una ricognizione nei territori di una poesia tanto più misteriosa tanto più pare  lapidaria. La scrittura buca il silenzio e proclama che la mancanza è origine.

Ecco dunque una poesia del vuoto come evento cosmico più che quotidiano, una poesia della ferita che parla e del deserto che chiude tutto in un inesplicabile silenzio, perché se la parola è un’onda che si frange sulla spiaggia,  noi ne decifriamo soltanto una piccola parte di schiuma. Così Il  Libro del dialogo è un libro del silenzio e dell’impossibilità di decifrare noi stessi e l’altro che siamo per noi stessi.

Traduzione in spagnolo

sabato 27 ottobre 2018




Da qualche anno pubblico articoli  e poesie sulla rivista romena multilingue Orizont literar contemporan. Su di essa scrivono numerosi autori di ogni parte del mondo, tradotti, prevalentemente in romeno ma non solo, da una nutrita schiera di agguerriti traduttori e traduttrici. 

Cito qualche nome fra questi numerosi autori:  i britannici Caroline Gill e Neil Leadbeater,  gli statunitensi Donald Riggs e Valerie  Fox, la spagnola Isa Guerra, l’olandese Albert Hagenaars, il tedesco Raymond Walden, Noëlle Arnoult,  fra i francesi, fra i sudamericani  e centroamericani il messicano John Tischer, Carmen Troncoso, cilena, Niza Todaro Glassiani, uruguayana e il brasiliano Gilvaldo Quinzerio. Infine fra gli italiani oltre  a me, Claudio Sottocornola e l’italo romeno Leondard  Ciureanu di cui ho parlato in questo post.

La rivista è diretta da Daniel Dragomirescu.  A latere della rivista escono sillogi degli autori tradotti. Come detto in questo altro  post, un mio libro,  “Musiche per l’oblio”,  è stato tradotto fra il 2015 e il 2017 in romeno, francese e in  inglese. È appena uscita ora la traduzione in spagnolo, ”Musica para el olvido”,  per la cura di Monica e Diana Dragomirescu, arricchita da materiale iconografico a colori. Il libro, come tutti quelli di questa collana, è bilingue, italiano e spagnolo. Chi fosse interessato può contattarmi al mio indirizzo mail: strangiorniettorefobo@gmail.com.

Ettore Fobo