Aggiornamento Premi letterari

domenica 30 dicembre 2018



Nel timore di risultare stucchevole, ho evitato ultimamente di aggiornarvi sui Premi ricevuti. Faccio un post unico, il più possibile telegrafico.

Al Premio Internazionale Salvatore Quasimodo, dove non accettano lo pseudonimo e ho dunque partecipato come Eugenio Cavacciuti, ho ottenuto due Menzioni (poesia singola  e libro edito con “Musiche per l’oblio”) e sono risultato finalista in altre due categorie (breve raccolta di poesie e silloge inedita).

Al Premio Il Sublime- Golfo dei poeti   ho vinto in due categorie (poesia singola e il Sublime in luce) e ho avuto il Premio speciale  per silloge inedita. Non ci sono link perché la notizia è stata data solo su Facebook.


Ho ricevuto anche  una Menzione d'onore al Premio San Bernardino alle ossa - La Milano Gotica per poesia singola.

Infine al Premio Internazionale Città di Melegnano mi sono classificato al secondo posto e ho dunque vinto come premio la pubblicazione  di una silloge nella collana “Schegge d’oro” della  casa editrice Montedit.

Ecco, è tutto.

Auguro  a tutti di vivere un  2019 bellissimo.

                                                                                                                             Ettore Fobo

Principianti – Raymond Carver

giovedì 27 dicembre 2018







Sicuramente Carver è maestro nel creare situazioni di apparente normalità, banali, ordinarie, in cui progressivamente irrompe qualcosa che distrugge il quadro e rivela l’insensatezza della vita, la sua crudeltà, la sua follia. È come vedere sfaldarsi un tessuto. Assistiamo così al disgregarsi del concetto di normalità.

Questa raccolta di racconti, Principianti, edita in Italia originariamente da Einaudi nel 2009, nella traduzione di Riccardo Duranti,  ha una storia interessante e travagliata. In origine fu pubblicata con un titolo sicuramente più evocativo, Di cosa parliamo quando parliamo d’amore. Celebre fu l’operazione compiuta sul testo dall’editor Gordon Lish che ne tagliò oltre il 50%, contribuendo in maniera decisiva a creare il mito di Carver autore minimalista, con quei finali sospesi, quelle storie troncate all’improvviso, quella visione scarna e affilata e come mancante di qualche pezzo. Leggendo Principianti, che ripropone i racconti senza i tagli dell’editor  e con i titoli originali,  si ha una visione diversa. Si entra più nella testa di Carver e meno nell’interpretazione che ne diede Lish.

Per me il racconto più bello di questa raccolta è  Una cosa piccola ma buona, presente anche in una delle raccolte successive intitolata Cattedrale,  dove la normalità  è rappresentata da una mamma che compra la torta  per il compleanno di suo figlio Scotty, otto anni. Questo sarà l’inizio di un racconto, che senza svelare troppo, dimostra l’acume e la sensibilità di Carver, e ne svela i meccanismi narrativi. Una famiglia normale, un evento quotidiano e l’imprevisto che trasforma tutto in incubo.

Il procedimento si ripete in altri racconti, un apparente scherzoso corteggiamento si trasforma in violenza, la passione per un laghetto e i suoi pesci rari diventa un’ossessione che porta con sé distruzione e morte, una partita a bingo che, per un  ritardo imprevisto, rimette in discussione la  routine di una coppia di pensionati,  una banale gita di pesca che getta un’ombra inquietante sulla vita di alcune persone, un padre che racconta un episodio del suo passato al  figlio, distruggendone le certezze, un banale litigio da un barbiere che assume una strana valenza simbolica, un ex marito che diventa il persecutore della sua vecchia famiglia.

Carver è probabilmente il principale interprete dal minimalismo americano, anche se egli non si riconobbe mai totalmente in questo movimento che fu tra l’altro forse solo un’abile operazione di marketing letterario.  Carver fu in ogni caso il precursore di tanta narrativa americana e non solo, incentrata su un realismo scarno e su una visione disincantata ma non cinica della realtà. I suoi personaggi sono descritti con perizia psicologica, che si tratti di una donna che rischia di perdere il figlio, di  uomini qualunque cui il destino mette davanti qualcosa più grande di loro, di minorati mentali affetti da un’ossessione, la sua scrittura li esplora con precisione e ne descrive ora la tragedia, ora la follia, ora l’accettazione di qualcosa di fatale.

E questo sembra essere in filigrana il pensiero contenuto in questi racconti: la normalità nasconde quasi sempre la follia e ciascuno di noi vive vite sospese fra incubo e angoscia. Quelle descritte sono spesso tranche de vie che hanno la sostanza di fotografie esistenziali che sembrano nascondere un segreto che, però, non è rivelato del tutto. Così a volte i racconti sembrano concludersi con un nulla di fatto che, però, ha a che fare profondamente con l’estetica dell’autore. Francamente alcuni racconti sono troppo esili e lasciano perplessi, come per esempio La calma, che narra in maniera forse un po’ contorta di un litigio fra clienti di un barbiere. La conclusione è tipica di Carver, vi si accenna a una storia più corposa, lasciata, però, cadere nel vuoto. O ancora non convince il brevissimo racconto Mio, dove una coppia che si sta lasciando si disputa violentemente il possesso del figlio piccolo. Nel bel racconto eponimo, Principianti, una conversazione fra amici finisce per rivelarsi uno struggente apologo dell’amore, dimostrando che in Carver sussisteva un’anima romantica di rara sensibilità, nonostante diversi dei suoi racconti parlino di crisi coniugali, litigi violenti, incomprensioni profonde.

Quelle narrate in questa raccolta sono per lo più vite accennate, momenti che raccontano qualcosa ma non lo esauriscono, è questa la leggerezza con cui Carver avvicina la realtà consapevole di non poter scalfire il diamante del suo nucleo essenziale. Realismo fotografico quello dell’autore americano, in cui spesso i dettagli hanno più peso specifico del soggetto stesso del racconto. Come se Carver volesse raccontare qualcos’altro e fosse spinto misteriosamente a ripiegare sul contorno. Così ciò che nella narrativa di solito è lasciato ai margini a volte in questi racconti si prende tutta la scena.

Inoltre la sensazione è che qualcosa ci sfugga sempre, nella letteratura, come nella vita. Da qui probabilmente l’originalità e la modernità di Raymond Carver che, a trent’anni dalla morte, avvenuta nel 1988, continua a insegnare qualcosa ai giovani narratori di tutto il mondo.




Salviamo il Centro Studi Giorgio Manganelli

martedì 11 dicembre 2018



Come leggo sul sito della Nazione Oscura, Il Centro Studi Giorgio Manganelli rischia di chiudere. È attiva una raccolta fondi per mantenerlo aperto. Giorgio Manganelli è stato un autore fondamentale per la cultura italiana del Novecento. Fra le sue opere per me fu  decisiva la conoscenza con i saggi critici contenuti nel volume Adelphi “Il rumore sottile della prosa”  o il saggio “La letteratura come menzogna”. Semplicemente straordinari. Per aiutare il Centro a continuare le sue attività, potete contribuire con una donazione a questo link.

Ettore Fobo 

Hold your own/Resta te stessa – Kate Tempest

giovedì 6 dicembre 2018




Dopo aver letto il bel romanzo Le buone intenzioni e lo splendido  poemetto Che mangino caos questo poema della poetessa inglese Kate Tempest, edito da e/o nell'agosto del 2018, “Hold your own/Resta te stessa   è una vera delusione. È un poema incentrato su Tiresia, la cui metamorfosi, da uomo a donna e ancora a uomo, è usata come pretesto per elaborare la storia biografica dell’autrice, una delle voci più rappresentative della poesia europea under 35,  in chiave di mito contemporaneo fra visioni pop e strascichi punk, con frammenti  di confessional poetry e momenti di quella  poesia rappata che in Inghilterra l’hanno resa famosa. Ma il tutto, anche se ben tradotto da Riccardo Duranti, non convince.

Sarà che il tono da bad girl qui risulta manierato fin quasi alla caricatura, sarà che i versi simulano un’urgenza che pare fittizia, sarà che la vicenda mitica è solo lo sfondo di vicende biografiche, sarà che tutto pare una furbata per convalidare alcune mitologie contemporanee, ma il poema non ha la forza dei libri precedentemente citati.

Oltretutto, tanto Le buone intenzioni, che il poemetto Che mangino caos erano letture interessanti, appassionanti,  a tratti travolgenti, tanto questa è  invece noiosa. Molto   interessante la poesia contro la scuola, dove la critica all’istituzione scolastica, però,  non viene approfondita e parlo  della poesia che considero la  migliore di questo testo diseguale. Alcuni consigli che si danno nella poesia Le cose che so sfiorano il ridicolo, nella loro conclamata banalità:” Se oggi sei stato stronzo/ ammettilo. /Cerca di non esserlo anche  domani.”

Le parolacce sono usate in modo manieristico, perdono la loro forza eversiva e diventano sterili refrain, che denotano scarsa invenzione linguistica. Indulgere in questo linguaggio “giovane” è il modo migliore per far apparire tutto vecchio e datato. Alcuni versi sono di una banalità sconcertante: ”Nessun uomo è troppo uomo per fare a meno dell’amore”. A un certo punto riprende il celebre incipit di “Urlo” di Ginsberg e lo imbruttisce senza pietà. “Ho visto le menti migliori della mia generazione distrutte da pazzia” diventa un pessimo ”distrutte dagli smartphone”. Come disintegrare dei bei versi, in definitiva. Sarà anche ironia ma storco il naso.  Anche la critica alla nostra società dei consumi di massa ha qualcosa di debole, fatuo e moralistico. Confesso una lettura distratta nella parte finale, perché il libro mi ha stancato e irritato. Ho faticato a star dietro a questi versi, fintamente eversivi, dove la poetessa sembra strizzare l’occhio al suo target. Ecco in questo libro ho trovato più marketing che vera poesia. La seconda lettura del testo ha confermato le prime impressioni negative.

Non dico di non salvare niente, ma di trovare questo libro velleitario nel suo tentativo di sintetizzare critica alla contemporaneità, mito greco e vicenda biografica.  Di buono c’è che Kate Tempest fonde la poesia inglese con il rap, usando la rima  e le assonanze con l’ossessività dei rapper. Ciò rende tutto molto contemporaneo. 

Ecco un esempio: “She turns and retreats/ Find herself deep/ In the smog and the heat/ The fog and the meat/Of the bodies that beat out their lives/In the throb of the street. /She learns to be small and discreet/She learns to be thankfukl  for all the she eats.”

Mancano però i versi da ricordare, il tono colloquiale dopo un po’ stufa, Kate Tempest esce  un po’ ridimensionata, dopo questa deludente lettura. Il poema era ambizioso, ma la resa non è stata all’altezza. Qui  la poetessa,  che tanto mi aveva coinvolto con il poemetto Che mangino caos, il quale  comunque originariamente in Inghilterra fu pubblicato dopo questo, è un’autrice ancora in cerca della propria voce profonda. Si può giustificare il passo falso  considerando che la poesia, soprattutto in giovane età, procede per tentativi. Quando questo poema è uscito nel 2014 Kate Tempest aveva 29 anni. Un’età in cui, tutto sommato,  un libro si può anche sbagliare.

***

Il 6 dicembre 2008 pubblicai il primo post di questo blog. Il titolo era un laconico ”Benvenuti”. Per quanto cosa piccola,  è bello per me  ricordare che quindi oggi ricorre il decennale di “Strani giorni”. Rinnovo a tutti il mio ”Benvenuti” di allora.

Ettore Fobo



Una poesia di Kate Tempest

domenica 25 novembre 2018



Scuola

Entriamo a scuola, bambini felici;
gentili, svegli e interessati nelle cose.
Non sappiamo ancora niente degli orrori di quell’edificio.
L’odio che insegnerà. La noia che apporterà.

Ben presto impariamo a scomparire in pubblico.
Impariamo che cavarsela è già abbastanza.
Impariamo come ci si sente ad assistere a un’ingiustizia,
e tenere la bocca chiusa in caso toccasse a noi.

Impariamo a non pensare mai, ma  a copiare ciecamente.
Ad allearci con i cattivi e a tenerli a portata di mano.
Impariamo a non dimostrare talento o d’essere in gamba,
oltre alle lezioni della massima importanza
per avere successo e fare carriera:

come eseguire gli ordini quando si è sull’orlo
della nausea, annoiati e
insicuri e annichiliti dalla paura.
                                                                              ***

da Hold your own/Resta te stessa – Kate Tempest – traduzione Riccardo Duranti - edizioni e/o