Pubblico in questa sede la
recensione fatta da Susanna Musetti, presidente del Premio Internazionale Città
di Sarzana, alla mia silloge “Canti d’ Amnios”, pubblicata nel 2020 dalla
Casa editrice
Montedit. La silloge è
stata finalista a questo Premio
nell’edizione del 2022. La recensione è così accurata, colta e sentita, che io mi sono entusiasmato e infine commosso.
Qui un link per acquistare il libro. Buona lettura.
Ettore Fobo
***
Nel grembo
oscuro della parola
A Cura di Susanna Musetti
Ci sono libri che non si
leggono, ma si attraversano come stanze oscure, come sogni a ritroso, come
camere d’eco della coscienza. Canti
d’Amnios di Ettore Fobo è uno di questi. Non si tratta
semplicemente di poesia: è un viaggio esoterico, una trance verbale, un labirinto metafisico che prende il lettore e lo trascina
nell’“amnios” stesso della lingua, nel suo liquido
amniotico primordiale.
La poesia di Ettore si muove come un’entità autonoma, simile a
quelle “forme senza custode” di cui parla lui stesso, e che evocano il “pensiero che danza” di René Char. Ogni verso è un fremito,
una
pulsazione che si propaga
come un’onda nel vuoto, come un sussurro
che attraversa l’ombra.
Il poeta si pone al crocevia fra esistenzialismo e mistica negativa, dove l’assenza diventa sostanza e il nulla è grembo.
Fin dalle prime poesie, come Vertigine e Adolescenza, si ha la sensazione di leggere non parole, ma visioni o, meglio, residui di visioni. “Come quando
sulla punta dell’addio / germoglia il
ritorno” scrive ed è impossibile non
pensare alla poetica dell’istante di Rilke, alla sua “Wendung”, quella torsione ontologica che trasforma il dolore in
forma e la forma in conoscenza.
Ettore
è colto, certo,
ma non è mai pretenzioso. I suoi testi traboccano di riferimenti impliciti: Borges (a cui dedica un testo esplicito e
straordinario), Pessoa, Eliot, Mark Strand, Lautréamont, Corbière, ma anche
Rimbaud, che “è ancora qui”, come un
nume tutelare dietro il sipario. È come se ogni poesia si muovesse nell’alveo
di una grande costellazione letteraria, eppure la voce è unica, riconoscibile,
lacerata, intima.
In Sette movimenti notturni
e Salvezza, la parola
si fa ferita, cosmo, pianto
e danza. C’è una continua tensione tra pathos e pensiero, tra oracolo e confessione. In questo senso, la raccolta potrebbe
leggersi accanto a Fari nella tempesta
di Paul Celan,
non solo per l’uso rarefatto della lingua, ma per il continuo confronto
con l’impossibile: “la verità è che la mente umana è nulla, un piccolo
nulla provinciale”.
In testi come Manifesto o Scacco matto,
emerge la vena più ironica e provocatoria di Ettore. Qui il poeta si pone come
outsider del mercato letterario, nemico delle
“azalee” e della “grazia”: vuole seminare tempeste,
incendiare il silenzio, riportare la poesia alla sua funzione arcaica di gesto
insurrezionale, di atto sciamanico. “Ho
bevuto l’incendio dei millenni” scrive
e sembra rispondere, a distanza, all’“ho visto le più belle menti della mia
generazione distrutte dalla pazzia” di
Ginsberg.
Ma la sua è una pazzia controllata, direbbe Foucault, una follia che conosce bene i propri strumenti e che si serve della
maschera per scardinare la realtà.
Un intero ciclo della raccolta si muove nel vuoto post-metafisico. In Né io, né Dio, né network, Ettore dichiara la sua estraneità al rumore di fondo del nostro tempo. È un poeta disconnesso, “idiota e selvaggio”, come Thoreau, come Artaud, come chiunque abbia provato a restare umano nel cuore della tempesta. Non ha account, non ha risposte. Eppure, è proprio
questa “nudità primigenia”
che gli consente di articolare un discorso poetico
non conciliante, radicale, necessario.
L'ultimo componimento, Senza parole, è la chiusa perfetta: un commiato dal logos, una resa al mistero, un invito alla sparizione come forma suprema
di poesia.
Canti d’Amnios è una raccolta che si legge a occhi chiusi, con l’orecchio interiore. Non si offre al
consumo rapido, non cerca l’applauso. Esige tempo, ascolto, disarmo. È un’opera liminare, che interroga più che spiegare, che canta più che dichiarare.
Come scrive Ettore stesso:
“Non piango perché mi urge un canto,/ non canto perché mi urge l’immenso.”
In questo immenso
ci perdiamo. E ringraziamo di poterlo fare con un poeta così autentico.