Genealogia della morale- Friedrich Nietzsche

sabato 1 maggio 2010


Con Nietzsche si assiste a un vero capovolgimento di prospettive, con lui l’ermeneutica si sbarazza dei suoi pregiudizi, delle sue fette di salame sugli occhi e un nuovo sguardo sull’antichità emerge, fiero della sua lungimiranza, della sua capacità di frantumare, della sua ambigua lucidità.

In questo testo il filosofo tedesco ha bene in mente i suoi obiettivi: tracciare la storia della morale, analizzare da psicologo del profondo il sorgere dei concetti di buono e malvagio, della colpa e della pena, l’affermarsi dell’ideale ascetico. Di contro a coloro che vedono nel buono ciò che è considerato naturalmente utile per l’avvenire, Nietzsche vede nella storia una lotta fra volontà di potenza per la sua definizione, l’aristocratica “morale dei signori”, fondata sulla tracotanza del comando, sull’aggressività di una crudele ebbrezza, e la plebea “morale del gregge”, unicamente fondata sul “ressentiment “verso i potenti, sulla negazione, sulla reazione. Questo tipo d’uomo gregario non è capace di dire sì alla vita, ha bisogno di qualcosa di estraneo cui opporsi, si esprime unicamente nel no.

Nel corso della storia c’è stato un terribile e fatale rivolgimento, traverso il quale i signori sono stati sconfitti e si è affermata invece la “morale del gregge” il quale naturalmente tende a considerare malvagio ciò che lo soverchia, quelle nature forti, libere, feroci, destinate al comando. Specialmente attraverso il cristianesimo gli infelici, gli scontenti, hanno divinizzato se stessi, ponendosi come i veri soggetti della storia, condannando i signori, la loro capacità di donare, superare se stessi, la loro incapacità di rancore, la loro magnanimità. I nuovi valori che nascono da questo “ressentiment”, da questa rivolta, sono la compassione, l’uguaglianza di tutti davanti a Dio, la rassegnazione al proprio destino, la democrazia, ed è il prete la nuova figura che dà al risentimento una direzione e uno scopo, esso allora si rivolge contro il sé e l’impotente, il malato, diventa colpevole, diventa peccatore. Sorge allora quella che Nietzsche chiama “cattiva coscienza”: gli istinti ferini, animali, vitali, la vita stessa, si inabissano nella colpa, e allora la venefica influenza di questi “malriusciti” infetta la terra, che nei secoli assume sempre più l’aria di un ospedale e di un manicomio. Alla base c’è una vendetta che però si maschera da “trionfo della giustizia”, la democrazia sarebbe allora la conclusione inevitabile di un “rammollimento” e l’uomo moderno il malato per eccellenza. Perché in sentimenti considerati più nobili nascono nel fondo oscuro di questo risentimento, sono il suo effetto.

La pena e la colpa sono concetti che faticosamente si sono tracciati una strada nel sangue, la memoria stessa viene creata incidendosi letteralmente sulla carne dell’umano, attraverso torture, scuoiamenti, martiri di ogni genere, è stato sancito ciò che è buono e solo attraverso il dolore e il sangue ciò è emerso nella coscienza popolare. Affinché si creasse memoria, bisognava vincere la naturale tendenza all’oblio e solo un sistema della crudeltà poteva riuscirci.

Nel rapporto creditore- debitore si sviluppa il concetto di pena, inizialmente chi aveva commesso una mancanza nei confronti della società doveva ripagarla in qualche modo con la sofferenza, che si esprimeva nella famosa formula del Codice di Hammurabi, ”occhio per occhio, dente per dente”, successivamente la colpa si spiritualizza, sorge l’idea del pentimento e viene inventato Dio, questo enorme creditore e paradossalmente il sangue di suo figlio viene utilizzato per saldare il debito. Ma così l’uomo al cospetto di Dio si trova sempre più disprezzabile, vien colto dalla nausea di sé, si percepisce come un dannato, rinchiuso nella coscienza a fare i conti con la propria travolgente indegnità. Essenzialmente col pensiero di Dio tutto il valore si sposta dall’uomo al suo creatore, e il primo risulta così spogliato totalmente della sua potenza, radicandosi nell’assurda “volontà di pensarsi castigato”.

Contro tutta questa degenerazione degli “ideali aristocratici”, si alza la voce di Nietzsche che riconosce nell’ascetismo nient’altro un trucco traverso cui alla sofferenza umana viene dato un senso. Ma questo senso affonda prosaicamente in una negazione della vita, la quale per Nietzsche si adempie essenzialmente”offendendo, facendo violenza, sfruttando, annientando”, così considerare uguale ogni volontà, prescindendo dalla gerarchia implacabile della forza, sarebbe sostanzialmente “un principio ostile alla vita”.

Ecco allora la terribile conclusione del saggio, che nella sua efficacia non ha eguali e tutt’oggi risuona nella sua potenza di sintesi:

“Non ci si può assolutamente nascondere che cosa propriamente esprime quel volere, che sulla base dell’ideale ascetico ha preso il suo indirizzo: questo odio contro l’umano, più ancora contro il ferino, più ancora contro il corporeo, questa ripugnanza ai sensi, alla ragione stessa, il timore della felicità e della bellezza, questo desiderio di evadere da tutto ciò che è apparenza, trasmutamento, divenire, morte, desiderio, dal desiderare stesso - tutto ciò significa, si osi rendercene conto, una volontà del nulla, una rivolta contro i presupposti fondamentalissimi della vita, e tuttavia è e resta una volontà !... E per ripetere in conclusione quel che dissi all’inizio: l’uomo preferisce ancora volere il nulla, piuttosto che non volere”.

Nietzsche legge la storia in un senso antitetico a quello comune, come l’affermazione progressiva di una vita malata, mutilata, ridotta ai minimi termini, e il nichilismo, parola chiave della sua filosofia, trionfa insieme ai deboli, ai malriusciti, che hanno edificato un macchinario di valori tesi a distruggere ogni forma di vita superiore e attiva; in questo senso, a dispetto di ciò che talvolta si dice, superando la concezione darwinista, per cui risuona ancora misterioso il suo invito: “Bisogna sempre difendere i forti dai deboli”.

10 commenti:

giacynta ha detto...

Non pensi che la vocazione al nulla, in buona sostanza, animi sia i forti che i deboli?
Grazie per la tua preziosa sintesi di un testo che sicuramente leggerò. Ciao

Ettore Fobo ha detto...

Per me si, è così. Nietzsche però in altre opere distingue fra nichilismo attivo, quello delle nature forti, e quello meramente passivo, delle nature deboli.Semplificando penso si tratti del conflitto fra l' individuo, sempre più raro, e il gregge sempre più potente.Il conformismo che così gravemente segna la nostra epoca è già in una frase del filosofo tedesco:" Chi pensa diversamente va spontaneamente in manicomio".

Yanez ha detto...

Bella sintesi di un libro sconvolgente. Quello che Nietzsche non ha saputo prevedere, è che infine il nichilismo si è affermato a dispetto del cristianesimo e non grazie ad esso. Ma la sua opera rimane fondamentale per comprendere questo fenomeno senile dell'Occidente...

Un saluto.

Ettore Fobo ha detto...

Hai detto bene: "fenomeno senile dell'occidente".Grazie del commento e un saluto anche a te.

giulia ha detto...

Davvero interessante, garzie per questa sintesi.
Ciao
Giulia

Ettore Fobo ha detto...

Grazie a te, ciao.

Schrödinger's Cat ha detto...

Veramente un ottimo articolo, ti faccio i miei complimenti davvero!
Quasi sempre, ogni volta che leggo commenti su opere di Nietzsche trovo inesattezze o superficialità .
Invece il tuo articolo, pur nella sua sintesi, risulta imho perfetto...e stranamente l'ho trovato gia' aperto sul pc qua in facoltà, era destino.
Un saluto dagli States

Ettore Fobo ha detto...

Nietzsche è il filosofo che più di tutti ha segnato la mia vita sin dall'adolescenza.Grazie dei complimenti e un saluto anche a te.

Simon81 ha detto...

Questo articolo è un incanto! :=)
Vorrei essere in grado di scrivere a questi livelli, soprattutto per lo stile. Aggiunto ai miei segnalibri

Ettore Fobo ha detto...

Grazie del bel complimento Simon81
Ciao.