Delusioni non in rima

sabato 16 agosto 2014




Che io ricordi, ho sempre scritto. Con questo voglio dire che non ho mai sognato di scrivere, non ho mai aspirato a essere un poeta, mi ci sono ritrovato, mio malgrado. Da bambino pensavo che i poeti fossero tutti dei vecchi. Ora so che non mi sbagliavo. Poeti ventenni? In Italia? Non pervenuti. Dylan Thomas a quell’età godeva, nell’Inghilterra degli anni Trenta, di una certa fama. L’Italia, si sa, è un paese per vecchi, in tutti i campi. Per vecchi corrotti, mi va di aggiungere ora. Qualcuno ovviamente si salva, penso, per esempio, a Guido Ceronetti, dal quale come un profumo di cose pulite si spande. Ma Guido Ceronetti è troppo intimamente libero per essere glorificato come meriterebbe. In compenso scopro che è tenuto in considerazione e vince diversi premi di poesia Licio Gelli. Così va l’Italia. Così va il mondo. Scrivo queste poche righe e confesso la mia delusione, ancestrale, atavica, fondante.  Non si può aspirare a essere poeti.  Essere poeti è una disgrazia. Aspirante poeta è uno di quegli invisibili paradossi che non capirò mai. Così come “poeta dilettante”, che leggo in questi giorni in un articolo di una delle facce e delle penne più note di questa squallida penisola, è un’espressione rivoltante. Poeta dilettante… Perché ne esistono forse di professionisti? Esiste la professione “poeta”? Forse sì, ma che tristezza, chissà quanta merda bisogna ingoiare per essere un poeta professionista! Mi viene in mente Montale e i suoi “poeti laureati”. Ma egli era un ipocrita, si sa,  sarebbe passato duecento volte sul cadavere di sua madre, per essere acclamato poeta, cosa che poi è accaduta.  Baudelaire, che era più innocente e in quanto tale non fu mai acclamato in vita, racconta che un giorno perse la sua aureola di poeta nel fango e là, dopo una riflessione,  la fece marcire, non la raccolse. Che farsene di quest’aureola? Aveva ragione Gozzano, non mi stancherò mai di ripeterlo: ”Io mi vergogno/ sì, mi vergogno d’essere poeta.” Detto questo, devo chiarire: non sono un poeta maledetto, inutile ridondanza, ma un poeta che maledice.


                                                                                          

22 commenti:

diogene senza l'anima? ha detto...

Sono d'accordo sul fatto che è insensato "aspirare ad essere poeta": anche per me scrivere è stata una cosa che mi è capitata, imprevista. Mentre quando da adolescente "volevo scrivere" (non in particolare poesie) non ho scritto quasi niente. Non sono d'accordo invece sul fatto che questa cosa che avviene sia una disgrazia. Se è vero che da un certo punto di vista la figura del poeta è una figura tragica, come sosteneva per esempio Heidegger, che affermava che ciò che caratterizza il poeta è essere consapevole dell'arkè, dell'origine, ma di essere consapevole anche dell'incolmabile lontananza da essa - nonostante tutto ciò, per me scrivere poesie ha un radicale significato catartico, liberatorio e mi verrebbe da dire anche "terapeutico" se non fosse che questa parola è stra-abusata ed ha assunto un aura pressochè ridicola: tutto può diventare "terapia" al giorno d'oggi: tango-terapia, libro-terapia, boxe-terapia, vaffanculo-terapia. Io invece mi rifaccio ad una concezione antica, sacra, ancestrale, sciamanica (altro termine purtroppo stra-abusato) della terapia: un percorso individuale e periglioso in cerca di una "Visione" che può affiorare (quando affiora) da abissi insondabili che stanno sotto chilometri cubi di discariche di apparenza e inautenticità e che arrivano da Altro, non appartengono all'ego dell'individuo. In questo senso, se "aspirare ad essere poeti" è assurdo, ciò che invece è sensato e legittimo è invocare una Visione, senza poter sapere quale forma o aspetto potrà prendere (se arriverà). E' come quello che diceva Simone Weil a proposito della Grazia: bisogna aspirare con ogni fibra del proprio essere ad essa, pur non potendo fare assolutamente niente per arrivarci e pur sapendo che in realtà è in un certo senso impossibile.

Mia Euridice ha detto...

Essere poeti prevede una legittimazione?
Me lo sono sempre chiesta.
E non ho trovato risposte.
Perché se una persona è poeta lo è a prescindere. Eppure per essere poeti è necessario che qualcuno ci consideri tali. Quindi è necessario il riconoscimento "oggettivo".

Somiglia ad un paradosso.

Humani Instrumenta Victus ha detto...

Carmelo Bene diceva che non si può fare poesia con la poesia, il che implica - insieme a tante altre cose, probabilmente - il rifiuto di ogni preteso professionismo.

Ettore Fobo ha detto...

@Diogene
Essere poeti è una dis - grazia perché ci tocca “ tentare goffi voli/d’azione e di parola/volando come vola/ il tacchino” come nelle parole di Guccini. Personalmente ho scritto questa nota in un momento di sconforto, foriero, però, di possibilità nuove, di rinnovamento. Credo nella crisi, come rottura delle consuetudini, specchio che s’incrina e ci rivela le lacerazioni della nostra anima. Sulla vergogna di dedicarsi a un’attività poco considerata dalla società borghese, perché non lucrativa, come la letteratura, considerata un vano sogno, una fantasticheria futile, a volte oppongo una forma di orgoglio; altre volte ha la meglio la disillusione. Sempre e comunque sperimento l’isolamento come realtà di una definitiva esclusione. La poesia è un ghetto anche quando si parla di poeti consacrati. Il poeta è uno stregone, vicino ai ritmi ctoni, un barbaro, anche quando si traveste da dandy, da intellettuale, da borghese. Per il resto condivido soprattutto l’idea della visione. E’ un discorso fondamentale per me. Insieme al concetto di maschera.

diogene senza l'anima? ha detto...

@tutti: ma soprattutto che importanza ha l'espressione, molto astratta "essere poeta"??? Non mi dà molto senso. Si potrebbe semplicemente dire che a un tizio capita di scrivere dei testi che di solito si catalogano come "poesie", punto. Non vedo l'utilità di aggiungere altro. I testi possono piacere o non piacere, trovare diffusione o meno, si può aggiungere tutt'al più questo. Ma "essere"? E addirittura avere bisogno di una conferma esterna per "essere"? Certo, lo so, è in gioco l'essere e non un semplice fare. Ma, e se il poeta più autentico fosse la persona anonima e silenziosa che guarda il volo asimmetrico della foglia d'autunno cadere, nella sua bizzarria e irripetibilità, e non proferisce commento, o se lo proferisce lo dimentica subito, e si accontenta di questo?

diogene senza l'anima? ha detto...

P.s.: la citazione di Guccini è un bello specchio in cui riflettere autoironicamente per togliere sovrabbondanza di serietà e "importanza". La crisi è l'animale imprevisto che ci salva la vita. Il poeta (quando prende la maschera di poeta "from the ancient gallery") è sicuramente uno stregone e un barbaro, "bestia senza briglie, selvaggio" come scriveva Ferruccio Brugnaro e ama i ritmi ctoni, le danze ossessive e il movimento sciolto e deciso degli animali, oltre alla voce cavernosa del vento, al rimbombo gutturale del tuono e alla risata legnosa e cupa, borbottante, nascosta negli scricchiolii di una vecchia quercia, nonostante le mille "maschere" (in un senso più sociale) che può indossare.

Ettore Fobo ha detto...

@Euridice

Una qualche conferma è necessaria ma abbastanza difficile perché la materia è aleatoria. Se tu fai 100 metri in 9 secondi in diretta tv se ne accorge tutto il mondo, se realizzi un bel libro di poesia può darsi benissimo non se ne accorga nessuno, o talmente in pochi che è come se non fosse nulla. Si sente mai parlare di un libro di poesia, al di fuori del ghetto delle riviste specializzate? La poesia comunque opera su tempi lunghi e molto spesso (quasi sempre) l’importanza di un libro è visibile dopo decenni. E in ogni caso, come mi disse anni fa un amico, la poesia è premio a se stessa.

Ettore Fobo ha detto...

@Humani Instrumenta Victus

Carmelo diceva anche che la poesia è grande malattia maniacale. No, non c’è professionismo, chi lo sostiene è un dilettante, nel senso peggiore del termine.

Ettore Fobo ha detto...

@Diogene

Penso che per accontentarsi di vedere il ”il volo asimmetrico della foglia d'autunno” come scrivi tu ci voglia molta saggezza. Se si cerca un riconoscimento, però, non è soltanto per mera vanità, ma più profondamente si cerca di entrare in risonanza con il mondo, per evitare il solipsismo.

Logos ha detto...

Ciao Ettore,
mi inserisco in punta di piedi in questa discussione portando un contributo di voluto cinismo.
Non credo, non ho mai creduto, che tutto sia poesia.
Anche la poesia, come modalità espressiva e artistica, ha (e io credo debba avere) delle regole, delle istanze, delle norme.
Non sto parlando solo di tecnica, o di tecnicismi, ma di finalità. E come diceva il buon vecchio Aristotele, la forma coincide con il fine e viceversa.
In un paese in cui c'è più gente che scrive poesie di quanta ve ne è che legge poesia, io temo la tendenza al giustificar tutto, ogni espressione, ogni frase.
Non tutte le frasi sono versi, e non tutti gli sfoghi sono poesie.
Perchè siano poesie debbono avere quell'elemento magico che fa essere poesia la poesia.
E chi riconosce questo elemento?
Il lettore di poesie.
Ecco... lui, il lettore, è il supremo giuduce della poesia (potremmo, scherzando, dire dell'ontologia della poesia).
Ma questo strano essere mitologico è, ahimè, in via di estinzione.
E cosa rimarrà?
Che tutto sarà poesia. Che nulla sarà poesia.
Ciao
Alex

Ettore Fobo ha detto...

@Logos

Anche secondo me prima di tutto vi è la lettura. Io stesso non mi sarei mai sognato di scrivere poesie se non avessi letto i primi poeti: Poe, Baudelaire, Blake, Rimbaud, Campana, Quasimodo. Ma come dici tu i lettori di poesia sono mosche bianche e il panorama è assai desolante. Oltretutto per fare poesia contemporanea è necessario leggere e conoscere anche i poeti che operano adesso, non solo i monumenti del passato. Questo rende la faccenda ancora più difficile. Ciao, Logos.

diogene senza l'anima? ha detto...

Mah, secondo me questa è una concezione troppo culturalista della poesia. La poesia non è "cultura", non è neanche "letteratura". Se il poeta è "uno stregone e un barbaro", allora la poesia ha più a che vedere col silenzio che non con la critica letteraria e le riviste specializzate. Aveva ragione Carmelo Bene: non si può fare poesia con la poesia. La poesia si fa con Altro. Il genere letterario "poesia" non esaurisce nè rappresenta sufficientemente questa forza metafisica, di cui è solo un'immagine degradata. Sono d'accordo con l'importanza (importanza? Per chi? Rispetto a cosa? In base a cosa? diciamo piuttosto il valore) del leggere poesie: anzi secondo me leggere e scrivere poesie sono due attività di pari valore e in larga misura analoghe. Sono d'accordo anche che non tutto è poesia, anzi, la poesia è evento sempre più raro e sempre più impossibile. Non sono d'accordo sul fatto che la poesia sia un fatto "culturale" che richieda "aggiornamento", "tenersi al passo coi tempi" e contestualizzazione. La poesia non ha nulla a che fare con le diatribe letterarie e intellettuali, arriva da Altro e non ha bisogno di contesti e legittimazioni. E, naturalmente, è premio a sè stessa.

Ettore Fobo ha detto...

@ Diogene

Non penso che la poesia sia Cultura. Ho sempre sostenuto il contrario. Credo però che si debba conoscere la lingua poetica attraverso cui si esprimono i contemporanei, per non rimanere ancorati a concezioni desuete. Non riesco a immaginarmi un poeta contemporaneo che ignori la poesia contemporanea. “Bisogna essere assolutamente moderni” ha scritto Rimbaud. Credo che con il termine Cultura sia in atto una celebrazione del passato e una svalutazione dell’hic et nunc. La Cultura è sempre espressione della classe dominante, la poesia è un grido di ribellione. Ma, sebbene stregone, il poeta deve conoscere bene la sua magia e, se fa di se stesso un veggente, deve sapere che questo implica un assoluto rigore. La poesia non è Cultura perché non è una tecnica ma è ciò che riposa nel grembo dell’essere e che il poeta ha il compito di tirare fuori.

Logos ha detto...

Ancora mi permetto. E questa volta Ettore non sono pienamente d'accordo con una tua frase... tu dici che "La poesia non è Cultura perché non è una tecnica ma è ciò che riposa nel grembo dell’essere e che il poeta ha il compito di tirare fuori.". A mio parere ciò che riposa nel grembo dell'essere non è la poesia ma è l'essere stesso, l'essente direbbe qualcuno. La poesia è l'incantesimo che ci permette di tirar fuori (e qui io credo che il termine corretto sia intuire, vagamente intuire) l'essere dal grembo delle cose. La poesia è il mezzo, la magia (come dicevi anche tu). Per questo credo che, pur senza cadere nei tecnicismi di sillabe, accenti, versi) la poesia debba avere dei canoni. Qualcosa che la faccia essere ciò che è. Che sia buona poesia o cattiva poesia vi debba essere qualcosa che la distingua dal vociare indistinto, dallo sfogo emozionale, dal brusio di sottofondo. Non è culturalismo (pur essendone io un po' sedotto), ma la forte convinzione che non tutto è poesia. Cosa è dunque questo qualcosa? Ecco, questa è una domanda difficile. Per me è la musica, il ritmo, il suono che come un mantra costruisce il canale su cui la parola poetica danza e giunge alle profondità dell'essere. Musica dunque da un lato ed effetto dall'altro lato. Leggendo quel brano sento il potere della parola? Allora è poesia. Ma chi stabilisce questo effetto? Ancora una volta il lettore. Ma, come diceva Hume nei saggi di estetica, solo il lettore/fruitore esperto si può far giudice perchè ha raffinato il sentire, perchè conosce le differenze, perchè sa cosa sta fruendo. E allora, come dicevi tu, serve leggere poesia e serve leggere poesia contemporanea. Solo così il lettore riconosce (e nel farlo sprigiona) il potere magico della poesia.
Ciao. Alex

Ettore Fobo ha detto...


@Logos

Con l’espressione ”riposa nel grembo dell’essere”(che tra l’altro se, non ricordo male, è di Hegel) volevo solo dire che la poesia è nell’essenza del reale. Il disinteresse verso di essa è disinteresse verso l’essenza. Comunque, definire la poesia è difficile. Una delle migliori definizioni, che credo tu possa condividere, la trovi in Carmelo Bene, ancora una volta: “La poesia è il risuonar del dire oltre il concetto.”

Logos ha detto...

Oltre il concetto... alla fine siamo sempre qui Caro Ettore.. Oltre.
Grazie della splendida conversazione.
A presto.
Ciao
Alex

Ettore Fobo ha detto...


Grazie a te, Logos.

diogene senza l'anima? ha detto...

Mah, a me personalmente interessa la poesia contemporanea, non è questo il punto. Ciò che volevo dire è che secondo me "poesia" è qualcosa di molto più vasto della "poesia" intesa come genere letterario. Questo qualcosa di più vasto precede il genere letterario e ne è precondizione, oppure può restare nel non espresso/non esprimibile. Esiste una maniera poetica di vivere, di pensare, di percepire, di mangiare, di bere, di respirare, di camminare, di fare festa, di restare in solitudine, di rapportarsi alla natura, a un animale o a un essere umano, di parlare o stare zitti. La poesia è l'apertura al mistero e alla bellezza, spesso recondita, dell'esistenza e dell'essere. Questo non significa che "tutto sia poesia", al contrario, questa maniera di essere è sempre più schiacciata dall'alienazione contemporanea, perciò è sempre più rara, se non sempre più impossibile. Esiste una poesia prima della poesia, altrimenti non è possibile la poesia: per questo non si può fare poesia con la poesia, ma si fa poesia con Altro. E al vero poeta è questo Altro che interessa più di tutto, più che la sua "traduzione" linguistica. Poi questo Altro può essere coltivato (tra le altre cose) anche con la lettura o la scrittura di versi, o meno. Chi non capisce questo "Altro" e la sua priorità e anteriorità rispetto al genere letterario secondo me non capirà mai la poesia, per lui resterà sempre solo uno sterile gioco intellettuale, completamente privo di referente. I poeti e gli artisti veri secondo me sono interessati sostanzialmente a questo Altro: la produzione di manufatti artistici o linguistici ne è quasi una conseguenza secondaria, e di secondaria importanza. Sono gli altri che adorano questi manufatti confondendo il dito con la Luna. Poi ci sono anche gli artisti e i poeti che si dimenticano del Mistero e cominciano a vedere anch'essi solo il proprio dito, dando troppa importanza alle proprie opere: è allora che si esaurisce la vena creativa. Esiste una poesia prima della poesia, o non esiste poesia affatto: sta in quella zona crepuscolare tra l'indicibile e l'inizio dell'attimo in cui prende forma l'intenzione di un canto. Parafrasando Schopenhauer (che parlava dei filosofi) direi che il vero poeta comincia a poetare semplicemente guardando il mondo, il poeta falso comincia a poetare solo dopo aver letto dei libri. Un'ultima cosa: non me ne voglia Aristotele, ma se la poesia (genere letterario) ha sicuramente una forma, non penso che abbia una finalità. Al contrario penso che si potrebbe dire esattamente il contrario: e cioè che la poesia è ciò che compare nell'istante in cui scompare ogni finalità.

Ettore Fobo ha detto...

@Diogene

Per Giordano Bruno, così come esistevano infiniti mondi, esistevano infinite modalità del fare o dell’essere poesia. Ciascuno ne esplora una parte, nessuno la totalità. Quindi ci può stare anche una visione letteraria della poesia. Anche un film, un gesto, un comportamento, un paesaggio, possono essere definiti poetici, ciò non toglie che la poesia sia anche letteratura. Non voglio essere frainteso, però, letteratura non è cultura, ma quel gesto sovversivo che travolge colui che lo compie o crede di compierlo. A questo proposito ti rimando alle considerazioni di Manganelli, riportate nel blog a questo indirizzo:
(http://ettorefobo.blogspot.it/search/label/Giorgio%20Manganelli).
Voglio essere chiaro: dicendo che la poesia non è Cultura, intendo dire che essa non serve l’ideologia dominante di oggi, di ieri e di sempre. Cito Aristotele allora, anch’io, egli quando gli chiedevano a cosa servisse la filosofia rispondeva: ”A niente, perché la filosofia non è una serva”. Anche per la poesia vale lo stesso concetto. Tu hai una visione, Logos un’altra, io un’altra ancora. Un terreno comune, però, penso ci possa essere, nel riconoscere la poesia come centro di una lotta contro le alienazioni linguistiche che diventano comportamenti, gesti, modi di pensare, modi di vivere. La poesia è ormai un atto di resistenza al dilagare di un linguaggio sempre più arido e stereotipato, incapace di veicolare il mistero e la magia dell’esistenza ma anche il suo orrore e la sua tragicità, perché la contraddizione è il territorio in cui ci muoviamo tutti, come ci siamo già detti in più di un’occasione.

diogene senza l'anima? ha detto...

Beh, se mi tiri fuori gli infiniti mondi non posso che essere d'accordo. Di infiniti differenti mondi è costituita l'esperienza umana, figuriamoci quella poetica. Belle le considerazioni di Manganelli.

eustaki ha detto...

"non sono un poeta per quello che scrivo ma per quello che leggo"
saluti a tutti, cari poeti

Ettore Fobo ha detto...


@Eustaki

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