Diario di scuola- Daniel Pennac

lunedì 5 luglio 2010


"Di contro all'atteggiamento filosofico troviamo le istituzioni, che stroncano le individualità per renderle cooperanti: la scuola e la disciplina, l'esercito e l'obbedienza, la fabbrica e la docilità."

Michel Onfray

La scuola è il luogo in cui la cultura prende il suo aspetto dispotico d’imposizione della classe dominante sul resto della popolazione, è il luogo in cui il più bieco conformismo è legittimato; il luogo in cui, come ci ricorda Galimberti, viene privilegiato il culto di un’intelligenza standardizzata, versata in tutto, e quindi senza una speciale inclinazione per nulla.
Così le menti vengono imprigionate sin dall’infanzia in una prigionia dorata di teoremi, declinazioni, analisi logiche e via dicendo, tutto imposto dallo Stato, che colla scusa di volerci rendere tutti cittadini, piega le nostre intelligenze selvagge alla logica del dispotismo sociale, che non vuole individui liberi, ma schiavi massificati. Per me, la scuola è semplicemente il luogo in cui l’intelligenza viene addomesticata, resa inoffensiva.

Se queste sono le mie opinioni, non posso certo amare questo libro, Diario di scuola, in cui Pennac, aldilà della sua apologia dei somari, mostra il suo letale conformismo di membro dell’establishment culturale, il suo buonismo da padre di famiglia che soffre o finge di soffrire per l’ignoranza dei giovani in mano al marketing e al consumismo più efferato. Il suo compito d’insegnante sarebbe quello di salvarli, di ricondurli sulla retta via della ragione, povere vittime di una società crudele. Per far questo nulla di meglio dell’analisi logica, della conoscenza, vecchia scusa delle società repressive, che vogliono omologare, con la scusa, sempre utile, di salvarle i giovani dalla delinquenza e dall’ignoranza. Più interessante il libro quando lo scrittore francese ripercorre i suoi fallimenti scolastici di studente somaro, e forse dislessico, quando ricorda come l’istituzione scolastica lo affliggesse con le sue pretese, per il resto il suo saggio assegna alla scuola un ruolo salvifico, che essa non ha.

Guardiamo la realtà in faccia: la scuola dà soltanto l’illusione che attraverso lo studio e l’impegno i ceti svantaggiati possano riscattarsi, noi sappiamo invece che questo non è vero, il figlio dell’avvocato farà facilmente l’avvocato, il figlio dell’operaio incontrerà invece enormi difficoltà a compiere lo stesso percorso, difficoltà legate non alle sue capacità ma al suo status sociale, e sono le statistiche a dircelo. Vendere questa idea del riscatto attraverso lo studio è dunque non solo falso, ma veramente da ipocriti. La scuola servirà pure al borghese per “farsi una posizione” vorrei piuttosto sapere cosa ne pensa l’abitante delle banlieue che, illuso da gente come Pennac, dopo magari il suo bel corso di studi, si ritrova con un bel pugno di mosche in mano. Detto questo, si può anche discutere della necessità della scuola, dei suoi aspetti positivi, perché in fondo non c’è a essa una vera alternativa, ma non è accettabile continuare con questa ipocrisia, che vuole fare della scuola il regno del riscatto sociale in nome di una teorica e irrealizzabile meritocrazia.

Ammetto che Pennac è troppo furbo per sostenere davvero questa tesi, che però è implicita in ogni discorso sulla necessità dell’istruzione scolastica, preferisce vedere nella società dei consumi il suo vero nemico, ma in definitiva cosa vogliono le tanto angosciate madri del suo libro, se non il posto fisso per i loro figli? A questo serve la scuola, non idealisticamente a difenderli dalla presa del marketing. L’equazione somaro- fallito è troppo forte nella testa di tutti.

Pound- che a differenza di Pennac non aveva paura di sporcarsi le mani con affermazioni impopolari- l’ha scritto chiaramente: lo scopo della scuola è trasformare gli individui in “ formichine castrate” che prendono appunti, per suggellare così il loro incontro con la Cultura, che è sempre borghese o aristocratica, è sempre reazionaria. Non è preferibile la via solitaria dell’autodidatta, che invece di succhiare dal poppatoio delle scuole o peggio delle università, segue le sue passioni o ossessioni private, col rischio magari di perdere il senno? O ancora non è meglio quella figura di studente che Rushdie chiama gipsy scholar, che affronta la mattanza scolastica con la sua delinquenziale passione d’individuo, di contro l’imposizione del programma egli segue la via della propria privatissima inclinazione anti sociale e antiborghese? M’irrita il modo con cui Pennac si presenta come professore ideale, con tanto di autocritica, il professore che tutti vorrebbero avere, mi sarebbe piaciuto di più se avesse insistito sul senso d’impotenza che provano tutti i professori e magari sul loro disgusto per il mestiere o per i loro studenti. Paladino dei deboli lo scrittore francese è al tempo stesso un difensore della classicità più autoritaria; non riesco a credere alla sua missione di salvatore degli irrecuperabili, non riesco ad amare il suo tono affabile e confidenziale, così tanto radical chic.

Pennac è afflitto da quel buonismo che così tanto successo sembra portargli, il suo libro è edificante, quando parla dei suoi studenti, o peggio dell’angoscia delle loro madri, viene la nostalgia di Franti.
A Pennac non viene mai il sospetto che i somari abbiano ragione a fregarsene delle sue stucchevoli e tediose lezioni di grammatica, preferendo opporre alla scuola il proprio ghigno di eslege. Non credo assolutamente alla vocazione salvifica del Pennac professore, alla sua aria così perbene di affabulatore contemporaneo. Scrive Manganelli: “Asociale, vagamente losca, cinica, da sempre la letteratura rilutta alla storia, alla patria, alla famiglia; a quelle anime oneste, che tentano di mettere assieme il bello e il buono, risponde con sconce empietà.”

Al contrario in questo libro c’è troppa patria, troppa famiglia, tira persino aria di buon senso, per me Pennac è nella peggiore delle ipotesi un ipocrita, nella migliore un ingenuo utopista: lungi dall’essere in opposizione alla società dei consumi la scuola è sempre stato e sempre sarà il luogo in cui i bambini prima e gli adolescenti poi vengono trasformati in consumatori sottomessi al potere, in cittadini, il cui scopo nella vita è riassunto nella frase”Produci, consuma, crepa”. La scuola, tranne qualche eccezione, ha sempre vessato, perseguitato, espulso le individualità, che, per loro natura, sono raramente ubbidienti, ed ha sempre esaltato i sudditi, i servi, le intelligenze gregarie. A questo proposito ricordo il pamphlet polemico di Giovanni Papini, intitolato Chiudiamo le scuole, ripubblicato qualche anno fa da Stampa Alternativa, nella celebre e benemerita collana Mille lire.

In realtà, aldilà dei buoni propositi di recupero degli studenti disagiati, che oltretutto sanno un po’ di megalomania, Pennac sta dalla parte dell’istituzione scolastica, senza parlare mai della sua rigida natura classista, ostentando una comprensione paternalistica verso coloro che essa non riesce ad assorbire; mi lascia assolutamente perplesso il suo stile di scrittura, che costantemente strizza l’occhio a un ipotetico lettore medio, simpatizzando con esso. A me, in questo libro, Pennac sembra uno ossessionato dall’idea di far bella figura, di dare di sé un’ immagine positiva, e allora io penso: ecco un brav’uomo, cioè il contrario di uno scrittore, e ho finito il libro con un sospiro di sollievo.

11 commenti:

Yanez ha detto...

Commento con una buona dose di faccia tosta, non avendo nemmeno letto il libro di Pennac. L'apologetica sui professori buoni e aperti ci perseguita dai tempi dell'"Attimo fuggente". La triste verità è che da siffatti insegnanti nessuno ha mai imparato niente, laddove da quelli reazionari (con gli occhiali sulla punta del naso e le maniche sporche di gesso) almeno si poteva imparare qualche teorema o qualche declinazione, per poi sfruttare queste nozioni contro di loro. Ho l'impressione che molta letteratura e molto cinema sul tema non siano che una foglia d fico atta a nascondere il fallimento del progetto dell'istruzione di massa...

giacynta ha detto...

Ho l'impressione che il tuo bersaglio polemico dovrebbe essere non Pennac ma il sistema clientelare che dà spazio solo ai figli di...( papà ). Pennac non fa impazzire neanche me, ma posso capire la necessità da lui avvertita di rivendicare certe conquiste democratiche. Conosco compagni e compagne di classe di media o bassa estrazione sociale che non hanno avuto, grazie alla scuola italana, difficoltà a trovare lavoro all'estero o a inserirsi in dimensioni culturali, e non, estranee al sistema clientelare. La vera piaga è dunque quella a cui facevo prima riferimento. Comprendo, comunque, la tua insofferenza, anche se penso che il lavoro di tanti insegnanti meriti di essere riconosciuto ed apprezzato, così come lo sforzo di chi, Don milani, per esempio, ha denunciato i limiti del sistema scolastico in auge negli anni che furono.
Ciao e grazie per aver posto una questione, secondo me, fondamentale. Giacinta

Ettore Fobo ha detto...

Il mio articolo è una voluta provocazione, il libro mi ha irritato anche per i consensi acritici che ha ricevuto da molti.
Yanez
Il professore alla Keating non piace neanche a me, quello che solidarizza con i suoi studenti, ne ho avuto uno simile.
Giacynta, hai perfettamente ragione a parlare del sistema clientelare, in Italia è una vera piaga, io conosco gente che a causa di esso con laurea e uno o più master fatica a trovare un lavoro adeguato ai suoi sforzi.
Sugli insegnanti è vero ci sono molti il cui impegno non è riconsciuto, e dovrebbe esserlo.

Vi ringrazio entrambi per il commento.

giulia ha detto...

E' difficile per me commentare questo post. Forse Pennac pecca di semplificazioni, ma non difende i somari... Certo che mi dispiace che nel mirino ci sia lui e forse gente come me che ha cercato di tener sempre conto con rispetto la storia che sta dietro ogni ragazzo per aiutarlo sì ad appredere "analisi logica" e quant'altro ma tenendo conto anche del bambino o del ragazzo che è... Ma è troppo lungo e trent'anni di scuola sono difficili da riassumere. Trent'anni in cui ho sempre cercato di far amare la cultura con un certo successo e con buoni risultati...
Mi sembra che il anche il tuo discorso semplifichi un po' tanto la complessità della scuola.
Ma mi piacerebbe poter dicutere più a lungo e con molta più calma.
Mi ritrovo molto con quanto dice Giacynta
Un caro saluto

Elena ha detto...

Ciao Ettore. Pennac in Come un romanzo mi aveva colpito tantissimo, riconoscevo in quel testo la passione autentica per la lettura e la voglia di trasmetterla. Diario di scuola mi é piaciuto meno ma non mi ha innervosito come é successo a te.Tu davvero non lo sopporti! :-) Però mi ha fatto molto riflettere quanto scrivi sull'eccesso di buonismo che sfocia nel classismo, tutte cose che allontanano dalla vera letteratura. Alla fine ho capito che quello di Pennac che mi aveva conquistato era esattamente ciò che aveva parlato al buonismo che abita in me, quel buonismo che ho bisogno di sbaragliare immergendomi nella grande letteratura "eversiva", nell'arte che scardina. Che rompe le catene. La vera arte. Che libera. Ho pensato a Pasolini. E ho capito cosa volevi dire.
E l'ho anche condiviso.

Ettore Fobo ha detto...

Sì, a me piace una letteratura che sia eversiva, cattiva, cioè nel cuore stesso della realtà. Poi non mi fido dei sepolcri imbiancati che scrivono strizzando l'occhio al nostro perbenismo. Ti ringrazio del commento, un saluto.

Andrea Italy ha detto...

Ho letto il libro e debbo dire che in effetti trasuda un perbenismo melenso da tutti i pori, a volte persino irritante, però mi era piaciuta la figura del professore attento verso l'alunno un po' ottuso, apparentemente svantaggiato; il buon maestro che cercava di trovare le inclinazioni della "testa di legno" di turno, per aiutarlo nel suo percorso vitale. In una società così competitiva forse un pizzico di buonismo può essere funzionale, ma alla fin fine concordo che non è un libro per il quale esaltarsi.

Ettore Fobo ha detto...

Sì, la figura del maestro può essere affascinante, e determinante, ma oltre al buonismo,in questo libro, Pennac assurge troppo facilmente al ruolo di salvatore. Mi sembra una forma di megalomania. Grazie del commento.

Cristina ha detto...

Gentile Ettore Fobo,
Lei sa che non esiste nessun obbligo scolastico? Nessuno è obbligato a frequentare una scuola pubblica, o privata, o con metodo Montessori o metodo Fobo!
Esiste solo il dovere per i genitori di dare un'istruzione ai propri figli, stabilito dalla Costituzione. Smettiamola di parlare di scuola dell'obbligo, poiché non esiste.
Ciascuna famiglia può optare per l'istruzione che preferisce, istruendo i propri figli a casa, dando comunicazione al Dirigente della scuola più vicina. A fine percorso si sosterranno degli esami da privatista.

Migliaia di famiglie in Italia già lo fanno. E nei paesi anglosassoni anche.

Cordiali saluti
Maria Cristina Volpe

Cristina ha detto...

Gentile Ettore Fobo,

Non esiste alcun obbligo scolastico in questo paese. Esiste solo, sancito dalla Costituzione, il dovere per i genitori di istruire i propri figli.
Nessuno è obbligato a frequentare la scuola pubblica.
Nemmeno la scuola privata, con metodo Montessori, o metodo Steineriano, o metodo Fobo!

Ciascuna famiglia può dare l'istruzione che desidera ai propri figli, con buona pace delle sue idiosincrasie. Si informi.
Migliaia di famiglie già lo fanno.

Cordiali saluti


Ettore Fobo ha detto...


@Maria Cristina Volpe

Ok. Comunque, quest’articolo non rispecchia più il mio pensiero. Cordiali saluti.