sabato 7 luglio 2012
“Bisogna essere assolutamente moderni”
Arthur Rimbaud
Lo aveva intuito Ezra Pound: in
letteratura c’è un’infinita distanza tra le cose che ci piacciono e ciò che
prendiamo per modello. Ciò che ci piace tocca troppo spesso soltanto la
superficie, ciò che prendiamo per modello invece opera nel profondo, inizialmente a
nostra insaputa.
Può piacermi un libro di poesie di Alda Merini, ma non prendo (o meglio il mio es non sceglie) Alda Merini come modello per la mia scrittura, essendo lei troppo radicata nella propria avventura umana per servirmi cinicamente da specchio o da alimento. Può piacermi la poesia di Mario Luzi ma ugualmente la signorilità dei suoi versi mi pare antiquata e inutilizzabile, troppo bon ton non mi è congeniale. Posso amare Leopardi ma il nitore nichilista della sua poesia, l’analisi lucida e straziante sono per nature angeliche diverse dalla mia. La sua lingua viene dal passato per offrirci la consolazione della bellezza, e la consapevolezza della vanità e del lutto - e là rimane, inattingibile.
Mi piace Marina Cvetaeva ma la
sua assenza di metafore è un crinale difficile, e la sua lingua pressoché un gioco
di prestigio inimitabile, come la sua sofferenza senza rimedio, il suo grido di
dolore assolutamente straordinario. Amo Emily Dickinson, ma non può essere un
modello perché sarebbe troppo evidente la falsificazione dell’originale, c’è troppa
vita privata, cioè interiore sua personale, nei suoi versi, la cui intensità è
pareggiata nel Novecento da Sylvia Plath, che nella mia percezione rimane però
un gradino sotto.
Mi piace Pessoa ma io non posso
essere quel tipo di moltitudine, troppe maschere, troppe contraffazioni di un
se stesso impossibile. Posso aver apprezzato la poesia scabra di Ungaretti-
anche se non sempre in verità- ma come per Petrarca trovo pernicioso l’eccesso d’imitazioni
che ne sono scaturite.
Apprezzo la poesia di Bukowski ma l’autenticità del suo percorso lo
rende inimitabile, seguire le sue orme di anti maestro sarebbe un po’ patetico.
Tutta quella affascinante letteratura beat, così legata alla strada, la sento
vicina e i versi di Ginsberg sono architravi della mia visione apocalittica
della città industriale contemporanea. Tutto filtrato attraverso una lettura di
Rimbaud, che quella visione l’ha universalmente creata-, insieme naturalmente
al Baudelaire de Lo spleen di Parigi.
E non dimentico le folle anonime sciamanti
nelle strade nel capolavoro di Eliot La
terra desolata, libro da meditare ancora oggi, da leggere e rileggere,
libro del secolo ventesimo. C’è la poesia folle e aggressiva di Artaud,
inimitabile fascio linguistico di nervi tesissimi. Esplosione scatologica della
civiltà occidentale, delirio chirurgico.
La modernità per me ha oggi il nome di Mark Strand, di Charles Simic,
di Carol Ann Duffy, di Derek Walcott, per
citare solo i poeti viventi di lingua inglese. Può chiamarsi Iosif Brodskij, Nicanor Parra, Ernesto Cardenal,
Tomas Tranströmer, Wislawa Szymborska, se guardiamo oltre l’orizzonte.
Se allarghiamo ulteriormente il
ventaglio tutto ciò che è fondamentalmente uscito dal cilindro di Baudelaire,
Eliot, Auden, Pound, Laforgue, da una
parte e poeti come Rimbaud, Majakovskij,
Whitman, Saint John Perse, dall’altra.
Considero Gottfried Benn una delle figure centrali della poesia del
Novecento ma non posso prenderlo come modello, lo stesso vale per Rilke e, soprattutto, Georg Trakl, uno dei massimi lirici del
secolo, troppo legati alla loro epoca, o
meglio ancora inventori della propria epoca irripetibile.
Mi piacerebbe avere il ghigno di Corbiére, la
lucidità trasognata di Lautremont, la serenità solare e apollinea di Odisseo
Elitis, vorrei fondermi con i paesaggi di Machado, ma la mia sarebbe solo
imitazione e posa. Poi ci sono i maestri
che vengono col tempo un po’ dimenticati, Garcia Lorca, William Blake, nel mio
caso. L’uno troppo legato alla passione per la sua terra, a certi sognanti
panorami che pure m’incantarono, l’altro creatore di mitologie oniriche sue
proprie. Ci sono poi i maestri della lingua italiana: Gozzano, Campana, Quasimodo,
Montale, Pasolini, e più recentemente Elsa Morante, con il suo straordinario Il mondo salvato dai ragazzini, Bigongiari,
soprattutto quello di Moses, Testori,
Gualtieri, sentinelle sull’abisso del dire. Ci sono poi i maestri del futuro,
quei poeti che abbiamo solo sfiorato e mai realmente incontrato ma verso cui ci
guida l’istinto. Uno di questi maestri del futuro sento essere sempre di più
Paul Celan. E’ una sorta di premonizione.
Oppure ci sono le operazioni monstre di Carmelo Bene sulla lingua ne
"‘l mal de’ fiori”, a indicarmi la
via dell’impossibile, bagliori da un mondo lontano e irraggiungibile. Ho inoltre una predilezione per il
creazionismo di Vicente Huidobro, credo che la poesia sia l’invenzione di altri
mondi, mondi- ombra. In adolescenza ebbi una passione per Edgar Allan Poe, che
ruppe per primo certe mie concezioni desuete sulla poesia, attività di
contemplazione di un pericolo imminente.
Non posso dimenticare, in questo florilegio di nomi, Edgar Lee Masters, che realizza un’idea straordinaria di poema del Novecento, realizzando con L’antologia di Spoon River una delle critiche più esatte della civiltà contemporanea, e insieme una delle sue esaltazioni più accorate.
Non posso dimenticare l’impatto
che ebbero su me le poesie di Bertolt Brecht, per la loro intelligenza, per la loro potenza.
Infine c’è il più importante di
tutti, Baudelaire, che mi ha cambiato il cervello ed è tanto consustanziale
all’atto della scrittura per me da diventare una citazione obbligata, penso per
chiunque. Baudelaire, come Nietzsche, cambia la storia del pensiero occidentale
e più in piccolo la mia esistenza. Insieme
con Arthur Rimbaud è anche il poeta che mi ispira maggiore simpatia umana.
Se dovessi scegliere un poeta del
Novecento, che possa prenderne lo scettro, forse attualmente sceglierei Borges,
che inventa o trae dall’ombra il linguaggio segreto del labirinto. Per il suo
ruolo di outsider sceglierei il cinico Gottfried Benn, che attraverso versi chirurgici
ha saputo fare della macelleria sublime, ci ha mostrato la carnalità come forse
nel secolo ha fatto solo in pittura Francis Bacon. Per aver ricreato, e persino
affinato, le atmosfere di Rimbaud, potrei
eleggere Saint John Perse e, per la
visione dell’esistenza come un viaggio misterioso, Blaise Cendrars. Come
potenza critica, come visione, la più forte e persuasiva rimane però quella di
Eliot. Colpisce oltretutto di queste figure- soprattutto Borges, Eliot e Saint
John Perse, maggiormente pacificati dalla consacrazione universale rispetto a
Benn, per esempio- quell’umiltà che io
attribuisco sempre all’autorevolezza e al genio.
5 commenti:
Un excursus interessante e provocatorio, segno della ricerca costante e continua di un linguaggio poetico. Essere personali e originali è fondamentale, anche se la lezione dei grandi ci insegna quanto il divenire sia la costante da tenere sempre sotto controllo. Anche lo stile più bello e coinvolgente, quanto abusato, rischia la stucchevole ripetitività.
Buon fine settimana
Si affronta il rischio della ripetitività, del manierismo, bisogna invece mantenere vivo il fuoco dell’ispirazione, che consiste in quel felice momento in cui tutti gli elementi si combinano quasi senza sforzo. Momento raro che illumina i gesti di una quotidiana fatica. Buona domenica, Massimo.
Quanti autori condivisi in questo excursus... Benn, Simic, Strand, il mitologico Eliot, Masters, Transtromer e molti altri... Bellissimo intervento Ettore... ah.. mi permetto di suggerirti un'ultima scoperta: Lars Gustafsson... soprattutto nella traduzione di Giacomo Oreglia.
Ciao e a presto.
Alex
Gustafsson è già nel mirino. Me ne hai giù parlato. Ora so il nome del traduttore. Passo avanti. Un caro saluto Alex.
anch'io ho chiuso per ferie e ora mi sto rileggendo i tuoi post persi.
ti dirò che è piacevole scorrere così, in sequenza il blog, dopo un lungo periodo di 'vacanza'( usato in senso etimologico). molti gli spunti, come questo elenco. bellissimi gli elenchi, le classifiche.
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