Il futuro come trascendenza – una nota sul Connettivismo

sabato 5 luglio 2014




“ è molto meno il noto che l’ignoto, / è molto più il lontano che il vicino.”
Philip Larkin

Per i Connettivisti il futuro è qualcosa di più di ciò che accadrà, o potrebbe accadere,  è un luogo, una dimensione, un anelito, una tensione, ciò cui sembra mirare la loro ricerca è ridimensionare l’umano nelle sue pretese, nel suo antropocentrismo, riscrivendo i confini della sua sensibilità, tracciando nuovi possibili percorsi, ridisegnando la sua stessa presenza sulla Terra. 

Una parola sola può descrivere al meglio il rapporto che i Connettivisti hanno con il futuro: la parola trascendenza. Perché, per quanto razionale, il movimento pare agitato all’interno da una pulsione di trascendenza: se con essa intendiamo il superamento di una condizione nota per accedere al mistero dell’esistenza, vista da una prospettiva inedita, filtrata da una vertigine inconsueta, che uno dei più brillanti interpreti del Connettivismo, Alex Tonelli, da sempre definisce “l’Oltre”.

“L’Oltre” è chiaramente la soglia che separa il qui e ora dalle possibilità racchiuse nella parola futuro, è il luogo di una purificazione, di una metamorfosi, si è oltre la conoscenza innanzitutto, posti in una dimensione di ricezione dell’inaspettato, perché ogni futuro che si rispetti è innanzitutto questo: inaspettato. Oltre la condizione umana presente, oltre l’attualità e i suoi miti, oltre il noto per solcare  l’immenso mare dell’ignoto.

Così, secondo me, è proprio nella poesia, paradossalmente, che  il Connettivismo trova il territorio idoneo per svolgere la sua ricerca dell’”Oltre”: oltre la sintassi consueta, oltre il linguaggio logorato delle fiction e dei giornali, la famosa attualità, oltre le calcificazioni di una prosa che procede da sempre a rimorchio della poesia che sempre l’anticipa, oltre le banalità del quotidiano, cercando, forse disperatamente, com’è giusto che sia,  un contatto con realtà ulteriori, immaginarie, credendo, come Blake o come Baudelaire, nel potere sacralizzante dell’immaginazione, nella sua capacità di anticipare e addirittura di creare la realtà.

Non bisogna,  però, cadere nel tranello di pensare il movimento alla vecchia maniera delle avanguardie storiche che si vollero  fortemente omogenee e unitarie,  pensiamo al surrealismo,  per esempio,  che si sviluppò intorno al vate Breton che impose agli altri del gruppo la propria visione in modo anche autoritario;  il Connettivismo dimostra di essere contemporaneo,  proprio nella  frammentazione del suo discorso, nella disomogeneità, nella differenza fra i suoi membri,  tanto che uno dei suoi fondatori,  Giovanni De Matteo, ripete da tempo che è più corretto parlare di Connettivisti piuttosto che di Connettivismo, giacché la frammentazione è uno degli aspetti del movimento, la sua capacità osmotica di inglobare anche ciò che gli è semplicemente affine. In poche parole, a differenza del surrealismo, non esiste un’ortodossia. 

Esiste per tutti coloro che si riconoscono nel movimento un medesimo sogno che la parola futuro sintetizza. Chiaro che questo sogno si tramuta nelle loro visioni spesso in un incubo, perché mi pare che ci sia all’opera dentro il Connettivismo una dicotomia fondamentale, forse una contraddizione, che è la contraddizione della nostra epoca tutta: da un lato la fascinazione per la tecnologia,  dall’altro una forte critica per le sue derive, che racconta semplicemente  la paura di essere schiacciati dalla sua onnipotenza.

Così accade che un movimento che pone il futuro al centro sappia raccontarci bene il nostro presente, lacerato, diviso com’è fra la paura che la tecnica marginalizzi l’uomo, e il sogno che invece lo liberi, anche dalla sua stessa umanità, se vogliamo. In questo contesto s’inserisce il postumano, con i suoi sottintesi nietzschiani, e, ancora una volta, con le sue promesse di trascendenza.

16 commenti:

diogene senza l'anima? ha detto...

Ho apprezzato diverse poesie di questa silloge. Tuttavia proprio non capisco questa insistenza sul concetto di "futuro". Il futuro è l'essenza del temporale. Come basare su di esso una ricerca della trascendenza, dell'ignoto, e proprio in questa epoca che ha fatto del "fanatismo futurista" la propria religione ossessa, in cui lo smaniare eternamente identico per il Nuovo - in quanto tale salvifico, eccitante e rassicurante, sotto l'egida cosificante della Tecnica - seppellisce in un'orgia di alienazione mistico-meccanica i moti più remoti profondi e latenti del nostro animo, le nostre foreste interiori, sempre più desertificate negate e dimenticate? Preferisco la Fedeltà alla Terra, al suo selvatico antico brulicare di forme interconnesse e indifferenti al nostro indaffararci nevrotico e chiacchericcio tecnologico nell'affannoso rincorrere un più che naturale. Lì ha luogo l'ignoto, nello spazio indomabile, acre e pre-umano del selvatico, che la Tecnica tenta in ogni maniera di colonizzare, invadere, sterilizzare, assoggettare a criteri antropici, automatizzare, riprodurre (ma è impossibile) serializzare addomesticare clonare alterare modificare genticamente suddividere appropriare sterminare. Viva John Zerzan! "Sentivo la mia terra/vibrare di suoni, era il mio cuore/e allora perchè coltivarla ancora/come pensarla migliore?" (De Andrè, ispirato a E.Lee Masters) http://de-crea-zione.blogspot.it/2014/06/moderna-progettazione-ambientale.html

Bartolo Federico ha detto...

ah! se ci fossero i poeti a comandare questo mondo.

diogene senza l'anima? ha detto...

Sarebbe sicuramente un mondo sottratto definitivamente allo strapotere automatizzante della Tecnica. E in cui tornare a parlarci e ad incontrarci con lo stupore barbaro improduttivo e incontaminato dell'animale, là fuori, nei campi, nei boschi, sui prati d'erba.

Bartolo Federico ha detto...

Un bel mondo.

Ettore Fobo ha detto...

@ Diogene

Credo che per i Connettivisti il futuro sia una sorta di specchio magico in cui il presente si può osservare meglio. Da quello che ho capito è un futuro perlopiù inquietante e terribile, come nel cyberpunk. La Tecnica si rivela quasi sempre tremenda e dispotica, ingannevole e pericolosa. Quindi i Connettivisti denunciano, come te, anche se da una prospettiva opposta, i pericoli dell’automatizzazione e della meccanizzazione. Ma ci sono altri aspetti: il futuro è il regno della possibile. Il possibile rientra nel dominio della fantasia e in quanto tale è un territorio immenso.

La tua posizione è molto diversa. Tu poni la trascendenza nella fedeltà alla terra, quindi in una dimensione arcaica. In alcuni racconti o romanzi connettivisti, la Tecnica muta l’uomo proprio nella sua essenza di essere naturale. Questo in sé non è visto né come positivo né come negativo ma come una possibilità concreta. Non vedo molti punti di contatto con quello che proponi tu, quindi capisco la tua osservazione critica.

Ettore Fobo ha detto...

@ Federico

Io invece penso che il potere corromperebbe anche i poeti.

diogene senza l'anima? ha detto...

Sì il futuro è anche la terra del possibile, delle infinite possibilità. Anch'io penso al futuro, a possibili evoluzioni della società. Ma ci penso in termini di ritorno alla terra, a una rinnovata permeabilità diciamo così "sciamanica", animista, tra esseri umani e animali, piante, ecosistema, visto di nuovo come qualcosa da rispettare per come è, qualcosa da cui dipendiamo e che non siamo noi a creare o ad amministrare, un Mistero di fronte al quale farsi umili e rinunciare alla hybris antropocentrica che pretende di decidere e alterare a piacimento qualcosa che è un imponderabile numinoso che invece dovremmo reimparare semplicemente ad ascoltare. Noi dipendiamo dalla Terra e più in generale da questo imperscrutabile Mistero meta-umano, non viceversa. Il "postumanesimo" mi sembra una versione sempre più potenziata di antropocentrismo, in cui l'essere umano dopo essersi separato dalla Madre ora si separa anche da sè medesimo, alienandosi e delegando la vita alle macchine, feticci voodoo di sua creazione. Non professo un passatismo, comunque, ma una progettazione sognante di nuove possibilità per la società che ripartano però da quel principio fondamentale, alla base di tutte le culture antiche e native, il "noi siamo parte di" qualcosa di estremamente più vasto e incommensurabile rispetto alle nostre piccole chincaglierie socio-culturali. Per esempio in quest'ottica la permacultura è una tecnica davvero innovativa, molto più di Internet o dell'ingegneria genetica, e che apre le porte ad un possibile sostenibile futuro umano nuovamente comunicante con il Selvatico. Ma sono convinto che i tempi e gli ecosistemi ci obbligheranno alla resa dei conti, non si può contenere e livellare per troppo tempo il Potere del Selvatico, che tracimerà e ci obbligherà a un brusco cambiamento di rotta. La lettura dei connettivisti resta per me interessante comunque, proprio in chiave diagnostico-clinica, per prendere coscienza della follia in cui viviamo e delle possibili derive futuribili ancora peggiori, verso le quali stiamo rapidamente precipitando. La fantascienza da questo punto di vista è stata sempre profetica, si pensi a romanzi come 1984, Farenight 451 o anche semplicemente ai futuri robotici immaginati da Asimov, oggi non così lontani. Da questo punto di vista (indagine socio-clinico-profetica della malattia in cui siamo, nella prospettiva di una possibile guarigione però) alcune delle poesie delle sillogi connettiviste sono tremendamente illuminanti. A me non fanno però che aumentare la voglia di vivere in natura e lottare per un mondo in cui l'essere umano ritrovi il suo posto, il suo limite.

http://lalberosfregiato.blogspot.it/search?updated-max=2014-06-16T10:28:00%2B02:00&max-results=3&start=6&by-date=false

http://lalberosfregiato.blogspot.it/p/stampe-prints.html

http://lalberosfregiato.blogspot.it/p/stampe-prints.html



http://lalberosfregiato.blogspot.it/search?updated-max=2014-06-20T11:06:00%2B02:00&max-results=3&start=3&by-date=false

diogene senza l'anima? ha detto...

Mi correggo, il primo link è questo:

http://lalberosfregiato.blogspot.it/2014/06/cheap-festival.html

e l'ultimo è questo:

http://lalberosfregiato.blogspot.it/2014/06/crack-festival-la-genesi.html

Humani Instrumenta Victus ha detto...

La via per la trascendenza passa attraverso il carisma trainante di una grande ideologia. Ciò di cui si avverte la mancanza.

Bartolo Federico ha detto...

può darsi, ma io una speranza me la voglio ancora dare.

Ettore Fobo ha detto...

@ Diogene

Il postumano ha a che fare con quello che dici. Si tratta proprio di cessare con l’antropocentrismo e instaurare un nuovo tipo di relazione con l’alterità, con il non umano. Ti cito quello che scrive nel suo saggio “Il postumano” Rosi Braidotti:

“Filosofia del fuori in senso stretto, di spazi aperti e di affermazioni incarnate, il pensiero postumano nomade anela a un salto di qualità fuori dal familiare, confida nelle possibilità, ancora inesplorate, aperte dalla nostra posizione storica nel mondo tecnologicamente mediato di oggi. E’ un modo per essere all’altezza dei nostri tempi, per accrescere la nostra libertà e la nostra comprensione delle complessità che viviamo, in questo mondo non più antropocentrico né antropomorfo, bensì geopolitico, eco-filosofico e fieramente zoe-centrato.“

C’è poi Roberto Marchesini che sta parlando del postumano in senso antispecista, come nuovo modo di relazionarsi con il non umano, l’animale in particolare, l’alterità in generale, forse ciò che tu definisci il selvatico. Inteso in questo modo il postumano è il tramonto dell’uomo, proprio come recita il titolo di un libro di Marchesini. Tramonto dell’uomo, ”misura di tutte le cose”, crisi del cogito cartesiano, collasso della soggettività autocentrata, a favore di una soggettività basata sula connessione fra tutti gli esseri viventi. E’ ancora Rosi Braidotti che parla, infatti, di “soggettività nomade” o di “divenire animale” sulla scorta di Deleuze –Guattari. Tutti questi pensatori sono inevitabilmente debitori verso il pensiero di Nietzsche. E’ un discorso vastissimo. Io ho deciso di approfondirlo leggendo di più sull’argomento.

Ettore Fobo ha detto...

@ Humani Instrumenta Victus

Siamo in una crisi culturale profonda.

Logos ha detto...

Ciao Ettore,
grazie mille per il pezzo sulla Silloge e per gli immeritati complimenti.
Cogli giustamente che alla base dell'indagine connettivista vi è la trascendenza nel senso più letterare di trascendere, andare oltre.
Il futuro è uno dei possibili luoghi di questo andare oltre, ma non è l'unico. Basta leggere le poesie barocche di Marco Moretti per rendersi conto che la direzione all'Oltre può avere esiti molto diversi.
Grazie ancora della tua saggia lettura e a presto per altri progetti che bollono in pentola..
Ciao
Logos

Ettore Fobo ha detto...

@Logos

Marco Moretti sì, con il suo linguaggio forbito e direi antico, con la sua erudizione in cui si mescolano le epoche. Con lui il futuro si mostra ancora più inquietante e indefinibile, spazio di una riflessione sull’essenza stessa della nostra specie. Posso aggiungere, per il resto: trascendenza come superamento di un limite, oltre il quale incontriamo l’impensato, se non addirittura echi di impensabile. Ciao Logos, contento che tu abbia apprezzato il mio intervento.

diogene senza l'anima? ha detto...

Ognuno si faccia le sue idee e tragga le sue considerazioni, è necessario però chiarire che quando si parla di transumanesimo si sta parlando di questo:

http://viandanti.noblogs.org/post/2014/08/03/chiudiamo-le-porte-dei-laboratori-di-ceyzeria-no-al-mondo-macchina/

Un altro articolo abbastanza interessante è questo, che sintetizza e liquida il transumanesimo (e le sue pretese addirittura "libertarie") in maniera molto rapida, come è secondo me giusto che sia.

http://theblackisland.wordpress.com/2014/07/27/epsilon-alfa-verso-una-societa-anarchica-ad-incidenza-zero/

diogene senza l'anima? ha detto...

Infine vorrei citare queste parole: "Occorre una dimora ombrosa, per abitare il vivo. (...) Eppure, salvezza non è solo il Paesaggio, il tempo non umano e più che umano della vita nuova, delle estati e dell'Albero. Qualcosa si è salvato, in noi, del mondo: qualche nome, qualche volto, qualche città. Un po' del tempo umano, che ci è stato affidato e dobbiamo pure custodire." (R. De Monticelli, Dal vivo)