Sottomissione - Michel Houellebecq

sabato 19 settembre 2015





Con Sottomissione Houellebecq  scrive un romanzo potente, dando vita a uno spaccato sociale della Francia - e in fondo dell’Europa  -  fondamentale per cercare di capire questi anni convulsi più che mai. Le polemiche sorte intorno al testo sono dimostrazione della sua vitalità e della sua profonda ambiguità.  Houellebecq gioca con i generi (in fondo il suo è un romanzo di fantapolitica), scrive quello che è anche un saggio di critica letteraria su Huysmans, ha un interessante approccio storico, arriva a una condensazione filosofica dei concetti;  il risultato finale è una mescolanza arguta di sorprendente modernità. Ormai non ci può essere che un approccio multidisciplinare, una fusione alchemica di conoscenze eterogenee, per scrivere un romanzo all’altezza dei tempi (della Storia e della letteratura).

E come Orwell, come Huxley, Houellebecq disegna uno scenario di fantapolitica, immaginando che in una Francia del prossimo futuro (2022) un fantomatico partito islamico, la Fratellanza musulmana, riesca democraticamente a formare un governo, con tutto quello che questo significa per l’applicazione in occidente di un’ idea di sharia (esclusione della donna dalla vita pubblica, poligamia, sottomissione al Dio islamico…)

 È un’idea in fondo  abbastanza paradossale che però lo scrittore francese sviluppa riuscendo a essere credibile. Non sono  però, come potrebbe sembrare,  lo spauracchio dell’islamismo e la retorica sulla perdita dell’identità francese il fulcro del romanzo;  se così fosse stato il libro  sarebbe stato, a mio modo di vedere,  un fiasco.  Esso verte intorno all’idea base che Dio tornerà,  sta tornando, è tornato protagonista sullo scena del mondo.

 L’idea di Dio diventa così una risposta al nichilismo del personaggio protagonista, François, professore universitario, intellettuale ormai esausto, quasi senza vita, senza desideri, senza prospettive,  simbolo dell’europeo medio devitalizzato. Le diagnosi di Nietzsche sulla decadenza dell’occidente, sul trionfo del nulla, trova riscontri nel romanzo. Houellebecq racconta così la forma e la subdola formula del nichilismo contemporaneo,  sostenendo con l’impianto del suo romanzo che  l’ alternativa al nichilismo è questa religiosità  forse farsesca, sicuramente opportunistica, finta  e di comodo, di matrice islamica in questo caso. L’umanesimo laico, illuminista,  su cui  si crede sia fondata la modernità, (François stesso si definisce ateo) si scopre così debole e ormai al  collasso,  davanti alla seducente irrealtà di Dio.

Così finito il marxismo che aveva fornito un orizzonte di senso, la risposta al nulla che l’uomo sente dentro di sé ritorna a essere di tipo religioso. Questo è il futuro che immagina Houellebecq:  infatti,  nel romanzo islamici e cattolici sono praticamente alleati in questa lotta per la restaurazione di Dio, del senso, della famiglia, del patriarcato, fondata sull’esclusione della donna dalla vita pubblica e del suo asservimento.

Romanzo nietzschiano, eccetto che nelle conclusioni. Ciò nonostante Nietzsche stesso viene definito dal protagonista  in due occasioni ”vecchia bagascia”, caduta di stile di Houellebecq che non ha molto senso. Nessun oltreuomo all’orizzonte piuttosto il cedimento della classe intellettuale alle sirene della religiosità islamica. La morte di Dio si rivela apparente, basta poco ed ecco che l’Occidente riscopre che Dio è comodo, l’orizzonte di senso che promette troppo allettante. Sottomissione è una riflessione attuale sul nichilismo della società contemporanea, sulla crisi delle sue élite intellettuali, un’interpretazione in fondo agghiacciante e desolata, senza vie d’uscita, del nostro presente. Qualcuno rimprovera a Houellebecq la  mancanza di speranza; io vedo in essa invece la lucida constatazione di un declino inarrestabile.

Pubblicato da Bompiani nel gennaio 2015 e tradotto da Vincenzo Vega, il romanzo è ben strutturato in cinque capitoli organizzati  in paragrafi brevi e fluidi. Si ha il sospetto che questa leggibilità sia un trucco del mestiere, s’indovina il montaggio di materiale eterogeneo, come sostiene Baricco, che parla del testo come la fusione di un “romanzetto” di fantapolitica “ e di  un saggio letterario su Huysmans. Dell’intervento di Baricco mi limito a segnalare la  consueta spocchia dell’intellettuale medio italiano verso la letteratura di genere.
  
Aldilà di questo,   la lettura di Sottomissione è  avvincente;  ottimo il montaggio e il senso del ritmo. Mancano un po’  personaggi femminili veramente significativi,  qualche riferimento alla politica francese è oscuro al di fuori dei confini transalpini, le scene di sesso, per fortuna rare,  sono sgradevoli e inutili,  nonostante ciò  Houellebecq riesce a scrivere un romanzo accattivante dimostrando intelligenza e anche mestiere, appunto.  

Lo scandalo del romanzo  è che Dio torna a essere un orizzonte praticabile, un interlocutore plausibile, per intellettuali ormai strozzati da un edonismo che ha esaurito le sue attrattive, stanchi, svuotati, pronti a sottomettersi al primo totem che si presenti. L’illusione di Dio, anche se in questo caso si tratta del Dio dell’Islam, è preferibile a una realtà di tristi consumatori abbruttiti, sembra dirci Houellebecq.  La provocazione dello scrittore francese è dunque sottile, anche se morto, Dio funziona, perché non approfittarne,  se ciò significa un senso?  Come sempre aveva ragione Nietzsche quando scriveva che per l’uomo “ è meglio un senso qualsiasi che nessun senso.”

Il  libro  di  Houellebecq  si pone proprio al centro di questa vertigine. La sua è anche una riflessione sul potere, sulla religione come strategia del potere, sulla religiosità letta come espressione della volontà di potenza dell’individuo. Per François si tratta di una volontà di potenza piccina piccina, piccolo borghese, domestica.

 Qui  la dimensione religiosa torna  in auge perché fa breccia in un Occidente in declino che per stanchezza di sé recupera Dio dal  dimenticatoio dove la modernità laica,  illuminista prima, mercantile oggi, l’ha relegato. Però in questo futuro non è il Dio cristiano ma quello islamico  a prevalere sulla stessa modernità laica ormai in disarmo. Romanzo  dunque  scomodo,  dove si mette più di un dito nelle piaghe  della contemporaneità.  Possibile che si  tratti del  romanzo dell’anno.

8 commenti:

Humani Instrumenta Victus ha detto...

A proposito di un'attualità del ritorno di Dio sulla scena politica:
http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2015/03/30/perche-dio-e-tornato-sulla-scena43.html

Mia Euridice ha detto...

Ho letto solo critiche negative in merito a questo libro.
Non so perché. Io non l'ho letto e non posso giudicarlo però tu sembri più entusiasta di tanti altri.

Ettore Fobo ha detto...

@ Humani Instrumenta Victus

Grazie per la segnalazione.

Ettore Fobo ha detto...

@Euridice

Sì, alcune stroncature le ho lette anch’io. Innanzitutto, Houellebecq è antipatico a molti (a dire il vero prima di leggere questo romanzo anche a me). Oltretutto il libro potrebbe aver urtato i sentimenti religiosi di alcuni (la religiosità è smontata e rimontata come funzione puramente opportunistica) ed essere stato uno specchio per la mediocrità di altri. Sostanzialmente secondo me non piace perché non è facilmente inquadrabile secondo gli schemi politicizzati di molta critica. Altri condannano il pessimismo dell’autore. A me è piaciuto. E oltretutto mi è piaciuto andare in controtendenza. Recensioni positive le trovi sul blog Ortioricellari agli indirizzi http://ortioricellari.blogspot.it/2015/03/sottomissione.html e http://ortioricellari.blogspot.it/2015/02/michel-houellebecq.html

Mia Euridice ha detto...

Vado a leggere ortioricellari.
Ed approfitto per farti i complimenti per la recensione su Tonelli su Lanke.
Bravissimo!

Ettore Fobo ha detto...


Grazie Euridice, troppo buona.

nazioneoscura ha detto...

Come sai condivido praticamente tutto, e mi rode il fegato che ci siano quasi solo recensioni negative. Houellebecq è antipatico come Céline, ma entrambi hanno la capacità di avere uno sguardo sul mondo che dà fastidio a tutti, forse perché è più vero degli altri sguardi.
Poi è antipatico perché in Italia (non in Francia) è considerato di "genere" e naturalmente sappiamo tutti che la fantascienza e l'horror sono merda (gli Idioti dell'orrore di Battiato, la derisione di Harry pioggia di sangue di Moretti, quella di Moravia per la fantascienza) e allora arriva Baricco, bello bello, coi suoi libri a senso sussurrato, anzi loffato (se mi permettete e se avite capito cosa intendo), non solo a sminuire un collega che sarà ricordato molto di più di lui, ma la "fantapolitica" tutta che per dirne ha precedenti dal '600 (quando la cacca che scrive Baricco non aveva un proprio "genere", il 'romance') con I viaggi di Gulliver di Swift e L'Utopia di Thomas More, mica ieri.
Probabilmente da piccolo Battiato non aveva paura, e quindi per lui è meglio cancellare questo sentimento idiota, mentre l'autopsicanalisi di Moretti rivela la sua emofobia, e Moravia si soffermava a guardare lee donnine discinte sulle copertina dei pulp magazine, ignorando la fantascienza di valore che semplicemente proiettava nel futuro un presente rendendolo più nitido alla vista. Giustifichiamoli. Ma Baricco no, Baricco non pensa nemmeno, si "allinea" al modo di pensare dell'intellettuale italiano, che ormai è incapace anche di scrivere, continuando a raccontare sempre la stessa storia, in mood sempre peggiore.
Spezzo una lancia, per l'Italia, perché so che altri intellettuali (magari di frontiera) tipo Wu Ming, Valerio Evangelisti e Saviano non la pensano così.

Ettore Fobo ha detto...

@nazione oscura

Capisco la tua rabbia. Quello che personalmente più m’infastidisce è il conformismo. Il vero problema non è né Moravia, né Moretti, né Battiato, né Baricco che semplicemente seguono la linea dettata da Benedetto Croce, il principale responsabile di questa sottovalutazione della letteratura fantastica in Italia. Personaggio che ha avuto un’influenza nefasta anche in ambito poetico. Mi fa piacere che invece negli Stati Uniti Stephen King abbia ricevuto recentemente un importante riconoscimento. Ricordo il disprezzo verso di lui espresso da un mio professore del liceo. Trovai subito il suo commento sdegnato pregno di squallido snobismo - costui era, infatti, una persona piena di sé e odiosa.
King non lo leggo da anni ma ricordo ancora con piacere suoi diversi romanzi. Su tutti cito uno dei meno noti, “La lunga marcia”, l’ho riletto una decina di anni fa; libro che ebbe il coraggio di pubblicare con lo pseudonimo di Richard Bachman, quando era già affermato. Ho il desiderio di leggere il suo romanzo su Kennedy ma non ne ho avuta ancora occasione.
In ogni caso, stimo comunque Moravia come scrittore e Battiato come musicista. Mentre su Moretti e Baricco stendo un velo pietoso. Non m’interessano.