Cani di paglia- John Gray

sabato 24 aprile 2010


“Il cielo e la terra non hanno pietà, trattano i diecimila esseri come fossero cani di paglia.”

Lao Tze

“Ragazzi, guardatevi dall’amore per l’uomo (… )/Questa è la trappola in cui molti spiriti nobili cadono/. E’ la trappola in cui cadde Dio,/ quando, dicono, camminò sulla terra.”

Robinson Jeffers

Diogene cercava l’uomo con la lanterna e non trovandolo si accontentava del proprio ghigno sarcastico, John Gray pare averlo trovato finalmente nell’immagine di un animale qualunque, solo un po’ fanatico di se stesso, un fantoccio dotato di autocoscienza, la qual cosa lo estasia al punto di fargli credere di essere il vertice dell’universo. Di contro ad ogni visione umanistica e cristiana, contro ogni pretesa antropocentrica, mettendosi sulla traccia degli antichi taoisti, il filosofo inglese ci toglie definitivamente l’illusione di essere il fondamento e il senso del mondo, e allora viene in mente Senofane, che aveva ridotto a puro delirio auto centrato la credenza negli dei, si sente la fredda luminosità di Cioran; Gray è crudele ed esatto, il suo smontaggio del mito Uomo è una folgorazione di lucidità. L’uomo non cerca la libertà, ne ha paura, preferisce fare parte di un gregge e, come scrive anche Baudrillard, delegare la fastidiosa faccenda della volontà e della scelta a un capo, a un Dio, per liberarsi dal suo incubo peggiore: la noia. Così nella nostra società l’intrattenimento degli esseri umani diventa la questione principale, dopo il tramonto della religione cristiana e la fine dell’eccitante faccenda del peccato. Ma l’uomo è autocosciente rispetto agli animali, ha innalzato cattedrali a Dio, dice qualcuno, ma cosa è questo Dio se non controfigura della sua ubris, emanazione del suo narcisismo, cos’è questa coscienza se non un’accozzaglia di impressioni transitorie? L’identità è un mito, nell’immensa dispersione della psiche è ormai inutile cercare il labile fil rouge dell’io.

L’uomo è un animale predatore, una metastasi che infetta la terra e John Gray sembra provocatoriamente condividere con Ceronetti il desiderio di un mondo lasciato agli animali, liberato dalla presenza oscura e malevola dell’uomo. Ma il filosofo inglese è troppo assennato per perdersi in un incubo, e sa bene che la ferocia umana non verrà placata se non dalla catastrofe, anche se l’uomo non porrà fine alla vita sulla terra, come pensano alcuni megalomani, porrà fine solo alla sua sciagurata e insignificante esistenza.

In questo saggio John Gray affronta una miriade di argomenti con un tono sommesso ma efficace, ci ricorda che comunque l’illusione è più vitale della verità, presenta la guerra come grande gioco che pone fine alla noia e ci mostra come la visione taoista, che non conosce Dio e morale, sia la più vicina al cuore pulsante della nostra insensatezza. Credere nella scienza come si fa oggi è come credere nella magia, pensare che essa possa liberare l’uomo dalla sofferenza o dalla morte non è diverso dall’idea che lo possa fare un redentore, e in fondo la fede nel progresso è la fantasticheria che trascina gli ultimi secoli, non dissimile dalla fede in un aldilà di salvezza. Anche il culto cristiano della Verità è un sogno che presto si è trasformato in un incubo, Gray ci ricorda che a livello di sopravvivenza è più utile l’illusione, solo gli insoddisfatti e gli infelici che disperano di sé sono interessati alla Verità,specialmente per imporla agli altri, alla maggior parte delle persone interessano più il pane e il divertimento. In questo senso allora però la sua stessa filosofia invece di aiutarci rischia di rigettarci nel nostro sconforto di creature, in un mondo sempre più arido di feconde illusioni. Ma per Gray è preferibile rimanere nella naturale inquietudine dell’essere umano, piuttosto che fuggire da essa; gli sforzi per dominare la natura, che la morale cristiana e la scienza ci chiedono, non valgono la pena e sono follia, meglio una vita senza scopo, come quella degli animali i quali, non chiedendosi il perché delle cose o il fantomatico fine della vita, sono nel mondo come nelle parole di Bataille “ come acqua nell’acqua”. L’uomo vuole vincere “il tedio della consapevolezza” e per far questo è disposto a tutto, bisognerebbe piuttosto si rassegnasse all’idea che nella vita umana non c’è felicità possibile.

Cani di paglia è un libro equilibrato, capace però di mettere in crisi il nostro equilibrio, che ci mostra come scienza e catechismo siano germogliati dallo stesso seme: la vanagloria umana.

3 commenti:

giacynta ha detto...

E' paradossale temere il rischio e, nello stesso tempo, tentare di sottrarsi alla noia. Il cane di paglia risolve la contraddizione divertendosi a buttare dalla torre un capo dopo l'altro?
Dimmi se ho ben interpretato.

Ettore Fobo ha detto...

E' il problema fondamentale della civiltà. Da una parte si desidera la comodità, dall'altra si ha in orrore la noia.Buttare dalla torre un capo dopo l'altro è azione abbastanza insensata, quindi può essere usata per designarci.Ciao.

diogene senza l'anima? ha detto...

Il cuore pulsante della nostra insensatezza.