Club Midnight- Charles Simic

domenica 20 giugno 2010


Simic esplora la quotidianità più banale, nelle sue poesie si manifesta la realtà, con i suoi sottintesi metafisici messi lì per depistare, o ironicamente esibiti per mostrarne l’inconsistenza. E’ la modernità di uno sguardo disincantato: tavole aperte tutta la notte/sale da biliardo/ e bar bui/ fanno da sfondo a quella che si configura come un’immersione in una realtà desacralizzata, in cui solo il fato riesce a mantenere una certa aria solenne, mentre il resto dell’apparato metafisico appare svuotato dall’interno da una formidabile inerzia. Il sottofondo di questi versi è uno “spettrale sussurro”, la voce di Simic è sommessa, attenta a registrare le piccole inezie che fanno comunque la vita misteriosa.

Ma è la noia il meccanismo che trita le anime costrette a “leggere le stelle”,”pensare alla propria solitudine”, per vincere la sconcertante monotonia di una vita standardizzata. I personaggi di queste poesie hanno su di sé come una stanchezza invincibile, una tristezza ancestrale che li domina e gli oggetti di cui si servono non hanno quasi più funzione, sono relitti privi di senso in un mondo in cui la “benigna indifferenza delle stelle” splende su “piccole delusioni “, “insignificanti gioie”. Come recita il titolo di una poesia “Il mondo vive di sciocchezze”, così ironicamente il poeta legge negli oroscopi il lutto della propria insignificanza.

E’ un mondo opaco, scialbo, consumato, quello che Simic racconta, una realtà di agghiacciante tedio, su cui aleggia sempre la violenza, fra “stupide speculazioni” da ridurre al più presto al silenzio. Atterrito da un mondo senza ambiguità, il poeta ama le ombre, gli specchi che danno “un tremolio come la boccia dei pesci”, e la sua voce affonda nella stessa monotonia del fiume che scorre.

Fra “ segni illeggibili” le “ notizie del mondo esterno” ci stordiscono e ci lasciano “confusi”, per Simic non sembra esserci una via di fuga, se anche i sogni della mitologia si rivelano inquietanti incubi postmoderni. E’ dunque una dimensione priva di trascendenza, dove sembra riecheggiare l’amara constatazione di Cioran, “tutto è vuoto di dei”, e anche la poesia è lo stupido latrato di un cane alla luna. C’è una disperazione raggelata, un grido costantemente trattenuto, che non esplode mai e sembra soffocarci. Ecco, la poetica di Simic è minimalista, se in Hotel Insonnia gli oggetti conservavano comunque un certo fascino simbolico, qui in Club Midnight perdono sempre più consistenza; talvolta il vento con la sua “oratoria” o gli alberi sembrano avere una storia da raccontare, ma deve essere un’illusione perché il silenzio è uno scrigno dal quale il gemito dell’umana disperazione non può uscire e se c’è felicità è cinicamente data dall’assistere”alla tragedia di un altro”.

“Abbandonato dalla provvidenza”, l’uomo non può far altro che emettere il suo sospiro verso un cielo indifferente, in mezzo a una “ grandiosa parata di fantasmi” ad ombre che sembrano” una compagnia di attori girovaghi vestiti per l’Amleto”, contemplando la propria miseria e la propria solitudine, da “rinnegato,segregato, appartato”. Non sembra esserci nessun riscatto, tutto è incolore, liso, consunto e l’esistenza, mediocre, è un silenzioso naufragio senza testimoni, il suo enigma non può essere risolto nemmeno da Dio, sotto una luna che pare “un macellaio di carne suina” si consuma una vita di apatia e indifferenza, senza nemmeno l’ombra di una gioia.

Col suo amaro iperrealismo Simic ci restituisce un’esatta radiografia del silenzio, in cui affonda la sua “città fantasma”, raccontando di un’America sciatta, abbandonata da Dio, dove come nel verso di Patchen”la solitudine è un coltello sporco alla nostra gola”, il sospetto di non avere un’anima ci sconcerta, rimane l’ironia, che il poeta usa come estrema difesa dalle sue stesse scoperte. Su tutto, infatti, sfavilla come un ghigno farsesco, la stessa tragicità non è da prendere troppo sul serio, l’uomo è una caricatura, i suoi dei ombre della grande vacuità, il fato “più reale di Dio” parla soprattutto attraverso le cose apparentemente più insignificanti: “un distributore di cicche colorate”, “un mazzo di carte” abbandonate, “una vecchia porta scricchiolante”, ricordandoci la nostra inconsistenza, con il suo implacabile e gelido mistero.

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Club Midnight- Charles Simic- traduzione Nicola Gardini- Adelphi

4 commenti:

Elena ha detto...

Il sospetto di non avere un'anima é raggelante dal momento in cui si rivela plausibile.
Ho vissuto questa lettura come una teoria di immagini desolanti e di identico sapore, siccità permanente, un velo sprezzante sullo sguardo di hopper.

Ettore Fobo ha detto...

In effetti Hopper viene spesso accostato a Simic, che è un poeta freddo e terribile, nonostante l'ironia di cui si serve.Grazie del commento Elena, un saluto.

giacynta ha detto...

Anch'io, leggendo, avevo pensato ad Hopper, ma sembra che Simic si neghi anche la pietà. "La poesia è lo stupido latrato di un cane alla luna" è una espresione tua o di Simic?
P.S.
Le tue recensioni sono ogni volta più belle!

Ettore Fobo ha detto...

L'espressione è mia, mi sono preso delle libertà.I versi originali di Simic che mi hanno fatto scrivere la frase sono"dove il cane che abbaia alla luna/ è l'unico poeta."
Stupido è un'aggiunta forse impropria, o forse no.

Grazie dei complimenti Giacynta, un saluto.