Colloqui con il professor Y- Louis -Ferdinand Céline

giovedì 12 agosto 2010


Ci sono grandi della letteratura che sono stati cattivi maestri nella vita, ma alla fine ciò che rimane sono i libri, il resto, ideologia, vita privata, ossessioni, idee sociali, può essere tranquillamente considerato spazzatura. È il caso di Céline che in questo romanzo dissemina in una prosa irruente, definitiva, a tratti patologicamente intensa, barlumi schizoidi e idiosincrasie di scrittore, mescolando al nero dell’esistenza una risata sardonica. Al funerale della letteratura, perché questa è l’ossessione di Céline, “ Fatto sta che non si vende più niente “, probabilmente lo scrittore francese vorrebbe sghignazzare ma gli viene fuori questo ghigno amaro e terribile, sconcertante. Certo il libro è divertente, porta all’estremo certe intuizioni di una comicità fuori da ogni regola e agisce sui nervi come una scossa, liberando al tempo stesso tutta l’energia di una risata acre.

Scrive Deleuze che la grande letteratura è attraversata sempre da flussi psicotici, in questo libro Céline ci mostra cosa intendesse con “l’emozione del linguaggio scritto” che riproduce il parlato con tutte le sue incoerenze, i suoi tic e appunto la sua debordante psicosi, poiché ” l’emozione si lascia captare solo nel’parlato ’”.

Il tema è la letteratura moderna, con i suoi editori tromboni dileggiati, i suoi scrittorucoli commerciali che vendono poiché incontrano la mediocrità del pubblico, già dai tempi di Céline per lo più dirottato dalla lettura da cose come “il Cinema, la televisione, gli elettrodomestici, lo scooter”. C’è una comicità che è tutta nello stile di scrittura platealmente isterico, arrabbiato, apparentemente incontrollabile come una colata lavica, in realtà gestito come una festa nera da un abile intrattenitore suo malgrado, come lo scrittore francese.
Il professor Y è la povera vittima designata, dovrebbe intervistare Céline ma viene brutalmente incalzato da considerazioni, invettive, esplosioni linguistiche che la traduzione di Gianni Celati restituisce splendidamente. Tutto è attraversato da una furia scatologica di degradazione di tutta la realtà a flusso di merda e orina.

Colloqui con il professor Y è anche un pamphlet contro certa letteratura alla moda con i suoi rituali di conformismo, la sua staticità fintamente pensosa. Céline non risparmia nessuno e se vomita i suoi insulti, ci rivela la sua intossicazione, la sua avversione per quel bolso mondo di perbenismi che è anche il nostro.
Gli scrittori alla moda sono il bersaglio degli strali inviperiti di uno che si sentiva “scrittore lirico”, il cui “stile emotivo” era una pietra gettata nello stagno della letteratura francese; ma se non c’è lirica che possa fare a meno di un io, Céline conclude così la sua esperienza con il lirismo: “Il mio io non è per niente audace! […] con infinita precauzione lo copro sempre interamente di merda”. Il romanzo pare anche un paradossale saggio in cui lo scrittore francese, o meglio ancora la sua maschera, ci parla della propria letteratura da una visuale eccitata della paranoia, ci parla dell’argot, per esempio, in origine gergo dei delinquenti, parola criptata, “lingua di odio che ti stende secco il lettore”, che Céline fa roteare nella sua scrittura fatta di lampi e silenzi, grida storte e baldoria creativa. Il suo è un forsennato e continuo attacco psicotico alle fondamenta della Cultura ufficiale, una furia iconoclasta abbatte e deride il mondo della tecnica, del cinema, della letteratura, della musica, riducendo tutto l’umano a convulsione epilettica, a caricatura grottesca. Céline morde la pagina, e noi con lei, con irato fastidio, ma in questo romanzo la sua è una scrittura clownesca, una specie di balletto della degradazione e il suo occhio è quello del fool, non quello dell’ re, dell’autorità.

E’ una prosa paradossale, parossistica, si configura come una gag continua, piena del veleno della paranoia e, sullo sfondo, una colossale derisione. Lo “stile emotivo” è un virus che esplode, paragonabile a certi scavi nel linguaggio fatti da Antonin Artaud; così l’irruzione dei segni del delirio nella realtà ha esiti farseschi; l’uomo, ridotto a pupazzo sconvolto, non ha alcuna verità da comunicare, se non quella degradante della minzione perpetua che affligge il povero professor Y.

L’uomo è questa maschera patetica o tragicamente comica e vano sarebbe fare dei”binari storti” céliniani una retta via di ragionamenti, il suo “metrò emotivo” passa con un carico di umanità risibile; e ci ricorda che, come sempre, la grande comicità ci fa ridere e al tempo stesso ci spaventa.

12 commenti:

Anonimo ha detto...

Buongiorno,

prima di tutto complimenti per il Blog, probabilmente non sono purtroppo in grado per mie personali mancanze culturali di apprezzarlo fino in fondo ma è decisamente bello e piacevole da leggere.
In realtà Le scrivo questo commento perchè ho notato la pubblicità di quello che credo sia un libro da Lei scritto "Eugenio Cavacciuti- La Maya dei notturni- Kipple Officina Libraria- 2006".
Ebbene! ma Lei è parente del Dott. Federico Cavacciuti psicologo milanese ma operante a Roma?
Se così fosse sarebbe una concidenza incredibile dato che io sono un ex paziente del Dottore, persona davvero eccezionale, devo dire che mi ha cambiato la vita (o come direbbe lui mi ha aiutato a cambiare la mia vita). Senza dubbio la persona più intelligente e colta che io abbia mai conosciuto, se foste parenti vorrebbe dire proprio che avete ottimi geni.
Un saluto a Lei (e nel caso anche al Dottore)!

giacynta ha detto...

Come al solito, è un piacere leggere le tue recensioni. Cogli ciò che va colto e non c'è un dettaglio che non trovi una giustificazione, una necessità.
L'occhio di Celine " è quello del fool" forse perchè la letteratura diviene per lui la traduzione di un ossessivo, lancinante bisogno di autenticità. E' l'impressione che ho avuto leggendo altri suoi scritti.

Yanez ha detto...

Vero, quel che resta sono i libri. Tuttavia, i libri di Céline senza la sua biografia, i suoi errori, le sue "mattane" sono solo cellulosa. Questo autore merita di essere ricordato come un "testimone partecipe" della crudeltà del '900, astrarre la sua letteratura dal rabbioso antisemitismo, dal risentimento straccione sarebbe come leggere Baudelaire tacendo del fatto che era un tossico...

Ettore Fobo ha detto...

Yanez

Non ho parlato dello spaventoso(e patetico)antisemitismo di Céline, perché in questo romanzo non è un tema centrale, se avessi parlato di Bagatelle per un massacro, libro pessimo, avrei dovuto scrivere di questa altra sua pazzia. E’ verissimo, come dici tu, che è stato un "testimone partecipe" della crudeltà del Novecento ed è proprio in questo senso che m’interessa. Nella vita è possibile che fosse anche un imbecille ossessionato, ma uno dei misteri della letteratura è capire come sia possibile che l’autore di Viaggio al termine della notte fosse un collaboratore invasato dei nazisti. Penso però che un romanzo possa,a volte, essere separato dal suo autore, dalle sue"mattane" e vivere indipendentemente da chi l'ha scritto.Parlare troppo di Cèline mi avrebbe impedito di analizzare il testo, secondo la visuale che mi interessava: flusso schizoide, balletto di maschere ridicole.
Sul "risentimento straccione" hai ragione: è èvidente in questo testo, avrei dovuto parlarne.

Ettore Fobo ha detto...

Giacynta

Sull’autenticità ci sarebbe da scrivere molto e forse hai ragione ad accostarla a Céline, per certi versi, ma c’è qualcosa che richiama invece la maschera, come scrive Gianni Celati nella postfazione.
Io personalmente penso che l’artista sia un creatore di maschere, e per far questo prima distrugge le maschere sociali che ci sono affibbiate fin dall’infanzia, poi cerca nel sé anche il proprio antitipo(è il discorso di Yeats), o la propria caricatura come fa Céline in questo romanzo. Non posso dire che il protagonista del libro sia il vero Céline, se s’intende così l’autenticità, è un Céline che esagera se stesso fino a sfigurarsi totalmente. E’ autentico nel gesto di questa follia.

Grazie dell’apprezzamento, Giacynta, un saluto.

Ettore Fobo ha detto...

anonimo

Sì, la persona di cui lei parla è mio fratello. Grazie dei complimenti.Un saluto

Anonimo ha detto...

Ciao, sono Marco.
E' molto interessante questo blog.
Non credo che Celine sia stato un cattivo maestro, anzi penso che egli non fosse affatto un maestro. I maestri, in quanto tali, sono sempre dei cattivi maestri.
Se ci fossero meno maestri avremmo un pò piu di letteratura. Continua così che sei forte!

Ettore Fobo ha detto...

Per Marco

Secondo me, in letteratura non ci sono maestri, se non nell’immaginazione esaltata di qualche epigono. E comunque dare del maestro a qualcuno, oggi sa quasi di sfottò. Tuttavia certuni vengono consacrati e aleggiano sinistri sulle nostre teste. Sinistri come la letteratura.

Grazie dell'incoraggiamento, Marco, un saluto.

Lukha Kremo Baroncinij ha detto...

Pupazzo sconvolto in una realtà epilettica, isteria del movimento, dell'azionismo, la ricerca faustiana di celine non va verso la luce, ma verso il buio, è là che si cerca (lui e tutti quelli simili a lui, scrittori, falegnami, magnaccia o spacciatori), si cerca la redenzione scavando in tutte le possibilità perverse. Massì, schifoso antisemita, in fondo anche Heidegger lo era, il fatto è che l'opera si stacca definitivamente dell'autore con la parola fine. L'autore muore e la biografia dovrebbe essere bruciata, e l'opera diventare anonima e apprezzata per quello che è.
Ma non in tutti i casi: come si può dividere l'opera di pollock (anche lui ''azionista'') dalla sua vita? sarebbe illeggibile.
La questione è: Celine si stacca dalla sua opera? La sua opera è leggibile sapendo che era quello che era.
Massì!

Ettore Fobo ha detto...

Per me l'opera si stacca dall'autore nel momento in cui è pubblicata. Quando la biografia è più importante, vuol dire che l'opera è muta.

Elena ha detto...

Questa separazione é un punto cruciale secondo me nell'approccio alla letteratura. In molti casi richiede uno sforzo ma é necessario affrontarlo, vengo qui anche per questo.
Mi piace leggere le tue recensioni.

Ettore Fobo ha detto...

Elena

L'autore si stacca dall'opera, il lettore diventa protagonista, deve collaborare alla creazione artistica.

Ps
Bello quello che hai scritto su Auster. Io ho letto una trasposizione a fumetti di Città di vetro e mi è piaciuto molto Moon palace.Ciao Elena e grazie per l'apprezzamento.