Fuoco centrale e altre poesie per il teatro - Mariangela Gualtieri

venerdì 13 maggio 2011


La poesia di Mariangela Gualtieri che emerge da questa raccolta, Fuoco centrale e altre poesie per il teatro, racchiude in sé il dolore, il desiderio dell’estasi, l’assenza, e tutta la vitalità terrestre in un incanto magico, che però mai dimentica l’asprezza del nulla. Il centro di questi versi sembra essere, infatti, la mancanza, che però non è vissuta sempre come privazione, ma come straordinaria possibilità di sentire, di sottrarsi allo sfacelo, che finché può essere nominato e interrogato non è vero sfacelo, perché come scrive la stessa poetessa in una nota:” Lo sfacelo vero, se mai ci sarà, non saprà più nulla del non- sfacelo. Per questo credo che il sentimento della “mancanza “sia il nostro ultimo baluardo di umanità(…)”.

Così tutti questi monologhi genialmente pensati per la recitazione teatrale (la poetessa è legata a doppio filo al regista Cesare Ronconi e al Teatro Valdoca) ruotano proprio intorno alla mancanza. Prendiamo per esempio il monologo tratto da Seconda parte che inizia con questi versi “ Io sono spaccata, io sono nel passato prossimo”, dove è adombrata l’afasia contemporanea, giacché la protagonista pare aver smarrito la possibilità di dire l’essere stesso, le parole le si sfaldano in bocca, si disgregano, si consumano, e lei sembra quasi rincorrerle, per acchiappare una sintassi consumata e dolersene fino al delirio. E’ la dimensione dell’isteria contemporanea, che la poetessa registra anche ritmicamente in questo straordinario monologo che ricorda certo surrealismo e certa poesia della beat generation.

Il tema è assolutamente contemporaneo, la tragica privazione e la degradazione della parola, che già Pasolini o Testori, tra gli altri, avevano messo in luce, da qui la foga con cui la voce recitante insegue il proprio stesso discorso che si disfa nell’afasia. O ancora il bellissimo Monologo del non so, dove il rimpianto della potenza naturale, della “forza di cagna che dà il latte si scontra con la “malattia terrestre” che scava le facce nel dolore, si scontra con “ la logica finanziaria” che rischia di sospendere le vite”. Dietro nascosta, schiacciata, magari anche avvilita, rimane una dimensione sacrale, che Mariangela Gualtieri esprime ora in apoftegmi fulminanti, ora in monologhi che paiono una colata lavica di potenza espressiva.

E’ il teatro, è la richiesta costante di una voce umana, a rendere questi versi quello che sono, ciò nonostante anche sulla pagina conservano la loro bellezza, anche straziata. Ma non c’è disperazione, tutt’altro, la mancanza, “memoria di bellezza da cui poter partire”, è avvertita come il limite dell’esperienza umana, non come un tragico epilogo, ma quasi come un trampolino di lancio per raggiungere la pienezza del sentire e dell’espressione.

Così attraverso queste poesie ci specchiamo dolorosamente nell’assenza, nella mancanza, e in questo specchio non vediamo soltanto il dolore, ma il nostro stesso desiderio di un altrove, la nostra nostalgia dell’essere, del sacro, Quello che più colpisce è il tono, esortativo, ispirato, della poetessa romagnola, la cui voce si moltiplica eludendo sapientemente forme di retorica desuete, ritmando il malessere contemporaneo con parole preziose, neologismi raffinati; la sua è una voce mai rabbiosa sempre sul filo di una sostanziale padronanza stilistica, pur nello smarrimento. In queste poesie risuona potente l’assonanza con la scrittura di Amelia Rosselli, nume tutelare, voce amica.

Quello di Mariangela Gualtieri è un tentativo importante, sospesa la retorica minimale della poesia contemporanea, approdare a una voce altra, intessuta di tutti i richiami di una natura, non sentita come nemica, ma come alleata contro le desolazioni tutt’umane della “logica finanziaria” che inaridisce le vite, sottrae linfa vitale, per mantenere in funzione un meccanismo fondamentalmente nichilistico.

Ed ecco che ancora una volta arriva la poesia, a scuoterci dal nostro torpore di cavie, a rinnovare la nostra antica adesione alla vita stessa, alla sua profondità probabilmente incomunicabile

10 commenti:

Elena ha detto...

Senza voler chiedere consolazione,
è umano però cercare sollievo. E trovarlo è sempre un passo verso l'estasi. Grazie al cielo verrebbe da dire. Grazie alla poesia e a chi la diffonde.
Ciao Ettore

Ettore Fobo ha detto...

Sollievo sì, è una parola che si adatta a Mariangela Gualtieri.

Penso che proprio affrontando la mancanza, il nostro limite ontologico, la nostra miseria, possiamo provare per contrasto una qualche forma di pienezza, se non altro nella nostalgia. In fondo la poesia, per come la vivo io, fa riferimento a una dimensione perduta, l' antico sfondo magico dei nostri pensieri, forse.

Leggo in un curioso libro di Elémire Zolla questa frase: " Il corpo dell'uomo vuole cibo, la mente assiomi, l'anima estasi"
Ciao Elena.

Daniz ha detto...

Non saprei Ettore.
La mancanza ovveraddire le strade mancate, bucate.
Ma la mancanza è soprattutto uno stato d'animo. Un bambino può denunciare una mancanza. Un adulto è già mancato. Mancato cioè da troppi accidenti per poter essere realizzato, o proprio per questo è realizzato: ha finalizzato una forma.
Davanti alla macelleria che fa a tranci i nostri petti e ci fa cadere il cuore ai piedi, io resto sgominato dal senso di Realizzazione della società contemporanea e alla volontà cieca e dissacrante che ha l'uomo di ficcarsi in situazioni realizzate; onde poi annegare nel bicchiere d'acqua salmastre dentro cui si è voluto buttare.
Non risulta quindi troppo fessa la sensazione di destino spacciato che abbiamo quando pensiamo al nostro vicino prossimo, nel metrò, e quando ci prefiggiamo per lui come per noi, una tragedia prestabilita dopo l'altra.... la vita è un castello di carte al vento; dicevo qualche anno fa; è vero fino a che si è universali. Oggi, mi sembra più la somma di qualche equazione scarabocchiata e purtroppo fin troppo precisa.

ciao Ettore

Ettore Fobo ha detto...

Bene sì “un adulto è già mancato”, e in questo senso solo il bambino ha un reale contatto con se stesso, poi crescendo, per l’influsso della famiglia e della società, si annichila, per sopravvivere caricatura del fantasma di se stesso. Ma la mancanza non è ancora il vero declassamento che consiste, secondo me, nella soddisfazione bovina di chi si sente” realizzato” quando palesemente ha realizzato soltanto il proprio annientamento. Grazie del bel commento Daniz, un saluto.

Daniz ha detto...

Parole sante, Ettore.
Realizzare il proprio annientamento.
La cosa, che solo in età matura, uno riesce a dire in questi termini vive in noi, secondo me, da sempre, come binari impazziti in un cervello svagonato.

L'unica cosa che quindi possiamo fare, noi scrivendo (visto che questa è una passione che entrambi abbiamo), è rimanere irrealizzati. Anche nell'arte, come nella vita, è sempre realizzare il proprio annientamento, baciare la forbice che ha necrotizzato il nostro essere-millepiedi.
Proprio con questo pensiero che ho ripreso a leggere con magico fervore il carissimo Landolfi. Uno che in questa direzione ha da insegnare a tutti.

Ettore Fobo ha detto...

Si è verificato un problema su questo post, che non riesco a comprendere. Ieri sera si è cancellato con i relativi commenti di Elena e Daniz, poi è riapparso, poi si è cancellato di nuovo. Lo ripubblico, purtoppo senza i commenti che non posso recuperare. Mi scuso con gli interessati.

Ettore Fobo ha detto...

Risposta per Daniz

Bene sì “un adulto è già mancato”, e in questo senso solo il bambino ha un reale contatto con se stesso, poi crescendo, per l’influsso della famiglia e della società, si annichila, per sopravvivere caricatura del fantasma di se stesso. Ma la mancanza non è ancora il vero declassamento che consiste, secondo me, nella soddisfazione bovina di chi si sente” realizzato” quando palesemente ha realizzato soltanto il proprio annientamento. Grazie del commento Daniz, un saluto.

Elena ha detto...

Ho avuto anch'io dei problemi con alcuni commenti, irrimediabilmente persi..
E' stato molto spiacevole
ma c'è di peggio
Sarebbe bellissimo esserci mercoledì. Eppure trovo che le impossibilità siano stimolanti
Un caro saluto Ettore

Ettore Fobo ha detto...

Un caro saluto anche a te, Elena.

diogene senza l'anima ha detto...

compiuto anelante il computo è tratto.

crepa nell'essere, dove il vuoto è sospeso fiato ubriaco.