Cristianesimo - Umberto Galimberti

sabato 16 marzo 2013






Nel 2000 Umberto Galimberti pubblicò un libro che raccoglieva e dava forma organica ad alcuni suoi scritti sulla religione cristiana, il titolo era  Orme del sacro.  A distanza di più di dieci anni, nel novembre del 2012, esce una versione riveduta, corretta e ampliata, intitolata semplicemente Cristianesimo. Il sottotitolo è eloquente: La religione dal cielo vuoto.

Si tratta di un saggio ricchissimo di temi e suggestioni, uno sguardo lucido sulla nostra realtà contemporanea vista nella sua verità storica, nella sua dimensione di percorso millenario, nella consapevolezza che oggi quella cosa che abbiamo conosciuto con il nome di Occidente sta realizzando il proprio destino, sta forse vivendo il proprio crepuscolo.

Il saggio, splendido e davvero definitivo, è il tentativo di inquadrare storicamente la nozione di sacro, e con pacatezza e lucidità di mostrare come il cristianesimo abbia perso il suo contatto con esso, con la sua originaria ambiguità. Perché per il filosofo il sacro è quella realtà in cui le cose si “con- fondono” in una notte indifferenziata che  minaccia l’uomo e da cui il mito prima e la religione poi hanno il compito di  difenderlo.

Il cristianesimo, separando il bene dal male, il puro dall’impuro, e cessando di far vivere quest’ambiguità propria del sacro in cui gli opposti si mescolano, sacrificando la trascendenza all’altare di una logica disgiuntiva, incapace di fondere gli opposti, si è da tempo incamminato verso una laicizzazione, limitandosi ad essere “un’agenzia etica”, finendo  per  consegnare alla contemporaneità la visione di un cielo vuoto. Il cristianesimo, inoltre, con il Dio fatto uomo avrebbe creato i presupposti per una divinizzazione della dimensione umana, dove il sacro non è più l’inquietudine dell’alterità trascendentale, ma uno specchio in cui l’uomo sostanzialmente finisce per adorare se stesso.

Questa crisi ha evidentemente implicazioni enormi, per Galimberti il cristianesimo è l’anima stessa dell’Occidente, che deve a esso la nozione stessa di Storia, introdotta nel pensiero umano traverso i concetti di colpa, redenzione e salvezza, per cui il tempo non è più circolare come nella visione mitica ma lineare, realizzazione di un disegno divino che tende a redimere l’uomo dalla propria colpa originaria in attesa di una salvezza posta nel futuro.  Il progresso scientifico come idea affonda dunque in questo sostrato religioso (la triade colpa, redenzione, salvezza qui diventa: ignoranza, ricerca, conoscenza). Sostanzialmente Galimberti mostra come il cristianesimo, attraverso la lettura di Platone e Aristotele, abbia fornito all’Occidente gli strumenti per creare se stesso, ma abbia perduto in concettualizzazioni la natura umbratile e sostanzialmente folle del sacro.

Come detto in più occasioni, Galimberti è incline a riconoscere ben più che le radici cristiane dell’Europa, come richiesto da Ratzinger; per il filosofo oltre le radici, lo stesso tronco, le foglie, sono di origine cristiana. Le stesse categorie del senso e della speranza sono un’invenzione del cristianesimo, e come tali ossessionano tuttora i nostri orizzonti.

 Detto questo, analizzando il declino del cristianesimo, Galimberti ci parla della crisi del modello di pensiero che fino a ieri ha  costituito la nostra umanità. Finito il mito, finita la religione, è la tecnica il nuovo habitat in cui siamo immersi.

Mi sembra che il messaggio di Galimberti sia così assolutamente chiaro e condivisibile, anche se per qualcuno doloroso: Dio è morto, come scriveva Nietzsche. Nelle parole di Galimberti,  ciò significa che “Se togliamo la parola Dio dal Medioevo non capiamo nulla di quell’epoca. Diversamente se togliamo la parola Dio dalla nostra, non cambia nulla. Diverso sarebbe se togliessimo la parola tecnica o  la parola finanza.”

Il cielo è dunque vuoto e questo è un dato di fatto. Pessimismo, commentano alcuni nostalgici. Sofferto realismo, lucidità, chiaroveggenza, penso io. Il saggio si conclude con una domanda capitale:

“A questo punto il cielo si è fatto vuoto e, alzando gli occhi al cielo, altro non è dato scorgere se non il nulla che, come una notte nera e senza stelle, spegne anche lo sguardo. E’ ancora in grado l’Occidente, e il cristianesimo che è la sua anima, di varcare le porte del nulla?”.





4 commenti:

diogene senza l'anima? ha detto...

Ciao Ettore.

Questo post, che ho scritto due settimane fa, a parte l'aggiunta della citazione finale, indaga anch'esso alcuni dei quesiti di cui parli in questo articolo su Galimberti.

http://de-crea-zione.blogspot.it/2013/03/w-herzog-dove-sognano-le-formiche-verdi.html

diogene senza l'anima? ha detto...

Comunque il saggio di Galimberti dev'essere estremamente interessante.

Penso che la domanda finale che citi sia davvero la domanda fondamentale attorno a cui ruota tutta la questione.

diogene senza l'anima? ha detto...

O forse bisognerebbe cambiare il soggetto, e mettere, a posto dell'Occidente o del Cristianesimo, semplicemente la parola "noi".

Ettore Fobo ha detto...


Ciao Diogene. Ho letto il tuo post. Mi è venuto il desiderio di vedere il film di Herzog.
Per il resto, la domanda finale di Galimberti ci riguarda intimamente, abbiamo ancora la forza, come civiltà e come individui, di andare aldilà del nulla? Nel tuo articolo tu citi filosofi e scrittori (Nietzsche, Jünger, Dostoevskij) che con tutte le loro forze hanno cercato di indicarci una via. Galimberti non è visionario come loro ma il suo saggio è molto bello, oso dire fondamentale per capire l’epoca in cui viviamo.