Una frase di Guy Debord: contro il cinema e contro la società del suo tempo

martedì 27 maggio 2014







“Ho meritato l’odio universale della società del mio tempo e mi avrebbe dato fastidio avere altri meriti agli occhi di una società del genere. Ma ho notato come sia ancora una volta nel cinema che ho sollevato l’indignazione più perfetta e più unanime. Si è persino spinto il disgusto al punto di plagiarmi molto meno qui che altrove, in ogni caso fino a questo momento. La mia stessa esistenza resta, in questo ambito, un’ipotesi generalmente respinta. Mi vedo dunque posto al di sopra di tutte le leggi di genere. Eppure come diceva Swift, << non è una magra soddisfazione per me presentare un’opera al di sopra di ogni critica>>. “

Guy Debord

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Da “Guy Debord (contro) il cinema” - a cura di Enrico Ghezzi e Roberto Turigliatto – traduzioni di Paola Bonini, Susanna Bourlot, Donatello Fumarola -  Editrice il Castoro/ La Biennale di Venezia - 2001




4 commenti:

diogene senza l'anima? ha detto...

Il cinema come titanica Maya divorante, caleidoscopio ipnotico letale in cui immagini oniriche morte, sogni prestabiliti incantano col loro vortice frastornante di sensazioni fosforescenti esclamative roboanti e acclamazioni consensuali platee di schiavi, che restano immobili seduti al loro posto, stupefatti intontiti e felici nella loro narcosi impietrita masturbatoria passiva. Riflessioni contrastanti ma anche consonanti le splendide poesie sul cinema di Jim Morrison ne "I signori" in cui il cinema è visto contemporaneamente come la gabbia dell'occhio e della vita ma anche come la versione post-moderna del rituale sciamanico o del mistero dionisiaco. Il cinema nasce dal teatro delle ombre cinese e da rituali di possessione antichi, dice Morrison, liberatori o oppressivi? Una dimensione conturbante onirica voyeuristica e inquietantemente misteriosa. Ancora bisogna trovare qualcuno che scriva analoghe riflessioni per quanto riguarda la Maya della Rete.

Ettore Fobo ha detto...

@ Diogene

Conosco bene il libro di Morrison, di cui ho anche parlato sul blog. Libro sottovalutato di un artista paradossalmente incompreso, almeno come poeta. Sul cinema esiste un’illuminante poesia di Dylan Thomas, “I nostri sogni eunuchi”, dove il cinema è criticato aspramente, già nel titolo, che pare proprio una sua definizione. Esso, infatti, è, tranne qualche eccezione, a volte significativa, una macchina per far soldi vendendo sogni plastificati, manipolando le coscienze, narcotizzandole come dici tu, al servizio quasi sempre di un establishment che ha i tratti inquietanti di un Moloch biblico. Il cinema non viene quasi mai criticato con la radicalità di un Guy Debord o di un Carmelo Bene, esso è intoccabile, come sacro e intoccabile è il Web, la cui critica sembra sempre più debole della sua potentissima malia. Ho letto qualcosa d’interessante scritto da Bauman, meno efficaci ma ugualmente degne di nota le critiche che al Web sta muovendo ultimamente lo scrittore americano Jonathan Franzen. Tu usi il termine Maya, giustamente, come sai è una dimensione enormemente sfuggente e difficilmente definibile. Internet pare il Blob - Maya definitivo. Ubriaca, assorbe, stordisce. Ci siamo dentro. Che fare?

Mia Euridice ha detto...

Non conosco Debord. E mi spiace.
Sono rimasta folgorata da questa parte: "Ho meritato l'odio universale della società del mio tempo e mi avrebbe dato fastidio avere altri meriti agli occhi di una società del genere".
Mi ricorda un po' Schopenhauer.

Ettore Fobo ha detto...

@ Euridice

Per me Guy Debord è stato un autore fondamentale. Insieme a Pasolini mi ha insegnato a vedere nella società dei consumi, nella società dello spettacolo, una delle forme più subdole di totalitarismo. Era irriducibile alle logiche della borghesia, pensatore fuori ogni regola, autore di pochi libri complicati e raffinati su cui spicca proprio quello intitolato ”La società dello spettacolo”, di cui è stato un interprete lucido, anche realizzando film che scompaginavano le regole della cinematrografica borghese e che spesso sono dei saggi di filosofia filmati. Che fosse poco amato e oggi generalmente dimenticato (tanto che “La società dello spettacolo” in Italia sono anni che non è ristampato) è in linea con il suo pensare appartato. Quest’ultimo tratto lo avvicina a Schopenhauer, anche se le differenze sono notevoli. Più vicino a Marx senz’altro.