Faccia a faccia con Dio - Emily Dickinson

sabato 30 aprile 2011


Emily Dickinson è una leggenda della poesia di ogni tempo e di ogni luogo, la sua vita ritrosa, la sua attitudine schiva, l’hanno resa una della figure più decisive della poesia americana dell’Ottocento. Durante la sua vita pubblicò pochissimo e si ritrasse presto in una solitudine quasi sacrale, monacale, nella provincia americana che, come spesso accade ai poeti, non seppe accogliere la sua parola.

In questo splendido libricino, pubblicato da Stampa Alternativa, si capisce anche il perché, le sue poesie rischiavano di apparire blasfeme a un pubblico, che, se si disinteressa totalmente alla poesia, è pronto però ad appiccare roghi, ogniqualvolta la voce di un vero poeta si solleva contro il mediocre e feroce marasma delle sue consuetudini.

In questo libro, intitolato genialmente dall’editore Faccia a faccia con Dio, la religiosità, inevitabilmente insita nell’opera di un artista, si scontra con il fastidio verso ogni forma di dogmatismo che, posizionando la divinità in un ipotetico lassù inattingibile, la allontana dagli uomini, rendendola inutile e pesante costrizione ideologica. Perché questo sembra essere lo scopo di queste poesie di argomento religioso: non potendo rinunciare a Dio, saper vedere le contraddizioni del linguaggio religioso, che se da un lato ipostatizza la bontà divina, dall’altro lo rende altero, distante, mostruoso nella sua lontananza ieratica. Ma anche se agli ipocriti e ai puritani queste poesie sarebbero apparse e apparirebbero tuttora blasfeme, di blasfemo qui non c’è nulla, anzi.

A distanza di un secolo e mezzo i versi accorati della Dickinson continuano a sembrare l’unica, l’ultima, l’ estrema e coerente, forma di rapporto con Dio, giacché se la mentalità moderna è ormai tranquillamente indifferente e brutalmente agnostica, questa dimensione non è praticabile da un poeta, che cerca sempre il divino, anche se sa riconoscere le mediocri o mostruose imposture che la religione ha annesso nei secoli a questa realtà imprescindibile.

Vengono in mente i versi di Baudelaire, quando desidera che la divinità lontana sia scagliata dal poeta sulla terra a fare i conti con la sua ambiguità, con quella che la Dickinson chiama ”"duplicità”.In questi versi Dio è proprio quella figura con la quale, volenti o nolenti, bisogna scontrarsi, per la poetessa americana non c’è la possibilità di un conclamato ateismo, che forse le sarebbe stato salvifico, costantemente la presenza di Dio, o meglio ancora la sua assenza, la sua imperscrutabile e incomprensibile saggezza, sono messe alla prova, in versi che accusano ma che non possono abbandonare la nostalgia. Perché l’Ottocento è ancora una fase di passaggio, l’illuminismo è ancora nell’aria, il paganesimo è ormai dissolto ma fortemente rimpianto, come divinità rimane solo questo despota un po’ triste: il Dio degli ebrei.

Emily Dickinson lo scrive chiaramente, in una delle poesie più belle e giustamente famose: il poeta non può trovare casa sulla terra, né tantomeno in un fantomatico paradiso. Il suo desiderio è di sottrarsi, ma se Dio è un “ telescopio” che vede tutto, non si può a lui sfuggire, né tantomeno alla mostruosa condanna del Giudizio universale. Nietzsche e Artaud sono ancora lontani ma la poetessa americana, pur non avendo gli strumenti teorici, ha il coraggio di affrontare Dio da pari a pari, com’è giusto che sia.

Così ella si sente condannata alla solitudine, all’esclusione, il cielo e la terra le sono ugualmente preclusi, ma non tace l’ardente desiderio di una fusione con essi, affiora un doloroso sarcasmo, affiorano versi aggressivi, “ ma tu ladro! Banchiere- Padre!”, e così si svolge un colloquio segreto, che sfiora l’alterco, fra la sua sensibilità ferita e questo grande assoluto che gli uomini identificano con la parola Dio.

Dio che è visto come un essere indifferente che condanna l’umanità per un crimine che non è mai rivelato, condanna l’uomo alla ”magica prigione della vita” ossessionandolo con la nostalgia del paradiso. Questi versi sono la prova di una formidabile scissione: da un lato sono versi di una devota, anche se delusa, dall’altro testimoniano che l’eco di ogni trascendenza è ormai svanita, e che Dio comincia a essere percepito come una fantasia o un miraggio dello spirito.

Ciò nonostante meglio le illusioni della fede all’”assoluto buio” di una vita senza trascendenza. Ma se Dio è solo un “gabelliere” un “banchiere” che tiene il conto di tutti i peccati per poi punirci, la condizione umana è miserevole, scissi come siamo fra l’aggressione verso un creatore incomprensibile e la richiesta di perdono.
Per cui risuonano potenti e desolati questi versi: “ Per favore Dio, perdonaci!/Per cosa?/ Speriamo tu lo sappia - / noi ignoriamo il nostro crimine”. E risiede proprio in questa ignoranza il dolore per una punizione sentita come ingiusta, punizione che in fin dei conti consisterebbe proprio nella vita, questa misera vita che ci è data . La Dickinson grida, ma nessuno sembra ascoltarla, “ Più generoso, sarebbe stato/ lasciarmi polvere di tomba - / spensierata nel nulla, gioiosa e insensibile - / piuttosto che in questa amara miseria”.

Fa male sapere che queste grida di potenza espressiva straordinaria siano state sepolte per decenni in un cassetto, ma al tempo stesso rincuora capire che così facendo Emily Dickinson ha adempiuto al destino del poeta: rimanere clandestino ed ignorato sopra un suolo freddo e sotto un cielo indifferente.


4 commenti:

Carolina Venturini ha detto...

Non ho mai letto un articolo così bello, potente e passionale, pieno di informazioni e di anima, riguardo Emily. I miei complimenti. Mi hai emozionato e mi hai fatto venir voglia di riprendere in mano la buona letteratura. Quella che nutre.

Ettore Fobo ha detto...

Ti ringrazio per l'apprezzamento Carolina. Un saluto.

dalloway66 ha detto...

In effetti il tuo post colma una mia lacuna... la Dickinson faccia a faccia con Dio mi mancava... l'ho sempre vista come parte integrante della Natura e per me è sempre stata quella la sua divinità...
molto interessante sapere che una donna che ha saputo schivare qualsiasi contatto con una vita mediocre o gestita ed è stata in grado di coltivare quella "separatezza" che ogni artista in fondo sogna, abbia anche messo in luce le incoerenze di una religione fatta dagli uomini e l'inevitabilità di uno "scontro" con un Dio così indifferente e al tempo stesso pronto a giudicare ogni azione...

eccellente come sempre...
ti saluto con le parole della Dickinson:"Questa è la vista dalla mia finestra: un mare su uno stelo..."

Ettore Fobo ha detto...

Secondo quello che vedo io gli artisti inseguono sempre una dimensione di grazia ultraterrena, non si rassegnano alla mediocrità, anelano all’estasi, hanno,in genere, un profondo desiderio di consacrare. Emily Dickinson non può dimenticare questo desiderio di una pace che superi la comprensione, pur con tutta la rabbia verso un creatore incomprensibile. Grazie Dalloway.