Il corsaro - George Gordon Byron

sabato 16 aprile 2011


Negli anni trenta del secolo scorso Sartre fornì al suo editore un’idea: mettere sulla copertina de La nausea una fascetta eloquente con su scritto: “Non ci sono più avventure”. L’editore ovviamente rifiutò, “Perderemmo lettori”, e la faccenda fu archiviata come aneddoto, un aneddoto però che racconta bene quella che oggi è chiamata la fine del romanzo. Certo di romanzi se ne scrivono ancora, sempre di più anzi, ma questo non vuol dir nulla, le società del tardo capitalismo hanno azzerato ogni possibilità per generare vite realmente romanzesche. Se leggiamo le trame della maggior parte di questi romanzi, troviamo, infatti, storie minime, quotidiane, vuote come le vite di chi le scrive e di chi le legge.

Questo preambolo serve a spiegare quindi il senso di stranezza che questo testo di Byron comunica, perché qui, sebbene sia un poema - o forse proprio questo fatto è decisivo - il fascino esotico del romanzesco si mescola con quello della poesia e con la retorica tipica del melodramma romantico, per creare sulla pagina l’avventura totale. Ci sono tutti i temi: il pirata solitario con un passato sconosciuto, Conrad, la sua donna, Medora, in attesa perpetua che egli torni dalle sue avventure, i nemici, arabi, sanguinari e pericolosi, e i fidi aiutanti dell’eroe, soggiogati dalla sua forza che come scrive Byron è tutta mentale:

“ Che cos’è questa malia che fedeli a lui tutti/ li piega?/ E’ il poter del Pensiero, è della Mente la Magia.”

Ma il vero protagonista sembra essere il mare, fin dall’incipit allegoria della mente umana:

“Sulle serene onde del mar azzurro cupo/ i nostri pensieri e i nostri cuori liberi e sconfinati al par di quello.”

E’ il romanticismo, un’epoca, che, come ha notato Auden ne Gli irati flutti, permetteva ancora all’uomo questa identificazione: mare, mente, libertà.

C’è da spendere qualche riflessione sulla traduzione di Giovanna Franci e Rosella Mangaroni per l’Edizioni Studio Tesi: inizialmente pare eccessivamente desueta con l’uso di termini e locuzioni arcaiche, ma è solo la prima impressione, perché successivamente si riconosce necessario il loro tentativo di trasmettere l’antichità del testo(1814) che risale anche linguisticamente a un’epoca scomparsa, e la traduzione appare piacevole, anche se non si riesce ad accettare del tutto la scelta di un linguaggio così antiquato. Si apprezza la preziosità di alcune scelte lessicali (es: nappo in luogo di coppa), unica nota veramente negativa è la mancanza del testo a fronte.

Il corsaro è dunque un romanzo in versi, per chi ama ancora questo genere di definizioni, meglio ancora un racconto, come dice il sottotitolo, un racconto diviso in tre canti. Il primo è tutto fondato sulla figura dell’eroe, un pirata che, come in tutti i cliché del romanticismo, cela la sua vera natura appassionata dietro modi crudeli e scostanti:

Pronti sono i suoi detti e pronti gli atti/ E ciascun vi obbedisce e i pochi che ardiscono far/ domande/ Breve risposta e disdegnoso sguardo/ da lui ricevono come unica rampogna.”

Ma questo pirata tutto d’un pezzo, che ama il rischio più della comodità che invece disprezza, ha un amore, Medora, l’unica in grado di intenerire il suo cuore di pietra. Anche Medora è un cliché: innamorata del suo pirata, lacerata dalle sue continue assenze, la sua vita è tutta spesa nell’attesa del suo ritorno. Qui c’è ancora l’idea, che a una mente contemporanea appare quasi offensiva, che la donna sia pura appendice dell’eroe, ma bisogna considerare che, fino a ottocento inoltrato, in letteratura la donna aveva spesso, non sempre, questa funzione quasi esornativa. Ella rappresentava “il riposo del guerriero”, essendo quasi sempre avulsa dal contesto guerresco, le toccava attendere il ritorno dell’eroe, con tutti i patimenti del caso. Ella rappresentava l’aspetto sentimentale dell’esistenza, la sicurezza del luogo natio, la casa, laddove invece all’uomo veniva affidata la realizzazione di altri cliché: l’amore per il pericolo e per l’ignoto, il viaggio, specie per mare, la crudeltà in battaglia.

Nel secondo canto abbiamo gli scontri tra i pirati e i loro nemici arabi, l’imprigionamento di Conrad, l’intervento di una ragazza dell’Harem che lo libera perché colpita dal suo coraggio e dalla magnanimità dimostrata e infine nel terzo tutti i nodi di guerra, d’amore e di morte si sciolgono. Ed è con il personaggio della schiava Gulnare, che libera Conrad uccidendo il sultano suo padrone, che l’elemento femminile si fonde con quello maschile, la tenerezza e la dolcezza con la violenza e il coraggio, così Byron inventa un personaggio femminile al di fuori dei luoghi comuni sulla femminilità sopra esposti.

La vicenda pare così concludersi nell’ambiguità, Byron non svela la sorte riservata al pirata. In esergo ad ogni canto un verso di Dante a suggellare l’incantesimo in un’aura di grandezza poetica, perché quella di Conrad è la storia di un poeta dei mari, un alter ego dello stesso Byron, è la storia di uno che “Pochi pensieri egli ebbe/ che non fossero di tenebra e di guerra.

Così Il Corsaro, come voleva l’estetica romantica che Byron incarnò come nessun altro, è l’esaltazione della libertà e del rischio, con la consapevolezza che solo un’enorme intensità del vivere, un sostanziale spreco di energie vitali, può rendere possibile l’esistenza di vite realmente romanzesche.

Una volta chiesero al poeta inglese cosa avrebbe voluto che suo figlio facesse nella vita. Egli con il consueto spirito di provocazione, in nome di valori un po’ aristocratici e un po’ selvaggi, comunque incomprensibili ai borghesi, un po’ raggelò, un po’ divertì tutti dicendo: “Vorrei che facesse il pirata”.

12 commenti:

Antonello Didonna ha detto...

Non ci sono più avventure:
Profezia sulla markettizzazione dell'Arte, dunque l'Arte della marchetta.
Con tutto il rispetto per la marchetta!

Non ci restano che i classici.

Ettore Fobo ha detto...

Tristemente vero, Antonello, ma qualcosa deve esserci di buono, solo che fatica ad emergere. Forse il sistema delle marchette impedisce alla parola autentica di risplendere. Sono tempi bui per la letteratura, specie in Italia, ma non solo. Un saluto.

Yanez ha detto...

Sono affascinanti questi recuperi ottocenteschi della forma poema, che già all'epoca di Byron apparteneva inequivocabilmente al passato: non è una stamberia o una curiosità archeologica, è al contrario qualcosa di ribollente e vitale. "Clarel" di Melville è un altro esempio. Come letterato, sai tu perché questi autori fossero spinti verso il poema?

Ettore Fobo ha detto...

Bella domanda, Yanez. Penso si debba vedere caso per caso. Per quel che riguarda Byron, credo che sia cruciale l’amore per il melodramma romantico, il quale non può che esprimersi in maniera articolata in un poema. In generale penso che il poema classico fondi la musicalità della poesia con l’aspetto narrativo: esistenza di una storia, personaggi che si muovono in un contesto comune, trama. Il poema permette all’artista di esprimere la sua fantasia narrativa senza rinunciare alle ferree regole della versificazione. La nostalgia del poema è presente persino nella contemporaneità, ’ L mal de ' fiori di Carmelo Bene, La ragazza Carla di Pagliarani , Paterson di Williams, I Cantos di Poun etc, sono poemi in cui la frammentazione contemporanea cerca disperatamente, e forse inutilmente, la gloria e la magia dell’Unità. Ecco la parola che molto rivela: probabilmente il poema è quel sistema chiuso che permette la sintesi dell’universale, come il sistema per un filosofo. Per Eliot, infatti, il poema è proprio il tentativo di sintetizzare il pensiero di un’epoca, come ha fatto Dante ne La Divina Commedia, vertice e vertigine di tutti i poemi. Un saluto.

Yanez ha detto...

Vero, vero: Eliot è importante. Per associazioni d'ambiente, più che di temi o stile, mi viene da pensare a "poemi in prosa" come "Le onde" di Woolf. Eppure, questi esempi altissimi, còlti nell'epoca della decomposizione del romanzo, continuano a sorprendermi meno di un poema in versi ottocentesco, scritto in piena fioritura della forma romanzo (anche Coleridge).

Daniz ha detto...

La ragazza Carla di Pagliarani ed anche dello stesso La ballata di Rudy non mi sono piaciuti. Eliot, Carmelo, Pound fanno storia a sé lo sappiamo.
Sul versante prosa-ritmica c'è indubbiamente la Trilogia del Nord di Céline che è un poema con tutti i crismi, super moderno e da non pochi studiosi paragonato, almeno come respirazione, alla Divina Commedia.

Trovo discutibile annunciare oggi che uno scritto abbia una forma, a meno che non lo si faccia per pretesto. Allora diremo che Il pasticciaccio di Gadda è un giallo... no non entra bene, la spada. Le forme vengono dopo, per boccaglio di terzi. CI serve qualcuno in grado di farsi venire una ispirazione e se la sappia lavorare.
A me Sartre non mi è affatto simpatico, pessimo scrittore e pessimo filosofo; anzi: né scrittore né filosofo. Furbo però. Molto.
Oggi il problema non è l'avventura, né le sue cremate spoglie. Sono semplicemente le condizioni in cui versano i talenti. Sono i talenti a portare umanamente avanti l'arte, i geni corrono da un'altra parte. fuori dalla vita.
Un genio è fortunata combinazione di cellule. E' avulso dalla stupidità del suo tempo. CB ha vissuto nei nostri stessi anni, eppure è stato un moderno Leonardo.
La penuria non è di geni (che sono sempre sbucati per caso alla vita), ma della coltivazione dei talenti. Un genio spazza tutto, se ne fotte di chi vive assieme a lui. Il talento no, il talento ha bisogno di terreno, di fertilizzanti, di sole e acqua. Ha bisogno di contemporanei. E' proprio perché noi facciamo schifo come contemporanei che i talenti fanno schifo... muoiono, nascono morti, muoiono nati, vendono pure il cordone ombelicale...
Avventure o no, mancano i talenti per scriverle...
ciao Ettore

dalloway66 ha detto...

Non avevo mai riflettuto sulle potenzialità del poema narrativo e su quanti si siano cimentati in questo genere... certo le origini sono antichissime, risalgono al poema epico (Eneide, Iliade, Odissea) poi a quello allegorico (Romanzo della rosa) fino all'affermazione sancita dalla Divina Commedia, che dici benissimo, è vertice di tutti i poemi... tanti altri esempi mi vengono in mente, "La ballata del vecchio marinaio" di Coleridge o l'Eugenio Onegin di Puskin... fino agli esempi recenti che hai fatto tu...
per ampliare il discorso aprirei una rapida parentesi sul "poème en prose" francese, del quale fu promotore Aloysius Bertrand con "Gaspard de la nuit", e che fugge le rigide regole della metrica, anzi nasce proprio come ribellione contro la tirannia del poema in versi classico... in modo da rendere il poeta libero di esplorare nuovi orizzonti narrativi, trovando nella prosa ritmi nuovi e nuovi mezzi d'espressione... In "Une saison en enfer" di Rimbaud si accede proprio a quel mondo interiore, di esplorazione del Sé che supera tutte le barriere per raggiungere una realtà superiore alla quale l'antica poesia non poteva accedere...
un abbraccio

Ettore Fobo ha detto...

Dalloway66

Aloysius Bertrand ho sempre desiderato leggerlo, ma non ne ho ancora avuta l’occasione. Sui poemi in prosa mi sento di aggiungere alcuni esiti novecenteschi, che sono stati per me cruciali: Esilio di Saint John Perse, Altazor di Vicente Huidobro, Canti Orfici di Dino Campana. Rimbaud è, naturalmente, il nume tutelare. Un caro saluto.

Ettore Fobo ha detto...

Yanez

Beh, Coleridge è un grande punto di riferimento. Tra i poemi in prosa non mi resta che citare Lo spleen di Parigi di Baudelaire, con quell'incipit straordinario, memorabile, con il personaggio dello straniero che ama soltanto" le nuvole che fuggono lassu, le nuvole meravigliose". Anticipa tutta la frammentazione contemporanea e probabilmente lo stesso Rimbaud.

Ettore Fobo ha detto...

Daniz

Di Sartre mi piace solo La nausea e un racconto contenuto ne Il muro. Per il resto, sì, era un furbo nonché un ipocrita e un filosofo stucchevole. L’aneddoto però lo trovo curioso e mi serviva per esprimere questa sorta di condanna del romanzo contemporaneo.
A me La ragazza Carla piace, anche se Pagliarani non è all’altezza degli altri che ho citato. Per quel che riguarda il talento, beh, non posso che darti ragione, ma abbiamo bisogno come l'aria di gente che sappia anche andare aldilà del proprio, spesso funesto, talento.

eustaki ha detto...

dibattito molto interessante, complimenti a tutti i partecipanti. a proposito di 'poemi narrativi' ottocenteschi, come non citare il prometheus unbound di shelley, del quale esiste una diciamo buona traduzione di pavese. mi fa piacere che venga citato esilio di sj perse. per avvicinarsi ai nostri tempi, esempi meravigliosi sono walcott e il beowulf di heaney. per restare all'italia, penso all'epico poema narrativo di bertolucci, la camera da letto (bellissima la prima parte che ricostruisce la discesa dall'appennino alla pianura degli 'eroi' familiari). ma io considero anche un poema narrativo l'intera opera poetica del più grande poeta italiano vivente, andrea zanzotto.

saluti a tutti

Ettore Fobo ha detto...

Grazie anche a te del contributo Eustaki, un saluto e buona Pasqua.