Praticare la notte – Ksenja Laginja

sabato 13 febbraio 2016





In poesia decisivo è il silenzio. Decisivo per il poeta, perché il silenzio è laddove germina la parola poetica; decisivo per il lettore che, per rendere possibile l’ascolto, deve fare silenzio e vuoto dentro di sé.

Così in questa raccolta di Ksenja Laginja, Praticare la notte, edita nel novembre 2015 da Giuliano Ladolfi Editore e introdotta da Gianni Priano, si esplora -  con una scrittura di grande duttilità e morbidezza, fatta di versi rapidi e rapiti -  una dimensione in cui il silenzio è raccontato come una sfida alle possibilità delle parole, loro limite,  ma anche loro vertigine d’impensabile,  loro fondamento, loro origine, loro abisso.

Infatti, giacché “di silenzi non si muore/ ci si riempie”, questa emozionante conclusione di una delle poesie della raccolta c’induce a pensare il silenzio non come vuoto, di parole, di senso, di orizzonte comunicativo, ma come luogo originario in cui la parola stessa è resa possibile, il luogo in cui la parola può nascere e svilupparsi. Silenzio non solo come mancanza, dunque, ma come nutrimento da cui la parola prende la forza per esistere, humus in cui germoglia e infine sboccia nel canto. 

Questa parola è fondata anche sulla tenebra, spazio questo di un’intimità con il mistero, capace come il silenzio di definire il nostro essere: “dove il silenzio ci definisce/ e con esso, il buio.” “

“Praticare la notte” è dunque un “atto di fede”, modellare la buia sostanza di cui siamo fatti nel profondo, dove quasi non giunge la luce della coscienza, essere in intimità con la nostra ombra, privilegiare ciò che è fragile e buio, lo yin, il femminile, il lunare, ma anche il terrestre.

Buio e silenzio sono dunque le polarità che già a un primo ascolto colpiscono in queste poesie di Ksenja Laginja; l’aspirazione della poetessa genovese è dunque per una parola appena sussurrata, che ama la penombra, in cui le cose sono appena accennate, parola che tende a una rarefazione estrema, all’essenzialità, alla misura e a un certo pudore, “perché la bellezza va presa con discrezione”.

Non parola onirica,   sebbene parola notturna,  non parola gridata ma parola lucida, meditata:   il poeta è testimone della forza che “silenzia/ ogni cosa: anche la poesia” e la parola può raccontare di distanze, separazioni, solitudini, alludendo costantemente al gorgo che inarrestabilmente la attrae e in cui sempre  ricade: il silenzio, ancora una volta,  che diventa,  in questo libro profondamente notturno,  un nume tutelare che sembra vegliare sulla stessa assurdità del mondo. È un silenzio caldo, materno, che ci custodisce, ci protegge dall’ insidia stessa delle parole,  giacché esse possono colpirci “senza preavviso” come ”imbizzarrite annerite dalla guerra/ indurite dal tempo”.

Un’altra divinità è il vento. Che ci chiama per nome, ci conosce, è il lontanissimo che ci accarezza e sempre ritorna, l’unico che, nella poesia che chiude la raccolta, potrebbe “porre tregua /infine/ a quest’assenza.”

E abbiamo allora un altro termine chiave per comprendere questa poesia: assenza.
Indubbiamente il silenzio è anche assenza di parola, il buio mancanza di luce, ma s’intuisce qualcosa di diverso.

È la fine di un amore che viene raccontata in alcune delle  poesie più belle di questa notevole raccolta, il dato biografico,  però,  è solo il punto di partenza per un’indagine nella solitudine essenziale dell’essere  umano.

 Solo l’incontro con l’altro,  o il suo sogno, però, permette alla poetessa di comprendere se stessa; quando l’atto di “nutrire l’abisso di te fino a sentirmi” è la magia che nell’amore compie chi sa donare e donarsi. Atto  necessario,  dunque,   per acquistare consapevolezza di sé. Altrove leggiamo della “cicatrice che unisce le solitudini”, a sottolineare, con acutezza di diagnosi,  come il legame fra gli esseri stia nelle loro ferite comuni.

Si nota una grande concentrazione di temi in questo libro, pur breve, una ricchezza espressiva non disgiunta dalla sobrietà, una delicatezza di tono, la delicatezza di chi sa che un poeta riesce appena con la sua opera a scalfire il silenzio, immergendosi nel buio sintattico del linguaggio, palombaro, per osservare i suoi fondali e rimanerne affascinato. Il suo canto cerca di descrivere questa fascinazione. Si tratta, come ha intuito Ksenja Laginja, dell’apparizione del silenzio come evento sacro.

Praticare la notte è un’opera elegante, essenziale, arricchita anche dalle citazioni: William Shakespeare, Paul Valéry, Rainer Maria Rilke, Dylan Thomas, fra gli altri, a intessere un dialogo attraverso i secoli, che si situa nel cuore stesso di quella cosa che chiamiamo letteratura.

Citazioni stupende: fra tutte scelgo quella posta in epigrafe, tratta dall’Enrico V di Shakespeare:  Quando la tua anima è pronta, lo sono anche le cose”.

In filigrana leggiamo quasi una narrazione, è la “storia di un’anima”, come la definisce nella postfazione Giulio Greco, ma anche un dialogo intertestuale fra parole, fra concetti, che attraversano tutto il testo conferendogli una circolarità da eterno ritorno.

Buio, silenzio, solitudine, assenza, guerra (soprattutto con se stessi, mi pare), ma anche attesa, assedio e infine l’ostinata ricerca di una tregua, ecco quelle che mi sembrano le stelle fisse di questa raffinata costellazione poetica.




4 commenti:

Mia Euridice ha detto...

Nulla a che fare col post. E' che ho iniziato a leggere "Hotel a zero stelle" di Tommaso Pincio e mi è venuto in mente il tuo blog. Meglio: l'immagine di testata del tuo blog.

Blu Malva ha detto...

"Quando la tua anima è pronta, lo sono anche le cose".

In effetti è proprio bella questa citazione, bella perché vera.
E' fondamentale il silenzio, sì, per dar vita a poesie e per leggerle, ma non solo: per me il silenzio è comunque necessario anche quando leggo prosa,
perché "di silenzi non si muore/ci si riempie". E guarda caso la notte si presta per eccellenza, silenzio-notte è un binomio perfetto. La notte è il momento che predilogo per leggere, infatti. Talvolta anche per scrivere.

Ettore Fobo ha detto...


@Euridice

Sono curioso di leggere Pincio. Piano piano quello che ho letto, anche scritto da te, mi ha convinto. Questo titolo che citi mi piace molto. Potrei partire con questo libro.
A proposito di Hopper, ho appena acquistato il saggio che Mark Stand gli ha dedicato e ho visto che ci sarà presto un’importante mostra delle sue opere a Bologna.

Ettore Fobo ha detto...


@Blu Malva

Anch’io amo il buio, il silenzio della notte, il timido pallore della luna, perciò mi sento molto in sintonia con le poesie di questa raccolta. Qui tutto è stilisticamente levigato per darci un’idea dell’immediatezza. C’è molto lavorio dietro ciò che sembra spontaneo, ispirato.