Rimbaud. Speranza e lucidità – Yves Bonnefoy

sabato 20 febbraio 2016






Nell’analizzare un  poeta come Rimbaud, il compito del critico è più che mai arduo e non si tratta solo di una questione legata all’ermeneutica dei testi. Bonnefoy lo sa bene,  in questo libro Rimbaud. Speranza e lucidità,   che raccoglie quasi mezzo secolo di studi da lui dedicati a colui che Verlaine ribattezzò  l’uomo dalle suole di vento”. Troppa mitologia, troppa leggenda, come una patina opaca e diabolica, si sono,  infatti, incrostate  sulla figura di Rimbaud.  La sua opera rischia così di rimanere muta, soffocata da considerazioni che poco hanno a che fare con la letteratura e molto con il mito, soprattutto oggi che all’autore non si chiede   di scrivere ma di diventare un personaggio, con tutto ciò che questo comporta.

Così Bonnefoy compie un gesto di pulizia e con la sua scrittura di incomparabile difficoltà e acutezza dissolve molti dei fantasmi che si frappongono fra noi e l’opera di Rimbaud, di cui individua due polarità, speranza e lucidità, che diventano il sottotitolo di questa bella e necessaria edizione italiana, tradotta  e curata per Donzelli da Fabio Scotto nel 2010 e arricchita da una postfazione di Gabriella Caramore.

 Il titolo originale “Notre besoin de Rimbaud” ribadisce la centralità che questo poeta ha avuto nella vita di Bonnefoy e più in generale nella cultura mondiale. Centralità che fa di Rimbaud per alcuni l’iniziatore,  il capostipite della poesia moderna. Chi scrive condivide questo assunto e trova nelle parole di Bonnefoy la forza critica necessaria più che mai a ridare linfa a un’idea della letteratura come campo di battaglia di forze contrastanti: la guerra che Rimbaud condusse contro i millenari stereotipi culturali e linguistici, contro le banalità che anestetizzano il pensiero, fu terribile e senza sconti. Che per un’operazione del genere si rischi la follia è indubbio ma la  posta in gioco era per Rimbaud altissima, “salvarsi l’anima”, non cristianamente,  perché Cristo è solo un “ladro di energie “ ma nella ricerca di un’episteme tragica che vuole diventare azione, ripensamento supremo dell’essere e della vita.

Bonnefoy riconosce che Rimbaud si è giocato tutto se stesso nella ricerca di una parola che ci restituisse integro il senso del reale, e ci conferma riga dopo riga di questo saggio quanto sia spossante il tirocinio che un poeta deve compiere per diventare tale, quali tensioni debba affrontare, quante contraddizioni respirare. Rimbaud compì un lavoro su se stesso spossante  alla ricerca di una chiave che ci permettesse di accedere ai festini antichi, in cui l’essere fosse restituito a se stesso  e l’unità del reale ristabilita.  

La carità è questa chiave “ scriverà Rimbaud, salvo aggiungere ”Questa ispirazione prova che ho sognato.” E qui la speranza  di una fratellanza primigenia, espressa dal termine carità, s’infrange contro lo scoglio di una lucidità insonne, spasmodica, realmente moderna nel riconoscere, vedremo quanto per ragioni intime e biografiche, i “deserti d’amore “. In Rimbaud, adolescente e pagano, tutto assume i connotati di un parossismo: l’anima sconvolta desidera il Natale  perenne sulla terra, s’apparenta agli umili, agli ultimi, ai dannati.  Rimbaud  stesso si definisce  di “razza inferiore dal profondo dell’eternità.” Questa voce sembra dunque sorgere dagli abissi dell’odio di sé.

Bonnefoy riconosce  inevitabilmente l’importanza di alcuni dati biografici: alla base del conflitto col reale e con se stesso  ci sarebbe la personalità della madre, Vitalie Cuif,  fredda, arcigna, devota a un culto del “dover essere” borghese, madre che dilagò nell’assenza di un padre, (che abbandonò Vitalie  quando Arthur Rimbaud aveva 5-6 anni); donna scostante, forse anaffettiva, attratta patologicamente dalla morte, tanto che, racconta Bonnefoy, si fece calare nella tomba di famiglia fra i due figli morti (fra cui Arthur), inscenando la propria sepoltura.

Bonnefoy insiste su Vitalie, perché considera la figura materna l’artefice involontaria di una vocazione  alla  poesia che può anche spaventare nella  radicalità con cui Arthur Rimbaud la espresse. La madre è quella creatura arida,  sottomessa alla legge dell’apparire, che privò Rimbaud dell’amore necessario a esistere e lo condannò  a una vana e disperata ricerca di quello stesso amore. Di questa privazione  originaria e insanabile l’opera di Rimbaud  è  drammatica testimonianza. Ma per Bonnefoy le cose non stanno solo così, sono più sottili ancora: la madre è colei che custodisce l’essere stesso della sua vocazione poetica, della vocazione poetica di chiunque. Centralità della madre nel generare la parola. Indubbiamente però Vitalie Cuif fu la “parente abusiva che compare nelle biografie di tutti i pensatori maledetti” come scrisse Deleuze nel suo saggio su Nietzsche, cito a memoria,  ma  quanto più incisiva per questo motivo  fu allora sulla psiche del figlio.

Questa ferita originaria del disamore si riprodusse in tutta l’opera di Rimbaud, stigmate di un’impossibilita di accedere alla “vera vita”, che per lui diverrà un alchimistico costrutto di versi fra i più mirabili della sua epoca. Dopo la parentesi londinese  con Verlaine,  feconda ma anche deludente, seguirà  il duro servaggio del lavoro di mercante nei suoi anni in Africa  a sancire un’ulteriore rottura, quella  con la scrittura, l’abbandono della poesia alla spazzatura delle cose dimenticate. Questa,  però,  è una resa, resa a quella chiaroveggenza arida, forse mutuata dalla madre chissà,  che gli farà rompere con i lucidi incantesimi di cui aveva costellato la sua adolescenza geniale.

Fra speranza e lucidità, cioè  fra il desiderio di essere amato  e la vanità di questo sforzo,  oscilla la psiche di questo poeta così definitivo e radicale, più che mai vivo  e operante, in questo magnifico saggio di  Yves Bonnefoy.

Si tratta di rovesciare forme codificate, valori consumati ma spesso vissuti come onnipotenti, distillando un linguaggio che dica la vertigine di una lucidità che, se accede alla visione, lo fa per ampliare lo spettro delle nostre possibilità razionali. Nella poesia Rimbaud si getta a riconsiderare Il senso del reale, sogna di  modificare la vita, l’amore, la percezione, la propria soggettività già vicina a dissolversi nell’anonimato della città moderna, di cui proprio Rimbaud  fu uno degli interpreti più lucidi e spietati. Ancora oggi noi non possiamo pensare alla città moderna e industriale,  senza la sua mediazione.  Ma Bonnefoy non dimentica che Rimbaud è vissuto a Charleville, cittadina di una provincia anonima, grigia e scialba,  dove una certa ottusità borghese soffocava gli aneliti della sua  anima di giovane ribelle, insofferente anche verso le chiusure materne. Provincia avvelenata  in  cui il suo oceanico desiderio di una palingenesi rivoluzionaria della società era sprecato, vanificato. Serrato così fra la  rigidità materna e il provincialismo  piccolo borghese,  l’anima di Rimbaud era ulcerata da contraddizioni insanabili, che nell’opera acquistano risonanze imprevedibili.

L’odio di sé, come già accennato,  è uno dei frutti di questo percorso fra i frantumi del  reale,  un dato certamente decisivo, e affiora in più punti trasformandosi facilmente in  aggressione verbale verso un mondo disistimato, freddo e incomprensibile: inferno cittadino attraversato dai fremiti di un’anima che, se stringe la “rugosa realtà”, si trova fra le mani proprio il proverbiale pugno di mosche, covando perciò la rabbia di chi si considera escluso. Rimbaud si sente un pagano, un barbaro, un bruto, cui le dolcezze d’amore sono negate. Egli cerca comunione con gli altri ma non la trova. Questa esclusione, questo sradicamento ci rende ancora oggi  vicino un poeta dell’Ottocento, la cui opera è una ferita ancora viva  e pulsante nel tessuto della letteratura.

È la provocatoria modernità di Rimbaud che già Henry Miller aveva individuato come ragione della sua forza e della sua attualità di icona dello smarrimento. Camus vide in lui la perfetta immagine dell’uomo in rivolta, colui che ha fornito a essa il linguaggio più esatto. Bonnefoy dal canto suo, come già visto,  insiste molto sulla lotta che si radicalizzò nel suo spirito, fra speranza, di riconquistare l’Eden, di ricomporre la frattura con il reale da cui è escluso, e la lucidità di chi sa vano ogni sforzo, e impreca. La speranza è un fuoco che però non si spegne, speranza di riconquistare l’amore, di reinventarlo, di rientrare nell’esistenza che lo espelle. Baudelaire è la sua guida ideale, “un vero dio” e se egli non loda la forma delle poesie del maestro, è perché è condannato a un gesto di reinvenzione costante e profonda di  quelle stesse forme. Fine della poesia soggettiva, per una nuova  vertiginosa  oggettività .

Rimbaud e la sua opera si fondono. Strana fatalità: “ Da questo libro dipende il mio destino” dirà di Una stagione in inferno. Anche per questo egli rimane un faro di consapevolezza nel buio della nostra epoca, avara di destino, e pressoché priva di questa passione per la parola che,  se rasenta la follia, è scintilla del genio che dona al mondo tutto se stesso, sapendo di porre al mondo inquietanti interrogativi.

Rimbaud ha sperimentato,  nella carne e nello spirito, l’esattezza di questa frase di Bonnefoy, perfetta per suggellarne l’avventura:” La contraddizione è la fatalità del reale.”

L’inevitabile scacco di Rimbaud, il suo fallimento, il suo infrangersi contro lo scoglio di una impossibilità, sono anche i nostri. Egli nelle parole di Bonnefoy ci impone un “confronto tragico con l’assoluto” per vincere la condizione di esiliati dall’Eden, per tornare alla condizione primitiva di figli del sole. E lo fa in nome della libertà, le cui ali sono però “ speranze bruciate”  poiché “La vera vita è assente”. Così il messaggio di Rimbaud continua a interrogarci. Quanto a Bonnefoy, provvidenziale questo incontro, ammiriamo la stupenda -  e  stupendamente vera - conclusione di uno dei saggi che compongono il libro:

“Decidiamo semmai che Una stagione in inferno è una di quelle bottiglie in mare che finiscono per trovare un lido. Facciamo in modo di pensare così l’atto di fede che dobbiamo a chi ha saputo, egli in primo luogo,  compierne uno, rivelando che la poesia è innanzitutto questo, o meglio non è nient’altro. “

4 commenti:

Bartolo Federico ha detto...

Bisogna sognare per fare arte, stare sulla corda della vita. Rimbaud lo portai all'esame di maturità per Geometri, (avevo sbagliato già tutto) era un mito rock, allora come adesso. Io pensavo invece che era solo un uomo innamorato della vita ,e che voleva sentirla sgocciolare nell'animo, fino a impregnarne il mondo. Voleva solo ubriacarsi di vita Rimbaud, quella esile,pura ,sincera. Poi il mondo ti cambia, (a lui come a noi) ,e si diventa cinici e furiosi. Con se stessi.

Blu Malva ha detto...

Credo che il più bell'" outing" di Rimbaud sia Alchimia del verbo. Lì si descrive in tutto e per tutto. La sintesi di ciò che era. E l'incipit " A me. La storia di una delle mie pazzie" l'ho usato da sempre, ovvero da quando ho iniziato a leggerlo (perché Rimbaud, come ogni Poeta, non si può mai smettere di leggere), come chiave per entrare in un altro mondo.

Ettore Fobo ha detto...

@Federico

Anima rock senz’altro. Tanto che Jim Morrison ne fu folgorato. Esiste un bel libro in cui il loro rapporto attraverso i secoli è approfondito. Si intitola “Rimbaud e Jim Morrison. Il poeta come ribelle”. L’autore è Wallace Fowlie. Condivido ogni parola che hai scritto, Federico.

Ettore Fobo ha detto...


@Blu Malva

Anche per me Rimbaud è stato fondamentale, mi ha segnato. Ho intitolato una mia poesia “Alchimia del verbo”, gliene ho dedicata una che s’intitola “Rimbaud” che puoi trovare sul blog, nell’etichetta a lui dedicata. Entrambe le poesie si trovano in “Sotto una luna in polvere”. Un’altra poesia dedicata a Rimbaud, che s’intitola “Film”, si trova ne “La Maya dei notturni.”