Serotonina - Michel Houellebecq

domenica 13 gennaio 2019




Si è molto parlato di questo romanzo di Houellebecq, Serotonina, prima che uscisse il 10 gennaio 2019, per La Nave di Teseo, nella traduzione di Vincenzo Vega. Se ne è parlato molto e spesso mi pare di poter dire in maniera fuorviante, come spesso capita alle opere di questo scrittore, vuoi per l’ambiguità intrinseca al personaggio, vuoi per mere ragioni pubblicitarie e di lancio editoriale.

Romanzo profetico?  Potrebbe darsi dato che Houellebecq spesso ha visto con anticipo le tendenze sotterranee  della nostra epoca e le ha raccontate nel suo modo diretto e quasi brutale.

In questo caso, secondo la stampa e certi siti internet, avrebbe previsto la rivolta dei “gilet gialli”. Nel suo romanzo accade qualcosa del genere in effetti, perché Houellebecq analizza il malessere della Francia profonda, quella degli agricoltori messi in ginocchio dalle politiche economiche imposte dall’Europa unita.

Questo per quanto riguarda l’attualità ma il romanzo verte su ben altro. Anche se i  riferimenti al presente giornalistico  fanno gongolare i media  e del resto sembrano essere messi lì apposta come specchietti per le allodole.

Ma il fulcro del romanzo è altrove. In una visione cupa e pessimistica della nostra epoca e della nostra civiltà in disarmo, sostanzialmente. Quella di Houellebecq è una diagnosi impietosa, viviamo una realtà distopica e distorta, dove gli individui sono resi soli fino alla pazzia, dove la speranza è perduta e ciascuno sperimenta un abbruttimento quotidiano, che non può essere definito nemmeno tragico, perché la tragedia presuppone una forma di nobiltà, qui si tratta soltanto di squallore malamente dissimulato.

Così Houellebecq racconta di fallimenti esistenziali come sintesi di un fallimento più universale, quello della civiltà occidentale e dell’umanità che in essa si è riconosciuta con tutto il corollario che ormai sappiamo a memoria ma che lo scrittore francese ci ripropone con la vividezza di uno spaccato socio – antropologico: fine delle illusioni (religiose, politiche, scientifiche, sentimentali) e trionfo di quello che Leopardi, lui sì davvero profetico, chiamava nell’Ottocento “l’arido vero”.  Sebbene non inedita, la chiaroveggenza di Houellebecq è fuori discussione. Egli vede il deserto che stiamo percorrendo tutti, più o meno nello stesso stato di sonnambulismo, e lo racconta in maniera dura senza consolazioni, brutalmente come già detto.

Serotonina è un buon romanzo, solido, ben strutturato anche se non griderei al capolavoro, perché stilisticamente  non siamo nel regno della grande letteratura. Houellebecq è un scrittore di talento con molto mestiere e molto acume e antenne per captare i segnali del nostro tempo come pochi sono in grado di fare, ma non  lo definirei un genio e si percepisce comunque che la sua vena sia in via di esaurimento e che la sua energia creativa stia scemando inesorabilmente. Questo romanzo così è quasi una confessione.

L’inizio  è  debole, ricalca situazioni già viste nell’opera di Houellebecq e non è particolarmente ispirato. Ma Il romanzo dopo un centinaio di pagine comincia a crescere fino a diventare un ritratto convincente di un’epoca orribilmente desolata nel profondo, come la nostra.

Il personaggio principale Florent- Claude Lebrouste è un funzionario del Ministero dell’ Agricoltura di 46 anni che vive l’epilogo di una relazione amorosa con una misteriosa ragazza giapponese più giovane di lui e scopre in sé i segni di una depressione. Assumerà un farmaco antidepressivo il Captorix e comincerà a narrare la sua vita mescolando passato e presente.

Tutti i personaggi di Houellebecq sono schiacciati dal peso del tempo che passa, togliendo loro forza, bellezza e illusioni, impoverendo drammaticamente i loro orizzonti di senso, condannandoli a un lento ma ineluttabile sfacelo.

Questo è un romanzo di non luoghi (alberghi, discount, centri commerciali) dove si consuma l’agonia di questi personaggi  dove anche il consumismo ha perso il suo fascino ed è diventato una vuota liturgia nichilistica che contribuisce al generale abbruttimento.

Qualche limite nella descrizione  dei personaggi femminili, dove si indulge in qualche stereotipo, “donna angelo” o cinica sfruttatrice, essi rimangono come prigionieri di una certa bidimensionalità da figurine. Ma c’è qualche nota positiva anche qui: la sobria intelligenza di Kate o l’allegra vitalità di Cécile sono ben raccontate  Il panorama psichico è comunque lo stesso per tutti i personaggi o lo diventa con il passare degli anni:  abulia, cinismo, disincanto, resa emotiva,  interiore e quasi sistematico annientamento.

 Così Houellebecq vede la nostra epoca, tutta desolazione malcelata, speranza nessuna, incubo di una disperazione senza fondo. C’è solo da chiedersi quanto di autobiografico ci sia in queste percezioni e quanto invece di realmente oggettivo.

Sentiamo le parole del protagonista: […]ed ecco come muore una civiltà, senza seccature, senza pericoli né drammi  e con pochissimo spargimento di sangue, una civiltà muore semplicemente per stanchezza, per disgusto di sé, cosa mai poteva propormi la socialdemocrazia, evidentemente niente, solo una perpetuazione della mancanza,  un invito all’oblio”.

Qui Houellebecq sembra riecheggiare i versi di T. S Eliot:    È  questo il modo in cui il mondo finisce/non con un boato ma con un borbottio”. Così ancora una volta Houellebecq ci racconta la sua umanità di “Uomini Vuoti”:  cinici, disperati, pavidi, soli.





8 commenti:

Humani Instrumenta Victus ha detto...

Un languore reazionario à la Spengler, mi verrebbe da dire su Houellebecq. Che non è un giudizio sulla sua scrittura. Comunque non so perché la stampa lo consideri una specie di profeta, al contrario a me pare che "pecchi" di presentismo.

Ettore Fobo ha detto...

@Humachina

È considerato profetico forse perché in alcuni libri ha usato il filtro della fantascienza (non tanto con “Sottomissione” quanto con “La possibilità di un’isola “e con “La carta e il territorio”. Poi in un romanzo ha previsto in qualche modo l’esplosione del terrorismo islamico. Per il resto è un autore ben calato nel presente, nel pantano del presente, oserei dire, dove oramai annaspa. Il prossimo libro dovrà ambientarlo in un’altra epoca. Con “Serotonina” ha toccato il limite.

X ha detto...

Per un periodo ho letto Houellebecq abbondantemente e con tutti i suoi limiti (soprattutto di rappresentazione della figura della donna) Piattaforma mi era piaciuto davvero molto. Secondo me è uno di quei casi abbastanza rari in cui il presenzialismo dell'autore e la sua rappresentazione nella critica e nei media alla lunga congiurano insieme a scapito della sua opera. Con me per esempio la sua sovraesposizione ha funzionato al contrario di come avrebbe dovuto, allontanandomi velocemente dai suoi lavori, che forse pure avrebbero meritato un lettore più perseverante.

Recensione molto interessante. Forse riesci anche a riavvicinarmi ai suoi libri! :)

Ettore Fobo ha detto...

@ X

Sì, “Piattaforma” è anche il mio preferito. Io ho letto tardi Houellebecq , prima la “sovraesposizione” mediatica che dici tu mi aveva allontanato dai suoi scritti ma mi sbagliavo. Pur assai controverso è autore da leggere (non come poeta, però, dove è veramente pessimo). Dei suoi ultimi due romanzi si leggono soprattutto stroncature anche velenose. Io non sono d’accordo. L’impressione di “Serotonina “ è buona ma la sensazione è che le sue possibilità di scrittura, la sua stessa creatività, siano un po’ in fase terminale. Non è una valutazione qualitativa ma filosofica. Bisogna per forza, per scrivere, io penso, andare aldilà del nichilismo. Come reazione a questo romanzo, infatti, mi sono rimesso a leggere Nietzsche.

Grazie X.

Giovanni De Matteo ha detto...

Credo che ormai gran parte del suo lavoro si giustifichi nella contrapposizione a tutto e a tutti i costi. Per dire, trovo molto più concreto e sincero il nichilismo di Ligotti (hai letto qualcosa di suo?), che pure non presenta scappatoie e rifiuta qualsiasi prospettiva di "redenzione", ma se non altro non si ammanta di stupide pose da intellettuale d'opposizione.

Ciao!

Ettore Fobo ha detto...


@Giovanni

Non ho letto Ligotti ma lo conosco grazie a te che ne hai parlato nel tuo blog. Con quale romanzo mi consigli di iniziare la sua scoperta? Grazie, ciao.

Giovanni De Matteo ha detto...

Io ho iniziato dai primi racconti, quelli raccolti nei Canti di un sognatore morto, ma potrebbe non essere la scelta più adatta se non apprezzi la prosa barocca e a tratti involuta. Gli ultimi, al contrario, quelli raccolti in Teatro Grottesco per intenderci, sono forse quelli che mi sono piaciuti di più, ma probabilmente conviene leggerli dopo averne letti altri, perché Ligotti è un autore abbastanza atipico, davvero singolare, e questo rende necessario prendere un po' di dimestichezza con lo schema dei suoi incubi e della sua scrittura per arrivare ad apprezzarlo a fondo. Quindi un buon buon compromesso possono essere i racconti di Nottuario, di cui ho scritto su Quaderni d'Altri Tempi.

L'ultimo libro fatto dal Saggiatore, La straziante resurrezione di Victor Frankenstein, va sicuramente tenuto per ultimo: è un divertissement dell'autore e conviene averci prima preso un po' la mano :)

Un altro libro intriso di poetica nichilista che ho molto apprezzato è poi La Cerimonia di Laird Barron.

Riparliamone quando li avrai letti!

Ettore Fobo ha detto...


Partiro' Con "Nottuario", grazie Giovanni.