Ledro Land Art

sabato 1 settembre 2012




                                                                                                             Pur (TN), 31 LUGLIO 2012
                                                                             

Percorrendo il bosco appaiono, in sintesi e simbiosi con gli alberi e il paesaggio circostante, delle opere artistiche, delle sculture, il cui senso non è di arredare il paesaggio ma di farne emergere uno immaginario nascosto dietro e dentro quello reale. E’ proprio un paesaggio dentro il paesaggio in cui noi vediamo un ponticello di violino con le sue corde, dove la cassa armonica coincide il bosco, (opera di Matteo Boato) una chiocciola in metallo che sembra sul punto di muoversi (Corrado Rosa) tre mani di legno  che emergono dalla terra a simboleggiare il lavoro umano (Alessandro Pavone), un gruppo di mucche stilizzate in pietra che danno il brivido della realtà di queste valli (Paolo Vivian), una corteccia di legno di larice che forma un corridoio attraversato dal vento (Luca Degara),  un colossale accento di legno posto a dare slancio in alto a queste visioni terrestri (Marco Salvaterra e Milos Stojanovich). Un’altra opera in roccia di Viviana Puecher e Michele Filippi evoca la figura della strega e la lega indissolubilmente al bosco. C’è anche un’idea di semplicità infantile recuperata come nel caso delle altalene di Rossoscuro design, che possono essere usate con un principio d’interattività sotteso fra il fruitore della mostra e le opere esposte.

Questa in sintesi la mostra Ledro Land Art, alla sua prima edizione, curata da Massimiliano Rosa, un esempio di arte applicata al paesaggio, di paesaggio artistico che interroga quello reale. E’ la fusione fra reale e immaginario, fra opere artistiche e ambiente circostante, il bosco, in questo caso, la montagna, la valle di Ledro, straordinario microcosmo in cui il tempo è sospeso.

 L’insieme dà un’idea di estrema coerenza, la chiocciola e le mucche sono evidentemente emblemi di questi boschi, le mani sono materiche celebrazioni del lavoro umano, la strega è un totem di pietra che nutre l’immaginario, l’accento sembra collegare la terra e il cielo ed è anche l’opera che conclude il percorso espositivo. Il violino di Matteo Boato e l’opera di Luca Degara, in particolare, paiono misteriose manifestazioni dell’ineffabile che riposa in queste valli; l’una sembra attendere che una musica sorga dal bosco, le corde, infatti, possono essere pizzicate e il suono entra in misteriosa risonanza con il ruscello che scorre poco distante, l’altra sembra invocare o evocare un movimento al suo interno, una presenza, fosse anche soltanto quella del vento.

L’inaugurazione si è tenuta il 31 luglio in località Pur, nella valle di Ledro, in provincia di Trento, ma è stata parzialmente rovinata dalla pioggia che ha dato una tregua fortunatamente durante lo splendido concerto d’arpa di Cecilia Chailly, l’arpista italiana più celebre nel mondo, che ha suonato per più di un’ora in un’atmosfera magica, complice il bosco circostante, lasciando tutti ipnotizzati e felici.

L’artista ha alternato visioni nostalgiche a un entusiasmo genuino, melodie stupende e baci all’orso (che ci ha detto essere presente sul serio nel fitto della boscaglia), una tenera canzone per sua madre, un inno alla valle come dimensione delle radici e degli antenati, una straordinaria interpretazione demoniaca della Sibilla, demoniaca ma allegra, con il suo latino medievale che fa rimare Sibilla con favilla,  e altre cose ancora. Semplicemente straordinaria. L’impressione è che la musica di Cecilia Chailly scavalcasse i generi, reinventasse lo strumento adeguandolo a una visione personale. Così facendo l’artista ha toccato le corde dell’universale, ha regalato ammirato stupore. E’ stato un clamoroso esempio di concerto dal vivo, una celebrazione in musica del bosco che ha vegliato su di noi e sull’artista, con la sua benevola e ieratica tranquillità.

La mostra continua, è perenne. Le opere subiranno le ingiurie del tempo, si bagneranno, si copriranno di neve, si consumeranno. Diverranno bosco. Ecco il loro scopo. Ledro Land Art, appunto.





L'ultimo hotel e altre poesie - Jack Kerouac

sabato 25 agosto 2012




  

“ La mia vita è cambiata dopo aver letto la raccolta di Jack, Mexico City Blues, la prima poesia che parlava la mia stessa lingua. “
                                               Bob Dylan

Bisogna iniziare con una verità poco nota: Jack Kerouac, universalmente conosciuto  per il romanzo Sulla strada, è stato soprattutto un poeta originale e creativo, nella sua tutto sommato breve vita- morì a soli 47 anni. 

Coltivò  entusiasmi, smarrimenti, esaltazioni,  infelicità  e illuminazioni tipiche della sua epoca, con grande allegria ed energia, nonostante una inquietudine esistenziale di fondo; con la capacità di inventare ritmi musicali propri della poesia, jazzando la lingua fino a creare uno stile inconfondibile, che la traduzione di Massimo Bocchiola ci restituisce efficacemente in questa antologia, L’ultimo hotel e altre poesie,  volume ponderoso che ha tutta l’aria di essere la silloge definitiva, edito da Mondadori e riproposto un paio di  mesi fa dal  Corriere della Sera nella sua stupenda collana di poesia del Novecento.

In questa raccolta originariamente intitolata Poems All Sizes,  abbiamo diverse sue poesie classiche:  Come meditare, Pax,  Solitudine messicana, nonché  alcuni dei suoi straordinari haiku, in cui Kerouac  gioca con la tradizione cinese, creando poesie brevi di grande modernità.

”Le acque vedono/ Le acque hanno veduto/ Dunque l’eternità è questa. ”

“Può il tempo crepare la roccia?/ Il marmo scheggerà./Il diamante morrà. “

“Imbrunire: l’uccello sul recinto/ un mio/ contemporaneo. “

Quella di Kerouac è una intelligente  fusione di jazz, linguaggio da strada, spiritualità orientale,  quando Buddha incontra un se stesso bebop,  ubriacone, ribelle, spettinato e avido di vita. Kerouac fu tutto questo: un poeta in grado di immergersi nella vita da bar e di strada, con una bottiglia di Jack Daniel’s in mano, e un pensatore metafisico, attento, desideroso di conoscere l’essenza di ogni fenomeno, la buddità  intrinseca e originaria della natura. E  in queste  poesie l’essenza sembra essere l’estasi, come in Ginsberg, ma con una maggiore giocosità legata a una straordinaria leggerezza, che solo a tratti rivela l’originaria inquietudine da cui in realtà  è scaturita come suo intelligente superamento.

Dietro c’è la grande lezione etica di Whitman, abbracciare la diversità, essere filantropi e amare l’uomo e la natura, nutrirsi dei grandi spazi americani, e affidarsi alla speranza, che in Kerouac diventa un’adesione profonda al buddhismo zen, filtrata attraverso un antico, originario e mai dimenticato,  cattolicesimo di base.

E’ la Beat Generation,  generazione che oscilla fra l’essere beaten (battuta)  e l’ essere beata, “the beatific generation”  nelle parole di Kerouac.

Sono tutti  sulla strada, certo, i vari Kerouac, Cassady,  Snyder, Ginsberg, Corso,  Ferlinghetti e tutti gli anonimi che fecero parte di questa generazione,  dentro al mondo contemporaneo, in cerca però di un’illuminazione antica che proviene dall’Oriente di duemila e seicento anni fa. Fra tutti Kerouac spicca per l’acutezza della riflessione metafisica, che diventa una riflessione  sul vuoto, inteso come non luogo di liberazione  dai fardelli mentali, compresa quello della comprensione. C’è anche  la strana consapevolezza zen che  pensare equivale a non pensare, fare a non fare.

“- Pensare è proprio come non pensare./ Perciò non devo pensare/mai/ più.”

E allora abbiamo giochi verbali, marachelle  linguistiche che assomigliano a graffiti sui muri,  o messaggi in codice agli amici, accanto ad haiku in cui la quotidianità  è rigirata come un guanto, per farla brillare, abbiamo poesie in cui si capisce cosa intendesse Kerouac con il termine illuminazione: uno stato di suprema beatitudine nel vuoto. A differenza di Ginsberg che in fondo credeva un po’ troppo alla sua missione di bardo barbuto, Kerouac è volutamente poco serio, gioca d’azzardo, è scanzonato e ambisce alla spensieratezza dei bambini cui assomiglia  anche per il tono dolcemente irriverente. Tutto è sintetizzato in un’avversione per la mente, che si crede totalità, quando è solo frammento, frammento della caducità e del vuoto.

“La mente non è il facitore/ per nessuna ragione/ di tutta questa creazione/ creata per cadere.”

Anche se la traduzione di Massimo Bocchiola è una buona traduzione, bisogna ammirare soprattutto l’originale inglese, il suo ritmo, le sue rime:

“Mind is the maker/ for no reason at all/ of this all creation/ created to fall”

Leggendolo si ha la piacevole sensazione che Kerouac,  come del resto  Whitman, fosse una persona buona, desiderosa soprattutto di dare e ricevere amore. Kerouac ebbe molti amici, e li amò molto, li cantò nei suoi versi come i primi destinatari del suo messaggio in bottiglia, messaggio di amore universale, nella forse illusoria consapevolezza della fondamentale bontà della Natura. Perciò soprattutto  i suoi componimenti brevi assomigliano a sogni ad occhi aperti, la sua poesia ci immerge in questa tensione alla beatitudine. Si galleggia bene nelle poesie di Kerouac, le quali fanno bene allo spirito e riescono a essere realmente catartiche. Talvolta lo scrittore americano indugia nel non sense, nel tentativo di spiazzarci ma questo non sense ha quasi sempre un significato ritmico, una sonorità inedita, un’allure allegramente dadaista. 

 Spezzando le catene del discorso comune, trascrivendo la quotidianità traverso uno sguardo scanzonato o ispirato, Kerouac indossa la maschera  del veggente e ci invita a fare un tratto di strada con lui, per mostrarci la realtà in un’altra luce. Tutto si riduce a essere la ricerca di una mente ”libera, serena, spensierata”, non più ossessionata dall’idea di dare significato, ma capace di spegnarsi dolcemente in  una beatitudine che ha tutta l’aria di essere, nonostante tutte le sovrastrutture filosofiche,  un ricordo dell’ infanzia.

Alcune poesia di Kerouac sono infantili in questo senso, fanno riferimento a un’innocenza primordiale, a una beatitudine antica, che non può esprimersi se non attraverso una lingua inventata, sospesa fra glossolalia e lallazione.

C’è una straordinaria poesia su Dio, dove Kerouac si chiede chi abbia acceso” l’immensa Luce/ l’oscura brillantezza del Mistero/ perché tutti i boncuori si avvolgessero/ serbando la comprensiva umanità/ intatta come il lento, coraggioso/ sospiro di Beethoven. “ dove  l’originale “understanding simpathy” viene tradotto come “comprensiva umanità”.

Ci sono componimenti brevi intitolati Illuminazioni, in cui Kerouac tratta ironicamente lo stesso tema principe dell’Illuminazione, e opera sul versante di una  liberazione dell’energia dell’Amore attraverso la sessualità:
  
“ C’è la gioia provata dal Santo/ c’è il coito sentito dal tristo  marito;/ ma quando c’è gioia del coito, è Amore:”

C’è anche una visione apocalittica della società contemporanea, che si oppone alla natura, quest’ultima invece sentita spesso in chiave idilliaca:

“Tutti i nostri migliori/sono derisi/in questo paese da incubo/ ma i giornali gongolano/di virtu’ – In tutto/ il mondo la sinistra & la destra, / l’oriente &  l’occidente,  sono malvagi entrambi- “

Ci sono poesie autobiografiche Povero Kerouac sbronzo, Neal alla sbarra, c’è fondamentalmente uno sguardo che sa contemporaneamente indagare filosoficamente l’essenza e godere avidamente dell’esistente, con i suoi “blues di legnaia”, con il suo selvaggio, infantile, non irreggimentato,  anelito di vita.

“ Avevo un sentiero che seguivo per pinete/ e un bianco segugio fosforescente di nome Bob/ che mi guidava quando le nuvole coprivano/ le stelle, e poi mi comunicava/ i sonni di cane amante innamorato/ di Dio. “





Il Web, il tempo, l’oblio

martedì 24 luglio 2012



Mi rendo conto che il blog impone la sua cadenza, e che scrivere  o pubblicare un post risponda a un proprio orologio interno, attraverso il blog si dà un ritmo al proprio tempo. Ogni blog ha la sua pulsazione, come quella di una stella, che annuncia la dissoluzione del tempo stesso, perché su internet tutto si svolge più veloce e “ Il mezzo è il messaggio”.  

 Attraverso un blog, piccolo strumento, partecipare all’impresa collettiva di costruire una memoria, o addirittura una mente universale,  che sembra lo scopo della nostra nascente epoca. Tutto procede però a ritmo di dissoluzioni, e ho il sospetto che di tutto questo sforzo fra un secolo non resterà  nulla. Penso che qualcosa esisterà a livello di frammento. Ma Internet dà l’idea, spossante ed esaltante al tempo stesso,  di un’espansione illimitata delle possibilità di essere in contatto  e che tutto sia memorizzato. Sembra aver sconfitto l’oblio ma io ho sempre avuto la sensazione che lavori  per esso.

La molteplicità e la velocità della rete sono affascinanti come un gioco. E’ bello essere connessi, è una sensazione di unità e insieme  di massima dispersione.  Ritengo che internet abbia reso la televisione come passatempo assolutamente obsoleta.  Ho la sensazione però che tutto svanirà, che altre tecnologie renderanno il Web stesso obsoleto. Per il momento il Web è il massimo come multidisciplinarietà, come simultaneità, come  accesso immediato. Inoltre,  sento che dietro c’è un’illusione. E mi piace.

 ***
 Strani giorni  ha la sua chiusura estiva. Ci risentiamo  a fine agosto, inizio  settembre.  Buone vacanze a tutti.

La moglie del mondo - Carol Ann Duffy

sabato 14 luglio 2012





La comicità in poesia è un grande lusso e si esprime sempre con estrema crudeltà. Perché una poesia realmente comica è davvero fredda, spietata. Così con humor britannico in questa splendida raccolta, La moglie del mondo, pubblicata nel 2002 da Le Lettere, Carol Ann Duffy affila il suo sarcasmo, gioca la carta di una critica alla Storia e al Mito, sempre maschile, rovesciati però dallo sguardo di queste mogli, che vanno dalla moglie di Pilato alla moglie di Darwin, dalla moglie di Freud a quella di Shakespeare, colte nei loro monologhi demistificanti.

Ci sono figure ambigue: la gemella di Elvis Presley, un Erode e una King Kong femmina, ci sono i personaggi delle favole totalmente rivisitate in chiave moderna (Cappuccetto rosso qui tradotto misteriosamente Berrettino rosso), dove il personaggio della favola diventa una ragazzina amante del lupo – ma “qual ragazzina non ama  teneramente un lupo? – si chiede Duffy.

Ci sono i personaggi del mito (Euridice, la moglie di Mida, Circe, la signora Tiresia, Demetra), dove sembra quasi sempre che la figura maschile sia un’ombra fastidiosa. Tranne il caso di Shakespeare, cui è dedicato un inno d’amore da Anne Hathaway, sua moglie, e vedova, tranne certi accenni a un turbamento erotico verso il maschio. Ne La Moglie di Mida, per esempio,  si  legge questo:

Più di tutto/ anche ora mi mancano le sue mani,  le sue mani calde sulla/ mia pelle, il suo tocco.”

 Quello di Duffy è soprattutto però uno sguardo di grande irrisione.  Lo sintetizza magistralmente questo epigramma dedicato a Darwin da sua moglie:

Siamo andati allo zoo. / Gli ho detto/ C’è qualcosa in quello scimmione che mi fa pensare a te.”

Oppure si vede in questi versi in cui parla la signora Icaro, dove il mito stesso è ridimensionato, annullato, cancellato:

“Non sarò la prima né l’ultima/ che se ne sta su un costone/ a guardare il marito/ che dimostra al mondo/ di essere un totale,  perfetto, emerito,  assoluto coglione. “

Tuttavia ci sono grandi slanci amorosi verso il maschio come nel monologo di Penelope che si rivela, però, una donna che desidera emancipazione, il suo ruolo di altra metà del cielo le sta stretto:

“Mi stavo disegnando/ il sorriso di una donna al centro/del mondo, indipendente, intenta, soddisfatta/ e certamente non in attesa. “

Penelope è donna ancora combattuta fra il desiderio  di Ulisse e quello dell’indipendenza,  mentre Euridice non ne può più di Orfeo,  non tollera più di essere imprigionata da lui  nelle sue “ immagini, metafore, similitudini/ottave e sestine, quartine e distici/ elegie, limerick, villanelle, / storie, miti…” preferisce a lui la morte.
Orfeo è semplicemente ridotto a un fanatico,  vanitoso come forse lo sanno essere solo i poeti, ridicolizzato come Big O.

Una parola per la bella traduzione di Giorgia Sensi e Andrea Sirotti che riescono con eleganza a disseminare nel testo quelle assonanze e quelle rime che costellano l’originale, ricreandone la nervatura e il tessuto. I due traduttori sono stati bravi anche nel rendere il ritmo di questa poesia che pare così sonora nell’originale inglese. Es:

“ I powered with a shaking hand/ a fragrant, bon dry white from Italy, then watched/ as he picked up the glass, goblet, golden chalice,  drank”   

diventa:

“Versai col tremor della mano/ un bianco, secco, fragrante, italiano; lo guardai/alzare il bicchiere, una coppa, un calice d’oro, bere. “

Duffy sembra inizialmente combattere la guerra per l’affermazione del proprio sesso, e le sue armi sono ironia, humor freddo, e un occhio fondamentalmente disincantato. Così anche Cristo risulta sminuito nella splendida poesia La moglie di Pilato,  dove appare così:

alzai gli occhi /e lo vidi. La faccia? Brutta. Ispirata.

O ancora nell’emozionante  finale, destituito di ogni divinità, con una battuta secca:

“Presero il profeta e lo trascinarono via, / Sul Golgota. La mia cameriera sa tutto il resto/ Era Dio? Certo che no. Pilato credeva si sì."

L’operazione è eminentemente poetica, restituire voce a ciò che voce non aveva nei secoli della Storia maschile: l’universo femminile.  Attraverso questo sguardo i grandi uomini risultano sminuiti nella loro quotidianità di chiacchieroni, per esempio nel caso di Esopo, costretti a vedersi in uno specchio nella loro piccolezza. In questo senso Frau Freud pur lodando “il serpente nei calzoni” definito “ grande  amico delle donne” nel suo monologo dove utilizza moltissimi sinonimi di pene, infine dice “ ciò che voglio indicare, / signore mie care, è il pene comune - per niente grazioso…/ Che senso di pena… quell’occhio solitario strabico invidioso”.

 Di contro le donne incarnano una saggezza sbrigativa, immediata, senza tante cerimonie, taoista, senza filosofia occidentale, attributo maschile. Un aspetto però da non sottovalutare, l’amore sessuale per il maschio che rende le donnea volte folli e criminali,  come nel caso de La moglie del diavolo o de La signora Quasimodo. Non bisogna dimenticare le tante figure inquietanti, le gemelle Kray, la signora Faust.  Il femminile è colto anche nella figura di Circe che cucina  un maiale, e intanto sogna un uomo, poesia straordinaria, come molte di questa raccolta. C’è ambiguità, questa  è poesia che sa cogliere la brutalità e insieme trasfigurare poeticamente questa percezione. Qui tutto si fa canto e narrazione, avvistamento di nuovi modi di pensare, grande capacità di stupire.

 Leggendo poeti come Duffy, in questa notevole traduzione, non si capisce come la poesia non attiri il pubblico dei lettori, essendo avvincente quanto e più di un romanzo. Quante trame, sotto trame, si intuiscono fra un verso e l’altro,  quanta dissolvenza in bianco c’è in queste poesie, fra un personaggio e l’altro,  fra un’idea che saetta e un’idea che dispare.

Stupisce l’assenza di filosofi fra questi uomini, e insieme non stupisce affatto, considerando il rapporto difficile che alcuni filosofi hanno intrattenuto con le donne (il prototipo è Socrate). Dov’è Santippe, in questa raccolta, è la moglie necessaria, bisogna conoscerne l’opinione.  Santippe manca così come manca la moglie di Schopenhauer, personaggio che sarebbe stato micidiale. Colpisce,  come del resto anche ne La  donna sulla luna,  l’altra antologia di Carol Ann Duffy, edita più recentemente in questa collana Il nuovo melograno-  la grande duplicità, ambiguità, stranezza di questi personaggi, la grande  capacità che ha Duffy di toccare molte corde facendo vibrare nitido il suono del proprio stile.

Parole, parole vive  sulla lingua, vive nella testa,
calde, palpitanti, convulse, alate; musica e sangue”

Il gioco di Duffy è risultato così  affascinante che se ne vorrebbe di più, per continuare a costruire veramente attraverso la parola delle donne quella storia- Ombra, che ci segue come un ‘onda.

L’idea di affidarsi al monologo, che caratterizza molta sue poesie, e tutte quelle di questa raccolta, è semplicemente geniale.  Sul solco di Pound di Personae, percependo l’estetica di Eliot, indossando anche un ghigno perverso fra Ubu Roy e Sharon Olds,  la poetessa scozzese si esprime indirettamente, cammina sul filo di un autoritratto che si rivela uno specchio,  e ci racconta che le donne hanno vissuto sempre nell’ombra.  Restituire voce a quest’ombra significa compiere una profanazione.
Sono violati i valori patriarcali, in nome di una saggezza tutta femminile, è violata la civiltà in nome di qualcosa di pericoloso e selvaggio simboleggiato dal lupo di Cappuccetto rosso. E’ forse il fascino femminile per il Diavolo, l’affinità segreta fra la femmina e gli umori della terra e della luna.

In questa raccolta di Carol Ann Duffy, c’è comicità, c’è sarcasmo, a tratti c’è anche la sensazione di un’infinita dolcezza, affiora più spesso una voce spietata, c’è in sostanza una sicurezza stilistica che mette i brividi.  C’è una voce altra che ci rivela qualcosa di noi stessi, ci mette a nudo, quasi sembra aggredirci, ma la sua  è un’aggressione leggera. I personaggi di Duffy sono abnormi, conoscono amori spaventosi, penso alla poesia Queen Kong, e sono fondamentalmente entità potenti. Hanno l’aspetto delle dominatrici. Non c’è traccia dunque di un piangersi addosso della donna sfruttata nei secoli dall’uomo, c’è la certezza che uomo e donna si siano fronteggiati entrambi  nella loro potenza. Questa potenza innesca anche la follia, la brutalità, la violenza. La realtà è dura, indubbiamente, e in questa durezza Duffy si colloca con un grande desiderio di decodifica del reale.

Grande guida Duffy nel labirinto della contemporaneità, nell’essenza stessa della vita contemporanea, paradossalmente ricreata dalle macerie del Mito e della Storia, realtà che, forse, sembra dirci Carol Ann Duffy, sono ormai da considerarsi identiche. A noi tocca profanarle, nel senso che intende Agamben, cioè di giocare con esse, sconsacrarle e restituirle così all’uso comune.

Nel monologo della moglie della Bestia si capisce qual è il messaggio della poetessa scozzese: rifiutare l’ipocrita leggenda patriarcale del principe azzurro perché “senti tesoro lo so bene/quanti son bastardi i principi”  e abbracciare la Bestia, il lupo. Con la sensazione che sia sempre la donna, l’elemento forte della diade uomo – donna. Non dimenticando però il suo potenziale di devozione all’uomo, sua intima passione, non dimenticando che forse è meglio essere il diavolo che la moglie del diavolo, personaggio che la società trova ancora più esecrabile.

In definitiva La moglie del mondo di Carol Ann Duffy è semplicemente uno dei libri di poesia più belli usciti in Italia negli ultimi dieci anni, e ci mostra una voce di grande spessore nel panorama mondiale contemporaneo.

Maestri e no – un viaggio nella poesia dell’era industriale

sabato 7 luglio 2012


Bisogna essere assolutamente moderni”

Arthur Rimbaud

Lo aveva intuito Ezra Pound: in letteratura c’è un’infinita distanza tra le cose che ci piacciono e ciò che prendiamo per modello. Ciò che ci piace tocca troppo spesso soltanto la superficie, ciò che prendiamo per modello  invece opera nel profondo, inizialmente a nostra insaputa.

 Può piacermi un libro di poesie di Alda Merini, ma non prendo (o meglio il mio es non sceglie) Alda Merini come modello per la mia scrittura, essendo lei troppo radicata nella propria avventura umana per servirmi cinicamente da specchio o da alimento. Può piacermi la poesia di Mario Luzi ma ugualmente la signorilità dei suoi versi mi pare antiquata e inutilizzabile, troppo bon ton non mi è congeniale. Posso amare Leopardi ma il nitore nichilista della sua poesia, l’analisi lucida e straziante sono per nature angeliche diverse dalla mia. La sua lingua viene dal passato per offrirci la consolazione della bellezza, e la consapevolezza della vanità e del lutto - e là rimane, inattingibile.

 Mi piace Marina Cvetaeva ma la sua assenza di metafore è un crinale difficile, e la sua lingua pressoché un gioco di prestigio inimitabile, come la sua sofferenza senza rimedio, il suo grido di dolore assolutamente straordinario. Amo Emily Dickinson, ma non può essere un modello perché sarebbe troppo evidente la falsificazione dell’originale, c’è troppa vita privata, cioè interiore sua personale, nei suoi versi, la cui intensità è pareggiata nel Novecento da Sylvia Plath, che nella mia percezione rimane però un gradino sotto.

Mi piace Pessoa ma io  non posso essere quel tipo di moltitudine, troppe maschere, troppe contraffazioni di un se stesso impossibile. Posso aver apprezzato la poesia scabra di Ungaretti- anche se non sempre in verità- ma come per Petrarca trovo pernicioso l’eccesso d’imitazioni che ne sono scaturite.

Apprezzo la poesia di Bukowski ma l’autenticità del suo percorso lo rende inimitabile, seguire le sue orme di anti maestro sarebbe un po’ patetico. Tutta quella affascinante letteratura beat, così legata alla strada, la sento vicina e i versi di Ginsberg sono architravi della mia visione apocalittica della città industriale contemporanea. Tutto filtrato attraverso una lettura di Rimbaud, che quella visione l’ha universalmente creata-, insieme naturalmente al Baudelaire de Lo spleen di Parigi.

 E non dimentico le folle anonime sciamanti nelle strade nel capolavoro di Eliot La terra desolata, libro da meditare ancora oggi, da leggere e rileggere, libro del secolo ventesimo. C’è la poesia folle e aggressiva di Artaud, inimitabile fascio linguistico di nervi tesissimi. Esplosione scatologica della civiltà occidentale, delirio chirurgico.
La modernità per me ha oggi il nome di Mark Strand, di Charles Simic, di Carol  Ann Duffy, di Derek Walcott, per citare solo i poeti viventi di lingua inglese. Può chiamarsi Iosif  Brodskij, Nicanor Parra, Ernesto Cardenal, Tomas Tranströmer, Wislawa Szymborska, se guardiamo oltre l’orizzonte.

Se allarghiamo ulteriormente  il ventaglio tutto ciò che è  fondamentalmente uscito dal cilindro di Baudelaire, Eliot, Auden, Pound, Laforgue,  da una parte e poeti come Rimbaud,  Majakovskij, Whitman, Saint John Perse, dall’altra.  

Considero Gottfried Benn una delle figure centrali della poesia del Novecento ma non posso prenderlo come modello,  lo stesso vale per Rilke e, soprattutto,  Georg Trakl, uno dei massimi lirici del secolo,  troppo legati alla loro epoca, o meglio ancora inventori della propria epoca irripetibile. 

  Mi piacerebbe avere il ghigno di Corbiére, la lucidità trasognata di Lautremont, la serenità solare e apollinea di Odisseo Elitis, vorrei fondermi con i paesaggi di Machado, ma la mia sarebbe solo imitazione e posa.  Poi ci sono i maestri che vengono col tempo un po’ dimenticati, Garcia Lorca, William Blake, nel mio caso. L’uno troppo legato alla passione per la sua terra, a certi sognanti panorami che pure m’incantarono,   l’altro creatore di mitologie oniriche sue proprie. Ci sono poi i maestri della lingua italiana: Gozzano, Campana, Quasimodo, Montale, Pasolini, e più recentemente Elsa Morante, con il suo straordinario Il mondo salvato dai ragazzini, Bigongiari, soprattutto quello di Moses, Testori, Gualtieri, sentinelle sull’abisso del dire. Ci sono poi i maestri del futuro, quei poeti che abbiamo solo sfiorato e mai realmente incontrato ma verso cui ci guida l’istinto. Uno di questi maestri del futuro sento essere sempre di più Paul  Celan.  E’ una sorta di premonizione.

Oppure ci sono le operazioni monstre di Carmelo Bene sulla lingua ne "‘l mal de’ fiori”,   a indicarmi la via dell’impossibile, bagliori da un mondo lontano e irraggiungibile.  Ho inoltre una predilezione per il creazionismo di Vicente Huidobro, credo che la poesia sia l’invenzione di altri mondi, mondi- ombra. In adolescenza ebbi una passione per Edgar Allan Poe, che ruppe per primo certe mie concezioni desuete sulla poesia, attività di contemplazione di un pericolo imminente.

 Non posso dimenticare, in questo florilegio di nomi, Edgar Lee Masters, che realizza un’idea straordinaria di poema del Novecento, realizzando con L’antologia di Spoon River una delle critiche più esatte della civiltà contemporanea, e insieme una delle sue esaltazioni più accorate.
 Non posso dimenticare l’impatto che ebbero su me le poesie di Bertolt Brecht, per  la loro intelligenza, per la loro potenza.

Infine c’è il più importante di tutti, Baudelaire, che mi ha cambiato il cervello ed è tanto consustanziale all’atto della scrittura per me da diventare una citazione obbligata, penso per chiunque. Baudelaire, come Nietzsche, cambia la storia del pensiero occidentale e più in piccolo la mia esistenza.  Insieme con Arthur Rimbaud è anche il poeta che mi ispira maggiore simpatia umana.

Se dovessi scegliere un poeta del Novecento, che possa prenderne lo scettro, forse attualmente sceglierei Borges, che inventa o trae dall’ombra il linguaggio segreto del labirinto. Per il suo ruolo di outsider sceglierei il cinico Gottfried Benn, che attraverso versi chirurgici ha saputo fare della macelleria sublime, ci ha mostrato la carnalità come forse nel secolo ha fatto solo in pittura Francis Bacon. Per aver ricreato, e persino affinato, le atmosfere di Rimbaud,  potrei eleggere Saint John Perse e,  per la visione dell’esistenza come un viaggio misterioso,  Blaise Cendrars.   Come potenza critica, come visione, la più forte e persuasiva rimane però quella di Eliot. Colpisce oltretutto di queste figure- soprattutto Borges, Eliot e Saint John Perse, maggiormente pacificati dalla consacrazione universale rispetto a Benn, per esempio-  quell’umiltà che io attribuisco sempre all’autorevolezza e al genio.