Fragili fratelli nell'erranza - una poesia di Giorgio Caproni

sabato 1 maggio 2021




Il gibbone

a Rina

No, non è questo il mio
paese. Qua
fra tanta gente che viene,
tanta gente che va 
io sono lontano e solo 
(straniero) come
l'angelo in chiesa dove
non c'è Dio. Come,
allo zoo, il gibbone.


Nell'ossa ho un'altra città 
che mi strugge. È là.
L 'ho perduta. Città
grigia di giorno e, a notte,
tutta una scintillazione
di lumi - un lume
per ogni vivo, come,
qui al cimitero, un lume
per ogni morto. Città
cui nulla, nemmeno la morte
mai, - mi ricondurrà. 

 

***

da ”Congedo del viaggiatore cerimonioso & altre prosopopee”, Giorgio Caproni, Garzanti, 1965

***

Certe poesie ti accompagnano per tratti della vita, come compagne sonore di una crisi silenziosa. Così questa “Il gibbone” di Giorgio  Caproni si situa nei miei difficili vent’anni quando la sorte mi pose davanti a un bivio. La scelta fu se naufragare nella più assoluta mancanza di infinito o marcire nell’isolamento di chi rifugge ogni patria. A ripensarci, possedevo il pathos tragico dell’aut aut più che mai. Ma era un vicolo cieco che minava ogni possibilità di scelta. Ero solo, di quella solitudine che non basta a stessa ma che eroicamente forse sa forgiare un’anima, nell’officina in cui l’angoscia con un maglio modella quella che più tardi chiameremo la nostra personalità. È  quello che il mio maestro di quegli anni chiamava nei suoi libri: “filosofare con il martello”.

 Non avevo città, né reale né ideale e fortemente mi risuonavano i versi finali “Città/ cui nulla, nemmeno la morte,/ mai, - mi ricondurrà” ma non come un rimpianto di un Eldorado inattingibile e perduto piuttosto come un’orgogliosa dichiarazione di estraniamento. Rimbaud mi aveva insegnato che noi, noi poeti, mettiamola così, non siamo al mondo. Così, ora, è con nostalgia che la rivivo. Nostalgia di un orrore di vivere che mai più sperimenterò nella sua cruda e crudele intensità. Il passato è passato senza essere stato che un sogno sognato svanendo. Così suonava più o meno  una mia poesia di allora. Ero un angelo senza Dio, un gibbone in gabbia e nessuna città prefigurava il mio ingresso in comunità. “Non sposerò Frida, non entrerò in comunità”, ripetevo come un mantra, sarei rimasto come l’agrimensore kafkiano sulle soglie del Castello, alle porte di questa città ideale che mi struggeva. Ora che ho sposato Frida e sono rientrato in città, non posso dire di ricordare quegli anni, la legge dell’oblio dissipa tempi e memorie. Forse per fortuna, mi rimangono poesie come questa, istantanee di un male di vivere che ha reso leggendari, comunque quegli anni, in cui, devoto all’impossibile,  tracciavo su carta i segni astrali di una giovinezza che ancora una volta Rimbaud mi aveva suggerito di scrivere su fogli d’oro.  SI obbedisce sempre a una Necessità implacabile senza l’illusione di una scelta, lasciamola a chi si illude di controllare il proprio destino. Ecco lo sfondo tragico del mio pensare a vuoto le formule fatali dell’esistenza.

Ettore Fobo nacque fenice dalle ceneri di me stesso. Nell’urto con il mondo mi ero frantumato e dissolto. Ma non è forse ciò che accade a chiunque viva la propria giovinezza come una strenua lotta per diventare se stesso e non la sua caricatura all’ultima moda, socialmente accettata? Ed è sempre Kafka a insegnarmi il nuovo mantra della maturità così dolorosamente conquistata: ”Nella lotta fra te e il mondo stai dalla parte del mondo. “

 Buon Primo maggio a tutti, in particolare a coloro che il poeta Lamberto Garzia chiama i senza casta di questo moderno Occidente. A  quei giovani che non studiano, non lavorano, non guardano  la tv, non vanno al cinema, non fanno sport, fragili fratelli nell'erranza. 

Ettore Fobo