Il gibbone
a Rina
No, non è questo il mio
paese. Qua
fra tanta gente che viene,
tanta gente che va
io sono lontano e solo
(straniero) come
l'angelo in chiesa dove
non c'è Dio. Come,
allo zoo, il gibbone.
Nell'ossa ho un'altra città
che mi strugge. È là.
L 'ho perduta. Città
grigia di giorno e, a notte,
tutta una scintillazione
di lumi - un lume
per ogni vivo, come,
qui al cimitero, un lume
per ogni morto. Città
cui nulla, nemmeno la morte
mai, - mi ricondurrà.
***
da ”Congedo del viaggiatore
cerimonioso & altre prosopopee”, Giorgio Caproni, Garzanti, 1965
***
Certe poesie ti accompagnano per
tratti della vita, come compagne sonore di una crisi silenziosa. Così questa “Il
gibbone” di Giorgio Caproni si situa nei
miei difficili vent’anni quando la sorte mi pose davanti a un bivio. La scelta
fu se naufragare nella più assoluta mancanza di infinito o marcire nell’isolamento
di chi rifugge ogni patria. A ripensarci, possedevo il pathos tragico dell’aut aut più che mai. Ma era un vicolo
cieco che minava ogni possibilità di scelta. Ero solo, di quella solitudine che
non basta a stessa ma che eroicamente forse sa forgiare un’anima, nell’officina
in cui l’angoscia con un maglio modella quella che più tardi chiameremo la
nostra personalità. È quello che il mio
maestro di quegli anni chiamava nei suoi libri: “filosofare con il martello”.
Non avevo città, né reale né ideale e
fortemente mi risuonavano i versi finali “Città/ cui nulla, nemmeno la morte,/ mai,
- mi ricondurrà” ma non come un rimpianto di un Eldorado inattingibile e
perduto piuttosto come un’orgogliosa dichiarazione di estraniamento. Rimbaud mi
aveva insegnato che noi, noi poeti, mettiamola così, non siamo al mondo. Così, ora,
è con nostalgia che la rivivo. Nostalgia di un orrore di vivere che mai più
sperimenterò nella sua cruda e crudele intensità. Il passato è passato senza
essere stato che un sogno sognato svanendo. Così suonava più o meno una mia poesia di allora. Ero un angelo senza
Dio, un gibbone in gabbia e nessuna città prefigurava il mio ingresso in
comunità. “Non sposerò Frida, non entrerò in comunità”, ripetevo come un
mantra, sarei rimasto come l’agrimensore kafkiano sulle soglie del Castello,
alle porte di questa città ideale che mi struggeva. Ora che ho sposato Frida e sono
rientrato in città, non posso dire di ricordare quegli anni, la legge dell’oblio
dissipa tempi e memorie. Forse per fortuna, mi rimangono poesie come questa,
istantanee di un male di vivere che ha reso leggendari, comunque quegli anni,
in cui, devoto all’impossibile, tracciavo su carta i segni astrali di una
giovinezza che ancora una volta Rimbaud mi aveva suggerito di scrivere su fogli
d’oro. SI obbedisce sempre a una
Necessità implacabile senza l’illusione di una scelta, lasciamola a chi si
illude di controllare il proprio destino. Ecco lo sfondo tragico del mio
pensare a vuoto le formule fatali dell’esistenza.
Ettore Fobo nacque fenice dalle
ceneri di me stesso. Nell’urto con il mondo mi ero frantumato e dissolto. Ma
non è forse ciò che accade a chiunque viva la propria giovinezza come una
strenua lotta per diventare se stesso e non la sua caricatura all’ultima moda,
socialmente accettata? Ed è sempre Kafka a insegnarmi il nuovo mantra della maturità
così dolorosamente conquistata: ”Nella lotta fra te e il mondo stai dalla parte
del mondo. “
Buon Primo maggio a tutti, in particolare a
coloro che il poeta Lamberto Garzia chiama i senza casta di questo moderno
Occidente. A quei giovani che non studiano,
non lavorano, non guardano la tv, non vanno
al cinema, non fanno sport, fragili fratelli nell'erranza.
Ettore Fobo