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Vent’anni dopo

mercoledì 16 marzo 2022

 


Carmelo Bene a vent’anni dalla scomparsa lo ricordo con questo video dell’Amleto televisivo, uno dei tanti Amleti reinventati, parodiati, squartati, messi in musica e in “musica per gli occhi”- così Carmelo definiva il suo cinema- pensiamo almeno a “Un Amleto di meno,  dove l’artefice si rifiuta di mettere in scena la Storia, e così facendo opera da delinquente del pensiero, sregola i sensi e i segni logici, infrange i “codici normalizzanti”  come nelle parole di Maurizio Grande a ancora e ancora ricordiamolo stirneriano nelle midolla del suo interno girare a vuoto, attore  dell’impossibile che in tutte la arti che lo hanno attraversato ha lasciato il segno delle sue ferite di grande poeta incarnato e disincarnato nella scena vuota.

Poeta della scena, della pagina scritta e cancellata insieme, letterato di razza, autore di romanzi memorabili, di saggi parodiati e perfetti nel loro beffardo ghigno alla Ubu Roi. Artefice sommo di un poema dove si sente nitida la voce di un classico, sempre parodia di una classicità oramai impossibile.   Poeta dello schermo cinematografico dove l’immagine rinunciava alla sua egemonia moltiplicandosi forsennatamente fino a cancellarsi. Dissolvenza in niente.

Attore le cui metamorfosi non vestivano il ridicolo manichino di un io ma stracciavano il suo copione e lo confinavano in una angolo della scena a biascicare avemarie.  L’influenza di Carmelo, su tutti noi iperborei abitatori del sottosuolo, è stata ed è enorme. Il futuro è suo e speriamo che finite le dispute legali sull’eredità, noi si possa leggere l’ingente materiale letterario inedito e specialmente il suo poema “Leggenda”.

Ettore Fobo

Il riecheggiar del dire oltre il concetto

sabato 20 novembre 2021



Da lettore di poesia conosco ormai la sensazione di restare, leggendola, sempre con il fiato sospeso, in attesa che un pensiero squarci il velo del chiacchiericcio interiore e si riveli rivelatorio di una dimensione del reale a me fino allora preclusa. Questo accade davanti alla vera poesia e non alle sue molte falsificazioni o semplificazioni sentimentali o presunte tali. Benché l’espressione vera poesia sia forse un po’ fatua essa stessa, se dietro di essa si cela qualche professorone con il ditone alzato.

In poesia il “cosa accade?” ha risonanze dentro le vertigini di un’alchimia profonda delle parole, sostanziale, originaria, vediamo lo schiudersi di pensiero dal contatto fra energie semantiche differenti e spesso opposte ma in un modo così segreto ed enigmatico che la confusione e l’ambiguità sono massime, e la logica stessa viene incendiata dalla sua profanazione più rigorosa. La poesia, violando il principio di non contraddizione sistematicamente, esplora una dimensione più ampia dello spettro dell’esperienza, ben oltre gli opprimenti dualismi del Significato Unico Dio, nelle regioni di una polifonia musicale che si fa beffe di ogni teologia dell’ego, di quell’ego cartesiano che si crede separato dal mondo, mondo di monadi tra l’altro, che il capitalismo vuole in lotta fra loro.

Nessuna empatia, nessuna risonanza, quindi nessuna musica perché empatia significa risuonare con l’altrui musica interiore. Si tratta di finirla con quella che Fondane chiama “la tutela del luogo comune” che tanto peso ha nelle umane vicende e che ha fatto scrivere a Nietzsche “Ogni parola è pregiudizio”.

Il fatto che il luogo comune ci tuteli e in un certo senso ci conservi è vera. Chi è per la dissipazione, la depense, è per un’altra economia che quella regolata dal tragico e molesto buon senso che è un modo diverso di chiamare il luogo comune che,  se ci conserva,  lo fa a danno delle nostre potenzialità di esploratori psichici. La pazzia? È un rischio. Che questa vitale follia degeneri in malattia mentale è una possibilità. Già Platone “il poeta non sa quel che dice”. È l’ispirato folle che sa fingersi sapiente ma non appartiene alla schiera dei saggi dei forti dei giusti. Ma non appartiene neanche alla schiera di chi ha smarrito ogni chance comunicativa, intrappolato in se stesso e solitario fra  le mura del carcere che è il suo cranio dove solo rimbomba il suono delle sue catene: l’alienato classico. Tuttavia il poeta, scrive Adorno, ha ormai come suo interlocutore privilegiato solo Dio, purché morto. E questo è un fatto.

La poesia è quella musica che sa intercettare le profondità del silenzio originario dove le parole dell’essere si dischiudono. La poesia non parla ma dice. Che cosa dice? L’infinita rotazione semantica dei significanti non è dissimile dal nulla. La poesia dice il nulla ma perché questo accada il poeta deve scomparire in questo nulla e lasciare che forze impersonali sgorghino nel canto che egli non conosce e che  lo trascendono. Da qui l’universalità della poesia. Se l’ego vien meno, se Dio, il suo garante ontologico, si dissolve, emergono sotto il segno che, ci ricorda Sini, è un residuo teologico, tutte le potenze numinose e oscure che preesistono a ogni concettualizzazione.

Così  Carmelo Bene può dare della poesia questa definizione tranchant: ”La poesia è  il riecheggiar del dire oltre il concetto.“ Benissimo. E dunque? Ogni concetto esploso è un’infinità di frammenti con cui eliotianamente puntellare le nostre rovine? O piuttosto la materia per una riformulazione, per nuove cristallizzazioni, nuovi eternoritornanti valori? Le parole non sono isole sono piuttosto ponti. Verso l’ignoto? E sia.

 

 

Lo scopo dell’artista

mercoledì 25 agosto 2021



 

Ah quanti fraintendimenti! Lo scopo dell’artista non è la bellezza, velo squallido posto sugli orrori del mondo per farcelo accettare con un timido “Bè, però,  insomma,  tutto sommato Bach può giustificare Auschwitz e Michelangelo,  che so,  Hiroshima"; no,  l’artista è  colui che gettandosi nel dinamismo degli orrori ne perpetua l’assoluta magnificenza extramorale aldilà del bene e del male. Altrimenti anche Guernica ha il valore di una Madonnina messa sulla tomba del Novecento. La bellezza…per questo Rimbaud l’ha strangolata. Beau gest dell’artista assoluto. Nessuna consolazione, non ce l’avrete la casa in riva al mare con i puffi che cantano la vostra gloria. Bisogna essersi molto sporcati con la gran merda del dolore per dire questo. Non c’è un ordine morale del mondo. L’ordine estetico puzza troppo di Dio. Quindi a mare anche lui. Dinamismi,  forze, evocare l’impossibile:  ecco il compito dell’artista non allineato all’ordine linguistico vigente. Capri espiatori che denunciano che il male è inespiabile e pagano con la vita il prezzo della loro innocenza.

Ettore Fobo


 

 

 

Fragili fratelli nell'erranza - una poesia di Giorgio Caproni

sabato 1 maggio 2021




Il gibbone

a Rina

No, non è questo il mio
paese. Qua
fra tanta gente che viene,
tanta gente che va 
io sono lontano e solo 
(straniero) come
l'angelo in chiesa dove
non c'è Dio. Come,
allo zoo, il gibbone.


Nell'ossa ho un'altra città 
che mi strugge. È là.
L 'ho perduta. Città
grigia di giorno e, a notte,
tutta una scintillazione
di lumi - un lume
per ogni vivo, come,
qui al cimitero, un lume
per ogni morto. Città
cui nulla, nemmeno la morte
mai, - mi ricondurrà. 

 

***

da ”Congedo del viaggiatore cerimonioso & altre prosopopee”, Giorgio Caproni, Garzanti, 1965

***

Certe poesie ti accompagnano per tratti della vita, come compagne sonore di una crisi silenziosa. Così questa “Il gibbone” di Giorgio  Caproni si situa nei miei difficili vent’anni quando la sorte mi pose davanti a un bivio. La scelta fu se naufragare nella più assoluta mancanza di infinito o marcire nell’isolamento di chi rifugge ogni patria. A ripensarci, possedevo il pathos tragico dell’aut aut più che mai. Ma era un vicolo cieco che minava ogni possibilità di scelta. Ero solo, di quella solitudine che non basta a stessa ma che eroicamente forse sa forgiare un’anima, nell’officina in cui l’angoscia con un maglio modella quella che più tardi chiameremo la nostra personalità. È  quello che il mio maestro di quegli anni chiamava nei suoi libri: “filosofare con il martello”.

 Non avevo città, né reale né ideale e fortemente mi risuonavano i versi finali “Città/ cui nulla, nemmeno la morte,/ mai, - mi ricondurrà” ma non come un rimpianto di un Eldorado inattingibile e perduto piuttosto come un’orgogliosa dichiarazione di estraniamento. Rimbaud mi aveva insegnato che noi, noi poeti, mettiamola così, non siamo al mondo. Così, ora, è con nostalgia che la rivivo. Nostalgia di un orrore di vivere che mai più sperimenterò nella sua cruda e crudele intensità. Il passato è passato senza essere stato che un sogno sognato svanendo. Così suonava più o meno  una mia poesia di allora. Ero un angelo senza Dio, un gibbone in gabbia e nessuna città prefigurava il mio ingresso in comunità. “Non sposerò Frida, non entrerò in comunità”, ripetevo come un mantra, sarei rimasto come l’agrimensore kafkiano sulle soglie del Castello, alle porte di questa città ideale che mi struggeva. Ora che ho sposato Frida e sono rientrato in città, non posso dire di ricordare quegli anni, la legge dell’oblio dissipa tempi e memorie. Forse per fortuna, mi rimangono poesie come questa, istantanee di un male di vivere che ha reso leggendari, comunque quegli anni, in cui, devoto all’impossibile,  tracciavo su carta i segni astrali di una giovinezza che ancora una volta Rimbaud mi aveva suggerito di scrivere su fogli d’oro.  SI obbedisce sempre a una Necessità implacabile senza l’illusione di una scelta, lasciamola a chi si illude di controllare il proprio destino. Ecco lo sfondo tragico del mio pensare a vuoto le formule fatali dell’esistenza.

Ettore Fobo nacque fenice dalle ceneri di me stesso. Nell’urto con il mondo mi ero frantumato e dissolto. Ma non è forse ciò che accade a chiunque viva la propria giovinezza come una strenua lotta per diventare se stesso e non la sua caricatura all’ultima moda, socialmente accettata? Ed è sempre Kafka a insegnarmi il nuovo mantra della maturità così dolorosamente conquistata: ”Nella lotta fra te e il mondo stai dalla parte del mondo. “

 Buon Primo maggio a tutti, in particolare a coloro che il poeta Lamberto Garzia chiama i senza casta di questo moderno Occidente. A  quei giovani che non studiano, non lavorano, non guardano  la tv, non vanno al cinema, non fanno sport, fragili fratelli nell'erranza. 

Ettore Fobo