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Ottavo comunicato mitorealista

sabato 16 agosto 2025

 



I Mitorealisti riconoscono in Gilles Deleuze uno dei filosofi che hanno innescato il movimento che loro stanno cavalcando e si riconoscono pienamente nelle sue parole, di seguito riportate. È il nostro modo di fare politica, l’unico:



“Il nomade, però, non è solo e necessariamente uno che si muove: fa dei viaggi sul posto, viaggi in intensità, e anche storicamente i nomadi non sono quelli che si spostano come gli emigranti ma, al contrario, non si spostano e si mettono a vivere da nomadi per restare allo stesso posto sfuggendo ai codici. È risaputo che il problema rivoluzionario sta oggi nel trovare un’unità delle lotte specifiche senza ricadere nell'organizzazione dispotica e burocratica del partito o dell'apparato di stato: una macchina da guerra che non ricostituisca un apparato di stato, un’unità nomadica in rapporto con il fuori, che non ricostituisca l'unità dispotica interna. Ecco forse la massima profondità di Nietzsche, la misura della sua rottura con la filosofia, quale appare nell'aforisma: aver trasformato il pensiero in una macchina da guerra, aver trasformato il pensiero in una potenza nomade. E anche se il viaggio è immobile, anche se lo si fa sul posto, impercettibile, inatteso, sotterraneo, dobbiamo chiederci quali sono i nostri nomadi oggi, chi sono veramente i nostri nietzschiani.”

Gilles Deleuze

***

Siamo dunque pronti alla battaglia. I nostri nemici? Ovunque il pronome io faccia sentire il suo peso metafisico e anche laddove si annidano i resti dei figli di Cronos, per il nostro estemporaneo banchetto di cannibali. Oh, vili e scoglionati eroi, fatevi da parte, è in arrivo, dal marasma dei singhiozzi umani, il grido che un fuoco eterno dissigilla, per oscurare il Sole!

Ettore Fobo e il Laboratorio Mitorealista

Poesia e tristezza: verità e miti

venerdì 7 marzo 2025


 


“Chi ride è padrone del mondo.”

Giacomo Leopardi

“Il sentimento della gioia è il sentimento più propriamente etico.”

Gilles Deleuze

 

Sto vagando fra gli aforismi di Cioran contenuti ne “Il crepuscolo dei pensieri”. Si tratta di affrontare una delle scritture più avvolgenti, stratificate, proteiformi e infine pienamente chiaroveggenti del Novecento. Sentenze che affiorano da un magma infuocato sembrano prendere per mano il nostro smarrimento di bipedi automatizzati e condurlo alla vertigine. Mi colpiscono soprattutto le riflessioni sulla tristezza “La soglia del suicidio? Un brivido che segue una risata travolgente”, “Persino la tristezza è un’arte”, “L’infelicità è lo stato poetico per eccellenza”, “Che cosa significa essere poeta? Non essere distante dai propri dolori, coincidere con la propria infelicità”.

Apparentemente nessuno può negare la verità di queste asserzioni che fanno il paio con quelle di Balzac, “La poesia è dolore”, e di Ceronetti “Il poeta è colui che porta in sé la pena di tutti” e con decine (centinaia?) di altre simili.

Ecco è questo il punto. Il poeta è certo il crogiuolo di sofferenze universali, universali dico e non particolari, biografiche o esistenziali.  È vicino al fuoco dell’essere da cui esse scaturiscono come ombre su uno specchio. Ma per portare il peso della pena di tutti occorre una forza enorme che il vero poeta incarna: la gioia. Per portare il peso della pena di tutti bisogna essere gioiosi come infanti.  Può apparire contraddittorio ma non lo è affatto. Come è possibile infatti tollerare questo universo dolore d’esistere, se al fondo non si è profondamente immuni da questo stesso dolore? Una gioia inscalfibile che sorregge tutto il dolore del mondo, come Atlante regge il globo terrestre e si coagula in forma e come forma splende su tutte le miserie e le contingenze. Allora anche il dolore è solo una pantomima, come già denunciava Pessoa: “Il poeta è un fingitore: finge che è dolore, il dolore che davvero prova. “

La scrittura di Cioran è un congegno che funziona ad alta intensità e a frequenze di profondità inevitabili come un destino. La sua bacchetta di rabdomante trova soprattutto le acque stagnanti ma ancora più a fondo un’acqua cristallina la memoria disseta. Parlando di poesia- perlomeno in queste asserzioni perché altrove la sua sonda scova esattamente i movimenti impercettibili del magmatico humus della poesia- Cioran rimane un filosofo, lo scintillio del suo stile profondo non riesce ad abbracciare l’intero periplo dello sguardo poetico, gli sfuggono le bizzarrie della sua lingua biforcuta, ancipite e ambigua, sfuggono al suo impalcabile radar e Cioran pare fissarsi, come tutti, sulle apparenze. Sbatte il suo genio contro un muro del pianto, il cui cemento, però, è solo illusorio; posto che questa illusione è composta dai detriti di tutte le verità frantumate. E dunque ancora una volta Nietzsche: chi sa filosofare con il martello scopre al fondo di questa universa vanità di esistere lo zampillo di una sorgente eterna. Per cui, in un aforisma che non deve passare inosservato, Cioran scrive che Nietzsche stesso non è nient’altro, come Pascal, che Nietzsche tra l’altro per certi versi aborriva, un “reporter dell’eternità”. Alla bruttissima faccia di chi continua a credere che Nietzsche sia un filosofo del nulla, un nichilista, cioè l’ennesima piattola incrostata sullo scroto di Cronos, il Tempo.

Ettore  Fobo

A cosa serve la filosofia?

giovedì 5 ottobre 2023

 


"Quando qualcuno chiede a cosa serve la filosofia, la risposta deve essere aggressiva, poiché la domanda è ironica e pungente. La filosofia non serve né allo Stato né alla Chiesa, che hanno altre preoccupazioni. Non serve a nessun potere stabilito. La filosofia serve a turbare. Una filosofia che non turba nessuno e non fa arrabbiare nessuno non è una filosofia. Essa serve a nuocere alla stupidità, fa della stupidità qualcosa di vergognoso. Non ha altro uso che questo: denunciare la bassezza del pensiero in tutte le sue forme. Dovrà inoltre formare uomini liberi, che non confondano cioè i fini della cultura con gli interessi dello Stato, della morale o della religione, combattere la cattiva coscienza che ha usurpato in noi il pensiero. [...]. È vero che stupidità e bassezza continuano a esistere; ma non è un buon pretesto per decretare lo scacco della filosofia, giacché, se non fosse per quel po’ di filosofia che in ogni epoca ha impedito loro di spingersi sin dove volevano, esse avrebbero oggi proporzioni ancora maggiori."
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da "Nietzsche e la filosofia" - Gilles Deleuze -Einaudi- 2002



 

 

L’assedio delle voci

martedì 1 settembre 2020



 

Vox populi, opinione pubblica, chiacchiera; c’è da chiedersi quanto del nostro rimuginare quotidiano sia una reazione a queste voci interiori. L’assedio delle voci, ordalia di giudizi morali espressi che formano l’identità di ciascuno. “L’io costruito con miriadi di pensieri dal football al io sono ciò che sono” chiosa Ginsberg cui ha giovato quel quid di meditazione che ha sperimentato. L’io, ah ah ah, Nietzsche lo chiama “vecchio parruccone”. Io… che idea stanca, stantia. Eppure tutto l’occidente si regge su questa mistificazione. L’individuo, il libero arbitrio, la volontà, la scelta, la libertà del volere… Tutto si regge su questa dissolvenza che chiamano Io, su questo futile motivo teologico, pensando che sia qualcosa in più di un flatus vocis incoronato dal nostro narcisismo. Per tacere di Dio, questo io al cubo, come ha mostrato Feuerbach, sia lode a lui.

 

Ho visto cose

domenica 1 dicembre 2019


Per chi sulla piazza del mercato si apparta per parlare al proprio orecchio; per gli iperborei senza saperlo




Le parole sono importanti, siamo tutti noi attraversati da riverberi di narrazioni, lacerti di discorsi che abbiamo sentito, proverbi sussurrati da padri e da madri che hanno avuto per noi peso di verità definitive, autori morti hanno forgiato la nostra visione. Poi incontri casuali hanno deviato il Destino, l’assurdo si è seduto al banchetto e ha minacciato di mangiarsi tutto. E allora? Dove il senso?  È il Novecento.  ”La vita non ha senso, il sapere strangola, troppo sapere accresce dolore.” Tutti i refrain dello spirito nichilista. Spirito che vive nell’attuale, che ha come sfondo la televisione, internet, gli smartphone e la loro raffica di notifiche, la chiacchiera da bar assurta a verità metafisica in un post di Facebook. L’attuale,  ho detto, non a caso,  ricordate? Le parole sono importanti. L’attuale, non il presente. Ebbene, per come va il mondo contemporaneo il presente può essere letto solo dalla lente del futuro  e coloro  che  vivono  nell’attuale non hanno ancora metabolizzato Copernico, rimangono tolemaici gli è sfuggito questo aspetto di apparentemente  minima, in realtà enorme,  mutazione antropologica. Dei mondi infiniti di Giordano Bruno non sanno che farsene .


Per questo scegliendo il futuro come campo d’azione i connettivisti finiscono per intercettare il presente, laddove ai poeti tocca  invece addirittura l’immediato. Vale a dire: se io dico una metafora questa fondendo due termini diversi per analogia  finisce per sintetizzare l’universo come una formula di fisica. Esempio: “quell’uomo è un leone” opera una sintesi estrema che  rende inutili mille discorsi per descrivere quell’uomo. Leone è sufficiente, è intuitivo. Cos’è un poeta connettivista? È un poeta che mette in connessione il sapere scientifico con quello letterario, quello religioso quello biologico. Quello esoterico con quello informatico etc..

Connessione è la parola del nostro tempo. In ogni campo dalla psicologia all’informatica, dalla etologia alla meccanica quantistica.  Tutto è relazione, interazione, rapporto.
Nel pensiero avviene la germinazione occulta della nuova realtà che si sta preparando per la Specie umana, questo idolo obsoleto in via di… estinzione? guerre, tumulto distruzione dell’ambiente naturale?) oppure di un ‘imprevedibile, per quanto insolita., guarigione? Ricordiamo Nietzsche: ”La malattia chiamata uomo”.

Ahimè con l’umano tutto volge al peggio, noi esseri umani creeremo solo distopie, mondi da incubo. È lo sfondo antiumano del mio pensiero, foraggiato da opportune letture sull’asse Leopardi –Cioran- Caraco. Per questo la spirale eternoritornante ha evocato un altro spazio tempo. Ci sono le avvisaglie di un futuro promettente ma riguarderà l’umano solo in parte.

Impadronendosi del concetto di connessione i connettivisti hanno dimostrato di vivere nel cuore del presente, mentre altri annaspano dietro alle beghe da cortile dello spettacolo politico televisivo, quello che Nietzsche chiamava ”il mercato”, linguaggio televisivo che comunque internet ha esautorato. Ma già si profila un Google quantistico. Che ne sarà della nostra visione del mondo? Di noi stessi? Delle  nostre primitive e fossili considerazioni sulla natura del Tempo. La cosa in sé si alzerà e parlerà per noi il linguaggio dei delfini? “Meccanica quantistica per poeti “ è il titolo di un libro che oggi comprerò.

L’elettrizzante aria natalizia si è impossessata di me del mio bancomat. Quest’anno come non mai voglio festeggiare la festa del capitalismo visto che  il Natale cristiano è oramai una caricatura ridicola di una festa sacra . Ecco allora la divina dépense, lo spreco, farsi carico della nostra richiesta umana di senso. La morte dI Dio? Le prefiche si strappano i capelli, i papi si suicidano in diretta televisiva gettandosi dal loggione di San Pietro. Zarathustra ride della sua risata, folle di desiderio di conoscenza. È della razza che deve reinventare ogni gesto, modulare il respiro su quello delle nuvole straniere, danzando fino a mutare il colore del sole, creatore che feconda la prima idea di postumano, con la gioia primitiva e infante di tutti i creatori.

1 dicembre. Oggi comincia un’avventura interessante, Milano sotto Natale è una città bellissima, andrò alla Feltrinelli in Porta Romana, invece di assoldare un drone con IBS, chiederò al Google quantistico quante probabilità ho di incontrare il pensiero che mi cambierà la  vita, la rivelazione, l’epifania. Comprendete? Viviamo nell’immaginazione. “Regina delle facoltà” per Baudelaire, in questo campo, è risaputo, un’autorità indiscussa.
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aggiornamento serale:

Chi mi conosce sa che sono abbastanza pignolo, non lo ero, lo sono diventato, posso solo sognarmi perché. Il libro che ho comprato  non è “Fisica quantistica per poeti” (nel post il titolo è sbagliato). Non c’era.  Avevo in testa un altro libro l’ultimo di Harari, storico israeliano. Si tratta di “Ventuno lezioni per  il XXI secolo”. Ho comprato questo.


Verso l’ignoto (Dioniso contro Edipo)

domenica 24 novembre 2019





I

Nietzsche libera Dioniso dalle segrete in cui il Cristianesimo l’aveva cacciato. Freud, con la storia di Edipo, lo rimette in catene. La Famiglia è questa catena. Per questo l’ uomo moderno è un Penteo senza testa che vaga nella micidiale solitudine di un recluso sul fondo dell’abisso, la cui mente è un epifenomeno, un’onda  che frange l’immenso mare del nulla. Senza Dio e senza io, dove arranca il suo sguardo? Verso quale orizzonte velato d’ignoto?

II

“L’uomo è qualcosa che deve essere superato”. Questa frase di Nietzsche non ha ancora rivelato tutta la sua potenza di rivelazione. Ne intuisco oscuramente la modernità sconcertante, modernità  che si accrescerà  nei prossimi decenni,  in cui la fisica quantistica, la biologia molecolare, la genetica, l’informatica… cambieranno radicalmente il nostro modo di intendere il Tempo, di conoscere e di vivere, cambieranno radicalmente  financo quella cosa sempre meno solida e sempre più fluttuante che chiamiamo Realtà. Il Postumano, in una parola,  con tutti i suoi sottintesi quantistici e impensabili.

Le lacrime di Nietzsche – Irvin Yalom

martedì 21 ottobre 2014







 In questo romanzo, Le lacrime di Nietzsche, tradotto per Neri Pozza da Mario Biondi, Irvin Yalom immagina che, nella Vienna di fine Ottocento, si svolga un incontro in realtà mai avvenuto fra due protagonisti della cultura del tempo, lo psichiatra Josef Breuer, maestro di Freud e precursore della psicanalisi e il filosofo dell’eterno ritorno, Friedrich Nietzsche.

Ciò permette di sviluppare un romanzo interessante ma con qualche forzatura. Traverso uno stratagemma di Breuer, Nietzsche, il grande diagnostico della civiltà occidentale, si ritrova a essere in cura da lui per le proprie emicranie. In cambio Breuer finge, all’insaputa di Nietzsche, di essere paziente del filosofo per curare il proprio male di vivere, il proprio nichilismo attraverso una rivoluzionaria ”cura basata sul parlare”. L’incontro fra i due è propiziato da Lou Salomè che aveva nella realtà intrecciato un ambiguo rapporto di amicizia con il filosofo tedesco e il suo amico Paul Rée.

Il personaggio di Lou Salomé è tratteggiato con bravura da Yalom, sorta di femme fatale che anticipa il femminismo e lotta coraggiosamente nella vetusta società patriarcale per affermare la propria libertà e il proprio anticonformismo, intellettuale radicale che deride la prigione del matrimonio e non accetta di essere confinata a un destino di sottomissione; Nietzsche vede in lei prima una possibile discepola, poi una possibile compagna, infine colei che, stregandolo,  lo ha privato della sua padronanza di se stesso.
  
Lou Salomé si reca da Breuer perché quest’ultimo aiuti Nietzsche a superare quelle che oggi definiremmo crisi depressive  con tanto di fantasie suicidarie annesse. Dal canto suo Breuer, sposato e padre di quattro figli, è vittima di un’ossessione erotica per una sua paziente, Bertha Pappenheim, con la quale aveva iniziato quella “cura basata sul parlare” che influenzò Freud nell’elaborazione della psicanalisi.  La finzione con cui Breuer induce Nietzsche ad accettare le sue cure, proponendosi come paziente del filosofo, in una sorta di anticipazione del counseling filosofico, gli si ritorce presto contro e la magnetica personalità del filosofo tedesco lo condurrà a riflettere profondamente sulle convenzioni che hanno guidato la sua vita.

Il romanzo è ben costruito e si legge volentieri ma su di esso grava la sensazione che vi sia troppa consapevolezza psicologica moderna se non addirittura contemporanea, troppe profezie post eventum, e la psicoanalisi, che per questi personaggi è di là da venire, aleggia troppo prepotentemente. Lo stesso personaggio del giovane Freud ha qualcosa di macchiettistico, già nel modo in cui è chiamato, con il ridicolo nomignolo di Sigi. Viene da pensare che Yalom, che nella vita è uno psichiatra, abbia voluto sminuirlo, consciamente o inconsciamente, è proprio il caso di dire.

Ci sono comunque interessanti colpi di scena, una certa maestria nel raffigurare i personaggi e, per quanto  riguarda la filosofia, un valido approccio divulgativo. 

Il ribaltamento per cui Nietzsche si ritrova da paziente a essere medico è un’idea originale e coerente con il percorso del filosofo tedesco, che nelle sue opere denunciò “la malattia chiamata Uomo” e considerò se stesso proprio alla stregua di un medico.

Yalom è consapevole dell’ambiguità incarnata dal filosofo tedesco, magniloquente ed eroico nelle sue opere e timido e irresoluto nella vita, incapace di curare il proprio male di vivere e al tempo stesso impalcabile censore dell’intera civiltà occidentale, solitario ma smanioso di compagnia, megalomane che sognava torme di lettori e ammiratori e che nella realtà vendeva poche centinaia di copie dei suoi libri, innamorato delle donne che nascondeva il suo amore dietro un atteggiamento sprezzante e così via.

Le lacrime di Nietzsche, When Nietzsche wept nell’originale, è pertanto un romanzo di qualità, scritto con attenzione e passione che però ha dei limiti nella ricostruzione storica, talvolta troppo fantasiosa, talvolta poco attendibile nell’anticipazione di una sensibilità moderna. Tuttavia la trama funziona, il rapporto fra Breuer e Nietzsche riserva delle soprese e il finale è ben congegnato.