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L’altro ’68: il “caso Braibanti”

sabato 29 agosto 2020



Lankenauta
ha appena pubblicato una mia riflessione su un film “Il caso Braibanti” di Carmen Giardina e Massimiliano Palmese. Film da vedere  su un’ incredibile  vicenda da conoscere di cui ho gia parlato.

Ettore Fobo

 

Poesia e cinema in Charles Simic

martedì 7 aprile 2020




La luce

I nostri pensieri preferiscono il silenzio
in quest’alba senza uccelli,
al modo che la prima luce
cattura il mondo mentre lo svela
e non fa commenti
sulle mele che il vento
ha scosso da una pianta,
né sul cavallo fuggito
da un campo recintato che ora bruca
tranquillo tra le lapidi
in un piccolo cimitero di famiglia.
***

da “The Lunatic- Charles Simic – a cura di Paolo Febbraro- traduzione Damiano Abeni e Moira Egan – gennaio 2017- Elliot
***

Un piccolo film nasce come sguardo interiore:  ” I nostri pensieri preferiscono il silenzio ”, in un susseguirsi di immagini che sono cucite fa loro in un montaggio calmo e  quasi svagato, si sente il vuoto sonoro dell’alba, il rumore del vento che montaliano entra nel pomario ma che non porta solo l’ondata della vita ma coincide con l’immagine falsamente funebre del cavallo che bruca in un piccolo cimitero, tutto illuminato da questa luce imparziale che non giudica ma accoglie il mistero di questa scena  che un poeta orientale avrebbe forse condensato in un haiku cui i versi di Simic sembrano alludere nella loro struttura cinematografica.

È facile vedere un  cortometraggio in questa poesia di Simic, soggettiva senza io che giudica ma puro sguardo che scopre la connessione sincronica del vento che scuote un albero di melo, spalanca il recinto di un cavallo che si ritrova libero mentre la luce di un’alba muta benedice con il suo equanime silenzio la scena e la consacra.

La poesia, come ha dimostrato Carmelo Bene in quel geniale saggio - pamphlet sul cinema che è “L’orecchio mancante” grazie alla potenza sintetica sua propria rimane il linguaggio più adatto a  rendere l’inquietudine dello sguardo, il suo movimento casuale e quindi la dimensione cinematografica pura che il film  declassa a congegno narrativo che invece di dire ciò che accade, didascalicamente lo proclama. “Questo voler dir tutto in un racconto… che ridere” chiosa il protagonista di “Hermitage”. Cinema che nella poesia trova dunque il linguaggio più giusto per manifestarsi rarefazione estrema,  immagine di pura sospensione fra un’immagine -  fotogramma e l’altra. Penso a poesie di Gozzano, Laforgue, Strand, Huidobro, Eliot, Mandel’štam, Ginsberg… dove il dinamismo dell’immagine concerta film istantanei  che sfuggono alla presa rassicurante della narrazione che imprigiona il cinema nella cronologica messa in scena dello scritto a monte, la sceneggiatura.

Cinema e vita

sabato 20 aprile 2019



Film altamente spettacolari e frementi di eroismi, colori in alta definizione, donne bellissime, storie immaginifiche condiscono le nostre vite  sempre più incolori, insignificanti, sbiadite che se tradotte in  un film rivelerebbero di essere di un iperrealismo vacuo e angosciante. Così la fantasia dovrebbe salvarci dal tedio. Invece questi film sono solo la giustificazione estetica del sistema produttivo che ci imprigiona, il suo monologo apologetico, come giustamente aveva visto Debord negli anni Sessanta del secolo scorso. Già negli anni Trenta Sartre  avrebbe aggiunto una fascetta al suo romanzo “La nausea”: “Non ci sono più avventure”. Fu dissuaso dall’editore che temeva per le vendite. Così mentre le vite diventano sempre più banali e sciatte,  il romanzo un modo un po’ contorto per guardare ammuffire il proprio ombelico, al cinema si moltiplicano avventure mirabolanti.  La mia  vita così è diventata tutta interiore, una conversazione con i morti, nello spirito, in quel limbo dove siamo contemporanei a Eraclito, Saffo, Giordano Bruno, Omero, Shakespeare, Baudelaire, Leopardi, Rimbaud, etc …  Ma è tutto un sogno che rivela la pochezza degli orizzonti e  il trionfo del nichilismo e della vacuità.
               

Potenza di Pasolini e miseria di Facebook

sabato 7 novembre 2015





Intervengo brevemente nella recente polemica sorta intorno alle velenose dichiarazioni di Gabriele Muccino sul cinema di Pier Paolo Pasolini, non tanto per dichiarare il mio disaccordo con Muccino che definisce molto negativamente l’opera cinematografica del poeta, quanto per sottolineare che l’intervento mi pare motivato, più ancora che da odio politico o da insofferenza estetica,  dalla volontà di mettersi al centro dell’attenzione mediatica. C’è riuscito, come dimostra anche questa mia nota. Un suo film, infatti, è attualmente nelle sale. Il clamore che le sue affermazioni hanno suscitato gioverà sicuramente agli incassi. Buon per lui.

Non difenderò dunque i film di Pasolini a spada tratta (il quarantennale della morte è stato per me occasione per rivedere in prima serata Mamma Roma e in seconda Il Decameron), mi limiterò a notare che mi ero completamente dimenticato dell’esistenza di Muccino. In futuro penso che mi ricorderò di lui unicamente per questo suo misero e arrogante J’accuse. Potenza di Pasolini!

Certo, nessuno può considerarsi immune dalle critiche, però queste di Muccino mi sono parse esagerate, sbrigative, inconsistenti e pretestuose. Si può dire che Pasolini non fosse un purista dell’immagine  cinematografica, si può dire che nel suo cinema il contenuto sia a volte più importante della forma ma ritenerlo sgrammaticato filmicamente, o addirittura amatoriale, è francamente eccessivo, se non addirittura frutto di un puerile delirio di egocentrismo. Pasolini non aveva forse la precisione crudele di Kubrick o Rossellini ma la freddezza icastica del grande cinema sicuramente. Dietro le  immagini dei  suoi film c’è un sostrato pittorico e visionario potentissimo che non va trascurato.  Poi, cosa rara per un regista, aveva una visione del mondo, non ha raccontato soltanto la visione che il mondo ha di se stesso (per inciso, come mi sembra faccia Muccino, da quel poco che ho visto di lui ma in questo caso davvero dico Muccino per non dire “tutti”.)

Ho letto anche che Muccino per le sue dichiarazioni improvvide è stato sepolto sotto una valanga d’insulti. Nonostante non sia d’accordo con lui, ho una sola parola per descrivere quest’usanza molto comune su Internet: barbarie.

Infine una considerazione: Facebook è davvero il luogo ideale per sparate di questo genere e per suscitare simili reazioni belluine.  In questo caso aveva  ragione McLuhan, ”Il mezzo è il messaggio”. Mezzo scadente, messaggio scadente.

Una frase di Guy Debord: contro il cinema e contro la società del suo tempo

martedì 27 maggio 2014







“Ho meritato l’odio universale della società del mio tempo e mi avrebbe dato fastidio avere altri meriti agli occhi di una società del genere. Ma ho notato come sia ancora una volta nel cinema che ho sollevato l’indignazione più perfetta e più unanime. Si è persino spinto il disgusto al punto di plagiarmi molto meno qui che altrove, in ogni caso fino a questo momento. La mia stessa esistenza resta, in questo ambito, un’ipotesi generalmente respinta. Mi vedo dunque posto al di sopra di tutte le leggi di genere. Eppure come diceva Swift, << non è una magra soddisfazione per me presentare un’opera al di sopra di ogni critica>>. “

Guy Debord

***

Da “Guy Debord (contro) il cinema” - a cura di Enrico Ghezzi e Roberto Turigliatto – traduzioni di Paola Bonini, Susanna Bourlot, Donatello Fumarola -  Editrice il Castoro/ La Biennale di Venezia - 2001