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Un incipit di Irvin D. Yalom

giovedì 23 dicembre 2021

 



“Amsterdam - aprile 1656

Mentre gli ultimi raggi di luce occhieggiano dalle acque dello Zwanenburgwal, Amsterdam chiude i battenti. I tintori raccolgono le stoffe color magenta e cremisi che sono state stese ad asciugare sulle rive di pietra del canale. I mercanti arrotolano i tendoni e chiudono le saracinesche delle loro bancarelle. Qualche operaio che arranca verso casa si ferma per uno spuntino e un bicchiere di grappa olandese ai chioschi d’aringhe lungo il canale per poi continuare la sua strada. Amsterdam si muove lentamente: la città è in lutto, sta ancora cercando di riprendersi dalla pestilenza che solo pochi mesi prima ha ucciso una persona su nove.”

da “Il problema Spinoza”- Irvin D. Yalom – traduzione di Serena Prina- agosto 2021- Neri Pozza Editore

Le lacrime di Nietzsche – Irvin Yalom

martedì 21 ottobre 2014







 In questo romanzo, Le lacrime di Nietzsche, tradotto per Neri Pozza da Mario Biondi, Irvin Yalom immagina che, nella Vienna di fine Ottocento, si svolga un incontro in realtà mai avvenuto fra due protagonisti della cultura del tempo, lo psichiatra Josef Breuer, maestro di Freud e precursore della psicanalisi e il filosofo dell’eterno ritorno, Friedrich Nietzsche.

Ciò permette di sviluppare un romanzo interessante ma con qualche forzatura. Traverso uno stratagemma di Breuer, Nietzsche, il grande diagnostico della civiltà occidentale, si ritrova a essere in cura da lui per le proprie emicranie. In cambio Breuer finge, all’insaputa di Nietzsche, di essere paziente del filosofo per curare il proprio male di vivere, il proprio nichilismo attraverso una rivoluzionaria ”cura basata sul parlare”. L’incontro fra i due è propiziato da Lou Salomè che aveva nella realtà intrecciato un ambiguo rapporto di amicizia con il filosofo tedesco e il suo amico Paul Rée.

Il personaggio di Lou Salomé è tratteggiato con bravura da Yalom, sorta di femme fatale che anticipa il femminismo e lotta coraggiosamente nella vetusta società patriarcale per affermare la propria libertà e il proprio anticonformismo, intellettuale radicale che deride la prigione del matrimonio e non accetta di essere confinata a un destino di sottomissione; Nietzsche vede in lei prima una possibile discepola, poi una possibile compagna, infine colei che, stregandolo,  lo ha privato della sua padronanza di se stesso.
  
Lou Salomé si reca da Breuer perché quest’ultimo aiuti Nietzsche a superare quelle che oggi definiremmo crisi depressive  con tanto di fantasie suicidarie annesse. Dal canto suo Breuer, sposato e padre di quattro figli, è vittima di un’ossessione erotica per una sua paziente, Bertha Pappenheim, con la quale aveva iniziato quella “cura basata sul parlare” che influenzò Freud nell’elaborazione della psicanalisi.  La finzione con cui Breuer induce Nietzsche ad accettare le sue cure, proponendosi come paziente del filosofo, in una sorta di anticipazione del counseling filosofico, gli si ritorce presto contro e la magnetica personalità del filosofo tedesco lo condurrà a riflettere profondamente sulle convenzioni che hanno guidato la sua vita.

Il romanzo è ben costruito e si legge volentieri ma su di esso grava la sensazione che vi sia troppa consapevolezza psicologica moderna se non addirittura contemporanea, troppe profezie post eventum, e la psicoanalisi, che per questi personaggi è di là da venire, aleggia troppo prepotentemente. Lo stesso personaggio del giovane Freud ha qualcosa di macchiettistico, già nel modo in cui è chiamato, con il ridicolo nomignolo di Sigi. Viene da pensare che Yalom, che nella vita è uno psichiatra, abbia voluto sminuirlo, consciamente o inconsciamente, è proprio il caso di dire.

Ci sono comunque interessanti colpi di scena, una certa maestria nel raffigurare i personaggi e, per quanto  riguarda la filosofia, un valido approccio divulgativo. 

Il ribaltamento per cui Nietzsche si ritrova da paziente a essere medico è un’idea originale e coerente con il percorso del filosofo tedesco, che nelle sue opere denunciò “la malattia chiamata Uomo” e considerò se stesso proprio alla stregua di un medico.

Yalom è consapevole dell’ambiguità incarnata dal filosofo tedesco, magniloquente ed eroico nelle sue opere e timido e irresoluto nella vita, incapace di curare il proprio male di vivere e al tempo stesso impalcabile censore dell’intera civiltà occidentale, solitario ma smanioso di compagnia, megalomane che sognava torme di lettori e ammiratori e che nella realtà vendeva poche centinaia di copie dei suoi libri, innamorato delle donne che nascondeva il suo amore dietro un atteggiamento sprezzante e così via.

Le lacrime di Nietzsche, When Nietzsche wept nell’originale, è pertanto un romanzo di qualità, scritto con attenzione e passione che però ha dei limiti nella ricostruzione storica, talvolta troppo fantasiosa, talvolta poco attendibile nell’anticipazione di una sensibilità moderna. Tuttavia la trama funziona, il rapporto fra Breuer e Nietzsche riserva delle soprese e il finale è ben congegnato.


La cura Schopenhauer – Irvin Yalom

sabato 5 ottobre 2013




 

Quando un libro piace, di solito, si sente usare l’espressione “l’ho letto tutto d’un fiato” oppure lo si loda dicendo che è scorrevole, si legge facilmente, eccetera. Nella mia esperienza invece ho notato che non sempre un libro del genere è necessariamente un bel libro, un libro da ricordare. Capita che letto tutto d’un fiato, tutto d’un fiato si dimentichi, a volte libri ostici nella lettura, o nella prima lettura, si rivelano poi fondamentali per la costruzione di una visione del mondo.

Questa premessa per dire che questo romanzo di Irvin Yalom,  La cura Schopenhauer,  appartiene per me alla categoria dei romanzi letti tutti d’un fiato, dei libri divorati con avidità. Oltre tutto in questo caso, diversamente da quello che ho appena detto, si tratta  davvero di un bel romanzo, con personaggi ottimamente descritti, una trama fluida, costellata di piccoli o grandi  colpi di scena, ben calibrati all’interno del testo, che si configura come un meccanismo narrativo esemplare. Lo ricorderò? Ho l’impressione che si tratti di uno dei romanzi migliori da me letti quest’anno.

L’edizione americana risale al 2005,  esattamente come quella italiana di Neri Pozza, tradotta da Serena Prina.  Si tratta di una, a tratti davvero prodigiosa, fusione di filosofia, psicologia, biografia, narrativa, ed è il secondo romanzo di Irvin Yalom, psichiatra americano di una certa fama, che si sta dedicando alla narrativa, con ottimi risultati. E’ quasi l’invenzione di un genere letterario a parte, narrativa psicologica con incursioni filosofiche che hanno una certa efficacia.  Prima di questo  Yalom aveva scritto Le lacrime di Nietzsche, dopo ha pubblicato invece  Il problema Spinoza, trasformando forse quella che era in origine  una sua genuina intuizione in un cliché, in un marchio di fabbrica.

Il protagonista de La cura Schopenhauer è uno psichiatra di 65 anni,  Julius Hertzfeld, che scopre un giorno di essere affetto da una malattia incurabile. Allora comincia una serie di riflessioni che lo scuotono nel profondo e lo inducono a ripensare alla sua vita. Sarà il contatto con un suo paziente del passato, Philip Slate,  a metterlo in relazione con Schopenhauer, terapeuta ante litteram, maestro di vita, figura fondamentale  della filosofia di ogni tempo, di cui il romanzo racconta la vita e descrive per sommi capi il pensiero.

Si tratta di un romanzo corale, avendo come protagonista non un solo personaggio ma un gruppo, per inciso il gruppo di terapia gestito da Julius. E’ quindi anche la storia dei cambiamenti che occorrono alle persone coinvolte nella terapia. Così il romanzo vive su due piani: il primo costituito dalle dinamiche interne di questo gruppo, il secondo riguarda invece la biografia di Schopenhauer, la cui vita è analizzata, soprattutto,  nella misantropia e nel pessimismo che l’hanno caratterizzata. Così da una parte abbiamo persone che cercano di superare le loro difficoltà relazionali, dall’altro la storia di un filosofo che ha fatto della solitudine il metro della propria libertà.

Il romanzo narra di trasformazioni psicologiche, di avventure dentro il pensiero, d’illusioni e di finzioni pericolose per l’integrità dell’individuo. I suoi limiti sono paradossalmente legati ai suoi pregi: a tratti sembra un libro troppo ben fatto, troppo conforme alle regole della narrazione,  i cui colpi di scena arrivano al momento giusto e tengono il lettore letteralmente incollato alla pagina. Il tutto sembra uscire da un manuale di scrittura creativa, togliendo forse al romanzo un po’ di caotica spontaneità.  Inizialmente il personaggio di Philip è raccontato in maniera troppo negativa, incarna in maniera troppo sfacciata la figura del capro espiatorio,  pare un’inverosimile macchinetta di citazioni che solo nel proseguimento del romanzo acquista solidità. Bisogna, però, leggere tutte le oltre 450 pagine del romanzo per capire appieno la portata di questa trasformazione e ciò che all’inizio può apparire artificioso o stereotipato si risolve in una rivelazione. Altro difetto è nella descrizione delle dinamiche di gruppo, davvero qualche volta l’eccessiva tensione al politicamente corretto risulta stucchevole ma si tratta davvero di cercare il pelo nell’uovo. Questo è un ottimo romanzo, costruito con maestria, pieno di spunti interessanti.

In definitiva La cura Schopenhauer è un’intelligente parabola sul senso della vita. Ed è forse  paradossale che per scrivere questo racconto lo psichiatra - scrittore abbia preso come fulcro la vita e il pensiero di uno dei filosofi più pessimisti della storia.   Tra le altre cose  ha messo in crisi uno dei miei assiomi, di cui parlavo all’inizio di quest’articolo: che l’eccessiva leggibilità di un romanzo sia quasi una prova contro di esso. In questo caso il romanzo è scritto con semplicità ma questa semplicità, lungi dall’essere un limite, è funzionale a raccontare le avventure e le disavventure interiori dei personaggi coinvolti e ad avvicinarci alla figura, scontrosa e solitaria, di uno dei filosofi più geniali della storia, avendo anche il coraggio di evidenziarne i limiti caratteriali. In un passo Yalom arriva a scrivere che Schopenhauer sarebbe stato, nella nostra epoca, come diverse personalità di genio, il candidato ideale per una terapia psicologica. Però,  Yalom non cade nella trappola di psicanalizzarlo  e realizza così un’interessante fusione di narrativa, psicologia, divulgazione filosofica, biografia, riuscendo nella difficile impresa di armonizzare istanze così diverse.