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Una poesia di Carol Ann Duffy

martedì 2 febbraio 2021

 


Sper-giurare

Porta riportino, ciuffo posticcio, arruffone, tutto laccato;

twitta-tutto, twitta- twitta, sparacazzate, spargimerda;

 

Lestofante, ficcaficca, tangentista, puttaniere;

strizzamano, muffoletta, succhiapollice, segaiolo.

 

Sfornabufale, sparapalle, lingualunga, raschiamerda;

imbucato, magnamagna, scroccatutto, palla di lardo.

 

Cravattone, lampadato, imboscato, schizzapiscio;

spacciatutto, toppatutto, pataccaro, pidocchio schifoso,

 

Mandrake Miniminchia benvenuto alla Casa Bianca.

 

***       

da “Sincerità” – Carol Ann Duffy – traduzione a cura di Floriana Marinzuli e Bernardino Nera – Giuliano Ladolfi Editore -  marzo 2020


 

La moglie del mondo - Carol Ann Duffy

sabato 14 luglio 2012





La comicità in poesia è un grande lusso e si esprime sempre con estrema crudeltà. Perché una poesia realmente comica è davvero fredda, spietata. Così con humor britannico in questa splendida raccolta, La moglie del mondo, pubblicata nel 2002 da Le Lettere, Carol Ann Duffy affila il suo sarcasmo, gioca la carta di una critica alla Storia e al Mito, sempre maschile, rovesciati però dallo sguardo di queste mogli, che vanno dalla moglie di Pilato alla moglie di Darwin, dalla moglie di Freud a quella di Shakespeare, colte nei loro monologhi demistificanti.

Ci sono figure ambigue: la gemella di Elvis Presley, un Erode e una King Kong femmina, ci sono i personaggi delle favole totalmente rivisitate in chiave moderna (Cappuccetto rosso qui tradotto misteriosamente Berrettino rosso), dove il personaggio della favola diventa una ragazzina amante del lupo – ma “qual ragazzina non ama  teneramente un lupo? – si chiede Duffy.

Ci sono i personaggi del mito (Euridice, la moglie di Mida, Circe, la signora Tiresia, Demetra), dove sembra quasi sempre che la figura maschile sia un’ombra fastidiosa. Tranne il caso di Shakespeare, cui è dedicato un inno d’amore da Anne Hathaway, sua moglie, e vedova, tranne certi accenni a un turbamento erotico verso il maschio. Ne La Moglie di Mida, per esempio,  si  legge questo:

Più di tutto/ anche ora mi mancano le sue mani,  le sue mani calde sulla/ mia pelle, il suo tocco.”

 Quello di Duffy è soprattutto però uno sguardo di grande irrisione.  Lo sintetizza magistralmente questo epigramma dedicato a Darwin da sua moglie:

Siamo andati allo zoo. / Gli ho detto/ C’è qualcosa in quello scimmione che mi fa pensare a te.”

Oppure si vede in questi versi in cui parla la signora Icaro, dove il mito stesso è ridimensionato, annullato, cancellato:

“Non sarò la prima né l’ultima/ che se ne sta su un costone/ a guardare il marito/ che dimostra al mondo/ di essere un totale,  perfetto, emerito,  assoluto coglione. “

Tuttavia ci sono grandi slanci amorosi verso il maschio come nel monologo di Penelope che si rivela, però, una donna che desidera emancipazione, il suo ruolo di altra metà del cielo le sta stretto:

“Mi stavo disegnando/ il sorriso di una donna al centro/del mondo, indipendente, intenta, soddisfatta/ e certamente non in attesa. “

Penelope è donna ancora combattuta fra il desiderio  di Ulisse e quello dell’indipendenza,  mentre Euridice non ne può più di Orfeo,  non tollera più di essere imprigionata da lui  nelle sue “ immagini, metafore, similitudini/ottave e sestine, quartine e distici/ elegie, limerick, villanelle, / storie, miti…” preferisce a lui la morte.
Orfeo è semplicemente ridotto a un fanatico,  vanitoso come forse lo sanno essere solo i poeti, ridicolizzato come Big O.

Una parola per la bella traduzione di Giorgia Sensi e Andrea Sirotti che riescono con eleganza a disseminare nel testo quelle assonanze e quelle rime che costellano l’originale, ricreandone la nervatura e il tessuto. I due traduttori sono stati bravi anche nel rendere il ritmo di questa poesia che pare così sonora nell’originale inglese. Es:

“ I powered with a shaking hand/ a fragrant, bon dry white from Italy, then watched/ as he picked up the glass, goblet, golden chalice,  drank”   

diventa:

“Versai col tremor della mano/ un bianco, secco, fragrante, italiano; lo guardai/alzare il bicchiere, una coppa, un calice d’oro, bere. “

Duffy sembra inizialmente combattere la guerra per l’affermazione del proprio sesso, e le sue armi sono ironia, humor freddo, e un occhio fondamentalmente disincantato. Così anche Cristo risulta sminuito nella splendida poesia La moglie di Pilato,  dove appare così:

alzai gli occhi /e lo vidi. La faccia? Brutta. Ispirata.

O ancora nell’emozionante  finale, destituito di ogni divinità, con una battuta secca:

“Presero il profeta e lo trascinarono via, / Sul Golgota. La mia cameriera sa tutto il resto/ Era Dio? Certo che no. Pilato credeva si sì."

L’operazione è eminentemente poetica, restituire voce a ciò che voce non aveva nei secoli della Storia maschile: l’universo femminile.  Attraverso questo sguardo i grandi uomini risultano sminuiti nella loro quotidianità di chiacchieroni, per esempio nel caso di Esopo, costretti a vedersi in uno specchio nella loro piccolezza. In questo senso Frau Freud pur lodando “il serpente nei calzoni” definito “ grande  amico delle donne” nel suo monologo dove utilizza moltissimi sinonimi di pene, infine dice “ ciò che voglio indicare, / signore mie care, è il pene comune - per niente grazioso…/ Che senso di pena… quell’occhio solitario strabico invidioso”.

 Di contro le donne incarnano una saggezza sbrigativa, immediata, senza tante cerimonie, taoista, senza filosofia occidentale, attributo maschile. Un aspetto però da non sottovalutare, l’amore sessuale per il maschio che rende le donnea volte folli e criminali,  come nel caso de La moglie del diavolo o de La signora Quasimodo. Non bisogna dimenticare le tante figure inquietanti, le gemelle Kray, la signora Faust.  Il femminile è colto anche nella figura di Circe che cucina  un maiale, e intanto sogna un uomo, poesia straordinaria, come molte di questa raccolta. C’è ambiguità, questa  è poesia che sa cogliere la brutalità e insieme trasfigurare poeticamente questa percezione. Qui tutto si fa canto e narrazione, avvistamento di nuovi modi di pensare, grande capacità di stupire.

 Leggendo poeti come Duffy, in questa notevole traduzione, non si capisce come la poesia non attiri il pubblico dei lettori, essendo avvincente quanto e più di un romanzo. Quante trame, sotto trame, si intuiscono fra un verso e l’altro,  quanta dissolvenza in bianco c’è in queste poesie, fra un personaggio e l’altro,  fra un’idea che saetta e un’idea che dispare.

Stupisce l’assenza di filosofi fra questi uomini, e insieme non stupisce affatto, considerando il rapporto difficile che alcuni filosofi hanno intrattenuto con le donne (il prototipo è Socrate). Dov’è Santippe, in questa raccolta, è la moglie necessaria, bisogna conoscerne l’opinione.  Santippe manca così come manca la moglie di Schopenhauer, personaggio che sarebbe stato micidiale. Colpisce,  come del resto anche ne La  donna sulla luna,  l’altra antologia di Carol Ann Duffy, edita più recentemente in questa collana Il nuovo melograno-  la grande duplicità, ambiguità, stranezza di questi personaggi, la grande  capacità che ha Duffy di toccare molte corde facendo vibrare nitido il suono del proprio stile.

Parole, parole vive  sulla lingua, vive nella testa,
calde, palpitanti, convulse, alate; musica e sangue”

Il gioco di Duffy è risultato così  affascinante che se ne vorrebbe di più, per continuare a costruire veramente attraverso la parola delle donne quella storia- Ombra, che ci segue come un ‘onda.

L’idea di affidarsi al monologo, che caratterizza molta sue poesie, e tutte quelle di questa raccolta, è semplicemente geniale.  Sul solco di Pound di Personae, percependo l’estetica di Eliot, indossando anche un ghigno perverso fra Ubu Roy e Sharon Olds,  la poetessa scozzese si esprime indirettamente, cammina sul filo di un autoritratto che si rivela uno specchio,  e ci racconta che le donne hanno vissuto sempre nell’ombra.  Restituire voce a quest’ombra significa compiere una profanazione.
Sono violati i valori patriarcali, in nome di una saggezza tutta femminile, è violata la civiltà in nome di qualcosa di pericoloso e selvaggio simboleggiato dal lupo di Cappuccetto rosso. E’ forse il fascino femminile per il Diavolo, l’affinità segreta fra la femmina e gli umori della terra e della luna.

In questa raccolta di Carol Ann Duffy, c’è comicità, c’è sarcasmo, a tratti c’è anche la sensazione di un’infinita dolcezza, affiora più spesso una voce spietata, c’è in sostanza una sicurezza stilistica che mette i brividi.  C’è una voce altra che ci rivela qualcosa di noi stessi, ci mette a nudo, quasi sembra aggredirci, ma la sua  è un’aggressione leggera. I personaggi di Duffy sono abnormi, conoscono amori spaventosi, penso alla poesia Queen Kong, e sono fondamentalmente entità potenti. Hanno l’aspetto delle dominatrici. Non c’è traccia dunque di un piangersi addosso della donna sfruttata nei secoli dall’uomo, c’è la certezza che uomo e donna si siano fronteggiati entrambi  nella loro potenza. Questa potenza innesca anche la follia, la brutalità, la violenza. La realtà è dura, indubbiamente, e in questa durezza Duffy si colloca con un grande desiderio di decodifica del reale.

Grande guida Duffy nel labirinto della contemporaneità, nell’essenza stessa della vita contemporanea, paradossalmente ricreata dalle macerie del Mito e della Storia, realtà che, forse, sembra dirci Carol Ann Duffy, sono ormai da considerarsi identiche. A noi tocca profanarle, nel senso che intende Agamben, cioè di giocare con esse, sconsacrarle e restituirle così all’uso comune.

Nel monologo della moglie della Bestia si capisce qual è il messaggio della poetessa scozzese: rifiutare l’ipocrita leggenda patriarcale del principe azzurro perché “senti tesoro lo so bene/quanti son bastardi i principi”  e abbracciare la Bestia, il lupo. Con la sensazione che sia sempre la donna, l’elemento forte della diade uomo – donna. Non dimenticando però il suo potenziale di devozione all’uomo, sua intima passione, non dimenticando che forse è meglio essere il diavolo che la moglie del diavolo, personaggio che la società trova ancora più esecrabile.

In definitiva La moglie del mondo di Carol Ann Duffy è semplicemente uno dei libri di poesia più belli usciti in Italia negli ultimi dieci anni, e ci mostra una voce di grande spessore nel panorama mondiale contemporaneo.

La donna sulla luna - Carol Ann Duffy

lunedì 17 ottobre 2011


E’ uscita nel marzo di quest’anno per la casa editrice Le lettere una bella antologia della poetessa scozzese Carol Ann Duffy, con le sue poesie tradotte da Giorgia Sensi e Andrea Sirotti. S’intitola La donna sulla luna e raccoglie poesie scritte fra il 1985, anno del suo debutto con Standing female nude, e il 2005, anno della sua ultima raccolta Rapture. E’ un evento nella piccola cronistoria dell’editoria di poesia, perché la lirica di Duffy scuote da anni il Regno Unito, dove ha raggiunto un successo inconsueto per un poeta, successo che le ha permesso di essere riconosciuta Poet laureate del suo paese, prima donna a ricoprire tale ruolo e anche primo poeta di orientamento omosessuale.
La poesia di Carol Ann Duffy è in costante evoluzione negli anni e l’aspetto più affascinante è per me rappresentato dai monologhi drammatici, che danno voce a dei personaggi.
Prendiamo per esempio Nudo di donna in piedi, dove la voce narrante è quella di una modella, che evoca la figura di un pittore (forse Braque) incapace di ritrarla, impossibilitato, data la miseria, a comprarsene i favori (la modella è anche una prostituta). Oppure Insegnamento per il tempo libero dove la poetessa inglese mima il linguaggio di un assassino, in un crescendo epico nella sua ostentata banalità di follia, o quello di una professoressa d’inglese nella poesia omonima, tutta incentrata sulla presentazione alla scolaresca di un “poeta vero, vivente, pubblicato”. E’ una presentazione fra il nevrotico e il caricaturale, in cui il poeta è solo un’ombra appena evocata. O ancora la figura della cameriera cui la padrona assegna un compito strano: portare le sue perle al collo per riscaldarle in vista dei suoi appuntamenti. Allora la cameriera immagina che il proprio odore disorienti i maschi che la signora incontra, e nella notte mentre i gioielli si raffreddano, brucia di passione per la sua padrona(interessante la dinamica freddo- caldo di questi versi) . O ancora in Anne Hataway, moglie di Shakespeare, dove Duffy dà voce al lato in ombra della storia, spandendo un’eco di leggenda sulle vicende di questa relazione.
Duffy legge dentro queste esistenze la quintessenza della loro banalità, e ce la restituisce nella talvolta fredda maniera dell’arte.
Negli anni approfondisce la scrittura amorosa, con esiti splendidi, innestando metafore e analogie sul tessuto di un discorso amoroso, in cui talvolta affiora la perdita, il lutto. La lirica d’amore della Duffy esalta l’amore eterosessuale e quello omossessuale, più ancora una sostanziale ambiguità, che i traduttori riconoscono possibile in inglese, meno in italiano. Nella raccolta Rapture in particolare racconta con tono commosso e partecipato l’inizio e la fine di un amore, in ciò ricordando Musica da camera di Joyce.
Nella poesia Bellissima incarna il mito dell’eterno femminino, descrivendo una creatura femminile fra storia e leggenda, che alla fine diventa riconoscibile nella figura di Marylin Monroe, destinata a una strana immolazione sotto i flash fotografici. Lo stile è sincopato:
E ancora filmarono, di più, buttarono quello che non/potevano usare/sul pavimento della sala montaggio, filmarono ancora, silenzio/azione, taglio, silenzio, azione, taglio, silenzio/azione, taglio, finché non poté morire quando morì/ non poté invecchiare, stare male, non poté smettere di dire le battute/o di cantare canzoni. “
In alcune poesie affiora una consapevolezza ecologica: nella poesia eponima che chiude il libro, in cui la luna si rivolge alle donne terrestri e chiede loro: “Carissime, cosa avete fatto alla terra ? o in Vendere Manhattan: “Io canto con amore vero per la terra;/inno all’aurora, ballata del tramonto, salmo delle stelle.”
In La moglie del diavolo Duffy entra nella mente di un’assassina e ancora una volta con dei flash rende palpabile l’angoscia per la condanna all’ergastolo:

” Dissi non è giusto non va bene non è vero/ non è così. Non ho visto non ho sentito non sapevo. / 
Forse sì forse no non son sicura forse non so./ Non ricordo non ho idea è stato lui è stato lui.

Carol Ann Duffy rende bene il grido di disperazione attraverso questo stile frantumato, riprodotto in maniera accurata nella traduzione.

Anche la vicenda evangelica, in La vergine che punisce il bambino (episodio che ricorda un quadro di Ernst), è ricondotta alla sua dimensione quotidiana: Duffy mette in scena il turbamento della madre di Cristo, sconvolta da un bambino che non capisce e che si proclama Dio, il quale per giunta rimane impassibile quando lo si percuote e su cui si staglia l’ombra di un destino nefasto.

Sono belle anche le poesie che raccontano di un lutto, in particolare In morte di un’insegnante, dove anche la perdita e la morte sono raccontate con semplicità scevra da retorica. In Sonno di una bimba Duffy esprime invece il suo amore di madre(ha avuto una figlia con inseminazione artificiale) e la sua delicatezza. L’amore materno qui trasfigura la realtà fino a trasformarla in un paesaggio con cui è possibile fondersi dolcemente.

“ La fitta oscurità / fuori dalla stanza/ restituì lo sguardo, materna, saggia,/ con la sua faccia di luna.”

In sostanza mi sembra che Duffy operi sul versante di una poesia sia colta che popolare, il suo mondo poetico, popolato di donne soprattutto, mette al centro la voce della strada e la sua lirica amorosa ha profondità e bellezza rare. La donna sulla luna è un’antologia intensa in cui la ricchezza di temi e personaggi è al servizio di una poesia che sa mescolare il linguaggio della strada con la ricerca della bellezza, i toni aulici con quello più dimessi e quotidiani.

“Le parole sono l’amnio del non detto” è un verso geniale che si trova nella poesia Epifania, due anime sono ”intrappolate nel tempo”, “in fila per la morte”, nella poesia Estasi, dove desiderio e passione si confondono “nell’aria che pensa”. Tutto concerta per comporre una lirica in cui la bellezza delle immagini è sostenuta da un linguaggio proteiforme, che può affrontare tutti i temi con efficacia sintetica, poiché grande è la capacità mimetica di Carol Ann Duffy, in grado di immedesimarsi in assassini e prostitute, ma anche di figurarsi una poesia amorosa di grande bellezza. Ecco, in conclusione, gli ultimi emozionanti versi della appena citata poesia Estasi:

“Poi giunge l’amore, come un volo improvviso di uccelli,
dalla terra al cielo dopo la pioggia.Il tuo bacio, rievocato
sfila, come perle, questa collana di parole.
Cieli immensi ci collegano, unendo qui a lì.
Desiderio e passione nell’aria che pensa. “

Nudo di donna in posa- Carol Ann Duffy- poesia

mercoledì 3 giugno 2009

Sei ore così per pochi franchi.
Ventre tette e culo alla luce della finestra,
mi succhia via il colore. Ancora un po' a destra,
Madame. E prova a star ferma.
Sarò rappresentata analiticamente e appesa
in musei importanti. I borghesi rimarranno di stucco
davanti a un 'immagine così di una puttana di fiume.La
chiamano Arte.

Sarà. Lui si preoccupa del volume dello spazio.
Io del prossimo pasto. Stai dimagrendo,
Madame, così non va bene. I miei seni sono
un po' calati, lo studio è freddo. Nei fondi del tè
vedo la Regina d'Inghilterra che osserva
le mie forme. Magnifica, mormora
passando oltre. Mi viene da ridere. Lui si chiama
Georges*. Mi dicono che sia un genio.

Certe volte non riesce a concentrarsi
e si indurisce al mio calore.
Mi possiede sulla tela mentre affonda il pennello
più volte nei pastelli. Che piccolo uomo,
non hai soldi per le arti che vendo io.
Tutti e due poveri, ci guadagniamo il pane come possiamo.

Gli chiedo perché lo fai ?Perché
devo. Non c'è altra scelta. Basta chiacchiere.
Il mio sorriso lo confonde. Questi artisti
si prendono troppo sul serio. Di notte mi sazio
di vino e ballo attorno alle sbarre. Quando è finito
me lo mostra orgoglioso, s'accende una sigaretta. Dico
dodici franchi e prendo lo scialle. Non sembro neppure io.

* Si tratta di Georges Braque.

(traduzione di Bernardino Nera, pubblicata sul numero di Giugno della rivista Poesia)