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Paolo Spaziani recita Bataille

giovedì 10 aprile 2025

 


Nuova data milanese per lo spettacolo di Paolo Spaziani, con regia di Letizia Corsini, “La morte ride”, monologo tratto da “L’arcangelico” di Georges Bataille. Lo spettacolo è sempre diverso, non esiste una scaletta fissa, tutto è affidato al momento, è il gioco dell’immediato che scompagina il testo e inventa i suoi ritmi. Lo spettacolo si terrà a Milano, mercoledì 16 aprile al teatro Argomm, in via Graziano Imperatore 40, alle 21. Paolo Spaziani è un autore mitorealista presente nell’antologia “Fiori del Caos” (Kipple Officina Libraria, 2023), curata da Ettore Fobo.

Paolo Spaziani in scena a Milano

mercoledì 24 gennaio 2024



Nuova data milanese per lo spettacolo di Paolo Spaziani, con regia di Letizia Corsini, “La morte ride”, monologo tratto da “L’arcangelico” di Georges Bataille. Lo spettacolo è sempre diverso, non esiste una scaletta fissa, tutto è affidato al momento, è il gioco dell’immediato che scompagina il testo e inventa i suoi ritmi. In questo articolo su Bibbia d'Asfalto  parlo diffusamente del teatro di Paolo Spaziani, unicum nel panorama teatrale italiano. Lo spettacolo si terrà a Milano, venerdì 2 febbraio, al teatro Argomm, in via Graziano Imperatore 40,  alle 21.

Agli amici romani (spettacolo annullato)

domenica 4 dicembre 2022



Quando l’attimo inventa il suo tempo- il teatro di Paolo Spaziani

Suggerisco agli  amici romani di non perdersi l’evento teatrale di Paolo Spaziani, con Letizia Corsini alla regia, che si terrà  al Teatro Stanze Segrete in via della Penitenza a Roma,  lunedi’ 12 dicembre alle 21. Si tratta di una versione di un poemetto di Georges Bataille. Vi rimando al link del teatro.

Di questo straordinario duo di teatranti ho scritto a proposito di un altro evento, che si tenne  a Milano nel febbraio 2018  Lor ga na crur, da testi di Antonin Artaud.

Lo riporto integralmente:

“ Lor Ga Na Crur: Paolo Spaziani incarna Antonin Artaud”

Si inizia con il silenzio, inevitabilmente. L’attore, Paolo Spaziani, è seduto su un cubo e sembra attendere l’ispirazione con un aspetto fra il meditabondo, lo stranito, l’indifferente. Il pubblico lo scruta,  in attesa. Il palco è piccolo, angusto, claustrofobico. Spetterà all’attore rivelare le sue potenzialità nascoste,  dove la parola si riscopre canto. 

Ed ecco dunque,  come un’improvvisa eruzione, che  comincia il dire. Ed è un fiume in piena che utilizza un testo ispirato ad Artaud, accostando le due lingue, francese e italiano,  per ispezionare il limite stesso di ciò che chiamiamo realtà e infrangerlo con l’irruzione nel linguaggio dei segni del caos,  prelinguistico e primordiale,  qui annunciato anche  dalle glossolalie che sono  già nel titolo dello spettacolo, Lor Ga Na Crur. 

Tutto ciò per restituirci le fascinazioni dell’immediato, facendo saltare le sovrastrutture linguistiche, per ridarci il senso di un altrove tanto più potente quanto più la parola è spinta nel precipizio di una dizione puramente musicale. Il testo  è un furente attacco ai concetti di realtà, identità,  essere, Dio, mondo; tutto l’armamentario delle menzogne metafisiche che fanno dell’uomo un recluso sul fondo dell’abisso.

Nell’interpretazione magistrale di Paolo Spaziani la poesia cessa di essere un morto significato letterario per divenire flusso melodico, rituale magico che si contrappone, anche con violenza, alla magia nera sociale, quell’insieme di codici e convenzioni che rendono la nostra esperienza del mondo “tristemente carceraria” come si legge nella presentazione dello spettacolo.

La letteratura viene disintegrata, non è più scrittura ma ritrova l’oralità come suo fondamento. Così Paolo Spaziani riscopre Artaud come fatto musicale, lo reinventa, mescolando con leggerezza i linguaggi, il francese, l’italiano e quello strano grammelot glossolalico che rappresenta la cifra dell’ultimo Artaud. L’estraneità del poeta francese al mondo, alla letteratura, all’essere, al senso, a quello che Auden chiamava ”il dialetto della tribù” e Artaud stesso “la fogna del pensiero di tutti” è assoluta e con rigore assoluto la voce di Spaziani ce la mostra in tutta la sua radicalità. E la crudeltà di questo teatro si rivela soprattutto nella demolizione dei concetti che puntellano le nostre prigioni mentali.

Così,  in questo che è il più piccolo teatro milanese,  il Teatro Studio Frigia Cinque, con una scenografia spartana, una luce fissa e quasi dolente, con la regia di Letizia Corsini, il 16 e il 17 febbraio di questo 2018,  Paolo Spaziani ha regalato due serate indimenticabili di poesia allucinata,  ispirata a questo grande visionario che è stato Antonin Artaud. La voce di Paolo Spaziani, moltiplicando i moduli sonori, ha spaziato dal soffio al grido, dalla dolcezza all’orrore, senza mai perdere in consapevolezza musicale.

Lo spettacolo si riscopre evento e l’attore un negromante che contrappone il rigore scandaloso della propria musica interiore alla volgarità della rappresentazione. Così l’irrappresentabile della poesia demolisce la scena, la disincarna,  la dissipa. Essa non è più il luogo dove si replicano i rapporti di potere in seno alla società ma la crisi stessa di questi in un linguaggio che desidera ardentemente frantumarli. “Arte Anarchica”, si legge nel volantino di presentazione. Tutto si dissolve tranne la voce,  tranne il corpo, questo grande incatenato nel regno della Metafisica e dei concetti.

  Paolo Spaziani diventa Antonin Artaud, se questo nome può designare qualcosa di più di flussi, punti di forza, singolarità e ci restituisce così un’antica idea di teatro; è colui che esce dalla folla e comincia la cadenza di un canto tragico, al ritmo del ditirambo dionisiaco, un’idea antica  certo ma paradossalmente colma di un futuro che oggi pare  impossibile,  quando,  come  ha scritto  Foucault: “ Le parole di Artaud apparterranno al suolo stesso del nostro linguaggio e non alla  sua rottura. “

***

Andate a vedere Paolo Spaziani, in questa sua reinvenzione batailliana se credete che l’atto e l’attimo teatrale, spezzando i codici normativi,  ci possa restituire alla visione di un tempo più  profondo di quello che sperimentiamo vivendo o illudendoci di farlo. Grazie dell’ascolto.

 

Ettore Fobo


“Il limite dell’utile” ovvero come scrivere all’altezza della morte

domenica 6 agosto 2017





“Il limite dell’utile” di Georges  Bataille ha il pregio di attaccare alla radice la concezione della morale utilitaristica borghese, della funzionalità, del profitto come regolatore del destino degli individui. Una “economia gloriosa” qui sostituisce l’idea ormai malsana del profitto. L’inutile diventa lo sfarzo di una vita dissipata senza fini, che non siano al limite “gloriosi” come quelli delle stelle.

La gloria è futile per il borghese che con essa non può intraprendere alcuna impresa commerciale.  La cattedrale sorge in un deserto per glorificarlo.  Concetti in opposizione alla morale dominante che ci vuole ingranaggi del macchinario del Progresso.

 La figura del lavoratore abbruttito in una città grigia è ormai diventata di massa. Bataille elogia lo spreco inteso come dono di sé. Oggi che anche l’inutile deve rendere e fare profitto,  le sue parole suonano disperate. Ma anche quando furono scritte  la disperazione vi allignava, se non altro nell’apologia della guerra che vi si legge in filigrana e per la fascinazione un po’  assurda verso i sacrifici umani degli Aztechi.

 Libro impossibile,  “Il limite dell’utile” continua a esercitare, però, un fascino profondo. Sarà il linguaggio sconcertante, che evita le trappole della leggibilità, per accrescere vertiginosamente le possibilità stesse di una conoscenza della realtà, che non può che essere poetica, cioè votata al nulla, allo spreco, alla vertigine, all’oblio. Libro eccessivo,  dove l’eccesso è figura di una vita straripante che non si rassegna al tranquillo tran tran di una coscienza narcotizzata dalla ragionevolezza, depauperata dalla fissazione di produrre. 

Così Bataille continua a essere scomodo portavoce di una ribellione segreta,  senza rivoluzioni chiassose e di piazza, che avviene  per “vivere all’altezza della morte” . La morte, il grande rimosso della nostra società, è ciò che dà al libro la sua frenetica andatura. Scrivere all’altezza della morte. Pochi ci riescono, Bataille ha indicato una via.

L'impossibile- Georges Bataille

venerdì 25 settembre 2009

I personaggi di Bataille paiono sempre sull’orlo di qualche collasso nervoso, la loro vocazione non è durare, giacché si dura solo per debolezza, ma bruciare, e i loro amori, sofferti, sono accerchiati dal senso di morte; angosciati essi non trovano mai la semplice soddisfazione animalesca, cui sembrano tendere con tutte le loro forze, se non a prezzo della loro salute mentale. Amori contrastati da figure grottesche e luciferine, che si svolgono sempre in un clima da catastrofe imminente, per creare una tensione che andando oltre la vita, lasci presagire le voluttà misteriose dell’impossibile, come nel caso del primo di questi tre scritti, Storia di topi(Diario di Dianus) , il cui senso è tutto nella prefazione iniziale: non si può mentire in un romanzo, sostanzialmente scrive Bataille, la verità è più forte della letteratura e questa verità vuole bruciare fino al parossismo dell’angoscia, vuole l’impossibile e per ottenerlo è disposta a tutto, scardinare le convenzioni, infrangere le interdizioni, affondare in quel pantano di desideri insoddisfatti, arrivando a farci percepire una più grande impossibilità, quella di vivere.

Perché i personaggi di Bataille da Madame Edwarda a L’azzurro del cielo, fino a questo L’impossibile, hanno del sesso e della vita una visione apocalittica, l’estremo abisso della morte sembra manifestarsi in ogni amplesso, l’amore è quell’angoscia da cui non ci si può mai liberare, l’oggetto amato è sempre irraggiungibile, intangibile, e il coito è solo il prolungato sgomento di due corpi prossimi alla loro dissoluzione. Non c’è felicità, né essa è desiderata o nostalgicamente rimpianta, il protagonista dei racconti di Bataille non è tanto un personaggio, ma questa consapevolezza che è dal nero dell’esistenza, dall’angoscia, che si può estrarre il godimento, dall’abiezione più profonda vien fuori la sensazione suprema, che fa dell’uomo ciò che esso è, profondamente, e aldilà della faccia che egli indossa la mattina per affrontare il mondo, c’è questo viso stravolto, questa inquietudine che non trova pace, e paradossalmente non la desidera, perché il compito supremo è ardere, probabilmente invano, poiché la suprema voluttà si trova solo nelle profondità dell’angoscia. ”La gaia cattiveria dell’indifferenza “ è l’ultima fiche da giocare alla roulette dell’assurdo, che domina la psiche di ognuno dei personaggi del racconto, la cui fatalità è l’osceno, il cui anelito profondo alla morte è tempestato dai diamanti di un’incoerenza diabolica, che li fa apparire manichini di un più grande disastro, che pure mai si palesa in tutto il suo orrore e il racconto rimane sospeso in un’atmosfera cupa, senza speranza, in un clima di violenze ed eccessi, soprattutto mentali, stati di passionalità per lo più incoerenti, che sono la chiave per Bataille per accedere alla verità del desiderio.

”Molto spesso la passione degenera in furore “ questa frase di Mirabeu potrebbe essere la sintesi di questo dimenarsi di personaggi , la cui disperazione è così totale, che mi chiedo quanto di artefatto, stilisticamente, vi sia in essa. E’ il limite di questo racconto, non è facile dare sempre a queste tensioni soffocanti il crisma di una riuscita letteraria, il personaggio Dianus affoga nella sua impotenza, e non fa altro che ribadirla, in questo risultando talvolta stucchevole, ma c’è un orrore smisurato che vibra in queste parole, una dismisura di caos che risulta affascinante . Straordinarie le parole finali del diario di Dianus sono un’indagine intorno al tema della nudità come mortifera fine di ogni segreto, e anche l’amore, retorica di tutta la nostra cultura, è schiantato nelle parole di Bataille, se “i più teneri baci hanno nel fondo un gusto di topo”, e dappertutto incombono sul nostro respiro l’oblio e la morte, e l’impossibile ci attrae con le sue pericolose promesse.

Ma pare esserci un solo tono nei racconti di Bataille, e quando questo non si fonde con la potenza visionaria, con la misteriosa e dolorosa naturalezza di certi suoi scritti, abbiamo testi deboli e ripetitivi. Presa nel suo complesso l’opera narrativa di Bataille per alcuni può apparire anche fastidiosamente monotematica, sempre lo stesso personaggio con i suoi deliranti intenti, le sue impasse poco gloriose, i suoi impedimenti, ma proprio la natura psicotica di certi scritti è ciò che ha fatto oltrepassare a Bataille i comodi limiti di una letteratura di buon senso, e ne ha fatto un classico del Novecento. Per Bataille, la verità della poesia, e quindi della vita, risiede unicamente nell’eccesso, nella convulsione epilettica dei desideri, nell’orrore, nella morte; il resto, che si oppone a ciò, è morale utilitaria, sterile sopravvivenza, realismo dei piedi ben piantati in terra, contro di cui Bataille lancia i suoi strali, a volte fantomatici, a volte esatti come una radiografia. Indubbiamente è la ricerca di un’estasi impossibile il tarlo che corrode questi personaggi, la cui vitalità ha sempre qualcosa di funebre e incoerente, i cui slanci di passione sono tarpati, grotteschi, mutilati di ogni gioia. Se Storia di topi è un racconto colmo delle più esatte sensazioni, e lucido fino allo sfinimento, non altrettanto si può dire dell’ altra raccolta di scritti.

Nella terza parte del libro, infatti , con l’ambiguo titolo di Orestiade, Bataille raccoglie alcune poesie per la verità insignificanti, e dolorosi scritti il cui senso è oscurato dall’ossessività con cui il tema della morte affiora, ed è quasi tristemente adolescenziale il suono della sua voce. Troppo spesso lo scrittore francese cade nella trappola di fare il verso a se stesso, risultando a volte di un’inutilità nauseante. Se Storia di topi, è un classico racconto nero, che si fa leggere, e contiene le classiche illuminati e taglienti frasi di Bataille, un vorticoso ensemble di desolazione e aneliti strazianti , L’ Orestiade è un’accozzaglia di versi mediocri e divagazioni impotenti, perciò il senso dell’operazione di Bataille non è ben chiaro. Troppo confuse, fumose , nella loro febbricitante andatura le frasi, troppo scollegate fra loro le parti, nell’insieme manca proprio l’unità, le considerazioni intorno alla poesia sono per lo più altisonanti e vacue, l’impotenza della scrittura si percepisce troppo violenta e insostenibile, e perciò L’impossibile nel suo complesso, come opera letteraria unitaria, non è pienamente riuscito. Perlomeno io taglierei tutta la terza parte, la cui supponente pochezza non rende giustizia al genio di Bataille, quale esso emerge nella parte migliore della sua produzione e in fondo anche in Storia dei topi, se ne vediamo l’ostentato trucco metafisico che cola via nel pianto, o se ne udiamo il formidabile urlo lacerare il silenzio della mente;liberandoci in questo modo e misteriosamente, forse per un effetto omeopatico, dal cappio della nostra privatissima soffocazione.
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L'impossibile è edito da Es

La letteratura e il male- Georges Bataille

sabato 2 maggio 2009

" Tutto lascia pensare che esista un luogo dello spirito a partire dal quale la vita e la morte, il reale e l'immaginario, il passato e il futuro, il comunicabile e l'incomunicabile, cessano di essere percepiti in maniera contraddittoria."

André Breton

Il discorso di Bataille parte da una definizione di bene e male, che non è così automatica e per comprenderlo bisogna faticosamente entrare in un labirinto in cui lo scrittore francese ci guida fra riflessioni sulla letteratura ed a volte oscuri excursus filosofici.
Scrivendo di Baudelaire Bataille definisce il bene come ciò che la volontà persegue per l'avvenire, la difesa di una morale dell'utile e del vantaggioso, mentre il male sarebbe la dispersione dell'istantaneo, frutto di una volontà ambigua che arriva a non volere ciò che vuole e a volere ciò che non vuole. Questa impasse è chiaramente leggibile proprio in Baudelaire, che è uno degli otto scrittori di cui Bataille si propone di scandagliare il rapporto con la colpa originaria che sta nella letteratura.Questa è la tesi che Bataille cerca di dimostrare: l'impulso letterario, affondando nell'infanzia e traendo da essa il suo nutrimento, si contrappone all'ordine stabilito da ciò che la società umana ha deciso essere il bene, cioè appunto quella morale che pone nell'avvenire il suo senso e nella conservazione della vita il suo fondamento. Ma la letteratura è essenzialmente lotta contro quest'ordine, per affermare la dispersione dell'istante e il rifiuto infantile del mondo degli adulti, con la loro progettualità volta a garantire senso e durata, cui i bambini e gli artisti come Baudelaire contrappongono un eterno presente senza avvenire e in questo modo affermano le potenzialità della loro libertà, posto che questa libertà è inquietante, presuppone il deserto, in quanto aldilà delle convenzioni sociali che conferiscono alla vita il suo aspetto c'è una zona pericolosa, dove la ribellione allo status quo si realizza a volte nella distruttività, come in Sade, altrove nel "silenzio della volontà" come in Baudelaire, o nel desiderio di abiezione, come in Genet.
"L'uomo non può amarsi fino in fondo se non si condanna" e questa è una delle convinzioni che lo scrittore francese cerca di dimostrare e che cozzano contro il senso comune, contro il bene stesso, che sarebbe anche l'insieme di tutte quelle convenzioni e interdizioni, che rendono possibile la convivenza fra gli uomini, ma che la letteratura ha il compito di mettere in crisi, in questo senso realizzandosi come trasgressione di quelle realtà solide che gli uomini tendono a chiamare bene.
Così la figura di Baudelaire è tratteggiata attraverso questa fondamentale idea del poeta come colui che preferisce rimanere nell'attimo presente, alla ricerca di un piacere che gli sfugge, piuttosto che trovare nel lavoro, nell'utile, nel fluire del tempo, la soddisfazione e la pace che è priorità delle nature più prosaiche, che non perseguono la conoscenza, cioè quella fusione di soggetto e oggetto che sarebbe il fine della filosofia, ma solo il proprio vantaggio, il proprio bene. Il poeta sarebbe allora il demiurgo che cerca di sottrarsi alla dimensione in cui la coscienza non è nient'altro che il riflesso delle cose, per ricercare piuttosto l'impossibile, cioè la fusione con esse.
Bataille insiste molto sulla necessità per il letterato di volere l'impossibile, e proprio per questo sia Baudelaire che Sade si scontrano con un violento senso di impotenza, che però è all'origine del loro sforzo conoscitivo, invece la soddisfazione non produce quella particolare coscienza necessaria per indagare la realtà.
Il romanticismo è quel fenomeno che rifuggendo la consacrazione dell'utile, propugnata dalla mentalità borghese, in seno alla stessa borghesia, persegue obiettivi più naturali, laddove però la natura è il luogo di una grandiosa dissipazione, che raggiunge nella morte la sua forma più eclatante. Nell' indagare il rapporto fra sessualità e morte Bataille scrive di un racconto di Kafka, che si conclude con un suicidio; le ultime parole "In quel momento la circolazione sul ponte era addirittura senza limiti " vengono associate da Kafka in una lettera a Max Brod ad una" violenta eiaculazione".
In cosa consista questo rapporto Bataille lo vede nel superamento dell'interdizione, che realizza pienamente l'aspirazione fondamentale dell'uomo a raggiungere la vertigine del suo "scatenamento". L'uomo differisce dall'animale proprio per l'esistenza di divieti e dunque della possibilità e talvolta della necessità della loro trasgressione, mantenendo sempre la consapevolezza che questa infrazione della norma è comunque colpevole, in questo ritrovando però un surplus di godimento, fermo restando che "L'infrazione spaventa, come la morte; tuttavia essa attrae , come se l'essere ci tenesse alla durata solo per debolezza, e come se l'esuberanza comportasse, al contrario, un disprezzo per la morte, che è necessario non appena la regola viene infranta."
In Sade Bataille scorge la ricerca di uno stato paradossale di "esasperazione", uno sconvolgimento prolungato causato da una eccitazione sessuale sproporzionata e senza limiti, in un contesto in cui la depravazione diventa un atto di devozione al male assoluto. E' davvero l'estasi dell'annientamento anche del proprio; l'opera di Sade è un deserto che agghiaccia per la sua monotonia infernale, che stupisce per il fervore con cui il male, ciò che è esecrabile, viene esaltato, in un parossismo che distrugge tutti i valori e gode di questo, ma il desiderio di distruzione è il segno della reclusione. Sade crea un universo concentrazionario che è il riflesso della sua stessa prigionia, restituendoci" la solitudine dell'universo" e affermando così una verità clamorosa: lo " scatenamento", e la perdita di coscienza che esso permette, sono il segreto perturbante dell'uomo.

Scrivendo di Kafka Bataille sottolinea nuovamente un aspetto dell'isolamento dell'artista, e la sua conseguente insofferenza verso la società: la puerilità.
Così Kafka sconta la sua esclusione già nella figura paterna, che considera infantile ciò che per Kafka è una preoccupazione profonda: la letteratura. La letteratura è quella colpa, quella trasgressione delle leggi dell'utile, che il mondo della "attività efficiente" non vuole e non può riconoscere. Kafka non reagisce allora con la rivolta, ma con la sottomissione- "Nella lotta fra te e il mondo stai dalla parte del mondo -creando con le sue storie un disordine che mina le certezze logiche su cui si fonda la razionalità, alla ricerca di quello smarrimento che solo può dare il senso della propria presenza, seppure schiacciata da una fatalità oscura.
Nel rifiuto di diventare padre, Kafka rivendica il suo diritto all'irresponsabilità e al sogno- "Non sposerò Frida, non entrerò in comunità "- e ancora questo è un atteggiamento colpevole.
La letteratura è quel crogiolo di forze esorbitanti, di tristezza da esiliato, di gioie che in definitiva solo la morte può suscitare e contenere ;ma la sottomissione di Kafka verso la società è per Bataille più violenta di qualsiasi rivolta, affermando la propria nullità l'artista spezza ogni legame, trasfigurato, egli non è più il Prometeo che ruba il fuoco agli dei, ma un bambino che cerca nel sogno la propria verità di escluso: "Restai seduto e mi chinai come prima su quel foglio che dunque non serviva a nulla..., ma in realtà ero stato espulso di un colpo dalla società".
Questa umiliante condizione è il prezzo che Kafka paga per mantenere intatta la propria vocazione e la propria libertà, nel rifiuto della "attività efficiente" e della schiacciante fatalità del mondo.
Diversamente William Blake nella visione di Bataille oscilla fra paganesimo e un cristianesimo paradossale, elaborando una personale mitologia, in cui la materia è in perenne trasformazione e l'energia è"eterno piacere". Rivendica la sessualità contro ogni forma di imposizione religiosa o sociale, e nel tentativo di fondere cielo e inferno cerca di superare la dualità del pensiero occidentale.Per Blake la verità sta nell'immaginazione, e le religioni, nate da un impulso poetico, sono colpevoli di aver tradito la loro origine, rifugiandosi in un dogmatismo infecondo, non riconoscendo più la propria affinità con l'attività creatrice, sempre in qualche modo perturbatrice dell'ordine stabilito dalla ragione, sempre tesa a un godimento impossibile, ad una affermazione potente della vita.
Certo per Blake la poesia è dalla parte del male, cioè dell'attivo, dell'esuberanza,della stessa energia creativa e sessuale mentre il bene è "il passivo che obbedisce alla ragione". La condanna della legge morale fatta dal poeta inglese , scrive Bataille, è tutta nell'affermazione della necessità della gioia erotica, del piacere sensuale, per riappropriarsi del corpo, sequestrato dalla morale ebraico-cristiana e sottoposto alla tortura di una vita dichiarata colpevole, nella consapevolezza che, come si legge in Matrimonio fra cielo e inferno " Senza contrari non v'è alcun progredire.Attrazione e repulsione, Ragione ed Energia, Amore ed Odio sono necessari all'esistenza umana."
Scrivendo di Genet Bataille affronta il tema della sovranità che è "il potere di innalzarsi, nell'indifferenza alla morte al di sopra delle leggi che assicurano il mantenimento della vita"
e scrive dell' operazione compiuta dall'autore di Diario del ladro:infrangere il limite imposto dalle interdizioni, per generare un 'estetica del male, che è il rovescio inquietante della santità e presuppone la stessa tensione e lo stesso rigore. Così Genet delinquente e ladro, raggiunge nell'abiezione più profonda quella zona dove il male è la cifra di un'affermazione di sé paradossale ed inquietante.Il superamento della morale tradizionale, l'annullamento di ogni interdizione è strettamente legato alla coscienza di stare compiendo una violazione, e in un crescendo di crimini il rischio è quello che non ci sia più nulla da infrangere e dunque il vuoto. Scrivendo anche di Bronte, Michelet , Proust, Bataille compie così il suo percorso circolare, mostrando come i suoi assunti iniziali siano validi: la letteratura è dunque il luogo in cui l'esistenza raggiunge l'acme della sua dissipazione,e poiché essa non è nient'altro che il "sospirato ritrovamento dell'infanzia"non le resta che dichiararsi colpevole .


Madame Edwarda- Georges Bataille

mercoledì 21 gennaio 2009

Con la convulsa scrittura di Madame Edwarda, Georges Bataille entra di prepotenza in quell’area segreta dove la sessualità più brutale si trova stranamente connessa con il sublime, con Dio, con la morte. E’la narrazione questa di un controsenso delirante in grado di cortocircuitare la ragione stessa, ridotta a spettro impotente davanti all’irruzione di qualcosa di profondamente selvaggio, che fa saltare le categorie più elementari su cui si fonda la convivenza civile.
E’ il tema di un erotismo che si fonde con il porno, elevato però a concezione filosofica del sesso, capace di degradare l’essere umano, fino a sfigurarlo, in un piacere che è parossismo nichilistico di trasfigurazione autodistruttiva e al tempo stesso avvicinarlo a Dio, come fosse un’ esperienza mistica vissuta nella carne. Nella prefazione, scritta dallo stesso Bataille una frase condensa tutto questo:”Raggiungiamo il piacere solo nella prospettiva seppur remota della morte, di ciò che ci annienta.”laddove, per Bataille, il piacere ci differenzia dagli animali proprio per la sua misteriosa assonanza con il buio terrore della morte.
Nel racconto Madame Edwarda, donna dell’impossibile, baccante sfrenata, domino notturno, prostituta di un bordello, è per il protagonista un veicolo verso il segreto dell’esistenza, nel contempo una trappola e la via da seguire dell’ignoto; il suo sesso famelico e misterioso e’ il sesso stesso della Donna, enigmatico, disponibile o sfuggente, ammaliatore, divoratore, e molti aggettivi si potrebbero sprecare per tentare di definire l’indefinibile, che Bataille ha saputo così genialmente far vorticare in questo racconto. Qui la Parigi notturna sembra prefigurare, spingendola all’estremo, la New York del Doppio sogno kubrickiano, con la sua atmosfera sospesa tra desiderio e frustrazione, fra incubo ed estasi. Una notte che potrebbe essere magica se non fosse sordida, disperata ricerca di un piacere che sfugge .Il protagonista cerca la liberazione, denudandosi nella frescura notturna e afferrando il proprio sesso eretto, sguaiato e volgare, ricercando quella che Nietzsche chiamava sensazione suprema nel contatto con la massima angoscia , che e’ donna, è madame Edwarda, che è il vuoto baratro dell’impensabile da cui ci separa la convenzionale e comoda impostura d’una identità, che è Dio, ma non un Dio delle cattedrali, un Dio dei bassifondi, delle taverne, dei bordelli. Domina l’assenza in questo testo dalle complicazioni filosofiche così evidenti, il protagonista è scosso da sensazioni di annichilimento, si sente infelice”abbandonato come lo si è in presenza di Dio”, e questo apparente paradosso scivola nel testo con grazia. Su tutto, sul sesso, sul piacere, su Dio, sull’uomo soprattutto, aleggia lo spettro di una derisione assoluta “l’angoscia sovrana assoluta, la mia sovranità morta sulla strada”,come si legge nelle prime righe che precedono il testo vero e proprio, “la cui tristezza deride ogni cosa”. Il sesso aperto ed esibito di Madame Edwarda e’ metafora di quest’angoscia ”le labbra mi fissavano, pelose e rosee, come una piovra ripugnante.” Ma in tutto questo la salita delle scale del bordello verso la camera da letto gli pare soltanto “ un’allucinante solennità ” e così l’odore acre del corpo di Madame Edwarda e il suo osceno ancheggiare, ma ecco allora spuntare il tema della fragilità della carne nuda delle altre prostitute, esposta a ricordare soltanto ciò che potrebbe farne “il coltello da macellaio”, e poi la morte, presenza ossessiva, che sembra partecipare alla festa, a questa speciale e profana assunzione della prostituta al cielo dell’alcova. E dopo il sesso, la metamorfosi di Madame Edwarda in un domino seminudo che si aggira per le strade in compagnia del protagonista. Ed è nella solitudine delle vie notturne che Edwarda sembra essere epifania stessa della divinità nella sua spettrale indifferenza, in tutto simile a una oggetto la cui presenza “aveva la semplice inintelligibilità d’una pietra”. La prostituta del bordello si e’ dunque trasformata in un enigma, manifesta il vuoto, l’assenza, il lutto, come una preda si fa inseguire, ma è lei la cacciatrice lei in cui, non si può più dubitare, “regnava la morte”. L’enigma di questa metamorfosi sconvolge e affascina il protagonista, preso in una rete di fascinazioni difficilmente definibili. Edwarda viene colta poi da una crisi isterica.: si dimena, ride, si denuda, poi, sempre senza motivo, comincia a tempestare di pugni il protagonista e anche in questo caso la sua nuova nudità ricorda la morte”aveva l’assenza di senso, e nel contempo l’eccesso di senso di un abbigliamento mortuario.”Si ritrovano poi su un taxi, dove stavolta abbandonato il vestito di domino, nuovamente nuda Edwarda è l’animale per eccellenza, seduce il corpulento tassista e, accanto al protagonista pietrificato, si lascia penetrare da lui. Dopodiché i tre si addormentano .Le ultime pagine sono l’estrema riflessione del protagonista sul senso della vicenda appena occorsagli, l’incontro con una pazza che è anche un ignoto miracolo, che gli ha rivelato la sostanziale assurdità della vita. Come sperare in realtà di cavarne un senso ? ”Non riesco ricavare nessun significato che non sia il mio supplizio.” Il primo risvegliarsi e’ proprio lui. Sta male, non c’e’altro.”Il resto è ironia, lunga attesa della morte.”
Scritto nel settembre-ottobre 1941 e pubblicato sotto lo pseudonimo di Pierre Angelique, Madame Edwarda pur nella sua brevità è una precisa espressione della visione filosofica di Georges Bataille, ,che intese, usando le sue stesse parole, rappresentare stati di trance sessuale incoerenti, in un racconto dove alla sessualità fosse restituita una forma di solennità da incubo, che una risata acre, di ribrezzo e paura, cerca disperatamente di annientare. La demistificazione del reale, avviene a livello d’un surplus di grottesco e di ridicolo che non può suscitare altro che un prolungato sgomento; la sovranità su sé stessi e su ciò che ci circonda è completamente perduta , un po’ come avviene ne La nausea di Sartre, dove le cose perdono gradualmente di significato, in Madame Edwarda la centralità dell’esperienza sessuale così esibita finisce per fargli acquisire, per così dire, l’aria di un inutile scherzo atroce, giocato sul piano d’una sacralità demente,e quasi destituito di senso realmente umano, e così facendo il sesso diventa una specie di raccapricciante discesa negli inferi della carnalità più cruda, dove forse ci attende la sconcertante risata d’un dio. E’ qui dunque il sesso viene ridotto a cupo spettacolo estatico, che porta con sé una certa forma di angosciosa dannazione, svelando al tempo stesso misteriosa la santità oscena e animalesca rappresentata da una prostituta di bordello, nel tentativo batalliano di rimettere sulla scena del mondo tutti quegli stati di alterazione sessuale, sorta di invasamento dionisiaco, che il mondo stesso tende a rimuovere e che rappresentano forse il suo segreto più significativo. L’eresia del libro sta nel far coincidere la massima umiliazione, la perversione, il grottesco più ridicolo, con la ricerca stessa della divinità, che in Bataille è avvertita come l’estremo nulla, che giace sul fondo dell’esperienza di morte, di cui l’amplesso è forse solo una caricatura. Se la tracimazione eccessiva delle paura e del disgusto, lungi dal soffocarlo, potenziano il piacere, e ne sono l’unico vero alimento, ecco che l’angoscia si rivela essere sin dall’incipit “sporca” sì, ma anche “inebriante”. In questo caso l’estrema volgarità delle situazioni è vivisezionata come il limite stesso da infrangere per ottenere, nel buio profondo dell’esistenza, una parvenza di piacere, subito negata dal sopraggiungere di una morale che fa di questo un peccato o meglio ancora qualcosa di mostruoso , ma qui il tanto ricercato oltraggio al pudore diventa pantomima in grado di svelare la parentela tra l’osceno e il sublime, nel loro identico, enigmatico trascendere la ragione .Così in questo breve racconto le due figure antitetiche in apparenza di Eros e Thanatos si trovano ad essere stranamente complici, così come il massimo dolore ha qualcosa a che vedere con il massimo piacere. Sin dalle prime righe, che qui sotto riporto, il lettore viene catapultato in una situazione intollerabile, a sbrigarsela fra stati d’animo d’angoscia che anelano al loro estinguersi attraverso l’innestarsi di dinamiche sessuali. Ma se il sesso è davvero solo l’ulteriore angoscia che ci connette con la morte, la redenzione affidata a una prostituta si riduce nel non sense di tutta l’esistenza, nel suo enigmatico nulla.
L’’edizione italiana di Gremese editore accorpa a Madame Edwarda altri due racconti Il morto e Il piccolo dove a dominare è sempre una visione angosciante e catastrofica della sessualità.

Incipit di Madame Edwarda:

“All’angolo della strada l’angoscia, una angoscia sporca e inebriante, mi sfigurò (forse aver visto due ragazze furtive sulla scala di un gabinetto). In questi casi, ,mi vien voglia di vomitare. Dovrei spogliarmi nudo, o denudare le ragazze che desidero: il tepore di carni dolciastre mi darebbe sollievo. Ma ricorsi al mezzo più economico: al bancone ordinai un Pernod e lo ingollai; continuai di bancone in bancone, fino a… La notte era calata del tutto.”

"La verità di Madame Edwarda consiste nel confrontarci con uno scandalo palese che pure non sapremmo dove collocare. Potessimo incriminarne le parole: mai ve ne furono di così rigorose; o le circostanze, il fatto che Madame Edwarda è una puttana di postribolo, ma questo, anzi, potrebbe essere rassicurante; o ancora che certi particolari, che si devono dire osceni, lo sono con una necessità che li nobilita e li rende inevitabili, non tanto in nome dell'arte, ma per una esigenza forse morale, forse fondamentale. (...) Che il più incongruo dei libri, come lo definisce Georges Bataille nella sua prefazione, sia anche il libro più bello, e forse il più tenero, questo allora è soprattutto scandaloso" (da un testo di Maurice Blanchot )