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Conformisti

giovedì 3 ottobre 2019




Certi poeti, certi sedicenti artisti, aspiranti velleitari per cui anche solo aspirare ad essere è un di più,  essi possono solo aspirare alla velleità, loro approdo mistico, laddove chiamano poesia un movimento intestinale del loro spirito, in realtà profondamente meschino e antipoetico,  cioè al massimo sentimentale.  Diciamo che costoro non si esprimono, semplicemente si sfogano. Lo fanno con sentimento? E chissenefrega dei loro deliqui. Ah,  questo scrivere di pancia,  per loro la banalità è un istinto gregario, fa tanto gruppo.

La loro universalità poveraccia di solito  sa di parrocchia, ma in genere scrivono dei casi loro, di quell’insulsa “brodaglia di amorazzi e usignoli” di cui parlava Carmelo Bene. Anche la loro eventuale pernacchia è parrocchiale e la loro cultura è solo, al limite,  venerazione del monumento e della sua funebre oppressione.

Essi sacrificano allo Spirito Santo della nostra epoca: il  conformismo. Se si fingono anticonformisti, al massimo finiscono per venerare la pinta di birra di un Bukowski ma ne ignorano il geniale sarcasmo, la sofferta ironia e la sottile strafottenza. Generalmente non ridono, infatti, sanno solo sghignazzare. Dentro la loro faccia cova la tremenda insignificanza che così spesso diventa livida e risentita arroganza. Li riconosco ormai al primo sguardo; rettili dal sangue gelido che sibilano soltanto  la loro vacuità aggressiva e strisciano ai piedi del Grande Idolo che ipnotizza.

Charles Bukowski: un risveglio.

sabato 30 marzo 2019







Sveglia alle sette e trenta, come al solito, e andato, come al solito, tardissimo a letto.
La iena delle notti brade non sorride al risveglio. Scopato tre volte, con grassa pellerossa dal  purpureo viso , come si dice, abbordata tra gli avanzi della notte, con imperiose tecniche audiovisive: “ La dea Kali del mio prossimo film”. Imbroglio nottambulo. 

A transumanza spermatica  conclusa, fu rivelata a lei la verità, neanche tanto temuta: “Smisteremo insieme la posta” . Ho annusato per un po’ la sua scomparsa al risveglio; se n’era andata, naturalmente, coi suoi stracci di squaw alcolizzata e dollari 27 e televisore Mitsubishi seminuovo,  dopo avermi  svuotato anche  il frigo, ovviamente, ma chissenefrega, chissenefrega,  l’importante è la salute.

Me stesso: una  morale da yankee ubriaco, turbamenti  da faraone in sarcofago vivo, faccia messicana atrocemente vizza, fegato di scozzese al bicchiere della scuffia  e queste flaccide natiche da negro, nell’iperspazio del su e giù pronte per il  balzo incandescente: questi lombi da vero poeta.

Vedo: la Baghavad Gita, Newsweek, Dostoevskij, Penthouse ai piedi del letto;
ho dimenticato il verso sospirato nell’amplesso; ma leggo  lo stesso su un foglio di carta, abbandonato fra il dentifricio e lo specchio:

Chi non crede nel divenire immortale  dell’anima,
 non credo sappia realmente cosa sia
 un amplesso fortemente  terrestre”.

A voce alta, per moltiplicare il silenzio.

Lungo il corridoio infine evapora Bukowski, 
arrivando all’impatto con la porta,
con già indosso il ghigno necessario
 per affrontare il mondo e i suoi sgherri agenti
 di lurida oscurità metropolitana.

                                                                                                                                        Ettore Fobo,   Maggio 2005
***

da ”La Maya dei notturni”- Eugenio Cavacciuti (alias Ettore Fobo)- Kipple Officina Libraria- marzo 2006


Ehi, Kafka! - Charles Bukowski

sabato 26 novembre 2016







Per una corretta valutazione le poesie di Bukowski vanno contestualizzate. Intanto va detto che ne ha pubblicate probabilmente troppe, come chiunque voglia scendere come valanga sul villaggio dell’umana indifferenza. Accanto a libri interessanti (Le ragazze che seguivamo, La canzone dei folli) abbiamo opere francamente scadenti (Il grande) o discutibili (So benissimo quanto ho peccato) e potremmo continuare.

Questo Ehi, Kafka!, edito da Guanda nel  luglio 2015 nella traduzione di Simona Viciani, si pone a metà fra l’opera riuscita e il fallimento; fra le due opzioni il pendolo oscilla quasi casualmente. È un libro in cui accanto a poesie interessanti, pur nella loro ruvidezza ostentata, se ne trovano altre irrisolte, inutilmente, provocatoriamente sciatte, con ripetizioni stucchevoli.

Ma quando emerge il disincanto e la disillusione di Bukowski, la critica,   verso una società perbenista, puritana,  ipocrita, si fa più corrosiva;   il suo messaggio è importante. Si tratta di una raccolta che l’autore ha voluto fosse postuma e che ha il titolo originale di The Flash of Lightning Behind the Mountain. Il titolo italiano con cui si è scelto di intitolare la raccolta ha una sua sintetica potenza icastica, benché la poesia eponima sia abbastanza anonima.

Naturalmente non bisogna appettarsi un maestro di stile, un raffinato esteta ma piuttosto uno scrittore sporco di tutte le disillusioni e le delusioni di un uomo di mezza età che, prima di raggiungere un inaspettato successo, ha per decenni conosciuto nel profondo il marciume della sua epoca.

Vita di strada, picaresca, e vita da impiegato delle poste, ordinaria, dissolutezze erotiche e sbronze, scazzottate e gioco d’azzardo, sono l’humus  da cui però Bukowski è uscito con l’amore per la scrittura, per la musica classica, per quei momenti di perfetta beautitudine che anche una vita grama sa regalare, momenti,  come nella massima di Oscar Wilde, in cui  si fissano le stelle nel pantano dell’esistenza.

Si scrive per uscire dall’inferno, chiosava più o meno Artaud, e Bukowski ha fatto questo dimostrando come la potenza della scrittura possa salvare l’uomo che la esprime e coloro che hanno il coraggio di incamminarsi su quel tappeto di fiamme che è la  sua pagina, irta dei tizzoni ardenti di una consapevolezza disperatamente ironica.

Vittima di un padre dispotico che lo ossessionava con l’etica del lavoro, di una madre assente, genitori che egli definisce ”stupidi” e che non gli hanno dato nulla; vittima dei suoi natali in terra tedesca per i ragazzini della città americana in cui è vissuto e che lo perseguitavano in quanto “crucco” durante parte della sua infanzia.

Ehi, Kafka! è un testamento più equilibrato di altri suoi libri, ugualmente amaro, senza consolatorie illusioni, dove l’autore non si guarda compiaciuto allo specchio ma fissa l’abisso di una vita invivibile.

Bukowski impiegato, Bukowski romanziere, Bukowski poeta, Bukowski giocatore d’azzardo, Bukowski ubriacone, Bukowski donnaiolo,  Bukowski depravato, Bukowski ironico, disperato, umano; quante anime ha saputo incarnare.

Così anche in Ehi, Kafka! assistiamo a litigi insensati, feste alcoliche concluse male, scopriamo che la fonte della sua ispirazione era “SCOPARE” gridato a una giornalista, ci commuoviamo davanti alla storia di un suo amore perduto, di un suo amico dal buon cuore,  ucciso mentre cercava di sventare lo scippo di una vecchietta, nella poesia Un bravo ragazzo, o ancora condividiamo la pietà per un' attrice invecchiata, sfiorita, ammalata, nella poesia Cleopatra. 

La sensazione, però, è che questo libro sia troppo corposo, 305 pagine, in edizione bilingue comunque, e che alcune poesie sarebbero dovute essere espunte perché nulla aggiungono all’opera ma l’appesantiscono, penso a gamba misteriosa, la vecchia coppia, posto amichevole,  per esempio.

Bello, nel suo solito modo di affabulatore un po’ scortese, il racconto degli anni sessanta nel modo disincantato di chi sa,  perché l’ha imparato sulla propria pelle, che è impossibile ogni palingenesi, utopistica ogni pretesa rivoluzionaria, perché l’uomo è corrotto, in un mondo dominato da un soffocante anelito all’autodistruzione,  malcelato dietro modi politically correct e da conformismi più che bestiali.

Si lavora come schiavi, si soffre come cani, si china il capo davanti al sopruso di questa vita invivibile, per alleviare tutto questo Bukowski scrive, beve, ascolta musica classica su radio mezze scassate, fa mille lavori, ha mille donne  ma la poesia forse più bella in senso classico di questo libro diseguale è una poesia d’amore, dedicata a una sua donna morta giovane, Jane.
S’intitola barfly, la riporto integralmente:

“Jane, che è morta da 31 anni
non avrebbe mai potuto
immaginare  che avrei scritto una sceneggiatura sui nostri
giorni di bevute insieme
e
che ci avrebbero fatto un film
e
che una bellissima star del cinema avrebbe impersonato la sua
parte.

mi sembra di sentire Jane adesso: «una bellissima star? oh per l’amor del Cielo!»

Jane, è lo show business, quindi torna a dormire, cara, perché
per quanto ci abbiano provato non sono
proprio riusciti a trovare nessuno che fosse tale e quale a
te

e non ci riesco
neppure io.”

Quella di Bukowski è per una buona parte una poesia che forse i più faticherebbero a ritenere tale, è una specie di pernacchia allo stile, all’arte stessa, uno sguaiato grido di dolore destinato a non raggiungere alcuna stella perché nel mondo dello scrittore americano, tranne in rarissime occasioni,  non c’è cielo che le contenga, la faccia ben affondata nel pantano.  In questo egli continua a esserci contemporaneo.


Azzeccare i cavalli vincenti - Charles Bukowski

domenica 1 settembre 2013







Anche nelle cose meno felici Bukowski è sempre fonte d’ispirazione, per una persona creativa. Così anche questo Azzeccare i cavalli vincenti, tradotto per Feltrinelli da Simona Viciani,  ci porta nel cuore dei suoi territori - le paludi del disincanto, le spinose radure del disadattamento, gli incerti confini del disagio - con i  suoi vorticosi mélange di prosa poetica, racconto, saggio. E’ quasi un genere a sé Bukowski, che per uscire dall’infernaccio di questa vita si è dovuto inventare la sua letteratura, il suo immaginario lusso privato, e per guidarci oltre la dannazione di una vita spenta, standardizzata, ci racconta delle sue bevute e delle sue letture e non si sa cosa lo ubriachi di più, se le parole di Artaud o  un robusto vino italiano, se la sofisticata poesia di Ezra Pound o del whiskey  invecchiato. 

Ci sono, in questa raccolta diseguale, cose buone e cose meno buone, racconti giovanili in cui il suo talento albeggia, prose poetiche in cui si perde un po’,  scritti critici in cui Bukowski mostra un’intelligenza corrosiva e affilata ma l’onestà della ricerca dello scrittore americano è sempre evidente: egli cerca perle  nell’immondezzaio della vita quotidiana, e non ha paura di sporcarsi .

Per Bukowski sono tutti dei morti  viventi, i poeti inamidati, i professori, gli eruditi, i funzionari, le persone politicamente impegnate, gli editori, gli scrittori accademici, che nascondono con la spocchia la loro vacuità, i bottegai, insomma tutto quel bestiario borghese che detta legge e costringe i veri artisti a una vita d’isolamento e pazzia.  Meglio essere uno sguattero poco istruito ma vivo, che un laureato servo della normalità filistea, meglio ubriacarsi di pessimo vino, rimanendo liberi, che piegarsi alle convenzioni che ci rendono tutti schiavi. Certo la visione di Bukowski è estrema, ed egli ci racconta della mancanza di amore e di bellezza che fa del mondo troppo spesso uno spiacevole luogo di reclusione.
  
La prosa poetica di Confessioni di un ubriacone non mi convince, originale ma troppo artificiosa, sforzata. Altra cosa la secca prosa de Il vecchio sporcaccione si confessa, dove un Bukowski ispirato racconta della sua vita letteraria, dagli esordi su riviste underground, ai primi libri di poesia, dalle sue peripezie di morto di fame, fino al successo, che lo incorona a quasi cinquant’anni di età, dopo una vita spesa facendo tutti i mestieri e incontrando tutti i bagordi e tutti gli eccessi.

 Il tema principe, come si capisce anche dai titoli dei brani qui antologizzati, è la confessione, perché Bukowski non ha paura di mettersi a nudo, mostrando l’anima come fosse una piaga della sua stessa carne, oscillando fra tenerezze ancestrali e rabbiose requisitorie contro l’uomo comune e la sua pavida acquiescenza al sistema che regge le vite umane.

Per Bukowski gli uomini mancano di coraggio e accettano vite insulse per vigliaccheria, non osando quasi mai alzare il capo contro il sopruso e anche quando lo fanno un meccanismo li stritola impietoso e li trasforma nuovamente in servi, soffocati dalla paura.

In tutto questo i pochi artisti sono, come nelle parole di Artaud, dei suicidati della società. Memorabile a tal proposito quello che scrive Bukowski proprio in un suo breve saggio sul visionario artista francese:

“Il pubblico appassionato d’Arte è sempre indecente. Ammira un uomo più per il suo stile di vita che per le sue opere. Predilige soprattutto pazzi, assassini, drogati, suicidi, casi di morte per denutrizione… eppure, lo stesso pubblico appassionato d’Arte che in seguito venera uno di questi è quello STESSO pubblico che lo ha spinto a bere da matti, a dare di matto, a drogarsi da matti, perché non sopportava più la vista dei loro brutti musi o i loro modi di fare “

La pulsione autobiografica permette a Bukowski di creare una mitologia personale, consapevole che i lettori vogliono soprattutto un personaggio, da idolatrare, da odiare, da invidiare. Così in ogni racconto parlando di sé, dei suoi reading, ci mostra oltre ogni dubbio che la cultura è una cosa sporca, una volgare mistificazione delle cosiddette élite, che la poesia è una maledizione o un imbroglio, e che l’uomo è sempre invariabilmente destinato alla rovina e alla sconfitta.

Non c’è nessuna consolante prospettiva sociale, né illusioni politiche o utopie da due soldi. Bukowski ci sbatte in faccia la realtà della desolazione, e facendo questo si guadagna la nostra stima. E’ troppo umano in un mondo di automi disumanizzati. Talvolta è ripetitivo  ma questa è la prova che, come tutti i grandi artisti, egli è mosso dalle vertigini di un’ossessione, un’ossessione per la vita così com’è,  con le sue perenni angosce e i suoi attimi di beatitudine che per lo scrittore americano sono legati, soprattutto,  all’evento principale delle sue giornate: la scrittura. Ed è proprio nell’elogio dell’attività creativa che Bukowski pare commuoversi e trovare il bandolo della matassa di una vita in fondo vissuta a sfinimento.