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1968: accadde in Italia

venerdì 17 gennaio 2025

 


“Se c'è un uomo «mite» nel senso più puro del termine, questo è Braibanti: egli non si è appoggiato infatti mai a niente e a nessuno; non ha chiesto o preteso mai nulla. Qual è dunque il delitto che egli ha commesso per essere condannato attraverso l'accusa, pretestuale, di plagio? Il suo delitto è stata la sua debolezza. Ma questa debolezza egli se l'è scelta e voluta, rifiutando qualsiasi forma di autorità: autorità, che, come autore, in qualche modo, gli sarebbe provenuta naturalmente, solo che egli avesse accettato anche in misura minima una qualsiasi idea comune di intellettuale: o quella comunista o quella borghese o quella cattolica, o quella, semplicemente, letteraria... Invece egli si è rifiutato d'identificarsi con qualsiasi di queste figure - infine buffonesche - di intellettuale"

***

Da “Caos”- Pier Paolo Pasolini- raccolta degli articoli che Pasolini tenne sul quotidiano “Il Tempo.

La condanna di Aldo Braibanti, poeta e partigiano,  con l’assurdo pretesto del reato di “plagio”, “misteriosamente” ancora in vigore  dai tempi del fascismo, dopo una ripugnante gogna mediatica,  avvenne il 15 luglio del 1968.

Per non dilungarmi rimando al mio articolo che si trova in questo blog all’etichetta Aldo Braibanti e su Bibbia d’Asfalto. 

Questo fiore marcito che è l’Italia – il “caso Braibanti”

sabato 25 febbraio 2017






Aldo Braibanti,  a quasi  tre anni dalla morte avvenuta nel 2014,  è figura dimenticata. Negli anni Sessanta fu implicato in una vicenda giudiziaria che ebbe anche eco internazionale: fu condannato,  infatti, incredibilmente,  per plagio, l’unico cui questo reato del codice fascista,  poi abolito,  fu imputato. Dietro il pretesto del plagio si condannava la relazione omosessuale con Giovanni Sanfratello, non gradita ai genitori di quest’ultimo,  cattolici, ultra-conservatori, fascisti.  Braibanti fu condannato a nove anni di cui sette gli furono condonati  perché aveva partecipato come partigiano alla Resistenza.  Giovanni Sanfratello fu invece ricoverato in manicomio dalla famiglia dove subì contro la propria volontà trattamenti radicali di tipo insulinico e dove fu sottoposto a diversi elettrochoc.

Questa vicenda mi è nota perché ne parlò Carmelo Bene, nel suo libro intervista con Giancarlo Dotto nel 1998. Ecco le sue parole:

“Un fatto ignobile. Uno dei tanti petali di questo fiore marcito che è l'Italia. Fu condannato a undici anni, [sono nove in realtà, fonte Wikipedia] per un reato mai tirato in ballo fino ad allora. Il plagio. Per giunta ai danni di un maggiorenne... Tutto è plagio, che scoperta! Qualunque soggetto pensante e parlante è quotidianamente sottoposto a plagio. In seguito, sempre troppo tardi, questo reato fu cancellato dal codice penale. Contro Braibanti si scatenò la rappresaglia del sociale, la vendetta delle masse. Era l'intellettuale migliore che avesse l'Italia all'epoca. Aveva interessi pittorici, letterari, musicali. Profeta in anticipo di trent'anni. Fu uno dei primi a condannare il consumismo. I “diversi” allora in Italia si contavano. Lui, Pasolini, pochi altri"

Così leggo oggi questo interessante libro di poesie, a tratti davvero straordinario per intensità e precisione, Frammento Frammenti, edito da Empirìa nel luglio 2003, che raccoglie una grande parte dell’opera poetica di questo intellettuale, scritta fra il 1941 e il 2003. Man mano che si procede con la lettura delle poesie,  che sono ordinate cronologicamente, aumenta la percezione di trovarsi alle prese con un libro importante.  Sorta di romanzo autobiografico, Braibanti nella lucida  nota iniziale  chiarisce le ragioni del titolo scrivendo  le varie opere di un autore sono in realtà frammenti di un’unica opera”.

Così il linguaggio conosce le sue fratture, le sue ellissi, le sue frantumazioni. Difficile parlare di un’opera così vasta che per la stessa volontà dell’autore sfugge alle facili etichettature. Ciò nonostante mi sembra che questo laboratorio da principio abbia a che fare con le avanguardie degli anni Sessanta,(a cui Braibanti fu però orgogliosamente estraneo) sebbene se ne distacchi per una maggiore fiducia nelle potenzialità significanti della poesia e per le lotte civili che il poeta intraprese, contro il nazifascismo, contro il razzismo e le varie discriminazioni che come visto subì in prima persona,  contro il consumismo, prendendo le difesa di un certo edonismo che è rivelazione della sacralità delle pulsioni vitali  e infine proponendo  una visione ecologica di una certa potenza. Tutto questo lo rese intellettuale dissidente cui anche la dimensione di quello che allora si chiamava ’”impegno” andava stretta.

Questa è  dunque un’operazione poetica di grande valore,  lasciare sulla pagine sillabe che sono “luminescenti tessere sparse” che insieme rivelano e nascondono il loro senso, in una tensione intellettuale che si intuisce solitaria, e negli anni via via sempre più isolata. Questo anche perché Braibanti non rientra in facili classificazioni. Sebbene di formazione marxista,  l’intellettuale,  nato a Fiorenzuola d’Arda,  in provincia di Piacenza,  nel 1922,  scrive versi feroci contro Stalin (si allontanerà progressivamente dal PCI), così come contro  Hitler,  è consapevole della miseria rappresentata  dalla religione, ”l’ebreo Gesù è il più grande nemico del cristo”, condannando, come Artaud,  i preti, i muezzin,  i lama,“ cinici predicatori degli dei “e questo è pericoloso in una società cattolica come la nostra,  allora come oggi,   sebbene Dio sia a volte usato nei versi giovanili come orizzonte con cui si confronta un’ umanità forse stanca e disillusa. Più tardi diventerà “dio astenico e beffardo” o addirittura con lucidità nietzschiana ”una vecchia e  ingrata  malattia da cui possiamo guarire.” E più tardi Dio non rappresenterà nient’altro che una ” ingorda voglia di onnipotenza.”

Il suo si configura in seguito nella splendido poemetto  Declamatio,  per esempio, e  più o meno in tutta l’opera,  un anticlericalismo radicale, che,  forse, dato  il profondo gnosticismo che affiora, bisognerebbe definire un “ateismo eretico” . Bisogna essere grati a quest’uomo che scrisse, nell’Italia bigotta del 1963,  questi versi: “o vecchio o prete o foschi/ tiranni dei bambini!” La modernità fluida di questo poemetto, il suo ricorso alla biologia per decifrare la metafisica, il suo richiamo alla dimensione subatomica, credo sarebbero piaciuti molto al Deleuze de” L’anti – Edipo”. Questo poemetto mi sembra che sia una macchina che produce flussi desideranti che decodificano la grande macchina religiosa, dal Cattolicesimo al Buddismo  zen passando per Induismo e  Tao. Altri straordinari poemetti o poesie lunghe  costellano il libro:  La ballata di Anticrate, Mobile segno, Confidenziale, Lettera a Cornix…  in cui Braibanti condanna la cultura dominante con toni definitivi.

Figure  come Arlecchino, Pierrot,  o il chapliniano Charlot,  sono spesso  protagoniste delle poesie giovanili forse a raccontare  la vita come farsa in cui tutti indossiamo una maschera. Sono versi sfuggenti,  non direi ermetici, ma in cui qualcosa è perennemente nascosto, probabilmente la natura omosessuale degli amori raccontati e più tardi un enigmatico gnosticismo, filosofico e concreto, carnale.  Poesia come atto politico dunque e monologo solitario in cui svettano versi quasi cruenti nella loro condanna del conformismo:

A dodici anni s’impicca e prima scrive: ciao mamma tanti saluti a Dracula/ La gente dice cuore e vorrebbe dire culo” Versi che Carmelo Bene citò nel prosieguo dell’intervista di cui sopra.

Emozionante la poesia dedicata a Fausto Coppi - Morte di un campione - il quale ha regalato alla popolazione di tifosi ”molti sogni innocenti” e la cui morte giovane lo consacra definitivamente a mito e a simbolo.

 Anche Pasolini scrisse in un articolo di Aldo Braibanti, lodandone la mitezza e l’imperturbabilità dinanzi a una società che si accanì contro di lui fino a fargli scontare due anni di carcere per quella assurda vicenda del plagio. Questo scrisse, fra l’altro, Pasolini su Braibanti:
“La sua presenza nella letteratura è stata sempre intelligente, discreta, priva di vanità, incapace di invadenze.”

Proprio in virtu’ di questa mitezza,  che fu scambiata per debolezza,  egli divenne un  perfetto capro espiatorio cosicché l’opinione pubblica  poté scagliarsi contro di lui con la veemenza da linciaggio sua propria. Alcuni giornali della destra di allora lo definirono: “il mostro” , “il professore”, “l’omosessuale.” Ecco dunque che la “pubblica opinione/ è il tiranno arrogante.”    e profeticamente Braibanti già nel 1978 parla di “videodroga” e addirittura di  un mondo “a misura di computer […]nella giungla delle informazioni informali”.

 Egli non s’identificò conformisticamente con l’intellettuale di sinistra, cosa che ai tempi della vicenda giuridica in cui fu coinvolto forse lo avrebbe salvato, né si lasciò inquadrare dall’allora nascente industria culturale; in seguito  mantenne per tutta una vita la discrezione di cui parlava Pasolini negli anni Sessanta. Si riparlò un po’ di lui per il sussidio della legge Bacchelli  che gli fu assegnato nel 2006 dal governo Prodi.

Affiora,   prepotentemente a partire dagli anni Settanta,  l’amore che Braibanti nutriva verso gli animali. A lui dobbiamo alcuni dei versi più penetranti contro la realtà dei macelli o una poesia straordinaria sui lupi che “ululano  per malinconia” mentre il poeta confessa di non amare “chi vince”. Riconobbe agli animali la loro dignità, li sentì come vittime dell’uomo, fu vegetariano,  condannando  a più riprese “ le tribù senza luce dei mangiatori di carne”. Braibanti era anche un esperto di formiche a livello scientifico, un mirmecologo.

Affiancando  versi e prose poetiche, mescolando tutto con abilità, tirando fuori dal suo cilindro questa  lingua scabra e tagliente;  Braibanti esplora una dimensione in cui alla parola è restituita una facoltà oracolare e a tratti  quasi una valenza mistica, espressa con grande pudore. Nelle ultime poesie di questa raccolta necessaria il tema ecologico si fa sempre più pressante a riprova della capacità di Braibanti di vivere il presente.Tutto sotto il segno di una razionalità quasi insonne.  C’è l’autobiografia di una maschera in questi versi, dove  Braibanti persegue lo straniamento linguistico proprio della poesia con sobrietà  a volte con freddezza.  Il mistero della parola poetica si conferma così inesauribile e la sua opera  ne è scaltra testimonianza.

Così Aldo Braibanti da caso giudiziario  può essere restituito a caso letterario, in quella dimensione fuori dal tempo che è propria della poesia, che pure è così potentemente storica  da  poter essere  usata come radiografia di ogni epoca. Ammiriamo così la tremenda attualità di questi versi, scritti nel carcere di Rebibbia nel fatale 1968:

“lo so – presente è la violenza – ancora di metafisica si muore
la tolleranza del pubblico merita solo i sondaggi della pubblicità
il consumatore ha quello che vuole – il consumatore l’avete inventato voi
voi avete venduto abusato massacrato per sole parole
voi siete fermi all’orda- perseguitate torturate braccate il diverso[…]
la vostra idea è natura
castrata “.

Romàns – Pier Paolo Pasolini

domenica 1 maggio 2016







Questa lettura di Pier Paolo Pasolini, Romàns, libro ripubblicato nel gennaio  2016 in allegato al Corriere della Sera, è stata una sorpresa.  Non mi aspettavo molto in verità, trattandosi di una raccolta postuma di racconti giovanili dell’autore, risalenti alla fine degli anni Quaranta e ai primi anni Cinquanta ma in sostanza  il libro mi è piaciuto. Il racconto eponimo, considerato da parte della critica meramente una costola del suo romanzo Il sogno di una cosa,   è interessante ma forse  è il meno bello. Parla di un prete che arriva in un paese del Friuli, ed è tormentato da difficoltà emotive e lo stesso successo delle sue prediche fra i paesani lo inquieta. È un racconto che sembra come incompiuto e che si regge sulla descrizione di tipi popolari e sulle inquietudini di un prete che si trova a dover agire in un contesto politicizzato (i paesani sono quasi tutti comunisti). Il realismo è il tratto saliente del racconto, efficace nella ricostruzione delle dinamiche interne alla popolazione di mezzadri e contadini. Tuttavia è l’interiorità del protagonista a essere centrale.   Il prete è raccontato nella sua introversione, nella sua debolezza, nella sua incapacità di interpretare la realtà.  Le motivazioni di questa crisi interiore del prete sono lasciate nell’ombra da Pasolini (s‘intuisce in realtà un turbamento omoerotico). Nell’ostracismo che il prete sente su di sé (soprattutto da parte  dei suoi superiori ecclesiastici) s’indovina quello che Pasolini subirà nel corso della sua vita pubblica.

 Il secondo racconto, Un articolo per il «Progresso», verte sulle stesse tematiche sociali, è più breve, più semplice e più compatto e  ha una bella conclusione a differenza del primo in cui  il finale è un po’ vago. È un racconto sulla miseria di queste popolazioni friulane dell’immediato dopoguerra, in cui le dinamiche politiche di allora (lo scontro fra comunisti e democristiani) vengono messe in luce. La brevità del racconto è un pregio anche se in questo caso le psicologie dei personaggi sono appena accennate.

È nel terzo racconto, Operetta marina, comunque, che Pasolini dà  il meglio di sé, affrontando una vicenda autobiografica in cui il sogno e il mito del mare sono centrali. Mare che è assente (il racconto parla dell’infanzia di un personaggio che s’indovina essere, man mano che procede la lettura, Pasolini stesso, la cui infanzia è passata fra Cremona e Sacile) ma rimane come sogno letterario (l’Odissea, Salgari) e viene vagheggiato nelle illustrazioni che capitano sotto gli occhi del bambino.  Aldilà della storia è nella scrittura che il racconto convince. Sospesa fra elzeviro e prosa poetica essa, infatti, ha una complessità, una plasticità, una raffinatezza  notevoli.  S’intuisce una grande maturità stilistica che tende alla poesia e la ricostruzione dei luoghi raccontati è precisa nei minimi particolari topografici.

 Nel complesso Romàns è un bel libro, dove Pasolini mostra una grande precisione nella descrizione delle psicologie (i personaggi sono sempre credibili) e la scrittura è ben calibrata. I primi due racconti rappresentano il tentativo di Pasolini di raccontare realisticamente il proprio tempo, nelle sue temperie sociali e politiche, il terzo ha una dimensione più personale, onirica, è tutto incentrato sui movimenti della scrittura. Il metodo di rammemorazione del passato ha ascendenze proustiane. Arrivo a dire che stilisticamente è una delle opere più originali e riuscite di questo autore, pur avendo qualche deficit sul piano puramente narrativo.

Spesso si dice che la narrativa di Pasolini sia molto meno interessante del resto della sua opera. Io non condivido questo giudizio. Questi testi giovanili mi hanno confermato la grande duttilità stilistica di Pasolini, la sua attenzione al dettaglio e alle sfumature psicologiche, e mi confermano nella mia idea: Pasolini narratore è sottovalutato.

Vagando nel deserto

mercoledì 30 dicembre 2015







Nel quarantennale della sua morte scelgo questi versi di Pier Paolo Pasolini per concludere quest’annata del blog. Non sono versi ottimistici -   forse dunque non sono particolarmente  adatti a questi momenti di festa - ma confesso che l’ottimismo non lo tengo in gran credito.  Sono versi intensi che hanno significato molto per me quando ero giovane  e tuttora mi emozionano. Sono i versi che concludono il romanzo “Teorema” del 1969, in cui il personaggio monologante, partito da Milano, finisce per vagare in un deserto probabilmente mediorientale.  Nella mia attuale interpretazione, sganciata dal romanzo,  essi  sintetizzano egregiamente la condizione del poeta,  e più in generale dell’intellettuale, in questi tempi difficili. Buona lettura e buon anno a tutti.

***
“E perché l’urlo,  che, dopo qualche istante,
mi esce furente dalla gola,
non aggiunge nulla all’ambiguità che finora
ha dominato questo mio andare nel deserto?
È impossibile dire che razza di urlo
sia il mio: è vero che è terribile
-        tanto da sfigurarmi i lineamenti
rendendoli simili alle fauci di una bestia
ma è anche, in qualche modo, gioioso,
tanto da ridurmi come un bambino.
È un urlo fatto per invocare l’attenzione di qualcuno
o il suo aiuto; ma anche, forse, per bestemmiarlo.
È un urlo che vuol far sapere,
in questo luogo disabitato, che io esisto,
oppure, che non soltanto esisto,
ma che so. È un urlo
in cui in fondo all’ansia
si sente qualche vile accento di speranza;
oppure un urlo di certezza, assolutamente assurda,
dentro cui risuona, pura, la disperazione.
Ad ogni modo questo è certo: che qualunque cosa
questo mio urlo voglia significare,
esso è destinato a durare oltre ogni possibile fine.”

***
tratto da “Teorema” di Pier Paolo Pasolini, Edizione speciale per il Corriere della Sera, 2015.




Lettere luterane - Pier Paolo Pasolini

sabato 28 novembre 2015







Sarò forse banale ma più di una volta mi è capitato di pensare che ci sarebbe bisogno oggi in Italia di un intellettuale come Pier Paolo Pasolini. Non tanto,  o non solo,  per la sua intelligenza o la sua chiaroveggenza ma soprattutto per il suo spietato anticonformismo. Ritengo, infatti, che oggi l’anticonformismo sia ancora più raro che in passato, ed essere in controtendenza rispetto ai diktat sociali è un fenomeno sempre meno praticato dall’intellighenzia del nostro paese. Il conformismo è davvero lo spirito santo della nostra epoca. Si è quasi realizzato ciò che temeva Nietzsche “Chi pensa diversamente va spontaneamente in manicomio”.

 Leggo così questo Lettere luterane, raccolta di articoli apparsi originariamente sul Corriere della Sera e sul settimanale Il Mondo, pubblicata postuma nel 1976 e riproposta recentemente  proprio in allegato al Corriere della Sera, la leggo con un misto curioso di nostalgia e di rabbia; nostalgia per un percorso intellettuale, quello di Pasolini, oggi divenuto impossibile, rabbia nel notare che la situazione denunciata dall’intellettuale non solo non è cambiata negli ultimi quarant’anni ma si è inasprita.

Ho usato un termine oggi caduto in totale discredito, quello d’intellettuale, perché anche Pasolini lo usa spesso, lo utilizzo dunque, consapevole del fatto che questa figura oggi è considerata uno zero assoluto. Tanto devastante è stato, infatti, l’impatto della società dei consumi anche sulle nostre abitudini linguistiche, che si traducono sempre, nota Pasolini, in comportamenti, tanto ha fatto l’infame borghesia per declassare la cultura, quando va bene, a mera performance scolastica a uso dei padroni della società. Tanti personaggi vili si sono impossessati della parola “cultura” che oggi è quasi divenuta impronunciabile, carica com’è di tutta la disgustosa retorica della classe dominante.

Oggi l’intellettuale non è il critico acuto e spietato della società borghese ma troppo spesso colui che fornisce ad essa gli alibi culturali che le servono per opprimerci meglio. Se si rifiuta di fare il pagliaccio in qualche talk show, è pressoché ridotto all’invisibilità e al silenzio.

Tanto più scandalosa appare così oggi la parola di Pasolini, che si è deformata tanto da assomigliare a un grido nel deserto, grido nel deserto  che, non a caso, conclude uno dei suoi romanzi,  divenuto anche film, “Teorema”, grido che,  come nelle parola della poesia che chiude il romanzo,  ”è destinato a durare/oltre ogni possibile fine”. E oltre ogni possibile fine il grido disperato di Pasolini continua a riecheggiare. L’Italia, da ottuso paese clerico - fascista, si è trasformata proprio in un deserto, abitato da automi abbruttiti e da consumatori alienati, sotto la spinta di quell’edonismo  consumistico che Pasolini definisce ”la rovina delle rovine”. Il mondo agricolo, contadino, millenario, religioso, si è dileguato in pochi decenni per essere sostituito da qualcosa di peggiore, il mondo che abitiamo, dove il trionfo della borghesia ha annientato ogni differenza e compiuto un enorme genocidio culturale;  per cui oggi una figura come quella di Pasolini è divenuta, non solo impossibile, ma addirittura impensabile. Il consumismo, definito “penitenziario del consumismo”, con le sue allettanti sirene di falso progresso, è per Pasolini il “nuovo fascismo”,  più potente di quello originario perché in grado di modificare nella sostanza  e per sempre la società.  

Così Lettere luterane, pur non raggiungendo la perfezione diamantina degli Scritti corsari (a tratti è un po’ involuto), appare un testo profetico, pur essendo gioco forza anche datato. Non che Pasolini avesse sempre ragione, infatti, alcune sue considerazioni paiono davvero in odore di conservatorismo retrivo (come quando definisce negativamente e puerilmente la generazione dei neonati scampati alla morte grazie alle cure mediche come la generazione dei “destinati a morire”, esprimendo un darwinismo raccapricciante, che si giustifica solo pensando alla disperazione di chi vedeva dissolversi un mondo che per lui era il mondo); ma la sostanza delle sue parole continua a colpire le zone anestetizzate della nostra indifferenza. È vero, infatti, che il nostro linguaggio corporeo e verbale si è impoverito sull’onda di una corruzione imposta dai media, il mezzo televisivo su tutti (la televisione è definita ”delinquenziale”, ) e che un’orribile koinè si è impossessata del discorso pubblico. È vero che l’uomo medio, il borghese medio, è un essere orribile, qualunquista, amico degli oppressori, intimamente fascista, e questo tipo d’uomo viene allevato dalle scuole e dai media, nutrito da luoghi comuni, da slogan, da tautologie aggressive e che la morale,  divenuta permissiva,  non è perciò meno liberticida e soffocante, anzi. 

Quello che oggi chiamiamo pensiero unico Pasolini lo aveva già  visto affermarsi e lo annuncia come una apocalisse di portata storica;  egli vede la barbarie tecnocratica avvilire corpi e menti degli italiani, parla di “mutazione antropologica”, di ”tecnofascismo”, registra con orrore ogni variazione di comportamento, di atteggiamento, analizzando da precursore la lingua dei segni. Alcuni articoli hanno un valore puramente storico, non sono più attuali, specie quelli contro la Democrazia Cristiana, in altri appare una sopravvalutazione della gioventù comunista del tempo che francamente è un po’ ingenua,  altri ancora  risentono di una certa ossessività che pure è prova della onestà dell’intellettuale.

Quarant’anni fa Pasolini rimase inascoltato, il suo isolamento fu tremendo. Oggi hanno trovato un altro modo per neutralizzarlo, l’hanno santificato. È il consueto processo di normalizzazione cui va incontro anche il più radicale degli iconoclasti.  Ma l’opera di Pasolini rimane testimonianza di un’eresia e di un coraggio irriducibili agli schemi pseudoculturali di una società la cui deriva è ormai sotto gli occhi, ipnotizzati, di tutti.

“L’Italia – e non solo l’Italia del Palazzo e del potere – è un paese ridicolo e sinistro: i suoi potenti sono delle maschere comiche, vagamente imbrattate di sangue,« contaminazioni» tra Molière e Il Grand Guignol. Ma i cittadini italiani non sono da meno. Li ho visti, li ho visti, in folla a Ferragosto. Erano l’immagine della frenesia più insolente. Ponevano un tale impegno nel  divertirsi a tutti i costi,  che parevano in uno stato di «raptus»: era difficile non considerarli spregevoli o comunque colpevolmente incoscienti.“