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PREFAZIONE di " Helena - Questo sì che è amore" di Matteo Gennari

domenica 19 giugno 2022


 

 


Matteo Gennari nasce nel 1975 a Milano e vive per lungo tempo nella periferia milanese. Prima dei trent’anni, roso da un’insolubile inquietudine, disgustato dalla Milano da bere e da un’Italia oramai priva di realtà e drogata di televisione, decide di emigrare, per stringere in pugno qualcosa in più della solita polvere e sceglie il sud del mondo, il Brasile. Attraversa la grande acqua, non tornerà più indietro.

Decide di partecipare a un progetto umanitario nella più grande favela di Rio de Janeiro, la favela Rocinha. Passa da una periferia all’altra. Dalla periferia paranoica di Milano alla baraonda caotica e pericolosa di Rio. Cambia continente, cielo, sguardo. In favela lavora con una Ong, si occupa di bambini, l’ambiente è difficile: sparatorie, delinquenza, rischi.  Incontra la religione dell’Umbanda, si interessa di spiriti guida, di possessione ma capisce presto che la sua vera possessione, il suo daimon è da sempre la letteratura.

Scrive come un pazzo o un dannato. Dalla sua immaginazione escono romanzi e raccolte di racconti come Favelado, Come perdere l’anima, Il fumo della pipa va lontano, Cristo si è fermato a Rio, poesie, canzoni. Sulla sua officina creativa non tramonta mai il sole. Poi improvvisa come una colata lavica Rio gli fornisce il materiale e lo scenario per immaginare questa storia che diventa suggestiva, nonostante sia di degrado. Conturbante e affascinante, il personaggio di Helena vi colpirà, vi sedurrà, vi ammalierà. Non la potrete più dimenticare.  Perché non ne possiamo più di questa letteratura che mima miseramente il linguaggio delle fiction televisive, di questa letteratura per famiglie, di questa sociologia da torri d’avorio, e vogliamo stringere in pugno la realtà anche se ha le spine e fa male, anche se è amara.

”Helena” è un romanzo breve e perturbante, qui Gennari è alla sua prova più riuscita. Romanzo di cuore e di sesso, romanzo maledetto come il mondo in cui è ambientato, quello che Majakovskij chiamava ”l’infernaccio brutto della città”, in questo caso Rio de Janeiro, vista  aldilà del mito cartolinato per turisti,  nel cuore addolorato e indecente delle sue contraddizioni di megalopoli smisurata, senza misura, in quella ubris che è essenza del mondo moderno.

Helena è il personaggio attraverso cui Gennari mostra le piaghe e le pieghe di un pornocapitalismo che ci è entrato oramai nel sangue. Inutile anzi stupido continuare con le tiritere moralistiche, con l’ipocrisia di chi, ammoniva Moravia, si scandalizza, Gennari spacca un muro di carne e da questo muro gronda quel sangue che noi chiamiamo il reale. Helena emerge, splendida e forte, con le sue ferite naturalmente, i gravi traumi subiti ma è come se la sua femminilità fosse rimasta intatta e brillasse come immagine potente, essendo Helena una vittima sì di un mondo che si crede moderno e che sessualmente non è ancora uscito dalle caverne, ma anche artefice del suo destino di puttana.  Destino abietto? Smettiamola con queste cretinerie parrocchiali, funzione necessaria di un pornocapitalismo ormai omnicomprensivo, divenuto scenario linguistico sempre più pervasivo. Non è un caso che il monologo di Helena sia raccontato via webcam in un incontro di sessualità virtuale con un cliente che è solo una lucina verde sul computer di lei e mai compare nel testo ma cui il testo è rivolto. Inutile girarci intorno: quella lucina verde siamo noi.

Helena è un personaggio a tutto tondo di puttana che rivendica il corpo come luogo e teatro di una guerra simbolica.  Contro il Padre, Gennari a tratti pare suggerire questa lettura psicoanalitica ma c’è di più. Perché la pornografia, come ha mostrato Ballard, come ha confermato Baudrillard, è il linguaggio stesso della contemporaneità, con l’ipertrofico culto per il realismo, il dettaglio esasperato, lo zoom sulla lacrima, i funerali del papa in diretta, la descrizione scientifica di un intervento di mastoplastica, la sexy morte di Diana Spencer in crash automobilistico, raccontata nel minimo dettaglio dell’ultimo respiro… Ovunque, ovunque, pornocapitalismo in atto. Che fare? Mettersi a fare i Giovenale oggidì non conviene, ma il sesso è qualcosa che va reinventato, si sa: aldilà delle seducenti forme dei suoi feticci contemporanei.

Helena queste cose non le sa, è solo una “ragazzina”, ma attorno al suo corpo si addensano tutti i sogni e gli incubi di una Rio de Janeiro più nera che mai.

Ettore Fobo

***

 

Il romanzo può essere acquistato in prevendita a questo link.  

 

HELENA - questo sì che è amore

mercoledì 15 giugno 2022


da Facebook:

 "Helena, una prostituta carioca, si racconta mentre fa sesso online con un cliente, parlando degli innumerevoli amanti, uomini e donne, del suicidio della madre, del padre che cercò di salvarla dalla perdizione, del quartiere di classe medio-alta in cui è cresciuta a Rio de Janeiro, di una vacanza a Búzios... La scoperta di un universo umano sorprendente, lontano dagli stereotipi e dai pregiudizi."

"Helena è il personaggio attraverso cui Gennari mostra le piaghe e le pieghe di un pornocapitalismo che ci è entrato oramai nel sangue". (dalla prefazione di Ettore Fobo).

In prevendita a questo link. Se il romanzo riuscirà  a pre-vendere almeno 90 copie, il libro uscirà in libreria in Italia.

Il costo di una copia è 11 euro più spese di spedizione. "

Di questo romanzo ho curato la prefazione. Tra qualche giorno la pubblicherò sul blog. Lo consiglio caldamente.

Ettore Fobo

 

 


 

 

 

 

Storie di Scintilla – Kremo, Raskal

sabato 25 aprile 2015







“Storie di Scintilla” è un romanzo pubblicato da Kipple Officina Libraria nel 2007. È scritto da due autori: Lukha B. Kremo e Raskal. Nel 2011 ha conosciuto una nuova versione disponibile in formato ebook presso il sito della casa editrice e i principali store.  Dall’anno scorso su Amazon questa versione è disponibile anche stampata on demand. Dall’edizione ebook il romanzo è presentato  da una mia prefazione, che pubblico di seguito.

“PREFAZIONE:

Storie di Scintilla: una generazione si guarda allo specchio, per inciso quella generazione che i sociologi chiamarono Generazione X, i nati negli anni Settanta, quelli che, finito il boom,  hanno conosciuto per primi il precariato, e che da adolescenti erano talmente indecifrabili che fu loro affibbiata questa X, enorme punto interrogativo sulle loro dinamiche, sul loro divenire. Come gli autori di questo romanzo a episodi, Kremo e Raskal, il sottoscritto fa parte di questa generazione e agevolmente la ritrova in queste pagine, con la sua incertezza, la sua follia, la sua rabbia. Qui questa generazione è magicamente congelata nei suoi tragicomici vent’anni, gli anni Novanta incombevano sinistri dalle macerie lasciate dagli euforici anni Ottanta, e poi il duemila avrebbe portato alla luce, con l’immigrazione, delicate problematiche prima insospettate.  Il luogo da cui prende le mosse il romanzo  è una provincia milanese reinventata e parzialmente immaginaria: la cittadina di Squartomiglio, sintesi di quell’Hinterland che i due conoscono bene e raccontano con esattezza, così come descrivono esattamente la sua “gente squartata”.

 Kremo e Raskal non fanno un ritratto da sociologi, affilano un’altra arma per decifrare se stessi: l’ironia. E così ritraggono una generazione smarrita, risucchiata dai call center, irresoluta, spaventata, fragile, ma non perdente, perché sa reagire a tutto questo opponendo la cifra enigmatica della propria giovinezza e della propria gioia. Perché Storie di Scintilla è un libro gioioso, veloce come un video clip, che, anche in virtù dei tredici episodi che caratterizzano il romanzo, si configura come l’ Altri libertini della Generazione x, un Altri libertini paradossale, goliardico, tragicomico. Entrambi i romanzi partono dall’assunto che la realtà metropolitana è invivibile, entrambi tracciano le volute di una fuga, Tondelli nel viaggio, Kremo e Raskal trovano una via d’uscita dalla disperazione, mettendo alla berlina i comportamenti, le psicopatologie, le piccole follie, di tutta una generazione condannata all’evanescenza, privata dei rassicuranti valori religiosi o politici che  avevano puntellato le generazioni appena precedenti.

Come alternativa alla disgregazione interiore rimane la strada, in cui gettarsi come fosse il campo di battaglia di tutte le speranze, folli, irrealistiche,  che animano i personaggi di questo romanzo.
Su tutti il protagonista Max Scintilla, eroe del niente, caricatura di un eroe, emblema di quella generazione che il blogger Yanez, nel suo blog Lo Specchio di Nigromontanus,  ha definito di ”nichilisti nati”. Non si può che rimanere avvinti però alla straordinaria vitalità di questo personaggio, alle sue trovate demenziali, alle sue buffonate. Fra personaggi picareschi e improbabili perché troppo reali, si muove questo selvaggio dall’aria scanzonata, destinato però a non concludere nulla,  a dare unicamente spettacolo di sé, nelle sue avventure che di mirabolante hanno solo il caos che le genera. Scintilla è proprio la stella danzante nel labirinto degli anni Novanta, insieme all’altro protagonista di alcuni episodi, Luca Pitagora, egli è una scheggia impazzita, arso da una febbre di vivere che gli incolori anni Novanta faticano a imbrigliare.  I due, Pitagora e Scintilla, sono una strana coppia comica, per esempio, nelle peripezie dell’episodio intitolato Il Test di Perugia, che mette in scena con ironia e leggerezza il loro tentativo di rientrare nella società, da esclusi quali sono, partecipando a una selezione per un posto da esperto in Beni Culturali.  Non ci sarà verso, i due si mostrano incapaci di seguire qualsivoglia retta via, deviano verso comportamenti bizzarri che strappano più di una risata. Storie di Scintilla ha però  uno sfondo drammatico, quel vuoto di valori che caratterizza la nostra epoca, ma su questo schermo gli autori proiettano una demistificante allegria che sembra poter riscattare questi personaggi altrimenti votati alla follia e allo scacco esistenziale.
  
Kremo e Raskal raccontano apparentemente di vite marginali, di emarginazione metropolitana, andando però misteriosamente alla sostanza dell’epoca, mostrando l’alienazione dei rapporti e dei comportamenti, ma smorzando questa consapevolezza con l’ironia e con il paradosso. È  una letteratura questa che nasce dalla strada, che trova nella strada il suo humus naturale  e che fa della strada il proprio scenario mitico.  

Storie di Scintilla è un gesto di esorcismo verso il disagio della contemporaneità, un romanzo metropolitano - picaresco in cui quello che accade è raccontato come una favola punteggiata di ilarità, non ci sono tragedie per questa generazione di disadattati cronici, ma una risata galleggia liberatoria sui frantumi di una realtà polverizzata. Tutto viene a mancare, la religiosità diventa parodia, la politica un buffo teatrino da non prendere sul serio, il mondo del lavoro un meccanismo stritolante; eppure Scintilla, Pitagora e i vari personaggi di questo romanzo, non cedono alla disperazione, vincono la loro battaglia, sono gioiosi, creativi, anche assurdi se vogliamo, come il tessuto metropolitano in cui sono vissuti, quella Milano non più da bere, ma letteralmente da trangugiare, ebbri della propria giovinezza scapestrata che non vuole cedere ai vuoti e alle mattanze dell’era. “
Ettore Fobo