Il Web, il tempo, l’oblio

martedì 24 luglio 2012



Mi rendo conto che il blog impone la sua cadenza, e che scrivere  o pubblicare un post risponda a un proprio orologio interno, attraverso il blog si dà un ritmo al proprio tempo. Ogni blog ha la sua pulsazione, come quella di una stella, che annuncia la dissoluzione del tempo stesso, perché su internet tutto si svolge più veloce e “ Il mezzo è il messaggio”.  

 Attraverso un blog, piccolo strumento, partecipare all’impresa collettiva di costruire una memoria, o addirittura una mente universale,  che sembra lo scopo della nostra nascente epoca. Tutto procede però a ritmo di dissoluzioni, e ho il sospetto che di tutto questo sforzo fra un secolo non resterà  nulla. Penso che qualcosa esisterà a livello di frammento. Ma Internet dà l’idea, spossante ed esaltante al tempo stesso,  di un’espansione illimitata delle possibilità di essere in contatto  e che tutto sia memorizzato. Sembra aver sconfitto l’oblio ma io ho sempre avuto la sensazione che lavori  per esso.

La molteplicità e la velocità della rete sono affascinanti come un gioco. E’ bello essere connessi, è una sensazione di unità e insieme  di massima dispersione.  Ritengo che internet abbia reso la televisione come passatempo assolutamente obsoleta.  Ho la sensazione però che tutto svanirà, che altre tecnologie renderanno il Web stesso obsoleto. Per il momento il Web è il massimo come multidisciplinarietà, come simultaneità, come  accesso immediato. Inoltre,  sento che dietro c’è un’illusione. E mi piace.

 ***
 Strani giorni  ha la sua chiusura estiva. Ci risentiamo  a fine agosto, inizio  settembre.  Buone vacanze a tutti.

La moglie del mondo - Carol Ann Duffy

sabato 14 luglio 2012





La comicità in poesia è un grande lusso e si esprime sempre con estrema crudeltà. Perché una poesia realmente comica è davvero fredda, spietata. Così con humor britannico in questa splendida raccolta, La moglie del mondo, pubblicata nel 2002 da Le Lettere, Carol Ann Duffy affila il suo sarcasmo, gioca la carta di una critica alla Storia e al Mito, sempre maschile, rovesciati però dallo sguardo di queste mogli, che vanno dalla moglie di Pilato alla moglie di Darwin, dalla moglie di Freud a quella di Shakespeare, colte nei loro monologhi demistificanti.

Ci sono figure ambigue: la gemella di Elvis Presley, un Erode e una King Kong femmina, ci sono i personaggi delle favole totalmente rivisitate in chiave moderna (Cappuccetto rosso qui tradotto misteriosamente Berrettino rosso), dove il personaggio della favola diventa una ragazzina amante del lupo – ma “qual ragazzina non ama  teneramente un lupo? – si chiede Duffy.

Ci sono i personaggi del mito (Euridice, la moglie di Mida, Circe, la signora Tiresia, Demetra), dove sembra quasi sempre che la figura maschile sia un’ombra fastidiosa. Tranne il caso di Shakespeare, cui è dedicato un inno d’amore da Anne Hathaway, sua moglie, e vedova, tranne certi accenni a un turbamento erotico verso il maschio. Ne La Moglie di Mida, per esempio,  si  legge questo:

Più di tutto/ anche ora mi mancano le sue mani,  le sue mani calde sulla/ mia pelle, il suo tocco.”

 Quello di Duffy è soprattutto però uno sguardo di grande irrisione.  Lo sintetizza magistralmente questo epigramma dedicato a Darwin da sua moglie:

Siamo andati allo zoo. / Gli ho detto/ C’è qualcosa in quello scimmione che mi fa pensare a te.”

Oppure si vede in questi versi in cui parla la signora Icaro, dove il mito stesso è ridimensionato, annullato, cancellato:

“Non sarò la prima né l’ultima/ che se ne sta su un costone/ a guardare il marito/ che dimostra al mondo/ di essere un totale,  perfetto, emerito,  assoluto coglione. “

Tuttavia ci sono grandi slanci amorosi verso il maschio come nel monologo di Penelope che si rivela, però, una donna che desidera emancipazione, il suo ruolo di altra metà del cielo le sta stretto:

“Mi stavo disegnando/ il sorriso di una donna al centro/del mondo, indipendente, intenta, soddisfatta/ e certamente non in attesa. “

Penelope è donna ancora combattuta fra il desiderio  di Ulisse e quello dell’indipendenza,  mentre Euridice non ne può più di Orfeo,  non tollera più di essere imprigionata da lui  nelle sue “ immagini, metafore, similitudini/ottave e sestine, quartine e distici/ elegie, limerick, villanelle, / storie, miti…” preferisce a lui la morte.
Orfeo è semplicemente ridotto a un fanatico,  vanitoso come forse lo sanno essere solo i poeti, ridicolizzato come Big O.

Una parola per la bella traduzione di Giorgia Sensi e Andrea Sirotti che riescono con eleganza a disseminare nel testo quelle assonanze e quelle rime che costellano l’originale, ricreandone la nervatura e il tessuto. I due traduttori sono stati bravi anche nel rendere il ritmo di questa poesia che pare così sonora nell’originale inglese. Es:

“ I powered with a shaking hand/ a fragrant, bon dry white from Italy, then watched/ as he picked up the glass, goblet, golden chalice,  drank”   

diventa:

“Versai col tremor della mano/ un bianco, secco, fragrante, italiano; lo guardai/alzare il bicchiere, una coppa, un calice d’oro, bere. “

Duffy sembra inizialmente combattere la guerra per l’affermazione del proprio sesso, e le sue armi sono ironia, humor freddo, e un occhio fondamentalmente disincantato. Così anche Cristo risulta sminuito nella splendida poesia La moglie di Pilato,  dove appare così:

alzai gli occhi /e lo vidi. La faccia? Brutta. Ispirata.

O ancora nell’emozionante  finale, destituito di ogni divinità, con una battuta secca:

“Presero il profeta e lo trascinarono via, / Sul Golgota. La mia cameriera sa tutto il resto/ Era Dio? Certo che no. Pilato credeva si sì."

L’operazione è eminentemente poetica, restituire voce a ciò che voce non aveva nei secoli della Storia maschile: l’universo femminile.  Attraverso questo sguardo i grandi uomini risultano sminuiti nella loro quotidianità di chiacchieroni, per esempio nel caso di Esopo, costretti a vedersi in uno specchio nella loro piccolezza. In questo senso Frau Freud pur lodando “il serpente nei calzoni” definito “ grande  amico delle donne” nel suo monologo dove utilizza moltissimi sinonimi di pene, infine dice “ ciò che voglio indicare, / signore mie care, è il pene comune - per niente grazioso…/ Che senso di pena… quell’occhio solitario strabico invidioso”.

 Di contro le donne incarnano una saggezza sbrigativa, immediata, senza tante cerimonie, taoista, senza filosofia occidentale, attributo maschile. Un aspetto però da non sottovalutare, l’amore sessuale per il maschio che rende le donnea volte folli e criminali,  come nel caso de La moglie del diavolo o de La signora Quasimodo. Non bisogna dimenticare le tante figure inquietanti, le gemelle Kray, la signora Faust.  Il femminile è colto anche nella figura di Circe che cucina  un maiale, e intanto sogna un uomo, poesia straordinaria, come molte di questa raccolta. C’è ambiguità, questa  è poesia che sa cogliere la brutalità e insieme trasfigurare poeticamente questa percezione. Qui tutto si fa canto e narrazione, avvistamento di nuovi modi di pensare, grande capacità di stupire.

 Leggendo poeti come Duffy, in questa notevole traduzione, non si capisce come la poesia non attiri il pubblico dei lettori, essendo avvincente quanto e più di un romanzo. Quante trame, sotto trame, si intuiscono fra un verso e l’altro,  quanta dissolvenza in bianco c’è in queste poesie, fra un personaggio e l’altro,  fra un’idea che saetta e un’idea che dispare.

Stupisce l’assenza di filosofi fra questi uomini, e insieme non stupisce affatto, considerando il rapporto difficile che alcuni filosofi hanno intrattenuto con le donne (il prototipo è Socrate). Dov’è Santippe, in questa raccolta, è la moglie necessaria, bisogna conoscerne l’opinione.  Santippe manca così come manca la moglie di Schopenhauer, personaggio che sarebbe stato micidiale. Colpisce,  come del resto anche ne La  donna sulla luna,  l’altra antologia di Carol Ann Duffy, edita più recentemente in questa collana Il nuovo melograno-  la grande duplicità, ambiguità, stranezza di questi personaggi, la grande  capacità che ha Duffy di toccare molte corde facendo vibrare nitido il suono del proprio stile.

Parole, parole vive  sulla lingua, vive nella testa,
calde, palpitanti, convulse, alate; musica e sangue”

Il gioco di Duffy è risultato così  affascinante che se ne vorrebbe di più, per continuare a costruire veramente attraverso la parola delle donne quella storia- Ombra, che ci segue come un ‘onda.

L’idea di affidarsi al monologo, che caratterizza molta sue poesie, e tutte quelle di questa raccolta, è semplicemente geniale.  Sul solco di Pound di Personae, percependo l’estetica di Eliot, indossando anche un ghigno perverso fra Ubu Roy e Sharon Olds,  la poetessa scozzese si esprime indirettamente, cammina sul filo di un autoritratto che si rivela uno specchio,  e ci racconta che le donne hanno vissuto sempre nell’ombra.  Restituire voce a quest’ombra significa compiere una profanazione.
Sono violati i valori patriarcali, in nome di una saggezza tutta femminile, è violata la civiltà in nome di qualcosa di pericoloso e selvaggio simboleggiato dal lupo di Cappuccetto rosso. E’ forse il fascino femminile per il Diavolo, l’affinità segreta fra la femmina e gli umori della terra e della luna.

In questa raccolta di Carol Ann Duffy, c’è comicità, c’è sarcasmo, a tratti c’è anche la sensazione di un’infinita dolcezza, affiora più spesso una voce spietata, c’è in sostanza una sicurezza stilistica che mette i brividi.  C’è una voce altra che ci rivela qualcosa di noi stessi, ci mette a nudo, quasi sembra aggredirci, ma la sua  è un’aggressione leggera. I personaggi di Duffy sono abnormi, conoscono amori spaventosi, penso alla poesia Queen Kong, e sono fondamentalmente entità potenti. Hanno l’aspetto delle dominatrici. Non c’è traccia dunque di un piangersi addosso della donna sfruttata nei secoli dall’uomo, c’è la certezza che uomo e donna si siano fronteggiati entrambi  nella loro potenza. Questa potenza innesca anche la follia, la brutalità, la violenza. La realtà è dura, indubbiamente, e in questa durezza Duffy si colloca con un grande desiderio di decodifica del reale.

Grande guida Duffy nel labirinto della contemporaneità, nell’essenza stessa della vita contemporanea, paradossalmente ricreata dalle macerie del Mito e della Storia, realtà che, forse, sembra dirci Carol Ann Duffy, sono ormai da considerarsi identiche. A noi tocca profanarle, nel senso che intende Agamben, cioè di giocare con esse, sconsacrarle e restituirle così all’uso comune.

Nel monologo della moglie della Bestia si capisce qual è il messaggio della poetessa scozzese: rifiutare l’ipocrita leggenda patriarcale del principe azzurro perché “senti tesoro lo so bene/quanti son bastardi i principi”  e abbracciare la Bestia, il lupo. Con la sensazione che sia sempre la donna, l’elemento forte della diade uomo – donna. Non dimenticando però il suo potenziale di devozione all’uomo, sua intima passione, non dimenticando che forse è meglio essere il diavolo che la moglie del diavolo, personaggio che la società trova ancora più esecrabile.

In definitiva La moglie del mondo di Carol Ann Duffy è semplicemente uno dei libri di poesia più belli usciti in Italia negli ultimi dieci anni, e ci mostra una voce di grande spessore nel panorama mondiale contemporaneo.

Maestri e no – un viaggio nella poesia dell’era industriale

sabato 7 luglio 2012


Bisogna essere assolutamente moderni”

Arthur Rimbaud

Lo aveva intuito Ezra Pound: in letteratura c’è un’infinita distanza tra le cose che ci piacciono e ciò che prendiamo per modello. Ciò che ci piace tocca troppo spesso soltanto la superficie, ciò che prendiamo per modello  invece opera nel profondo, inizialmente a nostra insaputa.

 Può piacermi un libro di poesie di Alda Merini, ma non prendo (o meglio il mio es non sceglie) Alda Merini come modello per la mia scrittura, essendo lei troppo radicata nella propria avventura umana per servirmi cinicamente da specchio o da alimento. Può piacermi la poesia di Mario Luzi ma ugualmente la signorilità dei suoi versi mi pare antiquata e inutilizzabile, troppo bon ton non mi è congeniale. Posso amare Leopardi ma il nitore nichilista della sua poesia, l’analisi lucida e straziante sono per nature angeliche diverse dalla mia. La sua lingua viene dal passato per offrirci la consolazione della bellezza, e la consapevolezza della vanità e del lutto - e là rimane, inattingibile.

 Mi piace Marina Cvetaeva ma la sua assenza di metafore è un crinale difficile, e la sua lingua pressoché un gioco di prestigio inimitabile, come la sua sofferenza senza rimedio, il suo grido di dolore assolutamente straordinario. Amo Emily Dickinson, ma non può essere un modello perché sarebbe troppo evidente la falsificazione dell’originale, c’è troppa vita privata, cioè interiore sua personale, nei suoi versi, la cui intensità è pareggiata nel Novecento da Sylvia Plath, che nella mia percezione rimane però un gradino sotto.

Mi piace Pessoa ma io  non posso essere quel tipo di moltitudine, troppe maschere, troppe contraffazioni di un se stesso impossibile. Posso aver apprezzato la poesia scabra di Ungaretti- anche se non sempre in verità- ma come per Petrarca trovo pernicioso l’eccesso d’imitazioni che ne sono scaturite.

Apprezzo la poesia di Bukowski ma l’autenticità del suo percorso lo rende inimitabile, seguire le sue orme di anti maestro sarebbe un po’ patetico. Tutta quella affascinante letteratura beat, così legata alla strada, la sento vicina e i versi di Ginsberg sono architravi della mia visione apocalittica della città industriale contemporanea. Tutto filtrato attraverso una lettura di Rimbaud, che quella visione l’ha universalmente creata-, insieme naturalmente al Baudelaire de Lo spleen di Parigi.

 E non dimentico le folle anonime sciamanti nelle strade nel capolavoro di Eliot La terra desolata, libro da meditare ancora oggi, da leggere e rileggere, libro del secolo ventesimo. C’è la poesia folle e aggressiva di Artaud, inimitabile fascio linguistico di nervi tesissimi. Esplosione scatologica della civiltà occidentale, delirio chirurgico.
La modernità per me ha oggi il nome di Mark Strand, di Charles Simic, di Carol  Ann Duffy, di Derek Walcott, per citare solo i poeti viventi di lingua inglese. Può chiamarsi Iosif  Brodskij, Nicanor Parra, Ernesto Cardenal, Tomas Tranströmer, Wislawa Szymborska, se guardiamo oltre l’orizzonte.

Se allarghiamo ulteriormente  il ventaglio tutto ciò che è  fondamentalmente uscito dal cilindro di Baudelaire, Eliot, Auden, Pound, Laforgue,  da una parte e poeti come Rimbaud,  Majakovskij, Whitman, Saint John Perse, dall’altra.  

Considero Gottfried Benn una delle figure centrali della poesia del Novecento ma non posso prenderlo come modello,  lo stesso vale per Rilke e, soprattutto,  Georg Trakl, uno dei massimi lirici del secolo,  troppo legati alla loro epoca, o meglio ancora inventori della propria epoca irripetibile. 

  Mi piacerebbe avere il ghigno di Corbiére, la lucidità trasognata di Lautremont, la serenità solare e apollinea di Odisseo Elitis, vorrei fondermi con i paesaggi di Machado, ma la mia sarebbe solo imitazione e posa.  Poi ci sono i maestri che vengono col tempo un po’ dimenticati, Garcia Lorca, William Blake, nel mio caso. L’uno troppo legato alla passione per la sua terra, a certi sognanti panorami che pure m’incantarono,   l’altro creatore di mitologie oniriche sue proprie. Ci sono poi i maestri della lingua italiana: Gozzano, Campana, Quasimodo, Montale, Pasolini, e più recentemente Elsa Morante, con il suo straordinario Il mondo salvato dai ragazzini, Bigongiari, soprattutto quello di Moses, Testori, Gualtieri, sentinelle sull’abisso del dire. Ci sono poi i maestri del futuro, quei poeti che abbiamo solo sfiorato e mai realmente incontrato ma verso cui ci guida l’istinto. Uno di questi maestri del futuro sento essere sempre di più Paul  Celan.  E’ una sorta di premonizione.

Oppure ci sono le operazioni monstre di Carmelo Bene sulla lingua ne "‘l mal de’ fiori”,   a indicarmi la via dell’impossibile, bagliori da un mondo lontano e irraggiungibile.  Ho inoltre una predilezione per il creazionismo di Vicente Huidobro, credo che la poesia sia l’invenzione di altri mondi, mondi- ombra. In adolescenza ebbi una passione per Edgar Allan Poe, che ruppe per primo certe mie concezioni desuete sulla poesia, attività di contemplazione di un pericolo imminente.

 Non posso dimenticare, in questo florilegio di nomi, Edgar Lee Masters, che realizza un’idea straordinaria di poema del Novecento, realizzando con L’antologia di Spoon River una delle critiche più esatte della civiltà contemporanea, e insieme una delle sue esaltazioni più accorate.
 Non posso dimenticare l’impatto che ebbero su me le poesie di Bertolt Brecht, per  la loro intelligenza, per la loro potenza.

Infine c’è il più importante di tutti, Baudelaire, che mi ha cambiato il cervello ed è tanto consustanziale all’atto della scrittura per me da diventare una citazione obbligata, penso per chiunque. Baudelaire, come Nietzsche, cambia la storia del pensiero occidentale e più in piccolo la mia esistenza.  Insieme con Arthur Rimbaud è anche il poeta che mi ispira maggiore simpatia umana.

Se dovessi scegliere un poeta del Novecento, che possa prenderne lo scettro, forse attualmente sceglierei Borges, che inventa o trae dall’ombra il linguaggio segreto del labirinto. Per il suo ruolo di outsider sceglierei il cinico Gottfried Benn, che attraverso versi chirurgici ha saputo fare della macelleria sublime, ci ha mostrato la carnalità come forse nel secolo ha fatto solo in pittura Francis Bacon. Per aver ricreato, e persino affinato, le atmosfere di Rimbaud,  potrei eleggere Saint John Perse e,  per la visione dell’esistenza come un viaggio misterioso,  Blaise Cendrars.   Come potenza critica, come visione, la più forte e persuasiva rimane però quella di Eliot. Colpisce oltretutto di queste figure- soprattutto Borges, Eliot e Saint John Perse, maggiormente pacificati dalla consacrazione universale rispetto a Benn, per esempio-  quell’umiltà che io attribuisco sempre all’autorevolezza e al genio.


                                


District e Circle - Seamus Heaney

sabato 30 giugno 2012



Con questa silloge, District e Circle, edita nel 2006, cui per ora ha fatto seguito solo Human Chain nel 2010, Seamus Heaney conferma la vena della sua ispirazione, registrando i dati del suo passato in versi che hanno la freschezza della rievocazione, e che vincono la loro sfida con il tempo che sembra tutto cancellare. Il passato del poeta, la sua infanzia, sono raccontati, infatti,  con eleganza formale e diventano i luoghi di una ricerca di senso e di purezza, più forti del divenire e dell’oblio.

E’ una poesia realista questa, fatta di cose, di utensili, di lavoro umano, celebrato come un’attività colma di energie e di bellezza, in un panorama che è quello irlandese, che diventa mitico non in virtù  di qualche elegiaca rielaborazione ma nella sua oggettività anche scabra, nella sua essenza selvaggia sì ma umanamente domata.

Prendiamo la poesia Anahorish 1944: qui l’evento storico, lo sbarco in Normandia, cui il poeta assiste da bambino, è riportato alla sfera di evento imponderabile, così Heaney fa cozzare prepotentemente la Storia con la S maiuscola con quella individuale, raggiungendo effetti di straniamento. Gli oggetti del lavoro umano diventano emblematici: “la pompa di ghisa immobile come una pietra sacra”, dove con una felice intuizione il traduttore Luca Guerneri  traduce con “pietra sacra” l’inglese “herm”.

E’ significativo come per Heaney gli  strumenti privilegiati per indagare la realtà siano proprio i lavori più umili: quello di fabbro nella poesia Poeta a fabbro,  quello di muratore nell’epitaffio dedicato al suo amico  Mick Joyce, quello del  pompiere della poesia Casco.

Nostalgia del poeta borghese per la realtà dura del lavoro manuale? Mitica innocenza riconosciuta a queste figure? Pare piuttosto la fascinazione per ciò che è solido, duraturo, tradizionale.

Gli oggetti, dicevamo. Il coltello affilato dal fabbro, per esempio, o il dente d’erpice appeso nella stalla, diventano forse simboli di quella forza popolare, che sta alla base delle investigazioni nel reale del poeta irlandese.

Heaney in questa raccolta dà quindi voce alla realtà oggettiva, mescolando lirismo e vita quotidiana in un affresco intenso e al tempo stesso minimale, scevro da retorica e molto moderno. La modernità qui è data soprattutto dall’assenza di toni enfatici, tutto è misurato, la poesia è sintesi di un percorso nella memoria, e fra epitaffi e commemorazioni di zie morte, Heaney costruisce quest’autobiografia sui generis, non dimenticando le catastrofi della modernità. Nella poesia Tutto può accadere, infatti, c’è un riferimento alla caduta delle Torri Gemelle, occasione per meditare in chiave oraziana sulla volubilità della Fortuna.

“Tutto può accadere, le torri più alte/essere abbattute, chi sta in alto intimorito/ chi in basso riconsiderato. La Fortuna becco affilato/ s’avventa aria senza fiato strappando a uno la cresta/ posandola, sanguinante, su quello accanto.

La Storia qui pare un mezzo per comprendere la dimensione umana, per capirne le dinamiche e per denunciarne la fallibilità e le fragilità.

L’esperienza personale è rielaborata fino a farne questione universale, nella poesia eponima, per esempio, la metropolitana diventa il luogo principe della modernità, con le sue alienazioni e paure, luogo dove si fa ritorno però alla “sicurezza del branco”.  Nell’ultimo verso viene adombrato un possibile attentato terroristico, in maniera, in verità,  ambigua. Ci sono riscritture di Orazio, Rilke, Kavafis, una poesia è dedicata a Seferis, un’altra a Neruda, un’altra ancora a Milosz; il respiro di Heaney è internazionale, sebbene ben radicato nella nativa Irlanda. Heaney sembra considerare con venerazione la forza della tradizione, che innerva i suoi versi, tradizione che è la sorgente e la linfa vitale cui il poeta irlandese attinge costantemente. Heaney mostra un’umanità forse schiacciata dalla Storia, dedita comunque  al lavoro inteso come redenzione e ordinatore del caos naturale, simboleggiato dalla torbiera che fa capolino in una delle poesie della raccolta.

La sensazione finale,  che  la silloge ispira,  è  una sensazione di pace, fatti i conti con il proprio passato, Heaney tira un colpo di spugna su tutta la tematica dell’assurdità dell’esistenza, e sembra trovare senso e bellezza nella quotidianità, anche quando essa è squarciata dalle mattanze e dalle atrocità della Storia. Questa raccolta, figlia della maturità, mostra una voce pacificata, misurata, che sussurra il suo amore per l’esistenza, con versi intrisi di realismo, dove il poeta si traveste da cantastorie per narrare la sua adesione ai principi di una tradizione perenne. C’è come una superiore accettazione del destino, che anche se non è sempre benigno, è comunque umanamente comprensibile. Mi sembra così che, con gesto fondamentalmente affabile,  Heaney liquidi l’Assurdo, tema che così tanto ha impegnato il Novecento.

“ E benedii me stesso
in nome di quell’unica occasione
e di ciò che capita per caso,
i chi lo sa
e i che succederà
e i così sia. “


Il numero più bello

mercoledì 20 giugno 2012


I

Nera la notte in cui fu calata
l’ombra umana negli abissi
siderali del male infinito!

Sotto la luce- oh totem scolorito-
annunciami la felicità del bosco
quando viene la sera.
E tu vecchia carcassa, muovi le labbra
dì il tuo motto:

(parole a mucchi di silenzi
inespressivi sotto una pergola)

“Non c’è interiorità.
L’ha rubata il dio delle masse.
Gli ultimi barbagli dipinti
di un sé magico e infinito
annichiliti da un paese sotterrato,
il cui nome è l’ovunque. “

(parole uccise a scotimento
di polveri stellari laddove
tutto è segno di moneta
il vivere e il morire)

II

Imbattersi nella propria ombra
quando si guarda lo specchio
è tormentare il niente
col sopruso di una faccia:

“ Tutte le cose pagano il fio
d’essersi sottratte al nulla
(per offendere Schopenhauer
per intristire Leopardi)
pagano il fio con la morte
d’essersi al nulla sottratte”.

Ed è giusto che io sia solo un’ombra
che un volteggio d’aquila svanisce
che un battito dell’ala del corvo
restituisce  alla polvere d’essere stato
- mettiamo, ed è cosa molto moderna-
me stesso o una sua caricatura all’ultima moda.
In questo mondo che è tutt’uno con la tenebra
in questo bel mondo di non nati
in questa vertigine di non sapere,
e  lottare per infischiarsene.

III

Covo di funebri passioni
sotto la frusta e il canto del gallo
sotto il torpore e dentro la melma
io ricordo i fiori della sua bocca
strappavo lo stelo con la lingua
e questo è quanto. Dicevo:

“ La carcassa dei miei giorni di felicità
giace accanto al totem del dolore.
Il mio canto ha tre lingue
di fuoco e una d’acqua.
La mia lingua è in fuga de me stesso.

Vedo una tigre nell’atto
di fissare una bambola.
Mettiamo sia questo
che volevo dire. Oppure…

Il cespuglio poi ferirsi con i rovi
attraversare la chioma di un albero
per sentire vibrare i coltelli della luce
e accanto a quel corpo poi dentro di esso
stuprare l’universo “.

Vedo un pozzo dentro cui cade un infante gettato- non ho voglia di dir da sua madre, sarebbe troppo infame- e precipita, precipita. Non ho voglia di udire il tonfo. Non riesco a trovarci un nesso. La mia lingua è in fuga da me stesso.

La vecchia musica dell’adolescenza
è finita, non siamo fratelli che dell’ombra,
circuiamo l’inesprimibile per cavare un suono che dica
la felicità che si prova allo sbocciare di un ranuncolo
che mostri ciò che è durevole
oltre l’attimo dell’oblio.

IV

Ah, voglio una parola frantumata!
Intesso voragini, placo marosi,
sono il piccolo dio dei versi,
tendo tranelli, mostro
l’azzurro simmetrico
dentro il palpito del cielo
configuro stormi
dal moto acquatico.
Amo dire la mia
sulle questioni filosofiche.
Attacco bottone con l’infinito,
poi smetto e gioco a dadi con me stesso.
Peccato che sul dado manchi
la faccia dello zero.
E’ il numero più bello.

                                                                                                              Aprile 2009
Ettore Fobo


***
Disponibile anche in ebook su Amazon e sulle principali librerie on line.












Pizza, mandolino e reality show

martedì 12 giugno 2012




                                                          
“Il deserto cresce. Guai a colui che  cela deserti dentro di sé .”

Friedrich Nietzsche

In Italia accadono cose apparentemente incomprensibili: salgono sugli altari scrittori modesti, sono proiettati film impalpabili, o francamente brutti, politicamente è il regno della mediocrità istruita, o della corruzione acclamata, e, soprattutto, regna la televisione sul nulla incraniato dello spettatore medio.

Lo spettatore medio, quale carogna deve essere! Può darsi persino abbia studiato e legga i giornali, pieno zeppo di luoghi comuni più alla moda quindi, e simile all’orangutan linguisticamente. Crede in Dio, e nell’ultimo modello del telefonino, è un miscuglio micidiale di caverne e astronavi. Lo vedo sazio di sé mentre assume, guardando la televisione, quello sguardo a metà fra la cavia di laboratorio e lo zombie.

Ecco un sintomo che è anche la spiegazione del male.  A Cannes l’Italia si presenta con il film di Garrone, cioè si racconta così: con un film sui reality show. Questo è il modo in cui l’Italia è ormai nota all’estero: paese rimbecillito dalla televisione, dai giornali, e dallo stesso cinema, in fondo, oramai ridotto a poverume spiritato e macchiettistico - e penso al Nanni Moretti di Habemus Papam, per esempio, che la critica americana ha giustamente massacrato, film inconsistente e futile.

Dieci anni fa a un festival del cinema una ragazza tedesca mi disse che l’Italia sembrava un paese culturalmente fermo. Aveva ragione, lo era, fermo. Fermo davanti alla televisione, che ha regnato per vent’anni nella sua incarnazione più potente: paese fermo, immobile, ipnotizzato.  

 E' inutile farsi illusioni, aveva ragione Indro Montanelli: “ Un po’ di fascismo e un po’ di Sanremo e gli italiani son contenti”.  Sarà la fatalità di chi è abituato a chinare il capo, a vivere di sotterfugi in un mondo di soprusi, sarà che la mediocrità è ormai divenuta norma e allora va bene così, in tutto il mondo, e allora chissenefrega dell’Italia.” Chi pensa diversamente va spontaneamente in manicomio”.  Questa frase di Nietzsche è ormai divenuta un epitaffio della civiltà occidentale intera.

Negli anni settanta Debord e Pasolini avevano compreso l’inizio del processo che ha portato l’Italia a essere un paese culturalmente piegato e sconfitto. Essi chiamarono il mostro che stava per compiere questo genocidio culturale consumismo e società dello spettacolo. Sostennero entrambi che l’italia fosse all’avanguardia in questo processo di annichilimento della cultura popolare in favore del nulla e che questo fosse un processo globale. Eccolo, dunque,  il processo: da individuo  a consumatore, da consumatore a spettatore e in futuro magari  da spettatore direttamente a  sedia. “Produci, consuma, crepa” in tutte le sue varianti, ma stavolta assumere il ruolo degli schiavi con entusiasmo, e sapere che non c’è alternativa, perché è così  e bisogna stare muti.

Passati più di trent’anni, non ci rimane che un grido debole e un debole smarrirsi in questo oceano: la folla immemore che ci guarda dentro. E ci svuota. Non ci rimane che restare in un angolo a tessere la tela in attesa di un’Itaca che ormai si è infranta contro la vita quotidiana.

Ci hanno drogati con l’oppio della democrazia, illusione che le masse possano  governare qualcosa o addirittura se stesse, e non  delegare la spiacevole faccenda del potere  a qualche carnefice fatto a  loro immagine e somiglianza: bestie cieche  del desiderio di essere.



                                                                                                                                             Ettore Fobo

Chiude “Lo Specchio di Nigromontanus"

sabato 2 giugno 2012





“Noi viviamo di questa possibilità: sfuggire alle funzioni.”
Ernst Jünger, da “ Trattato del Ribelle

Qualche giorno fa Yanez ha posto fine al suo blog in progress, Lo Specchio di Nigromontanus, che è stata negli anni una delle letture più appassionanti  per me nel pur ricco materiale dei blog.  

Nigromontanus, parlando del nostro presente come fosse un mito o una memoria ormai sepolta, per me ha saputo incarnare una differenza, una resistenza, cercando di svelare il funzionamento delle nostre mitologie contemporanee, forse tentando di smascherare il reale nella tana del sogno, o più semplicemente mostrandoci che la gran desolazione avanza e che bisogna resistere; in qualche modo bisogna tenerle testa e farlo, possibilmente, da uomini liberi.
    
Quelli raccolti nel blog erano - e sono tuttora, perché il blog non è stato cancellato- scritti che mescolavano intuizioni filosofiche con l’evocazione poetica e con interessanti vertigini narrative.

 Quella di Yanez - che ha saputo dissimulare se stesso e la figura dell’autore- è parsa una voce fuori dal coro o meglio una voce che in pieno mercato, come quella di Epitteto, parla al proprio orecchio. Il personaggio di Nigromontanus gli è servito per portare i suoi lettori in un’atmosfera di meraviglia, come quando si percepisce qualcosa sostanzialmente fuori dal tempo.   Ne è venuta fuori un’idea di sapienza impossibile, una finzione di sapienza, perché la realtà è ambigua,  ne è  venuta fuori  la  consapevolezza che forse tutto è perduto per noi moderni,  arsi dalla Tecnica e dai suoi nuovi miti, divenuti ormai meri funzionari degli apparati della Tecnica.  Ma anche se forse  tutto è perduto,  fissando negli occhi l’orrore, non facendoci sommergere,  possiamo  resistere allo sfacelo,  recuperando  i  bagliori di un’antica bellezza.

Resa misteriosa da una prosa affascinante, decentrata rispetto al discorso comune, finzione capace di contenere verità scomode, ma letteralmente sotto gli occhi di tutti, questa raccolta di scritti sospesi fra filosofia e narrativa- nata come tributo a Ernst Jünger e al suo personaggio Nigromontanus- è stata, secondo me, una piccola scheggia di consapevolezza nel grigio dormiveglia che ci fa da sfondo: oso dire di una consapevolezza stranamente sottratta ai pericolosi sproloqui di quella cosa chiamata attualità.  

Una prosa evocativa ha messo il blog in una zona di pericolo e di mistero, che assomiglia tanto alla letteratura, a quella letteratura che noi cerchiamo come ossigeno per i nostri pensieri.

Sotto il segno di Jünger, ” la grande testa vulcanica”, maestro che dà speranza con il rigore e l’esattezza della sua prosa,   “ Lo Specchio di Nigromontanus”  è stata   per me l’ennesima  dimostrazione che grande è la potenza dello strumento blog,  quando è affidato, come nel caso di Yanez, a una persona di  talento, oltretutto abitata da una visione, capace di creare una mistificazione così efficace e coerente. 

Il suo talento è consistito, per sua scelta, soprattutto nell’onorare l’opera di un maestro-  parola antica e colma di risonanze- Jünger, appunto, del quale ricorrono tuttora nel blog aforismi e detti memorabili tratti dalle sue opere. Frammenti sempre illuminanti, scelti con cura, con quella cura che solo la passione può dare. Tra questi voglio citare, oltre a quella posta in esergo, almeno questa frase, anch’essa tratta da “Trattato del Ribelle”:

La poesia conferma che l’uomo è potuto penetrare nei giardini fuori del tempo.”

Il blog si chiude così, con queste parole, che ne sintetizzano il percorso:

Nel complesso, dunque, queste pagine rappresentano un miscuglio di invenzioni là dove dovrebbe esservi verità, e di verità là dove dovrebbe esservi invenzione.”

Così, attraverso il suo blog, Yanez ha mostrato ai suoi lettori qualcosa di sempre più raro: una visione del mondo, uno stile.