District e Circle - Seamus Heaney

sabato 30 giugno 2012



Con questa silloge, District e Circle, edita nel 2006, cui per ora ha fatto seguito solo Human Chain nel 2010, Seamus Heaney conferma la vena della sua ispirazione, registrando i dati del suo passato in versi che hanno la freschezza della rievocazione, e che vincono la loro sfida con il tempo che sembra tutto cancellare. Il passato del poeta, la sua infanzia, sono raccontati, infatti,  con eleganza formale e diventano i luoghi di una ricerca di senso e di purezza, più forti del divenire e dell’oblio.

E’ una poesia realista questa, fatta di cose, di utensili, di lavoro umano, celebrato come un’attività colma di energie e di bellezza, in un panorama che è quello irlandese, che diventa mitico non in virtù  di qualche elegiaca rielaborazione ma nella sua oggettività anche scabra, nella sua essenza selvaggia sì ma umanamente domata.

Prendiamo la poesia Anahorish 1944: qui l’evento storico, lo sbarco in Normandia, cui il poeta assiste da bambino, è riportato alla sfera di evento imponderabile, così Heaney fa cozzare prepotentemente la Storia con la S maiuscola con quella individuale, raggiungendo effetti di straniamento. Gli oggetti del lavoro umano diventano emblematici: “la pompa di ghisa immobile come una pietra sacra”, dove con una felice intuizione il traduttore Luca Guerneri  traduce con “pietra sacra” l’inglese “herm”.

E’ significativo come per Heaney gli  strumenti privilegiati per indagare la realtà siano proprio i lavori più umili: quello di fabbro nella poesia Poeta a fabbro,  quello di muratore nell’epitaffio dedicato al suo amico  Mick Joyce, quello del  pompiere della poesia Casco.

Nostalgia del poeta borghese per la realtà dura del lavoro manuale? Mitica innocenza riconosciuta a queste figure? Pare piuttosto la fascinazione per ciò che è solido, duraturo, tradizionale.

Gli oggetti, dicevamo. Il coltello affilato dal fabbro, per esempio, o il dente d’erpice appeso nella stalla, diventano forse simboli di quella forza popolare, che sta alla base delle investigazioni nel reale del poeta irlandese.

Heaney in questa raccolta dà quindi voce alla realtà oggettiva, mescolando lirismo e vita quotidiana in un affresco intenso e al tempo stesso minimale, scevro da retorica e molto moderno. La modernità qui è data soprattutto dall’assenza di toni enfatici, tutto è misurato, la poesia è sintesi di un percorso nella memoria, e fra epitaffi e commemorazioni di zie morte, Heaney costruisce quest’autobiografia sui generis, non dimenticando le catastrofi della modernità. Nella poesia Tutto può accadere, infatti, c’è un riferimento alla caduta delle Torri Gemelle, occasione per meditare in chiave oraziana sulla volubilità della Fortuna.

“Tutto può accadere, le torri più alte/essere abbattute, chi sta in alto intimorito/ chi in basso riconsiderato. La Fortuna becco affilato/ s’avventa aria senza fiato strappando a uno la cresta/ posandola, sanguinante, su quello accanto.

La Storia qui pare un mezzo per comprendere la dimensione umana, per capirne le dinamiche e per denunciarne la fallibilità e le fragilità.

L’esperienza personale è rielaborata fino a farne questione universale, nella poesia eponima, per esempio, la metropolitana diventa il luogo principe della modernità, con le sue alienazioni e paure, luogo dove si fa ritorno però alla “sicurezza del branco”.  Nell’ultimo verso viene adombrato un possibile attentato terroristico, in maniera, in verità,  ambigua. Ci sono riscritture di Orazio, Rilke, Kavafis, una poesia è dedicata a Seferis, un’altra a Neruda, un’altra ancora a Milosz; il respiro di Heaney è internazionale, sebbene ben radicato nella nativa Irlanda. Heaney sembra considerare con venerazione la forza della tradizione, che innerva i suoi versi, tradizione che è la sorgente e la linfa vitale cui il poeta irlandese attinge costantemente. Heaney mostra un’umanità forse schiacciata dalla Storia, dedita comunque  al lavoro inteso come redenzione e ordinatore del caos naturale, simboleggiato dalla torbiera che fa capolino in una delle poesie della raccolta.

La sensazione finale,  che  la silloge ispira,  è  una sensazione di pace, fatti i conti con il proprio passato, Heaney tira un colpo di spugna su tutta la tematica dell’assurdità dell’esistenza, e sembra trovare senso e bellezza nella quotidianità, anche quando essa è squarciata dalle mattanze e dalle atrocità della Storia. Questa raccolta, figlia della maturità, mostra una voce pacificata, misurata, che sussurra il suo amore per l’esistenza, con versi intrisi di realismo, dove il poeta si traveste da cantastorie per narrare la sua adesione ai principi di una tradizione perenne. C’è come una superiore accettazione del destino, che anche se non è sempre benigno, è comunque umanamente comprensibile. Mi sembra così che, con gesto fondamentalmente affabile,  Heaney liquidi l’Assurdo, tema che così tanto ha impegnato il Novecento.

“ E benedii me stesso
in nome di quell’unica occasione
e di ciò che capita per caso,
i chi lo sa
e i che succederà
e i così sia. “


Il numero più bello

mercoledì 20 giugno 2012


I

Nera la notte in cui fu calata
l’ombra umana negli abissi
siderali del male infinito!

Sotto la luce- oh totem scolorito-
annunciami la felicità del bosco
quando viene la sera.
E tu vecchia carcassa, muovi le labbra
dì il tuo motto:

(parole a mucchi di silenzi
inespressivi sotto una pergola)

“Non c’è interiorità.
L’ha rubata il dio delle masse.
Gli ultimi barbagli dipinti
di un sé magico e infinito
annichiliti da un paese sotterrato,
il cui nome è l’ovunque. “

(parole uccise a scotimento
di polveri stellari laddove
tutto è segno di moneta
il vivere e il morire)

II

Imbattersi nella propria ombra
quando si guarda lo specchio
è tormentare il niente
col sopruso di una faccia:

“ Tutte le cose pagano il fio
d’essersi sottratte al nulla
(per offendere Schopenhauer
per intristire Leopardi)
pagano il fio con la morte
d’essersi al nulla sottratte”.

Ed è giusto che io sia solo un’ombra
che un volteggio d’aquila svanisce
che un battito dell’ala del corvo
restituisce  alla polvere d’essere stato
- mettiamo, ed è cosa molto moderna-
me stesso o una sua caricatura all’ultima moda.
In questo mondo che è tutt’uno con la tenebra
in questo bel mondo di non nati
in questa vertigine di non sapere,
e  lottare per infischiarsene.

III

Covo di funebri passioni
sotto la frusta e il canto del gallo
sotto il torpore e dentro la melma
io ricordo i fiori della sua bocca
strappavo lo stelo con la lingua
e questo è quanto. Dicevo:

“ La carcassa dei miei giorni di felicità
giace accanto al totem del dolore.
Il mio canto ha tre lingue
di fuoco e una d’acqua.
La mia lingua è in fuga de me stesso.

Vedo una tigre nell’atto
di fissare una bambola.
Mettiamo sia questo
che volevo dire. Oppure…

Il cespuglio poi ferirsi con i rovi
attraversare la chioma di un albero
per sentire vibrare i coltelli della luce
e accanto a quel corpo poi dentro di esso
stuprare l’universo “.

Vedo un pozzo dentro cui cade un infante gettato- non ho voglia di dir da sua madre, sarebbe troppo infame- e precipita, precipita. Non ho voglia di udire il tonfo. Non riesco a trovarci un nesso. La mia lingua è in fuga da me stesso.

La vecchia musica dell’adolescenza
è finita, non siamo fratelli che dell’ombra,
circuiamo l’inesprimibile per cavare un suono che dica
la felicità che si prova allo sbocciare di un ranuncolo
che mostri ciò che è durevole
oltre l’attimo dell’oblio.

IV

Ah, voglio una parola frantumata!
Intesso voragini, placo marosi,
sono il piccolo dio dei versi,
tendo tranelli, mostro
l’azzurro simmetrico
dentro il palpito del cielo
configuro stormi
dal moto acquatico.
Amo dire la mia
sulle questioni filosofiche.
Attacco bottone con l’infinito,
poi smetto e gioco a dadi con me stesso.
Peccato che sul dado manchi
la faccia dello zero.
E’ il numero più bello.

                                                                                                              Aprile 2009
Ettore Fobo


***
Disponibile anche in ebook su Amazon e sulle principali librerie on line.












Pizza, mandolino e reality show

martedì 12 giugno 2012




                                                          
“Il deserto cresce. Guai a colui che  cela deserti dentro di sé .”

Friedrich Nietzsche

In Italia accadono cose apparentemente incomprensibili: salgono sugli altari scrittori modesti, sono proiettati film impalpabili, o francamente brutti, politicamente è il regno della mediocrità istruita, o della corruzione acclamata, e, soprattutto, regna la televisione sul nulla incraniato dello spettatore medio.

Lo spettatore medio, quale carogna deve essere! Può darsi persino abbia studiato e legga i giornali, pieno zeppo di luoghi comuni più alla moda quindi, e simile all’orangutan linguisticamente. Crede in Dio, e nell’ultimo modello del telefonino, è un miscuglio micidiale di caverne e astronavi. Lo vedo sazio di sé mentre assume, guardando la televisione, quello sguardo a metà fra la cavia di laboratorio e lo zombie.

Ecco un sintomo che è anche la spiegazione del male.  A Cannes l’Italia si presenta con il film di Garrone, cioè si racconta così: con un film sui reality show. Questo è il modo in cui l’Italia è ormai nota all’estero: paese rimbecillito dalla televisione, dai giornali, e dallo stesso cinema, in fondo, oramai ridotto a poverume spiritato e macchiettistico - e penso al Nanni Moretti di Habemus Papam, per esempio, che la critica americana ha giustamente massacrato, film inconsistente e futile.

Dieci anni fa a un festival del cinema una ragazza tedesca mi disse che l’Italia sembrava un paese culturalmente fermo. Aveva ragione, lo era, fermo. Fermo davanti alla televisione, che ha regnato per vent’anni nella sua incarnazione più potente: paese fermo, immobile, ipnotizzato.  

 E' inutile farsi illusioni, aveva ragione Indro Montanelli: “ Un po’ di fascismo e un po’ di Sanremo e gli italiani son contenti”.  Sarà la fatalità di chi è abituato a chinare il capo, a vivere di sotterfugi in un mondo di soprusi, sarà che la mediocrità è ormai divenuta norma e allora va bene così, in tutto il mondo, e allora chissenefrega dell’Italia.” Chi pensa diversamente va spontaneamente in manicomio”.  Questa frase di Nietzsche è ormai divenuta un epitaffio della civiltà occidentale intera.

Negli anni settanta Debord e Pasolini avevano compreso l’inizio del processo che ha portato l’Italia a essere un paese culturalmente piegato e sconfitto. Essi chiamarono il mostro che stava per compiere questo genocidio culturale consumismo e società dello spettacolo. Sostennero entrambi che l’italia fosse all’avanguardia in questo processo di annichilimento della cultura popolare in favore del nulla e che questo fosse un processo globale. Eccolo, dunque,  il processo: da individuo  a consumatore, da consumatore a spettatore e in futuro magari  da spettatore direttamente a  sedia. “Produci, consuma, crepa” in tutte le sue varianti, ma stavolta assumere il ruolo degli schiavi con entusiasmo, e sapere che non c’è alternativa, perché è così  e bisogna stare muti.

Passati più di trent’anni, non ci rimane che un grido debole e un debole smarrirsi in questo oceano: la folla immemore che ci guarda dentro. E ci svuota. Non ci rimane che restare in un angolo a tessere la tela in attesa di un’Itaca che ormai si è infranta contro la vita quotidiana.

Ci hanno drogati con l’oppio della democrazia, illusione che le masse possano  governare qualcosa o addirittura se stesse, e non  delegare la spiacevole faccenda del potere  a qualche carnefice fatto a  loro immagine e somiglianza: bestie cieche  del desiderio di essere.



                                                                                                                                             Ettore Fobo

Chiude “Lo Specchio di Nigromontanus"

sabato 2 giugno 2012





“Noi viviamo di questa possibilità: sfuggire alle funzioni.”
Ernst Jünger, da “ Trattato del Ribelle

Qualche giorno fa Yanez ha posto fine al suo blog in progress, Lo Specchio di Nigromontanus, che è stata negli anni una delle letture più appassionanti  per me nel pur ricco materiale dei blog.  

Nigromontanus, parlando del nostro presente come fosse un mito o una memoria ormai sepolta, per me ha saputo incarnare una differenza, una resistenza, cercando di svelare il funzionamento delle nostre mitologie contemporanee, forse tentando di smascherare il reale nella tana del sogno, o più semplicemente mostrandoci che la gran desolazione avanza e che bisogna resistere; in qualche modo bisogna tenerle testa e farlo, possibilmente, da uomini liberi.
    
Quelli raccolti nel blog erano - e sono tuttora, perché il blog non è stato cancellato- scritti che mescolavano intuizioni filosofiche con l’evocazione poetica e con interessanti vertigini narrative.

 Quella di Yanez - che ha saputo dissimulare se stesso e la figura dell’autore- è parsa una voce fuori dal coro o meglio una voce che in pieno mercato, come quella di Epitteto, parla al proprio orecchio. Il personaggio di Nigromontanus gli è servito per portare i suoi lettori in un’atmosfera di meraviglia, come quando si percepisce qualcosa sostanzialmente fuori dal tempo.   Ne è venuta fuori un’idea di sapienza impossibile, una finzione di sapienza, perché la realtà è ambigua,  ne è  venuta fuori  la  consapevolezza che forse tutto è perduto per noi moderni,  arsi dalla Tecnica e dai suoi nuovi miti, divenuti ormai meri funzionari degli apparati della Tecnica.  Ma anche se forse  tutto è perduto,  fissando negli occhi l’orrore, non facendoci sommergere,  possiamo  resistere allo sfacelo,  recuperando  i  bagliori di un’antica bellezza.

Resa misteriosa da una prosa affascinante, decentrata rispetto al discorso comune, finzione capace di contenere verità scomode, ma letteralmente sotto gli occhi di tutti, questa raccolta di scritti sospesi fra filosofia e narrativa- nata come tributo a Ernst Jünger e al suo personaggio Nigromontanus- è stata, secondo me, una piccola scheggia di consapevolezza nel grigio dormiveglia che ci fa da sfondo: oso dire di una consapevolezza stranamente sottratta ai pericolosi sproloqui di quella cosa chiamata attualità.  

Una prosa evocativa ha messo il blog in una zona di pericolo e di mistero, che assomiglia tanto alla letteratura, a quella letteratura che noi cerchiamo come ossigeno per i nostri pensieri.

Sotto il segno di Jünger, ” la grande testa vulcanica”, maestro che dà speranza con il rigore e l’esattezza della sua prosa,   “ Lo Specchio di Nigromontanus”  è stata   per me l’ennesima  dimostrazione che grande è la potenza dello strumento blog,  quando è affidato, come nel caso di Yanez, a una persona di  talento, oltretutto abitata da una visione, capace di creare una mistificazione così efficace e coerente. 

Il suo talento è consistito, per sua scelta, soprattutto nell’onorare l’opera di un maestro-  parola antica e colma di risonanze- Jünger, appunto, del quale ricorrono tuttora nel blog aforismi e detti memorabili tratti dalle sue opere. Frammenti sempre illuminanti, scelti con cura, con quella cura che solo la passione può dare. Tra questi voglio citare, oltre a quella posta in esergo, almeno questa frase, anch’essa tratta da “Trattato del Ribelle”:

La poesia conferma che l’uomo è potuto penetrare nei giardini fuori del tempo.”

Il blog si chiude così, con queste parole, che ne sintetizzano il percorso:

Nel complesso, dunque, queste pagine rappresentano un miscuglio di invenzioni là dove dovrebbe esservi verità, e di verità là dove dovrebbe esservi invenzione.”

Così, attraverso il suo blog, Yanez ha mostrato ai suoi lettori qualcosa di sempre più raro: una visione del mondo, uno stile.

Nadja – André Breton

domenica 27 maggio 2012



In questo romanzo Nadja si definisce cosi:  “Io sono l’anima errante”, Breton ne rimane sconvolto e vede in essa l’essenza del surrealismo. E’ un romanzo su un incontro fortuito, su un personaggio sfuggente, su una materia sommamente aleatoria. Inizia con una domanda capitale e insieme un po’ fatua “Chi sono, io?” e con riflessioni e aneddoti prosegue fino all’apparizione del personaggio principale, Nadja, cui Breton si rivolge come in sogno, attratto dalla potenza del suo sguardo, mentre passeggiando la incontra in un boulevard di Parigi.

 Disegni e fotografie accompagnano e completano il testo che pare un complicato assemblaggio di pensieri in fuga, riflessioni in cui un pathos  d’incantesimo permea la fibra di ogni nervatura del testo.   Nei momenti migliori queste schegge sono attraversate da un denso mistero, nei momenti peggiori, questo stesso mistero appare una forzatura un po’ vacua. Perché Breton rimase così colpito da questa donna, con la quale intrecciò una relazione amicale così profonda? La domanda rimane sostanzialmente senza risposta e questo incontro resta misterioso nella sua essenza e il libro forse è una traccia inutile, dichiara alla fine Breton, nell’impossibilità di testimoniare alcunché.

Breton scrive una storia all’apparenza autobiografica, basata tutta su un tessuto di coincidenze, di fascinazioni del tutto personali, prima raccontando di spettacoli teatrali cui ha assistito, poi dell’amicizia con i suoi sodali, infine scrivendo il diario di quest’incontro, fatale per entrambi, misteriosamente colmo di presagi e coincidenze, che però, a tratti, nella rievocazione, paiono gravati da un’eccessiva concettosità. Per attraversare certi periodi si sconta una certa dose di noia, quella noia che ci coglie davanti a ciò che sovverte troppo potentemente i nostri meccanismi letterari, esistenziali.

Invettive contro la psichiatria si alternano a descrizioni di paesaggi parigini, su tutto svetta la figura di Nadja di cui Breton scrive: “ Mi dice il suo nome, quello che si è scelto  lei ’ Nadja perché in russo è l’inizio della parola speranza e perché è soltanto l’inizio ’ ”. 

I due personaggi vagano per le strade di Parigi, s’incontrano casualmente, si frequentano, si compenetrano, fino a  che si separano. E’ una storia di amore platonico, in cui a vincere è il fascino e il mistero di una figura a metà fra la strana saggezza di Sibilla e la follia. Nelle parti migliori del testo Nadja incarna proprio questa figura ferina, colma di un’inesplicabile attitudine alla sentenza, all’aforisma che racchiude un mondo, schiacciata da problemi economici cui Breton, finché potrà, porrà rimedio con generosi slanci.

Breton non sopporta la gente comune, il suo passivo accettare la consuetudine del lavoro e scrive violente requisitorie contro di essa, colpevole di accettare supinamente lo status quo:

” E’ gente che non può avere nulla di interessante dal  momento che sopporta il lavoro, con o senza tutte le altre miserie. Che cosa li potrebbe innalzare se la rivolta non è in loro la più forte?( …) Io odio, con tutte le mie forze, questo asservimento che mi si vuole far accettare come un valore. Compiango l’uomo per esservi condannato, per non poter in generale sottrarvisi(…)”

In questo contesto la libertà è “l’atto incessante di spezzare quelle catene” che tengono l’uomo ancorato al buon senso, alla cosiddetta realtà, per volare aldilà delle convenzioni millenarie che hanno fatto dell’uomo uno schiavo. In questo senso, in questa ripulsa verso la normalità e il lavoro, c’è la grande provocazione del poeta francese, il cui messaggio di libertà continua a percorrere, inascoltato, le strade del mondo.
Come Flaubert, Breton ebbe a dire “Nadja sono io”, cogliendo in questa figura sprazzi di quell’originalità che i surrealisti avevano perseguito come un dogma.

Nadja è considerato  un romanzo importante per capire il surrealismo, Blanchot ha speso parole decisive su di esso e nel 2007, al tempo della sua ristampa italiana di Einaudi, Il Corriere della Sera dedicò a Nadja un articolo,  scritto da Alberto Bevilacqua,  dall’inequivocabile titolo de Il ritorno di un capolavoro.   A me è parso un romanzo ambiguo, quasi un romanzo sull’ambiguità del reale, un finto romanzo che si traveste da diario e viceversa,   a tratti eccessivamente pensato, rimuginato con sofferenza, di contro ai liberatori esperimenti di scrittura automatica.  Interessanti sono soprattutto le idiosincrasie di Breton, i suoi scatti di nervi, le sue insofferenze, più dei suoi misticismi e dei suoi deliqui, che comunque provano la sincerità del suo slancio.

 L’alternanza di testo scritto con fotografie di vedute parigine, o disegni di strane archetipiche figure, ha qualcosa di magico e affascinante che rimane nella memoria. Sembra a tratti di entrare nel museo di un sogno che Baudelaire raccontò in un suo scritto.  Nadja è un libro profondamente illustrato in cui gravita un senso di mistero all’opera per unire i nostri destini, casualmente, e casualmente dividerli.

Le requisitorie contro l’uomo comune e la psichiatria hanno una loro efficacia, altrove mi sembra che Breton non riesca del tutto a dare una forma compiuta a questo insieme di ricordi, che si disperdono, però lasciando comunque l’idea che Nadja sia un personaggio indimenticabile, archetipo ferino dell’eterno femminino che cade in basso, nella pazzia e nel manicomio, esiti dell’anticonformismo estremo di chi è consapevole di vagare, da spettro, nel mondo.

C’è la bella ricostruzione di Parigi, che diventa un personaggio all’interno del romanzo al pari degli altri, raccontata attraverso i suoi palazzi, i suoi teatri, i suoi bistrot.  C’è poi una costante interrogazione sulla letteratura e sulle sue forme, Breton in Nadja si muove in un territorio ambiguo fra saggio, romanzo, e diario, mescolando i generi o meglio annichilendoli, per far brillare puro l’atto della scrittura come investigazione in quel territorio in cui il reale e il suo fantasma si confondono.

C’è infine una velata tristezza, un’ impossibilità, una fatalità che incombe per spezzare il volo di questo personaggio ambiguo, Nadja, figura che Breton ha reso leggera e  fugace come un’immagine sull’acqua.


Una poesia di Ernesto Cardenal

giovedì 24 maggio 2012





Come lattine di birra vuote

Come lattine di birra vuote e cicche
di sigarette spente, sono stati i miei giorni,
come figure che passano su uno schermo televisivo
e scompaiono, così è passata la mia vita.
Come le automobili che passavano veloci per le strade
con risate di ragazze e musiche di radio…
E la bellezza passò veloce, come il modello delle macchine
e le canzoni della radio che sono passate di moda.
E non è rimasto niente di quei giorni, niente,
solo lattine vuote e cicche spente,
risate su foto ingiallite, biglietti rotti,
e la segatura con cui all’alba spazzarono i bar.

 ***

tratto da " La vita è sovversiva" - Ernesto Cardenal - traduzione di Antonio Melis - Edizioni Accademia (1977)

Ubik – Philip K. Dick

sabato 12 maggio 2012



Philip K. Dick è un grande narratore, uno di quegli scrittori in grado di tenerti incollato alla pagina, per sapere “come va a finire”, come nelle lande dell’infanzia, quando si leggeva per ricercare il piacere della scoperta e il senso del meraviglioso.  Così la lettura di Ubik è una rivelazione, trattandosi questo di un romanzo iperstratificato, dove il postmoderno e la fantascienza fanno a gara per confonderci, per gettarci in un’arguta architettura di eventi, che sostanzialmente hanno lo scopo di disorientare, per rivelarci come tutta la nostra vita non sia nient’altro che un sogno, essendo la realtà la costruzione fragile di una soggettività allucinata.

Ubik, spogliato dei suoi attributi fantascientifici, è, infatti, una riflessione potente sulla precarietà dell’esperienza sensoriale e della vita stessa, in un continuo gioco d’inganni e depistaggi il protagonista Joe Chip dal futuro si trova catapultato in un mondo alternativo, un’America degli anni Trenta, dove dovrà lottare insieme ai suoi compagni di avventura per la sopravvivenza. Detto così sembrerebbe lineare ma sotto c’è un sostrato d’inganni per cui le cose si riveleranno molto diverse.   Qui dove tutto è gioco, un abile giocatore come Dick ci catapulta in una storia in cui non ci sono certezze, in cui tutto è labile, provvisorio, ingannevole e falso.

Ubik è il nome di una sostanza miracolosa all’interno del romanzo ma è anche, come chiariscono i paragrafi in esergo ai capitoli, la quintessenza della merce, essendo ora un unguento, ora una marca di caffè, ora un rasoio, ora un tranquillante, ora un deodorante,  eccetera eccetera,  e infine coincidendo con Dio stesso. Parrebbe il leggendario soma vedico ma nelle sue trasformazioni racconta l’ossessione capitalistica per l’oggetto assoluto, la merce perfetta. Il romanzo, dunque, si configura come una profonda e terribile riflessione sulla reificazione dell’esistenza, Ubik, la merce perfetta, è appunto ubiqua, onnipresente, e s’identifica con il logos ordinatore; in un universo che progressivamente perde consistenza, solo lei, la merce, è in grado, nelle sue imprevedibili mutazioni, di essere il centro e il motore di ogni cosa.

Così Dick con questo romanzo mette a nudo il Capitalismo stesso, mostrando come esso sia entrato in ogni interstizio della vita ma anche della morte, giacché in questo romanzo i morti continuano una larvale esistenza, chiamata semi vita, gestita come un enorme business da imprenditori dai nomi improbabili.
La trama è talmente labirintica che riassumerla significherebbe sminuirla, perché il meccanismo che Dick crea ha una sua coerenza allucinata, che in una sinossi si perderebbe.

Quello che conta realmente è notare come in questo romanzo il reale si confonda in una fantasmagoria d’illusioni, la vita e la morte si mescolino, e tutto viene costantemente ribaltato, per sorprendere il lettore, sul piano del meccanismo narrativo, sul piano filosofico per ricordarci che il reale è fittizio, l’esperienza umana non ha più consistenza di un’allucinazione ipnagogica. Il linguaggio di Dick è semplice, il suo stile di scrittura immediato e non particolarmente elaborato, eppure la sua capacità di narratore è straordinaria e le implicazioni filosofiche evidenti. Come un prisma Ubik offre al nostro sguardo tali e tante sfaccettature che si rimane storditi, tutto condito con un umorismo nero e con un’irrefrenabile tensione alla parodia in chiave postmoderna. Suspense, humor nero, elementi di spy story, fantascienza, metafisica, sono mescolati in un affresco che ci racconta sostanzialmente l’assurdità dell’esistenza, la sua imponderabilità.

Romanzo di culto,  Ubik fu pubblicato nel 1969 e, a distanza di più di quarant’anni,  conserva il suo fascino misterioso, il suo ambiguo messaggio rimane sostanzialmente  indecifrato, il finale, infatti, spiazza il lettore rimettendo tutto in gioco, come in una spirale infinita. E’ questa l’esaltazione del divenire e della trasformazione, la stessa realtà è tutt’altro che stabile, oscillando vertiginosamente fra incubo e allucinazione.
In questo regno di mistificazioni si perde l’orientamento, lo scopo di Dick, oltre quello di sorprenderci per tenerci avvinti alla pagina, è quello di mostrare che non vi è alcuna certezza nella vita, tutto è aleatorio.

Ubik è dunque letteratura allo stato puro, un gioco sottile di contraffazioni in cui anche la stessa verità è sospetta, o meglio non è possibile,  il  procedere della narrazione di Dick  è  un grande gesto d’illusionismo, che ci seduce, ci sconcerta, ci toglie letteralmente la terra sotto i piedi e ci lascia la sensazione finale della beffa, perché qui  lo scrittore si mostra onnipotente, fa dei suoi lettori ciò che vuole, se li rigira tra le mani come  gli stessi personaggi che ha creato.

Le parole dentro il magma - la poesia di Mario Luzi

sabato 5 maggio 2012



Con le prime raccolte La barca (1935) e Avvento notturno (1940) un giovane Luzi ci racconta della sua fascinazione per le giovinette fiorentine, le fanciulle che “non sanno finire d’aspettare l’avvenire”, e che rappresentano  il cuore pulsante di questi versi giovanili, così  spontanei e freschi.  Il poeta fiorentino però non dimentica ”il dolore della giovinezza” e chiedendo perdono per i suoi “ dolci peccati”, tocca il vertice di una prosodia leopardiana, innestata sulla stessa modulazione pessimistica del poeta recanatese- si veda, per esempio, la poesia Il cimitero delle fanciulle, nella raccolta Avvento notturno, dove l’esistenza si mostra “solenne” ma “irta”. 

Lo sforzo di Luzi nel prosieguo della sua poesia è ribaltare questa nozione del negativo in una superiore accettazione;  la consapevolezza del dolore e della vanità trovano una requie nelle serenità apollinea con cui il poeta procede nella versificazione,  che assorbe le tensioni contemporanee e le restituisce purificate dalla stessa classicità del poetare, fondamentalmente  sereno,  anche se aggredito  da un’interiore  ansia, assennato, anche se arso dalla febbre del divenire, quieto, anche se roso dall’inquietudine dell’incomunicabilità,  e mai sopra le righe. E’ forse il limite della poesia di Luzi questa pacatezza, che non viene mai meno, e rende i suoi versi classicamente belli ma un po’ asettici, poco sanguigni ma questa pare un po’ la cifra stessa della poesia italiana del Novecento. Luzi non grida, non strepita, è sempre così attento a contenersi che la sua poesia, pur bella, non riporta mai nessun eccesso, non registra il grido dei viventi piuttosto il loro opaco balbettio.

 Ansia, uggia, dilemma, sono le parole che ricorrono spesso a sottolineare l’inquietudine  del poeta e di un’intera epoca, anche se il dettato di Luzi sembra estraniarsi dalla Storia e inseguire una propria purezza atemporale. Inizialmente   è  presente una forte componente cristiana che poi via via sfuma per ricomparire nello scritto La passione, interessante riscrittura dei Vangeli, testo  che fu commissionato al poeta nel 1999 dalla Santa Sede stessa, in occasione dell’allora imminente Giubileo.

La critica riconosce ormai nella raccolta Nel magma(1963)  il vertice di questo percorso poetico, di stampo chiaramente eliotiano, con frequenti echi danteschi: in questa silloge Luzi utilizza la conversazione borghese in termini stranianti, creando una dimensione che lo avvicina ai film di Antonioni, nella similare denuncia dell’incomunicabilità e dell’alienazione, di “questa malattia di non amore che/ dilaga. – “, come si legge nel poemetto  Nel corpo oscuro della metamorfosi, tratto dalla successiva raccolta Su fondamenti invisibili(1971).

Nel magma è una raccolta stratificata, dove il dialogo sembra farsi impossibile, e dove Luzi aduna “ le potenze della mente/ in un punto solo fra desiderio e ricordo”.
C’è un’oscura colpa che affossa il poeta, colpevole di essersi sottratto alla lotta, di essere precipitato nel mutismo, è la colpa sempiterna del poeta che, se si sottrae alle contraddizioni del sociale, lo fa per accordare “ le sfere d’orologio della mente/ sul moto dei pianeti per un presente eterno.” Quindi diventa un isolato e il suo linguaggio diventa incomprensibile ai contemporanei, “moltitudine/ morsa dalla tarantola della vita.”  Sospeso fra il “timore del mutamento” e la sua necessità, Luzi riconosce nell’epoca lo svuotamento, l’apatia, l’afasia, l’inerzia che la condannano. L’anima, in questa dimensione puramente negativa, si trova così a non desiderare più nulla, a rifiutare la vita, divenuta impossibile e opaca:

“ E l’anima malata al punto che non solo/ non ha pace/ ma non vuole pace, non desidera niente/ rifiuta il nutrimento, rifiuta la vita”.

Così come Montale ricercava” il punto morto del mondo”, “l’anello che non tiene”, Luzi cerca “ il punto pullulante dell’origine continua”, scoprendo alla fine della sua angosciosa ricerca “ il mutevole e il durevole/ strettamente mischiati alla sorgente”. “Una tortura di dilemma” s’insidia spesso nella mente del poeta, che con dolore e fatica traversa le lande del dubbio, un luogo “ non posseduto dal senso”, e la sua poesia è attraversata sempre da “oscura una domanda” che trova risposta solo nel “vibrare delle immagini” che al massimo può raccontarci qualcosa del “ fulgore dell’effimero”. Progressivamente la poesia di Luzi sembra frantumarsi, perdere di unità - una sua raccolta s’intitola genialmente Per il battesimo dei nostri frammenti (1985) - sebbene sia sempre presente una tensione che conduce il poeta aldilà delle apparenze, nella speranza di ricongiungersi con il tutto, per “ tutto definitivamente essere”.

L’opera di Luzi così sforza la tenebra, apre a dei bagliori di conoscenza ottenuta“ a sprazzi nel buio”, sfida l’afasia contemporanea, tenta il fuoco della divina “ compresenza/ del tutto nella vita e nella morte”, e nel suo libro forse più luminoso, Viaggio terrestre e celeste di Simone Martini(1994),  troviamo questa straordinaria poesia, sintesi e traccia di una forse inappagata e inappagabile tensione al positivo dell’essere, alla “scienza dell’universo, il canto”:

“E’, l’essere. E’.
Intero,
inconsumato,
pari a sé.
                Come è
diviene.
             Senza fine,
infinitamente è
e diviene,
            diviene
se stesso
altro da sé.
           Come è
appare.
                               Niente
di ciò che è nascosto
lo nasconde.
                        Nessuna
cattività di simbolo
lo tiene
              o oltre la guaina lo presidia.
O vampa!
Tutto senza ombra flagra.

E’ essenza, avvento, apparenza,
tutto trasparentissima sostanza.
E’ forse il paradiso
questo? oppure, luminosa insidia,
un nostro oscuro
ab origine, mai vinto sorriso?”

Così Luzi appare un poeta parmenideo, reso inquieto dal divenire che tutto spazza e interessato alla sostanza immutabile, a quel motore immobile che può donarci come in sogno “l’eterno presente” cui aspira la sua poesia, anche in questo classica, anche in questo misurata;  una poesia dell’essere, consapevole però del vuoto sotteso a questo sforzo di recupero di una dimensione sapienziale,  in cui la parola possa volare alta sopra i frantumi del tempo e del divenire, fuoriuscendo dal magma contemporaneo della sua mancanza di significazione.

Georg Groddeck e l’espressione “contro natura”

lunedì 30 aprile 2012




“Non abbiamo già parlato una volta dell'espressione "contro natura"? Per me non è che una manifestazione del delirio di grandezza dell'uomo, che della natura ama considerarsi signore e padrone. Si divide il mondo in due parti: quel che ci aggrada in un determinato momento è naturale, quel che ci disgusta è contro natura. Ha mai visto qualcosa che non sia nella natura? E l'espressione "contro natura" non indicherebbe proprio questo? "Io e la natura", pensa l'uomo, senza turbarsi minimamente di fronte a questa presuntuosa divinizzazione di se stesso. No, mia cara canzonatrice, tutto ciò che esiste è naturale, anche se a Lei sembra contrario alle regole, e perfino se sembra andar contro alle cosiddette leggi della natura. Codeste leggi di natura sono creazioni umane, non si dovrebbe mai dimenticarlo, e se qualcosa non si conforma ad esse, ciò dimostra che si tratta di una falsa legge di natura. Cancelli l'espressione "contro natura" dal Suo vocabolario, e dirà una stupidaggine in meno.”
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Da Il libro dell’Es – Georg Groddeck