Il coperchio- Charles Baudelaire

mercoledì 12 agosto 2009

Scorra le terre e navighi per un mare remoto,
sotto un clima di fiamma o sotto un sole gelido,
accolito di Cristo o a Citera devoto,
Creso ardente o pitocco tenebroso e famelico,
villico,cittadino, in movimento, immoto,
posi inerte il suo piccolo cervello o pulsi anelo,
ovunque l'uomo prova sgomento dell'ignoto,
e con occhio che trema solleva il capo al Cielo.

Lassù, il Cielo! Incombente tetto sulla sua testa
volta d'opera buffa illuminata a festa,
dove ogni istrione calca un sanguinoso suolo;

amico ai pazzi asceti,contro gli empi feroce,
il Cielo ! Atro coperchio dell'immenso paiuolo
dove, infinita e minima, l'Umanità si cuoce.

...
Da I fiori del male- Charles Baudelaire- traduzione Gesualdo Bufalino- Mondadori

Favole della vita-Peter Altenberg

domenica 9 agosto 2009


Altenberg porge uno “ specchietto tascabile” alla società del suo tempo, la Vienna a cavallo tra Ottocento e Novecento , ove essa può ravvisare la crisi dei suoi valori, la vanità dei suoi presupposti, la perdita di identità che la caratterizza profondamente, ma soprattutto ci rende conto della sua interiorità di escluso per vocazione, della sua prigionia dorata di individuo in un mondo sempre più spersonalizzato. Fra racconti che sono “estratti di vita” aforismi che incidono per la loro brevità, divagazioni intellettuali, prose poetiche, si snoda l’esperienza letteraria di questo raffinato rabdomante di sensazioni, che lascia nell’anima l’impressione che tutto, bene o male, pur nella sua mediocrità, riesce a mantenere il suo incantesimo; così tulipani, bambine che pescano , gite in barca, parchi montani, conversazioni galanti, sono i brandelli di una ricerca di se stessi che ciascuno può compiere, complice questo scrittore austriaco , amico di Kraus, i cui temi sono disparati, la cui ricerca di una verità poetica affonda negli strati più remoti del romanticismo, per riemergere moderna nella consapevolezza dell’estrema vanità di ogni tentativo di fuoriuscire dalla logiche imperiose della borghesia più blasè. Mai cinico, sempre colmo di questo incantamento Altenberg esalta la donna, il cui fascino esercita su di lui un potere immenso, mai è incline alla lubricità, il suo sguardo, sebbene nelle sue parole affiorino tutte le turbolenze del desiderio, pare pienamente casto, pur nelle sue deviazioni feticistiche, la sua venerazione della femmina è un vero e proprio culto religioso, da cui egli non recede mai,ed è il filo rosso che lega questi frammenti, colmi di una sensibilità in lotta con il grigiore e con le inevitabili asprezze della vita. Certo l’uomo è una creatura torbida, cupa e inerte che solo la vicinanza con l’elemento femminile può risollevare allo stato di creatura divina; così le adolescenti, le ballerine di Altenberg portano la grazia nel mondo, con il loro movimento , coi loro sguardi, coi loro giochi, regalano qualcosa che il mondo stesso non è in grado di accogliere, senza profanare. Il rischio del kitsch è abilmente evitato in questi scritti, foglietti volanti che spesso Altenberg scriveva nei caffè di Vienna, lasciandosi andare in una dimensione in cui l’ispirazione non è costretta da nessuna imposizione, in cui è libera di amare anche ingenuamente i suoi prati estivi, le sue fanciulle, i suoi fiori. Talvolta affiora la ferocia si vorrebbe “torcere il collo“ ai tulipani che simboleggiano la donna amata che ci rifiuta, si vorrebbe “nel proprio intimo” prendere a calci colei che sobri, si venera in sommo grado, ma questa ferocia è sempre sotto controllo mentale, una fuoriuscita di lava dal bocciolo di un sentimento la cui purezza è il risultato di un processo di affinamento interiore, traverso il lavorio di una coscienza poetica che si mescola ad
un' immediatezza raggiunta quasi per caso; Altenberg dice della sua scrittura che è una rapsodia meditata sul momento, un‘improvvisazione senza fini e senza fine. Certamente il personaggio Altenberg, ciò che egli crea con le sue stesse parole, è un ingannatore, come tutti i poeti, il velo che pone sulle cose, per farle apparire come miraggi di un’esistenza beata è una pura creazione letteraria, ciò nonostante la grazia esiste, talvolta diabolica, esiste e lo scrittore austriaco, ha lo sguardo adatto per vedere in essa l’epifania, la rivelazione, lo shock e tradurli in scritti delicati, anche quando trattano temi inquietanti, scritti sorretti da una visione poetica la cui esattezza è il segno che qualcosa è stato visto, un lampo metafisico ha galleggiato sopra le nostre teste .
"Dio pensa nel genio, sogna nel poeta e dorme nella restante umanità “. Ecco che gli artisti romanticamente si struggono, soffrono, si esaltano a un livello incomprensibile agli altri, addormentati nel loro bestiale torpore, sentono con un’intensità sconosciuta alle masse, sono il sale della terra e Altenberg ci invita ad assomigliare ad essi, ad essere dei creatori di bellezza, in un mondo in cui la bellezza è costantemente minacciata, e l’orrore cova i suoi scempi nel modo che sappiamo. Forse in questa esaltazione della figura dell’artista è all’opera un’illusione romantica di Altenberg, il cui entusiasmo per la bellezza però suona assolutamente autentico e ciò basta. Un prato montano, una fanciulla, possono inebriare allo stesso modo una fantasia che cerca la sua estasi nella quotidiana fatica d’esistere, un articolo di giornale che parla della sparizione di una ragazza diventa un simbolo dell’annientamento della giovinezza e della bellezza stessa.Altenberg accenna appena alle ninfe, ma la loro scomparsa, dolorosamente cantata dai poeti dell’Ottocento, è presente nelle sue righe, “la follia che viene dalle ninfe” di cui scrive Calasso era sicuramente nelle sue vene di appassionato di una femminilità da sempre in via d’estinzione. Questa raccolta delle opere di Altenberg - tutte pubblicate fra il 1896 e il 1925 - stupisce per la potenza di fascinazione che riesce ad esprimere, da queste pagine si esala tutta la tensione più feconda della società viennese, che così bene viene tratteggiata anche nelle sue piccole o grandi follie, i suoi riti quotidiani, le sue disavventure. Quelle di Altenberg sono le parole di un esteta che non si rassegna, e cerca romanticamente “l’ideale nel reale”, che talvolta affonda nella mediocrità dell’esistenza con il sogno disperato di un mondo in cui dominino, per usare le parole di Baudelaire,” lusso, calma e voluttà “. La sua sensibilità per le venature più riposte di un paesaggio, la sua passione per i fiori, il suo gusto liberty per la conversazione, la passione per le adolescenti, e gli straordinari dialoghi che registrano gli umori di una società in declino, sono il lascito di questi scritti che nella loro semplicità, paiono conservare l’indecifrabilità del reale, aumentarne a dismisura il mistero. Ecco mistero è tutto ciò che respira nell’opera di Altenberg, il cui nitore è spiazzante, la cui chiarezza naturale non è offuscata dalla cupezza che pure s’indovina aver tediato il suo autore per tutta la vita, dilagando negli ultimi anni anni in una disperata confessione di disfatta. Quando è al meglio la prosa di Altenberg è incantevole, simile a certi dipinti di Klimt nella sua vaga aura sognante, è densa di una emotività delicata, di una tenerezza che sfugge ai chiaroscuri dell’esistenza e rimane testimonianza di una sensibilità che disperatamente ha cercato di restare a galla nel mare di tristezze di cui troppo spesso consta la vita, rimanendo aggrappata alla concezione romantica dell’esistenza, in un’epoca in cui ella denunciava già segni di cedimento, di cui Altenberg mostra di essere dolorosamente consapevole, da ciò deriva la sua modernità e la tempo stesso la sua inattualità di poeta della piccole cose.Certo talvolta il suo entusiasmo può apparire stucchevole e datato, frutto di un'epoca ormai scomparsa, ma la leggerezza dei suoi "schizzi" l'esattezza delle sue percezioni, il più delle volte raggiungono lo scopo di farci sentire parte di un mondo di tenerezze ancestrali e invincibili.Il suo sguardo afferra l’orrore, ma preferisce sostare in quella zona di contemplazione per cui vedere è tutto, sentire pulsare il mistero dell’esistenza e rimanerne affascinati è lo scopo; ricordando la levità di certi scritti di Robert Walser, i foglietti volanti di Altenberg testimoniano il tentativo di raggiungere l’estasi attraverso le parole, ed è così, girovagando fra parchi, laghi e montagne, che Altenberg coglie gli umori di una società minacciata dal vuoto. Egli la vede e, a differenza di Kraus , non la giudica,non la sferza , ama l’odore di dissoluzione che da essa emana, e sorride.
Gli ultimi scritti sono pervasi invece da una disperazione senza fondo, testimonianza di una sensibilità che si percepisce in declino, scompaiono i prati, le fanciulle e affiora nient’altro che la dura realtà dell’io, la vecchiaia, la malattia e quel bel mondo di incantesimi si trasforma nell’agonia di una mente, che non sopporta più la durezza della vita. Le ultime parole di questo scrittore sono spoglie,aride. Dove è finito l’entusiasta cantore delle inezie e delle bellezze del vivere ? Sotto il peso di una consapevolezza che non vuole pace, aborrisce il suo stesso successo, e non riesce più a evadere, imprigionata da un’ombra, che pare incombere su tutti noi .




· Favole della vita è edito da Adelphi

Tutte le opere- Antonia Pozzi

sabato 18 luglio 2009

La fantasia trasforma la realtà, la trascende, e allora la contemplazione di un mare immaginario appaga più di quello vero, nell’immaginazione, seconda Antonia Pozzi, risiede il segreto mormorante delle cose, la sua è una poesia mentale, nata da un impulso maturato lungamente, nei fondali della coscienza, al tempo stesso una cosa profondamente immersa nel sangue di tutte le ferite del vivere. A ventisei anni la poetessa decideva di mettere fine alla sua vita, lasciando un’opera poetica destinata a superare le anguste vicende dei suoi brevi giorni, ed incantare poeti come Montale, un'opera che si segnala subito per la sua leggerezza, per una chiarità di tono che rende partecipi di un vasto mistero che ci alita addosso la sua ambiguità ;a volte realmente inquietante, altrove tenerissimo, a volte disincantato, il verso della Pozzi è un mormorio che si intuisce provenire da una mente lucida, appassionata, desiderosa di purezza e che, nella dolcezza della rievocazione poetica , sa mischiare la nostalgia a un prepotente desiderio di vita. Se” la voce è un tralcio d’edera" e il cuore è avvinto unicamente ai” gridi delle sue rondini” noi entriamo realmente nella sottile regione dell’abbandono poetico. Ci guida questa poetessa milanese, la cui voce “ il silenzio allarga” per farci percepire “ i misteri della sera, dei cimiteri dischiusi, dell’inverno che si avvicina”. Parola la sua a volte epigrammatica, veloce, capace di sondare la realtà con uno sguardo che sembra miracolosamente scampato alle opacità più meschine della vita. Su tutto sulle tragedie, sulle bellezze dell’esistenza si effonde un velo di crepuscolo infiammato dalle più dolci convulsioni del cuore, e i volti sgorgano negli specchi sereni, l’amore si rivela in tutta la sua purezza enigmatica, dilavato dal lavorio di una coscienza talvolta lacerata dalla sua assenza o dalla sua tragica impossibilità. La natura è un luogo in cui una cieca violenza si agita senza sosta, “dove il cuculo svolazza solo” e un cucciolo ferito dallo zoccolo di un cavallo simboleggia questo fato sinistro degli esseri viventi. Uomini con “occhi di poveri” vagano in una vastissima solitudine e la tristezza è uno “scirocco pregno di salsedine” e l’anima si protende verso “ignoti mari”, desiderosa di una pace che superi la comprensione, come nello Shantih eliotiano. Il cuore “inaccessibile” e” fatto solo” è davvero il fulcro di ogni ferita e la sorgente di un canto soffuso, dolcemente intriso di tutte le negatività, che però osa restituirci uno sguardo non più da afflitti, ma da scrutatori di bellezze fuggevoli. Il verso di Antonia Pozzi è colmo di immagini che con delicatezza esplorano anche i territori di una durezza implacabile, e le immagini naturali confondono la tavolozza dell’esperienza umana, per fondersi in un mosaico di impressioni e se le cose “ silenziosamente piangono su noi “ e i volti sono “macchie d’ombra” è possibile toccare la vertigine di una riconciliazione con le cose stesse, abbracciare la totalità indifferente, superando così il senso d’estraneità che ci pervade e che Sartre negli stessi anni (gli anni trenta del secolo scorso )ha così efficacemente descritto ne La nausea. Leggendo le poesie di Antonia Pozzi, nonostante il tragico epilogo della sua vita, non si corre il rischio di affondare in nessuna disperazione, la bellezza dei suoi versi è in grado di esiliare ogni cupezza, di isolarla come perla in una conchiglia. E’ così per tutti i poeti di talento, affrontare l’orrore e, mescolandolo al proprio sangue, restituirlo purificato dalle sottigliezze del dolore. I paesaggi sono quelli lombardi e allora laghi e torrenti fanno da sfondo a questa ricerca inesausta di bellezza, vivificata dalle passioni amorose della poetessa, i versi d’amore sono stille che racchiudono in sé il terrore della solitudine, la paura dell’abbandono, e un desiderio d’innocenza filtra nella spossatezza di una vita che soffre mancanze atroci e allora come un riscatto i fanciulli, le bambine diventano protagonisti, sotto uno sguardo che sa vedere in essi la leggerezza e l’incantesimo dell’infanzia. La poesia è “ un solido ponte” sulle “voragini della vita” e la capacità della poetessa milanese di far vibrare questa verità assieme alla nostalgia del silenzio ci rende partecipi di un mondo in cui lo splendore è presente accanto alla più nera disperazione, in cui le parole non sono staccate dalle cose, ma ne rappresentano il cuore. “ Per troppa vita che ho nel sangue/ tremo …” scrive la Pozzi e c’è da crederle, le sue poesie sono attraversate da una meraviglia e da una passione cogente, da una stretta necessità che li rende testimonianza indispensabile non solo di una vita, ma di tutte. Una “remota estate” avvampa nel sangue coi suoi fiori, bocche infantili cantano sulla “ tua solitudine”, ed “una trasparenza di falso cielo “, “enormi baratri azzurri “ convivono in questi versi , che ricordano tele di pittori impressionisti, capaci come sono di rendere vivido il paesaggio, nella melanconia tutta umana che rappresenta forse il suo segreto e il suo commento più appropriato .La lezione crepuscolare è ben presente in questi versi dove boschi melanconici, cimiteri, nevai sono descritti con pennellate sicure e improvvisi mutamenti di prospettiva e talvolta, ma raramente a dire il vero, con un sentimentalismo un po’ di maniera . “Il fugace sgomento “ della poetessa milanese è davvero l’indizio della sua sensibilità esacerbata, il suo canto, in fondo andato oltre l’ infelicità, è traccia di una meraviglia per l’esistenza,che traluce dal fondo buio della solitudine, realtà questa che ossessivamente fa capolino in questi versi , per tarpare il volo di una ragazza che ebbe la ventura di luccicare per un istante prima di sparire, per sua stessa scelta, ingerendo una dose letale di barbiturici.

Poesie scelte 1947-1995- Allen Ginsberg

sabato 4 luglio 2009

Ginsberg è un poeta dalla fondamentale vocazione all’oralità, la sua è una poesia destinata alla recitazione, spesse volte su un tema musicale, magari jazz, perché ritmicamente Ginsberg opera in quella direzione. “Apocalisse be bop “ del suono la pagina è un florilegio di frantumi, pensieri vaganti, paesaggi intravisti e poi dimenticati, sogni ed incubi che egli coglie dal fondo di un'America di cui già negli anni sessanta del secolo scorso annuncia l’irrimediabile caduta; un'America di capitalisti sfruttatori, che giustifica e produce le peggiori carneficine. Ginsberg come Whitman ama però profondamente il suo paese, ne ama la natura, gli spazi naturali, ma anche le super strade, i drugstore, i supermercati, ma riconosce in essi un’atmosfera da incubo, l’immagine agghiacciante di un moloch fatto d’industrie è l’altare cui si sacrificano le vite umane. Ginsberg oscilla fra una consacrazione della vita in termini spirituali- ma è una spiritualità di tipo orientale-e la denuncia del terribile male che affligge l’epoca contemporanea, con l’imbarbarimento del linguaggio parlato, scritto e visivo, promosso dal mondo dei media. Così L’operazione di Ginsberg è far entrare nel linguaggio poetico i gerghi, i tic verbali della tribù umana, frantumando spesso l’aulico con il prosaico, fondendo le sue visioni con materiale di scarto, per far emergere una verità più autentica di quello della tradizione poetica. Talvolta in questo risulta fastidioso, è il rischio quando si vuole abbassare il discorso al livello dell’asfalto, per coglierne gli umori deliranti. Ecco, Ginsberg sa delirare e giacché le menti migliori sono “distrutte da pazzia” come recita lo splendido incipit de L’urlo, per ritrovare la perduta “estasi naturale “ è necessario andare aldilà della ragione borghesemente intesa, piegarla alle logiche della più pericolosa disavventura linguistica, per disarcionare il senso comune dal cavallo del suo leccato e ipocrita perbenismo. C'è una potenza visionaria che non accetta la pochezza linguistica del linguaggio corrente, promosso dall’industria culturale e attraverso l’uso di droghe si tratta ancora una volta di liberare la mente. E' questo il clima culturale della Beat Generation: meditazione, zen, droghe lisergiche, una passione per la spontaneità, e la libertà sessuale, invocata come fine di ogni flagello repressivo. Risuonano le parole di Blake ”Se il folle persistesse nella sua follia raggiungerebbe il palazzo della saggezza”; Blake che rappresenta a tutti gli effetti il nume tutelare di Ginsberg - che disse di averne udito in visione la voce- probabilmente per via del ruolo fondamentale che il poeta inglese attribuisce all'immaginazione, nel comporre il mosaico dell'esperienza umana. Una passione per un formidabile cambiamento politico e dei costumi-di cui poi però Ginsberg decretò lucidamente il fallimento- agita i versi di questo poeta assolutamente energetico. Si tratta di una letteratura attraversata da spasimi di un’autenticità vitale che anche i detrattori più accesi non possono negare, da una forza oracolare, da una tendenza a far vibrare il caos, da una modificazione delle percezioni spazio temporali, sulle orme di una chiaroveggenza che apparenta Ginsberg a Rimbaud, ma culturalmente l’operazione di rilettura del poeta francese l’avevano compiuta i surrealisti, in maniera più efficace, in certe pose profetiche Ginsberg cede a dei cascami ideologici, che rischiano talvolta di invalidare il suo discorso. Bardo barbuto di un mondo che non sa che farsene della poesia e la glorifica solo per riempirsi la bocca, il poeta americano talvolta imbocca la strada di un'autoesaltazione, non sempre ironica, attribuendo alla parola poetica una potenza salvifica, che nei fatti non ha, se non per pochi;certo trovo azzardato e un po’ fatuo scrivere come fa il poeta americano che “la poesia salverà il mondo“, anche se, all’interno della sua opera ,riconosco che questo verso ha il suo senso. Io credo che una maggiore distanza da certe esaltazioni, una freddezza in più, un disincanto più lucido, avrebbero giovato a Ginsberg, d’altronde non gli si può rimproverare di essere stato quello che era: un poeta visionario in un contesto un cui la visione è prerogativa delle tv. Il rischio dei profeti è quello di diventare dei buffoni di corte, mi pare che Ginsberg questo rischio l’abbia corso un po’, e in questo caso la corte è l’industria culturale, così disprezzata dal poeta, ma di cui in fondo egli è diventato un ingranaggio, certo la bellezza dei suoi versi migliori fa perdonare atteggiamenti un po’ ingenui, che oltretutto sono il debito che il poeta inevitabilmente paga alla propria epoca. Ginsberg cerca una specie di ebrezza, e la cerca mescolando i paesaggi mentali in un caleidoscopio di immagini in grado di rendere conto dell’enigmatica complessità del reale. L’eternità è il suo sogno, la sua passione, la sua musa, e quasi ossessivamente questo desiderio di trascendere i limiti della vita stessa emerge dai suoi versi, sempre colmi di una tensione, che ha bisogno di uscire dalla pagina, come canto, come grido, come esito di un’operazione intellettuale che vuole riconnetterci alla potenza della grande”dinamo stellare”. Un altro dei temi della sua poesia è quello dell’amicizia: i vari Kerouac, Cassady, Burroughs sono presenti nei versi di Ginsberg, come indispensabili compagni di bagordi filosofici e sessuali , mitizzati ampiamente, in una maniera che talvolta risulta un po’ eccessiva. L’autenticità con cui il poeta americano affronta il territorio della poesia, la sua rabbia, il suo impeto sono notevolmente interessanti e diverse poesie sono indubbiamente splendide, piene di un coraggio filosofico, di una sapienza stregata, di una lucidità visionaria, che confermano la bontà della sua ispirazione. Il linguaggio, forse illusoriamente, non sembra avere limiti, la mente di Ginsberg vuole il vuoto,la pace della meditazione, e l’ottiene con l’accumulazione di dati interiori, che per esempio in un poema come L’urlo sfuggono alla presa di una immediata comprensibilità, e sono una colata lavica di impressioni legate da un filo di sottile esaltazione. Altrove un tono pacato, meditabondo lascia pulsare la sua vena crepuscolare, nostalgica, piena di un amore inappagabile, di una sessualità esibita come riscatto di un’esistenza che sa essere veramente buia. Ma Ginsberg è per lo più, come Whitman, un poeta entusiasta, agguerrito, sul piede sempre di una qualche rivelazione, e questo può talvolta apparire incongruo, ma la potenza dei suoi versi è indubitabile, la freschezza delle sue immagini, che paiono fuoriuscire dalla pagina per imprimersi nella memoria, raggiunge l’obiettivo di liberare la mente dalle sue paralisi linguistiche. La sua è una poesia fortemente antiborghese, tutti i suoi versi tendono a fare a pezzi l’oppressivo buon senso di cui la borghesia si gloria, per schiacciare tutti col mito della ragione e del lavoro. Ginsberg sta palesemente dalla parte dei pazzi, la cui mente è il luogo di un combattimento fra la paranoia del sistema e quel residuo di individualità che il sistema stesso non è riuscito ad eliminare. Così nei versi del poema Kaddish, la pazzia della madre del poeta è pretesto per tratteggiare tutta la demenza della vita contemporanea, la paranoia è il segno di un ‘invasione interiore che il soggetto non può che subire, cercando di riscrivere la storia stessa da una visuale che non sia codificata, e in questo sforzo perdendo il senno. Ginsberg cerca di porsi come grillo parlante di una società alla deriva, suo testimone e giudice, dall’alto della sua ispirazione il poeta ci ricorda che “Nessuno pubblica una parola che non sia vigliacco farneticare robotico di una mentalità depravata”. La condanna della guerra, la derisione dell’establishment, il viaggio attraverso un’America che oscilla fra il paradisiaco e l’infernale sono fra gli altri i temi di questa poesia, che si percepisce difficilmente traducibile- per questo è comunque ammirevole il tentativo del traduttore italiano Luca Fontana- le poesie di Ginsberg paiono arse da una foga e da un furore che sono l’indizio di una mente in perpetua ricerca di un bandolo della matassa che, fatalmente, non si trova. Una certa supponenza, la volgarità divenuta di maniera, una tendenza alla logorrea dispersiva, possono essere ritenuti il limite di queste poesie, ma quando Ginsberg libera la sua energia creativa può lasciare davvero sbalorditi, per l’efficacia icastica che riesce a costruire.
Questa antologia sterminata- sono più di ottocento pagine - raccoglie i versi di un poeta la cui influenza è stata enorme, ed è tuttora attiva, ma a volte mi chiedo se la sua attenzione spasmodica per l’attualità, col tempo, non lo renderà lontano, addirittura astruso, trattando tematiche d’attualità, o fortemente autobiografiche, si corre il rischio di sembrare, dopo poco, obsoleti. Della sua poesia resteranno i potenti afflati metafisici, certi slanci, la percezione di un mondo in rovina e la speranza di una palingenesi radicale, che affonda le sue radici nella consapevolezza che nel profondo tutto è santo, tutto vuole la beatitudine, il male è un accidente, se nella nostra mente regnasse il vuoto, e il non agire fosse la nostra priorità,saremmo saggi, ma questa saggezza, di cui Ginsberg è il nostalgico dolente e l’ispirato cantore , certo non è di questa terra umana, ed è sempre comunque sotto l’ala di un’ estatica follia.

Una poesia di Jim Morrison

venerdì 3 luglio 2009

Fu la più gran notte della mia vita
Benché una moglie non l'avessi ancor trovata
Avevo lì i miei amici ben vicini

Indiani disseminati sulle
carreggiate all'alba sanguinanti
Si affolla di spettri la mente del bambino
fragile guscio d'uovo

Scalammo il muro
Viaggiammo per il cimitero
Forme antiche tutt'intorno a noi
Niente musica se non l'erba bagnata
fresca percezione oltre la nebbia.

Due fecero l'amore in un angolo silenzioso
uno cacciò un coniglio nell'oscurità
Una ragazza si sbronzò e fece il morto
Io feci al mio cervello qualche sermone inerte

Cimitero fresco e tranquillo
Odio lasciare
la tua sacra distesa
Aborro del giorno la venuta lattiginosa


....


Da Tempesta elettrica- Jim Morrison- traduzione Tito Schipa jr- Mondadori

Da Ultimi scritti- Charles Baudelaire- Feltrinelli

lunedì 29 giugno 2009

“ Il mondo ha iniziato la sua fine. La sola ragione per cui esso potrebbe durare è il fatto di esistere… Ma non è nelle istituzioni politiche in particolare che si manifesterà la rovina universale…Sarà nello svilimento dei cuori… Allora quello che assomiglierà alla virtù- che dico- tutto quello che non sarà ardore per Pluto sarà considerato immensamente risibile…Quanto a me, che sento in me talvolta il ridicolo di un profeta, so che non troverò mai la carità di un medico… sono come un uomo esausto, il cui occhio, dietro di sé negli anni profondi non vede che disillusione e amarezza, e davanti a sé una tempesta in cui non vi è nulla, né insegnamento, né dolore. Quella sera in cui quest’uomo ha rubato al destino qualche ora di piacere, cullato nella sua digestione,dimentico, per quanto possibile, del passato, contento del presente e rassegnato al futuro, inebriato dal suo sangue freddo e dal suo dandysmo, fiero di non essere tanto in basso come quelli che passano , egli si dice, contemplando il fumo del suo sigaro: Che m’importa dove vadano queste coscienze ?Credo di essere scivolato in quello che gli uomini del mestiere chiamano un fuori programma. Tuttavia lascerò queste pagine ,perché voglio dare una data alla mia collera”.

(traduzione Franco Rella)

Diario del ladro- Jean Genet

mercoledì 24 giugno 2009

Genet si è posto nella vita e nella letteratura in violento contrasto con la società, rubando, mendicando, prostituendosi, ha raggiunto quella zona in cui la violazione di ogni legge è il sintomo di una caduta e al tempo stesso la ragione di un'enigmatica ricerca del bello e del sublime, nella dimensione del sordido. E’ proprio questa la sfida di Genet: isolare momenti di bellezza, laddove per la mentalità comune sembra esserci solo sporcizia e degrado. Egli è un isolato, nessuna possibilità di vera comunicazione può essere raggiunta, da una parte c’è la società, con le sue leggi inflessibili, dall’altra colui che le trasgredisce, e nessun ponte di letteratura può unirli. Così Genet usa il voi, quando si rivolge ai lettori, i quali, in quanto rappresentanti del senso e del vivere comune, gli sono lontani come la luna. Nelle pagine di Diario del ladro lo scrittore francese rievoca la sua giovinezza di sbandato e di teppista, per le vie di Barcellona, Brno, Anversa, e altre città d’Europa, città di cui egli frequenta bar di infimo ordine, malavitosi con i quali condivide la sorte, il letto, le avventure, in un contesto in cui i valori vengono ribaltati, e così l’abiezione più profonda, l’immoralità più scandalosa, assumono le veste di fantomatica rivincita, per coloro che la società umana ha espulso come indesiderati. Nel compiere “l’ascesa verso l’umiliazione “ Genet mostra un’enorme vitalità, sebbene disperata, gira tutta l’Europa, Spagna, Francia, Cecoslovacchia, Serbia, Italia, da tutti i paesi ottenendo l’espulsione, per via dei suoi crimini, infiammandosi talvolta di passioni violente, sempre assillato da una fatalità di abbruttimento. In questo c’è la coerenza di un santo al contrario, una vocazione a una sacralità sconosciuta, tanto che Sartre intitolò il suo saggio sullo scrittore francese Saint Genet, e ne mostrò l’assoluta sete di beatitudine spirituale, ottenuta attraverso l’infrazione dolorosa di ogni regola. Dolorosa perché tale è il male in Genet, una necessità e una maledizione, sicuramente una libertà pericolosa che si sconta con l’esclusione perpetua dal consorzio umano. In questa disperazione senza fondo Brno, Barcellona, e tutte le città citate sono terribili e malinconici sfondi privi di attrattive, come se il malessere stesso di Genet le prosciugasse nel profondo. Lui e i suoi amici sono dei paria pronti a tutto, consci della loro realtà di perduti a ogni convivenza sociale, essi recuperano la loro umanità sul piano dell’audacia, che fa compiere loro le azioni più turpi. Nel folgorante incipit i delinquenti sono accostati ai fiori, tanto brutali gli uni quanto delicati gli altri, e il tentativo di Genet è di far risaltare il suo amore per questi strani compagni di strada, pronti a tradirsi per pochi soldi, ad amarsi selvaggiamente, a uccidere, per affermare la loro natura di eslege, destinati a una vita disperata, dal fondo di un malessere in cui talvolta come una boccata d’ossigeno affiora una gioia straziata, una felicità macellata. Non sono certo eroiche le figure che Genet descrive, ma nella loro spesso ostentata vigliaccheria egli coglie una bellezza indecifrabile che lo commuove e in questa commozione, egli ritrova il senso della propria esperienza. I vari Pepe, Stilitano, Armand, sono personaggi di un mondo picaresco, che Genet rievoca con nostalgia, nonostante tutto l’orrore che essi hanno attraversato, conservano una specie d’incanto, sebbene questo incanto non sia altro che il segno di un’abitudine al crimine e al vizio così radicata da disgustare i benpensanti. In Genet l’immoralità dei comportamenti non è mai scevra da un sottile senso di colpa, ma lungi dall’allontanarlo dal crimine questo stesso senso di colpa diventa un ingrediente indispensabile per gustare la pienezza di una caduta inevitabile. Così Diario del ladro è la cronaca di un inferno, in cui non manca lo spazio per la tenerezza, la vita di Genet nella sua lucida disperazione è testimonianza di una realtà in cui la regola principale è sopravvivere nonostante tutto, immergersi in ciò che c’è di infimo per uscirne con le stigmate di uno splendore perverso. Una dimensione poetica pulsa in queste pagine, Genet si mette dalla parte dei ladri, degli accattoni, diventandone il cantore e in questa operazione dà voce a quelle realtà marginali che in letteratura sono spesso dimenticate. Se c’è un limite in tutto questo è nella fin troppo esibita pietà di sé; in questa apologetica del crimine, sebbene la colpa sia sempre presente e mai edulcorata, il pathos di una solitudine senza rimedio fa apparire freddo e scostante anche lo slancio più amorevole, Genet mostra un’Europa dei bassifondi, in cui la crudeltà non è mai separata da una certa grazia equivoca, il cui senso è tutta una paradossale affermazione della propria diversità sia erotica- Genet è omosessuale- che sociale, e la parola redenzione è svuotata di significato, una crudele fatalità spinge questi individui a una vita disperata, e sebbene carnefici essi paiono le vittime di un meccanismo che però lo scrittore francese non ha la forza di indagare fino in fondo. Non è una vita di ribellione che Genet descrive, tutt’altro, i suoi personaggi sono schiacciati e non ambiscono a nulla, sono ridotti spesso alla pura dimensione della sopravvivenza senza gloria, paghi della loro condizione miserevole, essi scontano la loro esclusione, e solo nel castigo cui sono destinati recuperano la dignità che il mondo non vuole e non può riconoscergli. In questo libro c’è qualcosa di profondamente alieno all’opera, qualcosa di freddo, una fondamentale rinuncia al decoro, una rabbiosa rassegnazione si mescola alla furia criminale, lasciando talvolta nel lettore una sensazione di macabro autocompiacimento, che può disturbare. Nel raccontare la propria vita violenta Genet non ha il coraggio o la voglia di andare fino in fondo, in certi momenti appare sdolcinato anche il crimine, e la sensazione è che lo scrittore francese inganni i suoi lettori, presentandosi ad essi con un candore che a un’attenta analisi appare posticcio. Meglio sarebbe stato mettersi dalla parte del male, senza quella svenevolezza che fa apparire equivoche e forse eccessivamente patetiche certe pagine del libro; la parola di Genet sa dunque di imbroglio calcolato e di tranello, in questo rivelandosi parola letteraria, da qui il grande successo di critica che accompagna il libro da quando nel 1948 uscì la prima edizione censurata.

Una poesia di Bhartrhari

sabato 20 giugno 2009

2

Scarno, guercio, zoppo,
privo di orecchie, con la coda mozza,
pieno di pustole, molle di putredine,
il corpo avvolto da colonie di vermi a centinaia,
magro di fame, secco di anni,
con un orlo di coccio intorno al collo,
segue la cagna il cane:
Amore invero uccide anche chi fu già ucciso.

-

da Sulla saggezza mondana, sull'amore e sulla rinuncia- Bhartrhari-traduzione di Alessandro Passi- Adelphi

Tempesta elettrica- Jim Morrison

mercoledì 10 giugno 2009


La poesia di Morrison è un tentativo di coniugare le influenze beat alla grande tradizione decadente europea, con tracce di mitologie disparate, dai greci, ai pellerossa, che scorrono nei suoi versi. E’ certamente un mondo misterioso che egli cerca di mettere in luce, con una tendenza gnomica che talvolta lascia dei bagliori di illuminazione, altre volte si cela in una dimensione più colloquiale. L’occhio di una telecamera sembra a volte presente per cogliere gli umori di un'umanità di ragazze chiamate “Libertà “, ballerini invasati, bambini dalla mente “fragile come un guscio d’uovo”, satiri, gnomi, e numerosi sono gli animali -cobra, pantere, leopardi, leoni , cavalli- che abitano queste poesie, dove riferimenti alla cultura greca si innestano su un tessuto di matrice celtica, con frequenti riferimenti alla poesia di William Blake, soprattutto nella costante creazione di un mondo magico e mitico, con il caos che sembra sempre voler irrompere sulla pagina e solo raramente vi riesce, con esiti a volte sorprendenti, altre volte invece si rimane stupiti per la loro vacuità.

Una natura selvaggia e pericolosa viene costantemente evocata da Morrison che però talvolta manca di efficacia, perdendosi in una strana confusione di parole, legate analogicamente, ma in maniera forzata,o abbandonandosi alla scrittura aforistica con esiti quasi mai convincenti. Credo dipenda in parte dal fatto che questi testi sono stati pubblicati rovistando fra i suoi taccuini e operando una scelta fatalmente diversa da quella che il poeta avrebbe compiuto, perciò alcune poesie sono poco più che appunti, abbozzi su cui non si è operato in maniera definitiva. Talvolta pare deficitaria la necessaria revisione e limatura dei testi, che è fondamentale per l’ attività poetica, ma bisogna dire che nel clima culturale della beat generation la scelta di Morrison di una scrittura spontanea, germinazione di significanti in tensione musicale, è più che comprensibile. Del resto la poesia di Morrison non è immune da influenze dadaiste, e una rilettura in chiave surrealista di Rimbaud è una delle matrici della sua poetica e l’oralità, la recitazione in pubblico, l’immediatezza corporale del verso, giocano un ruolo preponderante.

Al di là di certe ingenuità, in questi versi vi è indubbiamente una potenza oracolare all’opera, Morrison persegue una follia di nomadismo psichico, appartiene all’epoca che credeva che le droghe amplificassero la coscienze, estendessero gli stessi domini dell’anima.

In tale contesto, la poesia è un nuovo idioma che racchiude folgorazioni e visioni che ci liberano dalla schiavitù del senso comune, e Morrison in questa operazione mostra talvolta una chiarezza visionaria, altrove smarrisce la strada, devia verso l’ovvietà detta con una certa supponenza,ma nel complesso quel tanto di indecifrabile che vibra in questi versi basta a fare di Morrison un poeta che si può leggere.

Così egli ci invita ad abbandonare la tranquilla, domestica, paranoia per entrare nelle foreste degli antichi, dove elaborare nuovamente una mitologia, parlare “alfabeti segreti” e incontrare lo spirito della musica, complice” un’intensa visitazione d’energia”. Abbandonando tutto ciò che ci è stato insegnato Morrison ci suggerisce di iniziare il nostro viaggio verso la libertà, modellando la nostra percezione a partire da uno stravolgimento di tutti i sensi, che permetta alla nostra natura di volare aldilà delle sterili convenzioni del linguaggio e affermando l’individualità contro ogni progetto di massificazione: giacché siamo dominati dalle televisioni e “placidi ammiragli” pretendono il sangue giovane ,per far girare il grande macchinario della guerra, noi abbiamo una chance solo nel approfondire la nostra visione personale, lasciandoci incantare dalle dinamiche inconsce di una psiche che ha scelto vivere accanto agli dei della tradizione, ritrovando in essi la corrispondenza segreta fra intuito e ragione e il trait d’union che lega il mondo moderno alla natura.

Un “ pensiero senza mente “ cerca di affiorare nelle parole di Morrison, che elabora uno strano misticismo che pare più una concessione alla moda dell’epoca che un sincero anelito spirituale; Buddha e Cristo si incontrano in un intelletto che considera la contemplazione del cielo il suo destino naturale e il suo apice di godimento estatico. Ecco, se l’artista è colui che persegue l’estasi, i versi di Morrison testimoniano della sua vocazione a sciogliere i legami mentali per far emergere quella tentazione d’infinito che troppo spesso risulta essere al tempo stesso un salto nel vuoto, o una caduta verso gli oscuri regni della morte. L’affresco offerto dal rocker americano è sicuramente vitale, ma troppo spesso i suoi versi combattono la vacuità uscendone malconci, ma quando la visione si innesta sulle parole in maniera convincente abbiamo versi belli, che offrono uno scorcio di dimensioni dimenticate, dove “il mondo è un film inventato dagli uomini “e il sesso quella realtà iniziatica che ci fa assaporare la nostra natura di Buddha e al tempo stesso il buio della tomba.

Bisogna godere assolutamente del momento presente perché “ nessuna ricompensa eterna ci / perdonerà ora / per aver sprecato l'alba /e gli dei sono sul punto di irrompere nella nostra vita per sconvolgerla e portarci la consapevolezza di un’energia cosmica che può farsi musica oppure silenzio inesprimibile. L’amicizia rappresenta per Morrison qualcosa di sacro che è più potente della sua evidente fascinazione per la morte, ma il bisogno di far parte di un gruppo collide con la sua vocazione ad una aristocratica solitudine, intessuta delle voci che si alzano dai libri, amuleti contro il conformismo, talismani che ci proiettano in una realtà, dove è possibile benedire il momento presente, implorare” un’ora di magia” al “grande creatore dell’essere” e sfuggire alla morte “ “terrificante ospite compagnona “ consapevoli che sfuggendole, incappiamo in lei ancora più rovinosamente. Possiamo però diventare come “folletti innocenti “ desiderosi solo di sballare e “mandare a quel paese gli dei “, essere come dei “fiori lussureggianti”, colti nel loro effimero sfiorire, che dice qualcosa delle meccaniche universali.

Nei versi di Morrison, perlomeno nei più belli, un incantesimo di morte si allea alle forze più vitali della natura umana, mentre entità occulte “stanno facendo del nostro universo uno scherzo”, e tutto frantumato non può che danzare , il desiderio di “mutare mentalmente la realtà" emerge come una sfida alla totalità e direi niccianamente anche alla verità. Perché è un mondo di illusioni quello che Morrison prepara per noi, confidando alla nostra ombra che un mondo segreto sta per scoppiare, e che la poesia potrebbe dilagare nella realtà, diventando la sua nemesi più veritiera. Se un poeta va giudicato dalle sue opere migliori, penso che tutto Morrison vada visto alla lente dei suoi versi più efficaci - fra tutti quelli di Una Preghiera americana- che fanno presagire,che se fosse vissuto più a lungo, abbandonando certe pose narcisistiche, avrebbe potuto lasciare un corpus poetico meno frammentario e confuso, e più letterariamente compiuto.

Sono questi i versi - non sempre riusciti -di un apolide spirituale, che non si sente a suo agio in nessuna dottrina, ma le osserva tutte con interesse, cercando di fondere totem, crocifissi, sciamanesimo e oracoli, dal fondo spettrale di una parola che, sebbene minacciata da afasia, cerca di restituirci il fascino dell’ignoto, talvolta precipitando frantumata, altre volte mascherandosi da grido animalesco, per impressionare meglio la pellicola della nostra mente.

Tempesta elettrica- Jim Morrison- Mondadori

Blues in memoria- W.H Auden-poesia

lunedì 8 giugno 2009

Fermate tutti gli orologi, isolate il telefono,
fate tacere il cane con un osso succulento,
chiudete i pianoforti, e tra un rollio

smorzato
portate fuori il feretro, si accostino
i dolenti.
Incrocino aeroplani lamentosi lassù
e scrivano sul cielo il messaggio Lui E'
Morto,
allacciate nastri di crespo al collo bianco
dei piccioni,
i vigili si mettano guanti di tela nera.

Lui era il mio Nord, il mio Sud, il mio Est
ed Ovest,
la mia settimana di lavoro e il mio riposo
la domenica,
il mio mezzodì, la mezzanotte,la mia
lingua, il mio canto.
pensavo che l''amore fosse eterno: e avevo
torto.
Non servon più le stelle: spegnetele anche
tutte;
imballate la luna, spegnete pure il sole;
svuotatemi l'oceano, e sradicate il bosco;
perché ormai più nulla può giovare.

Da La verità vi prego sull'amore- W.H Auden-traduzione di Gilberto Forti-Adelphi






Nudo di donna in posa- Carol Ann Duffy- poesia

mercoledì 3 giugno 2009

Sei ore così per pochi franchi.
Ventre tette e culo alla luce della finestra,
mi succhia via il colore. Ancora un po' a destra,
Madame. E prova a star ferma.
Sarò rappresentata analiticamente e appesa
in musei importanti. I borghesi rimarranno di stucco
davanti a un 'immagine così di una puttana di fiume.La
chiamano Arte.

Sarà. Lui si preoccupa del volume dello spazio.
Io del prossimo pasto. Stai dimagrendo,
Madame, così non va bene. I miei seni sono
un po' calati, lo studio è freddo. Nei fondi del tè
vedo la Regina d'Inghilterra che osserva
le mie forme. Magnifica, mormora
passando oltre. Mi viene da ridere. Lui si chiama
Georges*. Mi dicono che sia un genio.

Certe volte non riesce a concentrarsi
e si indurisce al mio calore.
Mi possiede sulla tela mentre affonda il pennello
più volte nei pastelli. Che piccolo uomo,
non hai soldi per le arti che vendo io.
Tutti e due poveri, ci guadagniamo il pane come possiamo.

Gli chiedo perché lo fai ?Perché
devo. Non c'è altra scelta. Basta chiacchiere.
Il mio sorriso lo confonde. Questi artisti
si prendono troppo sul serio. Di notte mi sazio
di vino e ballo attorno alle sbarre. Quando è finito
me lo mostra orgoglioso, s'accende una sigaretta. Dico
dodici franchi e prendo lo scialle. Non sembro neppure io.

* Si tratta di Georges Braque.

(traduzione di Bernardino Nera, pubblicata sul numero di Giugno della rivista Poesia)

da Insetti senza frontiere- Guido Ceronetti- Adelphi

sabato 30 maggio 2009

182

Se le gesta isolate della benemerita scuola cinica fossero diventate la regola(la regola del Nessuna Regola, del nessun controllo e intoppo sociale ), la convivenza civile come ancora la subiamo, sempre meno liberi nei movimenti, nel parlare, nell'urinare ( perfino nelle sepolture, spazi dei colombari ) sarebbe stata impossibile. Fumi di Caos ci avrebbero cullati, non avremmo imposto chiuse alle acque alle città mura.Meno sangue versato più straccioni; poca terra coltivata, poco lavoro alle ostetriche, nelle zone fredde nessun abitante, nudismo vuole caldo. Nelle Utopie si è tentato spesso di uscire dalle galere della civiltà, nessuna finita bene. Oggi l'unico orizzonte possibile è la schiavitù illimitata.

Insetti senza frontiere- Guido Ceronetti

venerdì 29 maggio 2009


Il rischio, leggendo un libro di Ceronetti, è quello di aprire gli occhi e perdere quella rassicurante cecità che ci permette di credere ancora che la nostra vita sia qualcosa di più che una squallida reclusione in una cella di rigore, ogni tanto rischiarata da una vertigine metafisica presto dimenticata. Pochissimi hanno nel sangue la percezione di un male radicale, a cui nessuna creatura vivente sfugge, quanto l’artista torinese, e ciò lo fa assomigliare ai grandi del pensiero. Ammiro in Ceronetti il coraggio di essere anti umano perché l’uomo è il più “falso degli idoli”, va rinnegato e non è forse questo a renderci migliori? Nella consapevolezza di far parte di un’orrida genia non possiamo più dirci, come nella visione di Nietzsche, Iperborei ? Leggendo Ceronetti lo possiamo fare, ponendoci con lui al di sopra di un monte, per guardare il mondo come un mito di ferocia sconfinata, un’orrida realtà impastata della più nera avidità e riconoscendoci in questo specchio affidiamo ai residui della nostra sensibilità schiacciata il compito morale di essere orripilata.
Questo Insetti senza frontiere è un libro di filosofia che cerca di sfuggire alla pensosità accademica e professionale degli addetti ai lavori, ed è insieme, come al solito, l’acuta indagine di uno spirito libero che si sa condannato all’universale schiavitù, nell’impensabile voragine della vita contemporanea. Come è possibile per l’uomo, creatura votata al male, resistere alle miserie radicali, all’abbruttimento del sentire comune, se sin da bambini, scrive Ceronetti, si barattano le proprie ali per una pizza e una Coca Cola? E quando si è incapsulati in una vita tremenda, fatta di conformismo bestiale e stolta obbedienza , in un mondo in cui in ogni momento la quantità di gente massacrata da ogni parte sgomenta, come è possibile dire che la vita è bella ?Non è forse un sopruso godersela in questo sfacelo? Eppure bisogna rassegnarsi all’ordine vigente di simulare la felicità, non si ha il coraggio di guardarsi allo specchio e ammutolire. Questo specchio ce lo mostra Ceronetti , che in questi aforismi, lascia vibrare Van Gogh accanto a Sironi,Dostoevskij insieme a Cechov ; ci mostra la sua passione per l’arte in ogni sua forma, dalla pittura, alla scrittura, al teatro, e al tempo stesso attraverso Heidegger ci dice che l’uomo razionale è scomparso per lasciare posto a una “bestia da fatica”, tenuta in piedi dall’allucinante mito del lavoro, come unico strumento di redenzione. “Sopravvivrai automa” sembra scritto all’ingresso della vita moderna ; il resto è scivolare in una vita di demenza, a stento mascherata e trattenuta,sempre, come in Cioran, asfissiati da una rabbia senza motivo, tutti partecipano all’espansione della violenza collettiva che diventa diktat, assicura l’ordine del male si perpetui e l’agonia dei pochi angeli feriti non interessa a nessuno .Lungi dal teorizzare una natura innocente, Ceronetti colpisce per la virtù di porsi contro la vita, avendola vissuta all’ennesima potenza, grazie alle proprie folgorazioni di artista, che riconosce, e porta in sé la pena di tutti. Pensare contro la vita ,significa averla compresa profondamente e allora ci coglie quella sorta di incantamento, di meraviglia che è alla base del pensiero filosofico, a partire dai Greci. Innanzitutto per lo stile di scrittura di Ceronetti , in cui uno sdegno di natura morale è sempre presente perché “ L’uomo fa orrore” , e si è volontariamente incarcerato in una vita di fatica senza senso. L’affinità con Cioran, testimoniata dalla loro amicizia, affiora spesso nelle parole dell’artista torinese, che ha il coraggio di scavalcare gli steccati che dividono il sapere, e mostrare come in lui le figure del filosofo e del poeta convivano, e che è una presunzione volerli separare. Ci vogliono occhi come quelli di Ceronetti, è necessario si posi su di noi il suo profondo sguardo di estraneo, che sembra aver capito tutto della nostra natura, avida, irresponsabile, sanguinaria: “ Siamo tutti figli delle foreste, ex belve che poco basta a rifare tali e peggio , ex lupi mannari ridotti a corsette perdichili in giungle d’asfalto … succhiamo il nulla, rematori di un’unica colossale galera … e un megafono imbecille ci ripete incessantemente che abbiamo un fine, che c’è un senso …”


Attraverso le parole di Euripide ci invita a vivere nascosti, per sottrarci alla famelica attenzione, e alla letale disattenzione degli altri, ci guida ad assaporare lo splendore della filosofia,e con nostalgia la rievoca dal fondo di uno smarrimento universale, mostrandoci sempre l’impossibilità della libertà in una società che votata al crimine più efferato- eliminare le differenze , schiacciarci in comportamenti alienati, in un universo che è dominato dal male e da un dolore, che solo in poesia può trovare la sua chiarezza di rivelazione.
Ceronetti ha “necessità di sublime”, e lo cerca fra le fiamme del mondo, servendosi della sua sterminata conoscenza delle lingue per seminare ovunque l’ignoto, e stupirci; attacca i carnivori, difende gli animali dalle loro fauci, annuncia l’orrore per ogni massacro, ci fa percepire lo sfacelo del corpo invecchiato e malato, e ci confessa il disgusto per la propria vecchiezza, e al tempo stesso il piacere che si prova ad ascoltarlo,- Ceronetti ha più di ottanta anni - ci fa percepire quanto in quella vecchiezza sia stato speso bene, al servizio di una passione dominante,per la filosofia , per l’arte, per la poesia, e sono molti i versi che Ceronetti cita nei suoi aforismi, spesso stratificati e intessuti di parole altrui, altre volte brevi e folgoranti. La trama delle sue parole è sempre attraversata da una tensione per il sacro, da una dimensione religiosa che non ha più nulla a che vedere con il monoteismo, condannato da Ceronetti in un aforisma, perché colpevole di aver mozzato il capo a quel divino” policefalo “la cui ricchezza impediva l’ossessività del rapporto con un unico Dio e del resto i cristiani “Hanno preso la via più facile: deificare Cristo, invece di comprenderlo”.
Nelle parole di Ceronetti il cristianesimo è quella realtà al servizio del male, soprattutto nella voracità con cui pretende carne umana uscita da ventri gravidi, quando ormai è risaputo che solo l’ignoranza e l’irresponsabilità sono al lavoro in quelle realtà in cui tragicamente si generano molti figli. La procreazione perpetua il male, dà il suo assenso a un mondo in cui ogni infanzia è bruttata e violata per sempre. Ne vien fuori un’umanità di disperati quando va bene, di assassini quando va male. .” Il filosofo ignoto” ci guida in un mondo che ha perso : “… il paesaggio, l’amore –passione, la Poesia di rivelazione … le fotografie in bianco e nero .. i misteri del corpo e dell’anima” e sostituendo tutto questo con la cacofonia dei giornali, della televisione, di internet,sostituendo il ronzio degli alveari col brusio sempiterno delle apparecchiature elettriche , questo mondo che precipita, crede di aver raggiunto il suo scopo sacro. Invece nelle parole accorate dell’autore de La carta è stanca, il dominio della tenebra, di cui consiste la vita da sempre, ha raggiunto oggi uno dei suoi vertici. Siamo dentro una tragedia dai colori sgargianti, ci hanno truffato, per venderci degli incubi. Dalla penna di Ceronetti escono alcune verità lapidarie come questa : “ Solo alla luce del Tragico il mondo non è inesplicabile.” Lo sguardo tragico, che non accetta compromessi, innervato di sensibilità e potenza etica, è necessario a questi tempi come il più urgente dei farmaci. Pensare l’orrore è tutto, ” la filosofia è onnipotente”, non servendo a nulla, non serve il Nulla . Meglio ascoltare il brusio degli insetti, il canto delle cicale, che affondare nel frastuono delle automobili, delle televisioni, meglio abbandonarsi alla contemplazione di quella minima vita brulicante, che è un po’ come guardare le stelle, cercando un luogo fuori dal mondo in cui l’infinito parli ancora all’uomo.

La prova- Jorge Luis Borges-poesia

giovedì 21 maggio 2009

Dall'altro lato della porta un uomo
espelle la sua corruzione. Invano
alzerà questa notte una preghiera
al suo curioso dio, che è tre, due, uno,
e si dirà immortale. Adesso
ode la profezia della sua morte
e sa di essere un animale seduto.
Fratello sei quell'uomo. Ringraziamo
i vermi e l'oblio.

Da La cifra- Jorge Luis Borges-traduzione Domenico Porzio- Mondadori)

Vitaiolo- Charles Cros-poesia

sabato 16 maggio 2009

Dopo aver vuotato tutte le coppe, tutte!
Alla fine devo rientrare; poiché le mie fibre dissolte,
Nei caffè rumorosi, frequentati da sgualdrine,
Hanno freddo nella notte pesante e negli incerti mattini.
Camminiamo.Ecco già brulicare la gente dei mercati.
Arrossisco, ortolani, nel vedervi, i grembiuli sporchi,
Rinfrescati dall'odore lontano degli aratri.
Lavoratori, ignari dei malsani amori,
Ammucchiate cavoli sul marciapiede, senza nemmeno
Immaginare l'orrore che segue il pallido passante.

(traduzione Aga-Rossi )

Hotel Insonnia- Charles Simic

venerdì 15 maggio 2009

Quella di Simic è una poesia della quotidianità, dove un incontro con un mendicante, una macelleria, un mozzicone di matita diventano segni emblematici di un’adesione ai dati della realtà, e raramente sono simboli di un cosmo trascendentale. L’unica vera trascendenza sembra essere quella del silenzio stellare, che va ascoltato e che nella sua lontananza è l’unico aspetto divino di una realtà che talvolta sorprende con la sua banalità, altre volte, nasconde dentro un oggetto il suo desiderio quasi sempre inappagato di trascendersi , laddove anche Dio si segnala per la sua “terrificante assenza”. Una scrittura a tratti aforistica che attrae per il residuo di rivelazione, che in essa ama nascondersi fra i dettagli, che lascia pulsare la sua vena gnomica distrattamente, senza darci peso. Così in una strada qualunque, si può incontrare “ questo secolo strano “ e in una testa di bambola che sogghigna scorgere la più implacabile delle derisioni, in una macchinetta di chewing gum ritrovare il contatto con la divinità, terrestre come i personaggi che affollano il libro. Diventare un sasso, un sacco sulle spalle di uno stracciaiolo, sono il tentativo di Simic di essere aderente a una dimensione di perdita e probabilmente di sconfitta, coltivando lo smarrimento come chiave per interpretare il proprio essere nel mondo, cercando di dare un senso alle “moltitudini / chine su un giorno/di lavoro mirabilmente inutile” Anche agli ingannevoli eroismi della mitologia Simic oppone una dimensione In cui “ gli dei tengono il becco chiuso “ permettendo agli uomini che la vita riprenda il suo corso naturale.

E’ una poesia quella di Simic costantemente attenta a quelle piccole cose che costituiscono il fulcro dell’esperienza, aldilà di tutte le esaltazioni, è una poesia fredda, caustica e pungente, costruita con semplicità, che non dà l’impressione di andare abbastanza a fondo e di rimanere volutamente sulla superficie spoglia delle cose. Il poeta non è il creatore di paradisi artificiali, ma l’umile cronista il cui sguardo ironico e disincantato offre la visione di un mondo che sa essere “ freddo come la tomba di un imperatore infante” e fra scazzottate e incontri con un'umanità violenta, il poeta s’inchina davanti agli oggetti di uso quotidiano, quando essi gli rivelano tangibile la sua stessa presenza, altrimenti destinata a una strana evanescenza. L’attitudine alla contemplazione permette a Simic di scindere l’esperienza in frammenti che la restituiscano nella sua potenzialità di fascinazione, così un paio di scarpe, una forchetta, degli insetti, diventano protagonisti della sua poesia, segni di una realtà destinata a essere imperscrutabile, sondata solo attraverso uno sguardo al tempo sprezzante e ironico.

Simic blocca gli oggetti e gli eventi in una sospensione fotografica, ed essi acquistano talvolta un aspetto nobile o inquietante, che cozza con la familiarità ad essi solitamente accordata. Una forchetta può, per esempio, apparire come un uccello mostruoso, le formiche alla ricerca di briciole sembrano indossare “cappelli da quaccheri”, lo specchio è degno di adorazione, ombrelli rotti paiono”funebri aquiloni”. Antieroico- scrive di godere della morte di Achille, Ettore e di tutti gli eroi dell’Iliade - Simic predilige raccontare della gente comune, e così baristi, avventori, vicini di casa, sono l’affresco di umanità di questi versi , impregnati di eventi minimi, con l’interiorità di questi personaggi che non è quasi mai messa in rilievo, essi si segnalano per la loro presenza spesso muta, che rimanda a un più generale mutismo della città stessa ,che parla solo attraverso delle inezie: una donna che si aggiusta la gonna, un barista che riempie il bicchiere del soggetto poetante, un mendicante bambino che agita una bambola, il poeta che legge Shelley e in esso trova il “sempiterno universo delle cose”, delinquenti che passeggiano con la loro aria di sfida.

Un mondo stranamente sospeso in un’opaca rassegnazione evapora nei versi di Simic, impegnato in un viaggio che non porta ad alcuna verità, ma in cui il poeta si propone di aggirare il proprio smarrimento di sradicato con una ironia capace di vedere nelle cose il loro aspetto comico, talvolta farsesco, ma se “i nostri governanti sono pazzi “sulla città raccontata da Simic aleggia come un incubo raggelato, che nessuno, neanche il poeta, ha voglia di fissare fino in fondo. La desolazione scorre su una superficie di ilare indifferenza, o se vogliamo di indulgente rassegnazione, che è come una corazza che protegge il poeta e il lettore con lui da certe catastrofiche miserie subodorate nei versi. Simic lascia pezzi di sé ovunque e la sua poesia appare traversata da una malinconica nostalgia di una dimensione metafisica irrimediabilmente perduta e l’ostentata banalità dei suoi temi testimonia del suo sforzo di recuperare l’incantesimo di una terrestre, quotidiana, o anche solamente simbolica, natura spirituale delle cose.

Hotel Insonnia- Charles Simic- traduzione Andrea Molesini- Adelphi

Scena di strada- Charles Simic- poesia

domenica 10 maggio 2009

Un ragazzino cieco
con un cartello fissato al petto.
Troppo piccolo per stare fuori
da solo a mendicare,
ma tant'è.

Questo secolo strano
con la sua strage degli innocenti,
e il volo sulla luna-
ora mi sta aspettando
in una città strana,
nella via in cui mi sono perso.

Mi sentì avvicinare
e si tolse un giocattolo
di gomma dalla bocca
come per dire qualcosa
ma non fu così.

Era la testa, la testa di una bambola,
tutta masticata,
la tenne alta per farmela vedere.
Il duplice sogghigno era per me.

(traduzione Andrea Molesini )

Per farla finita col giudizio di dio- Antonin Artaud

"Quando la follia scioglierà il suo legame con la malattia mentale, l'opera di Artaud apparterrà al suolo stesso del nostro linguaggio e non alla sua rottura"


Michel Foucault


Artaud ha degli incubi e questi incubi sono fatti del tessuto di una poesia in rivolta contro se stessa, sono fatti di pensieri e grida, la cui potenza schiacciante rischia di obnubilare l'autore e il lettore con lui. Poiché questo è Artaud: uno che si gioca la mente alla roulette dell'assurdo, piantando il chiodo della sua insofferenza nella carne del mondo, con la scrittura che pare voler uscire dalla sua immobilità e ritornare pura oralità, in uno slancio che dice tutta la profonda onestà dell'autore francese,che affronta la vita a muso duro, per piegarla alle logiche dell'impossibile; così la poesia stessa viene meno, urge il caos, la terra trema sotto i nostri piedi.

Se il poeta attacca gli Stati Uniti d'America è per dimostrare che la loro potenza si fonda sull'equivoco di una natura da dominare, di un mondo asservito alle logiche disumane della produzione e del profitto. Se parla del corpo è per farlo danzare in una vertigine che vada aldilà della stessa anatomia, poiché "non si è ancora finito di costruire la realtà ", non c'è una essenza da indagare analiticamente, ma qualcosa di sconosciuto deve emergere, irrompendo sulla scena del linguaggio. Così la poesia diventa un atto magico, per liberare l'umanità da tutte quelle realtà metafisiche che vivono da parassiti sul corpo dell'uomo. Artaud usa un bisturi per vivisezionare concetti come Dio, l'essere, lo spirito, il corpo, e il disordine della sua stessa mente, folgorata da uno strano fervore, si connette con degli strati geologici di pensiero e sembra fuoriuscire da quelle profondità con un 'enorme carica eversiva.

Non è una poesia di concetti quella di Artaud, ma di vibrazioni occulte che arrivano anche alla glossolalia, nel tentativo di far tacere la lingua stessa, nella prorompente caducità del suo sconvolgimento acustico, per farla diventare significante puro di un dissenso radicale, che rifiuti esegesi e liquidi così millenni di letteratura. Perché quella di Artaud è una lotta che in Per farla finita col giudizio di dio, in ogni verso si estenua, arrivando a scatenare quelle forze che stanno sotto o aldilà del pensiero, così come esso si è voluto. Artaud, insofferente verso la stessa poesia,vuole uscire dalle trappole del linguaggio, frantumare le concettualizzazioni, che esso opera in nome di una più che millenaria oppressione del corpo, vuole forzare la parola per far uscire il suo grido primitivo, la sua urgenza dionisiaca, la sua follia di balbettio sconnesso, per far saltare i codici e gli statuti linguistici, che fondano il valore. Infrange le tavole della legge, per conquistare una notte di silenzio inesprimibile, in cui taccia per sempre la logica che vuole elettrochoc e roghi, guerre e carneficine. La sua violenza verbale è sicuramente quello "sputo in faccia all'arte" di cui scrive Henry Miller, e nessuno meglio di Artaud ha realizzato la perfezione dell'insulto a "dio" privato anche della maiuscola, in quanto simbolo di tutti i dispotismi, nessuno ha puntato il dito accusatore, in maniera più radicale, contro ogni forma di oppressione fatta in nome della ragione, contro quel "succubato occultatorio di massa " che è la società umana.

Così Artaud si lascia attraversare da deliri, per sfondare i limiti della percezione, per fondare una prospettiva diversa e creare uno sguardo non più assoggettato a nient'altro che il proprio grido.
L'operazione di rottura costò a questo testo, pensato per la radio francese, l'intervento della censura: la trasmissione, benché fosse stata realizzata, non venne mai diffusa.
Così oltre ad essere un libro scritto martirizzando la lingua francese, è un libro parlato, destinato alla vocalità di Artaud stesso, acuta ai limiti delle possibilità umane, anzi un libro gridato, dove una "danza terribile " viene costantemente evocata, per frantumare la staticità pensosa della letteratura classicamente intesa.

L'edizione italiana di Stampa Alternativa unisce così al teso un cd in cui i versi sono recitati da Artaud stesso, e da altri attori che con lui hanno collaborato. E'un florilegio di voci, xilofoni, tamburi, che ha il potere di agghiacciare, e al tempo stesso elevare la poesia alla sfera pericolosa dell'indicibile. C'è qualcosa che non può essere detto, uno sfondamento del linguaggio, che non può esaurire sulla pagina il suo effetto di straniamento, e le parole diventano fuochi fatui che per un attimo come onde increspano la superficie del linguaggio. La lingua viene costantemente torturata da Artaud, che palesemente in questa operazione ci mette tutto se stesso, nello sforzo di cogliere, lo si percepisce, qualcosa di assoluto che la lingua stessa imprigiona. In questo paradossale desiderio di trasformazione della vita Artaud opera con crudeltà, polverizzando se stesso, e tutti quei concetti che si oppongono al caos delle forze che il poeta sente schiacciate dentro di dalle potenze della metafisica: Dio, la ragione, l'essere.

Per farla finita col giudizio di dio doveva essere il primo spettacolo del teatro della crudeltà, ma fu giudicato troppo forte per le orecchie dei francesi, ed a distanza di sessanta anni la sua potenza di scandalo è ancora viva, e sopravvivrà a tutte le mode, perché la ferocia di Artaud permette la dissoluzione di ogni pregiudizio, della "inconscia animalità dell'uomo", i suoi disgusti aprono una dimensione in cui il linguaggio mostra le sue crepe, e ciò che è consacrato odora di escrementi; tutto questo per liberare l'uomo da quelle potenze, da quelle illusioni di senso e di totalità, che lo separano dal proprio corpo, e lo trascinano dentro un vortice di idee, che alienandolo, lo privano della sua forza vitale. Ed è il corpo di Artaud, dominato, violato, sottoposto a decine di devastanti elettrochoc, che grida per tutti noi la rivincita del corpo stesso, contro tutto quello che nei secoli lo ha asservito; corpo vampirizzato dalla religione, dalla scienza, dall'ontologia, strumenti di un'alienazione che Artaud ha combattuto stando, coraggiosamente, dalla parte del delirio.

La sigaretta- Jules Laforgue-poesia

lunedì 4 maggio 2009


Sì, questo mondo è piatto, e quanto all'altro, frottole.
Senza speranza vado mansueto alla mia sorte;
per ammazzare il tempo, aspettando la morte,
fumo in faccia agli dei sottili sigarette.

Su,viventi, affannatevi, o scheletri futuri.
Me, l'azzurro meandro che verso il cielo si torce
mi sprofonda in un'estasi infinita e m'addorme
come ai morenti aromi di mille bruciatori.

Ed entro nel fiorito eden dai sogni chiari,
dove elefanti in fregola si intrecciano alla fioca
danza delle zanzare, in fantasiosi valzer.

E quando poi pensando ai miei versi mi scuoto,
contemplo, il cuore pieno di dolce gioia,il caro
mio pollice arrostito come un cosciotto d'oca.

(traduzione Luciana Frezza)

La letteratura e il male- Georges Bataille

sabato 2 maggio 2009

" Tutto lascia pensare che esista un luogo dello spirito a partire dal quale la vita e la morte, il reale e l'immaginario, il passato e il futuro, il comunicabile e l'incomunicabile, cessano di essere percepiti in maniera contraddittoria."

André Breton

Il discorso di Bataille parte da una definizione di bene e male, che non è così automatica e per comprenderlo bisogna faticosamente entrare in un labirinto in cui lo scrittore francese ci guida fra riflessioni sulla letteratura ed a volte oscuri excursus filosofici.
Scrivendo di Baudelaire Bataille definisce il bene come ciò che la volontà persegue per l'avvenire, la difesa di una morale dell'utile e del vantaggioso, mentre il male sarebbe la dispersione dell'istantaneo, frutto di una volontà ambigua che arriva a non volere ciò che vuole e a volere ciò che non vuole. Questa impasse è chiaramente leggibile proprio in Baudelaire, che è uno degli otto scrittori di cui Bataille si propone di scandagliare il rapporto con la colpa originaria che sta nella letteratura.Questa è la tesi che Bataille cerca di dimostrare: l'impulso letterario, affondando nell'infanzia e traendo da essa il suo nutrimento, si contrappone all'ordine stabilito da ciò che la società umana ha deciso essere il bene, cioè appunto quella morale che pone nell'avvenire il suo senso e nella conservazione della vita il suo fondamento. Ma la letteratura è essenzialmente lotta contro quest'ordine, per affermare la dispersione dell'istante e il rifiuto infantile del mondo degli adulti, con la loro progettualità volta a garantire senso e durata, cui i bambini e gli artisti come Baudelaire contrappongono un eterno presente senza avvenire e in questo modo affermano le potenzialità della loro libertà, posto che questa libertà è inquietante, presuppone il deserto, in quanto aldilà delle convenzioni sociali che conferiscono alla vita il suo aspetto c'è una zona pericolosa, dove la ribellione allo status quo si realizza a volte nella distruttività, come in Sade, altrove nel "silenzio della volontà" come in Baudelaire, o nel desiderio di abiezione, come in Genet.
"L'uomo non può amarsi fino in fondo se non si condanna" e questa è una delle convinzioni che lo scrittore francese cerca di dimostrare e che cozzano contro il senso comune, contro il bene stesso, che sarebbe anche l'insieme di tutte quelle convenzioni e interdizioni, che rendono possibile la convivenza fra gli uomini, ma che la letteratura ha il compito di mettere in crisi, in questo senso realizzandosi come trasgressione di quelle realtà solide che gli uomini tendono a chiamare bene.
Così la figura di Baudelaire è tratteggiata attraverso questa fondamentale idea del poeta come colui che preferisce rimanere nell'attimo presente, alla ricerca di un piacere che gli sfugge, piuttosto che trovare nel lavoro, nell'utile, nel fluire del tempo, la soddisfazione e la pace che è priorità delle nature più prosaiche, che non perseguono la conoscenza, cioè quella fusione di soggetto e oggetto che sarebbe il fine della filosofia, ma solo il proprio vantaggio, il proprio bene. Il poeta sarebbe allora il demiurgo che cerca di sottrarsi alla dimensione in cui la coscienza non è nient'altro che il riflesso delle cose, per ricercare piuttosto l'impossibile, cioè la fusione con esse.
Bataille insiste molto sulla necessità per il letterato di volere l'impossibile, e proprio per questo sia Baudelaire che Sade si scontrano con un violento senso di impotenza, che però è all'origine del loro sforzo conoscitivo, invece la soddisfazione non produce quella particolare coscienza necessaria per indagare la realtà.
Il romanticismo è quel fenomeno che rifuggendo la consacrazione dell'utile, propugnata dalla mentalità borghese, in seno alla stessa borghesia, persegue obiettivi più naturali, laddove però la natura è il luogo di una grandiosa dissipazione, che raggiunge nella morte la sua forma più eclatante. Nell' indagare il rapporto fra sessualità e morte Bataille scrive di un racconto di Kafka, che si conclude con un suicidio; le ultime parole "In quel momento la circolazione sul ponte era addirittura senza limiti " vengono associate da Kafka in una lettera a Max Brod ad una" violenta eiaculazione".
In cosa consista questo rapporto Bataille lo vede nel superamento dell'interdizione, che realizza pienamente l'aspirazione fondamentale dell'uomo a raggiungere la vertigine del suo "scatenamento". L'uomo differisce dall'animale proprio per l'esistenza di divieti e dunque della possibilità e talvolta della necessità della loro trasgressione, mantenendo sempre la consapevolezza che questa infrazione della norma è comunque colpevole, in questo ritrovando però un surplus di godimento, fermo restando che "L'infrazione spaventa, come la morte; tuttavia essa attrae , come se l'essere ci tenesse alla durata solo per debolezza, e come se l'esuberanza comportasse, al contrario, un disprezzo per la morte, che è necessario non appena la regola viene infranta."
In Sade Bataille scorge la ricerca di uno stato paradossale di "esasperazione", uno sconvolgimento prolungato causato da una eccitazione sessuale sproporzionata e senza limiti, in un contesto in cui la depravazione diventa un atto di devozione al male assoluto. E' davvero l'estasi dell'annientamento anche del proprio; l'opera di Sade è un deserto che agghiaccia per la sua monotonia infernale, che stupisce per il fervore con cui il male, ciò che è esecrabile, viene esaltato, in un parossismo che distrugge tutti i valori e gode di questo, ma il desiderio di distruzione è il segno della reclusione. Sade crea un universo concentrazionario che è il riflesso della sua stessa prigionia, restituendoci" la solitudine dell'universo" e affermando così una verità clamorosa: lo " scatenamento", e la perdita di coscienza che esso permette, sono il segreto perturbante dell'uomo.

Scrivendo di Kafka Bataille sottolinea nuovamente un aspetto dell'isolamento dell'artista, e la sua conseguente insofferenza verso la società: la puerilità.
Così Kafka sconta la sua esclusione già nella figura paterna, che considera infantile ciò che per Kafka è una preoccupazione profonda: la letteratura. La letteratura è quella colpa, quella trasgressione delle leggi dell'utile, che il mondo della "attività efficiente" non vuole e non può riconoscere. Kafka non reagisce allora con la rivolta, ma con la sottomissione- "Nella lotta fra te e il mondo stai dalla parte del mondo -creando con le sue storie un disordine che mina le certezze logiche su cui si fonda la razionalità, alla ricerca di quello smarrimento che solo può dare il senso della propria presenza, seppure schiacciata da una fatalità oscura.
Nel rifiuto di diventare padre, Kafka rivendica il suo diritto all'irresponsabilità e al sogno- "Non sposerò Frida, non entrerò in comunità "- e ancora questo è un atteggiamento colpevole.
La letteratura è quel crogiolo di forze esorbitanti, di tristezza da esiliato, di gioie che in definitiva solo la morte può suscitare e contenere ;ma la sottomissione di Kafka verso la società è per Bataille più violenta di qualsiasi rivolta, affermando la propria nullità l'artista spezza ogni legame, trasfigurato, egli non è più il Prometeo che ruba il fuoco agli dei, ma un bambino che cerca nel sogno la propria verità di escluso: "Restai seduto e mi chinai come prima su quel foglio che dunque non serviva a nulla..., ma in realtà ero stato espulso di un colpo dalla società".
Questa umiliante condizione è il prezzo che Kafka paga per mantenere intatta la propria vocazione e la propria libertà, nel rifiuto della "attività efficiente" e della schiacciante fatalità del mondo.
Diversamente William Blake nella visione di Bataille oscilla fra paganesimo e un cristianesimo paradossale, elaborando una personale mitologia, in cui la materia è in perenne trasformazione e l'energia è"eterno piacere". Rivendica la sessualità contro ogni forma di imposizione religiosa o sociale, e nel tentativo di fondere cielo e inferno cerca di superare la dualità del pensiero occidentale.Per Blake la verità sta nell'immaginazione, e le religioni, nate da un impulso poetico, sono colpevoli di aver tradito la loro origine, rifugiandosi in un dogmatismo infecondo, non riconoscendo più la propria affinità con l'attività creatrice, sempre in qualche modo perturbatrice dell'ordine stabilito dalla ragione, sempre tesa a un godimento impossibile, ad una affermazione potente della vita.
Certo per Blake la poesia è dalla parte del male, cioè dell'attivo, dell'esuberanza,della stessa energia creativa e sessuale mentre il bene è "il passivo che obbedisce alla ragione". La condanna della legge morale fatta dal poeta inglese , scrive Bataille, è tutta nell'affermazione della necessità della gioia erotica, del piacere sensuale, per riappropriarsi del corpo, sequestrato dalla morale ebraico-cristiana e sottoposto alla tortura di una vita dichiarata colpevole, nella consapevolezza che, come si legge in Matrimonio fra cielo e inferno " Senza contrari non v'è alcun progredire.Attrazione e repulsione, Ragione ed Energia, Amore ed Odio sono necessari all'esistenza umana."
Scrivendo di Genet Bataille affronta il tema della sovranità che è "il potere di innalzarsi, nell'indifferenza alla morte al di sopra delle leggi che assicurano il mantenimento della vita"
e scrive dell' operazione compiuta dall'autore di Diario del ladro:infrangere il limite imposto dalle interdizioni, per generare un 'estetica del male, che è il rovescio inquietante della santità e presuppone la stessa tensione e lo stesso rigore. Così Genet delinquente e ladro, raggiunge nell'abiezione più profonda quella zona dove il male è la cifra di un'affermazione di sé paradossale ed inquietante.Il superamento della morale tradizionale, l'annullamento di ogni interdizione è strettamente legato alla coscienza di stare compiendo una violazione, e in un crescendo di crimini il rischio è quello che non ci sia più nulla da infrangere e dunque il vuoto. Scrivendo anche di Bronte, Michelet , Proust, Bataille compie così il suo percorso circolare, mostrando come i suoi assunti iniziali siano validi: la letteratura è dunque il luogo in cui l'esistenza raggiunge l'acme della sua dissipazione,e poiché essa non è nient'altro che il "sospirato ritrovamento dell'infanzia"non le resta che dichiararsi colpevole .