Salvezza

mercoledì 9 febbraio 2011

La voragine degli anni
che si disfano in bisbigli
(vapore levatosi da un’acqua di oblio)
io sento divenuta la ferita
della caducità, ma il seducente
nulla della vita si rivela
nel verso di un poeta
ammaliante chiarore di candela.
La voragine del tempo trascorso,
vanito come un’ombra,
è ferita pulsante, quale luce
muore fra le stelle, immemore,
a salvare un’oncia d’infinito
che la febbre terrestre non consumi?


Da Sotto una luna in polvere - Ettore Fobo - Kipple Officina Libraria - 2010

Febo cane metafisico - Curzio Malaparte

sabato 5 febbraio 2011


Si è soliti differenziare fra prosa e poesia, come se questi fossero dei generi di quella cosa enorme chiamata letteratura; si è soliti fare ulteriori distinguo: lirica, narrativa, epica, filosofia etc., così quando si incontrano libricini come questo, Febo cane metafisico, possiamo rallegrarci del massacro di queste futilità, e ancora una volta la dualità è sapientemente delusa. Si scopre allora che non c’è alcuna distinzione, il dio Pan, con il suo oceanico desiderio di fusione, veglia ancora su di noi, è ancora vivo e lo sarà sempre, nonostante certi iettatori abbiano detto illo tempore il contrario.

Così si capisce che Curzio Malaparte ci sta parlando degli dei, li nomina pure- con estremo pudore e dolcezza- ma soprattutto li lascia agire nella sua scrittura, che non potendo modificare il mondo, si limita a fare una cosa più grande, lo fa girare come una sfera di cristallo in tutte le sue prismatiche e fluide metamorfosi. Ed è un cane, dal leggendario nome di Febo, a farci scivolare in quello che potrebbe parere un sogno a chi dorme, per chi è sveglio, è invece Dioniso stesso che vede attraverso gli occhi di un cane metafisico com’è fatta la realtà: la realtà è fatta di immagini in perpetua trasformazione, la realtà è letteratura, e la letteratura è il movimento stesso del respirare.

E allora, trattando ironicamente i futuristi e le loro parole in libertà- elevando però come i futuristi stessi l’onomatopea a segno e sigillo di una musicalità non umana - una stringente necessità s’impadronisce di Malaparte, che recita a soggetto frantumato il suo divenire cane, il suo divenire Apollo che contempla la luna fondersi con l’odiato mare. Ed ecco allora apparire all’orizzonte una scrittura che lega i notturni di Campana alle straordinarie solarità della Sicilia, luogo dove il testo ha visto, è proprio il caso di dire, la luce.

E la luce è quella di un meriggio danzante e al tempo stesso di una mezzanotte in cui la luna specchiandosi nel mare si pettina mormorando il nome del suo amato, Febo, cane metafisico, realmente esistito e non è un dettaglio, perché la melodia di Curzio Malaparte non è astratta, è calata nelle più minute sfumature della vita quotidiana; la gente di Lipari è raffigurata minuziosamente, nei suoi slanci di bontà come nei suoi innocenti e feroci egoismi. In sostanza è la lezione del “realismo magico” di Massimo Bontempelli, unita alla serena consapevolezza di Eraclito: “Il tempo è un fanciullo che gioca spostando pezzi sulla scacchiera: è il regno di un fanciullo”.

Se Dostoevskij scrisse i suoi capolavori in una stamberga maleodorante e gelida, con la stufa perennemente guasta, se Sade concepì e vergò Le centoventi giornate, chiuso nella Bastiglia, nei giorni che divennero Storia (grazie a lui divennero qualcosa di più, divennero leggenda), non stupisce scoprire che anche Malaparte scrisse questo testo al confino di Lipari; dove ancora adesso la sua ombra si allunga, evaporando dal vulcano, sciogliendosi in tutti bicchieri in alto levati per un brindisi eterno alla sua musa canina, il suo cernego apollineo dal nome Febo che, ovviamente non a caso, è un appellativo di Apollo.

Febo cane metafisico è dunque un poema filosofico, intorno al tema delle divine metamorfosi, è una danza di un dio che si fa cane per amore della luna, vicino a Stromboli, che nell’etimo greco vuol dire trottola, in realtà è dunque la storia di una trottola che era un cane, il cane di Curzio Malaparte, imprigionato a Lipari fra il 1933 e il 1934.

In altre opere scrisse ancora di Febo: “ Sentivo la sua presenza come quella di un’ ombra, della mia ombra […] egli mi aiutava […] a riacquistare quel distacco dal bene e dal male che è la prima condizione della serenità e della saggezza della vita umana. E anche oggi forse più di allora sento che Febo mi assomiglia che egli altro non è se non il riflesso della mia coscienza, della mia vita segreta. Il ritratto, insomma, di me stesso, di tutto ciò che vi è di più profondo, di più intimo in me, di più istintivo. Il mio spettro.” E ancora gli sentiamo dire ne La pelle : “ Non ho mai voluto tanto bene a una donna, a un fratello, a un amico, quanto a Febo. Era un cane come me.”


Uno scritto di Pier Paolo Pasolini

venerdì 4 febbraio 2011

21 Giugno 1962

Lavoro tutto il giorno come un monaco e la notte giro, come un gattaccio in cerca d'amore...
Farò proposta alla Curia di essere fatto santo. Rispondo infatti alla mistificazione con la mitezza.
Guardo con l'occhio di un'immagine gli addetti al linciaggio. Osservo me stesso massacrato con il sereno coraggio di uno scienziato. Sembro provare odio, e invece scrivo dei versi pieni di puntuale amore. Studio la perfidia come un fenomeno fatale, quasi non ne fossi oggetto. Ho pietà per i giovani fascisti, e ai vecchi, che considero forme del più orribile male, oppongo solo la violenza della ragione.
Passivo come un uccello che vede tutto, volando, e si porta in cuore nel volo in cielo la coscienza che non perdona.

***
Da Pier Paolo Pasolini- La forma dello sguardo- Edizioni Charta- 1993

Da Sono apparso alla Madonna - Carmelo Bene

mercoledì 2 febbraio 2011

" E' superfluo che arrivi un commendatore a redarguirlo. Don Giovanni è già di ritorno dal suo stesso inferno. E' già fuori dall'inferno. E' già il Lazzaro di se stesso,' tornato a dirti tutto'.
Don Giovanni non sopporta una 'chiave di lettura'. E' la 'chiave di lettura' gettata in mare. "

La scienza e gli scienziati contemporanei secondo F. W. Nietzsche

martedì 1 febbraio 2011


“Oggi la scienza non ha assolutamente alcuna fede in sé, tanto meno ha un'ideale al di sopra di sé - e ovunque essa è ancora passione, amore, ardore, sofferenza, non costituisce l'antitesi di quell'ideale ascetico, ma piuttosto la sua stessa forma più recente e più nobile. Vi suona inusitato?... anche tra i dotti di oggi esiste invero un popolo di operai abbastanza a modo e modesto, al quale piace il proprio piccolo cantuccio, e che talvolta, per il fatto che gli piace, rivendica con una certa immodestia il dovere di starsene oggi paghi, specialmente nella scienza – proprio lì ci sarebbero da fare tante cose utili. Non ho nulla da opporre; meno che mai vorrei guastare a questi onesti operai il piacere del loro mestiere: poiché del loro lavoro io mi rallegro. Ma col fatto che oggi nella scienza si lavora duramente e che esistono lavoratori soddisfatti, non è assolutamente dimostrato che la scienza abbia oggi, in quanto totalità, una meta, una volontà, un ideale, un fervore di grande fede(…)

la scienza è oggi un nascondiglio per ogni specie di scontento, di incredulità, di arrovellamento, di despectio sui, di cattiva coscienza – essa è l’inquietudine della stessa assenza di ideali, il soffrire la mancanza del grande amore, l’insufficienza di un’involontaria moderazione. Oh, quante mai cose non nasconde oggi la scienza! O almeno quanto deve essa nascondere! La valentia dei nostri dotti migliori, la loro smorta diligenza, la loro testa giorno e notte fumigante, la loro stessa maestria di mestiere, quanto spesso tutto ciò ripone il suo vero senso nel non lasciare più diventare perspicua a loro stessi una qualsiasi cosa! La scienza come mezzo di autostordimento: sapete voi questo?...Talvolta con una parola senza malizia – chiunque abbia dimestichezza coi dotti lo sa – possiamo ferirla fino all’osso, indispettiamo contro di noi i nostri amici eruditi nel momento in cui si crede di onorarli, li facciamo uscire dai gangheri solo perché si è stati troppo grossolani da indovinare con chi avevamo propriamente a che fare,
con sofferenti che non vogliono confessare a se stessi quel che essi sono, con gente intorpidita e inebetita che teme una cosa sola: acquistare coscienza … “
***

Da Genealogia della morale- Friedrich Nietzsche- traduzione di Ferruccio Masini- Adelphi

La letteratura come forma di vita

domenica 30 gennaio 2011

Vite assolutamente ordinarie tuttavia …

Penso a Kavafis, Kafka, Pessoa. I quali svolgevano un lavoro impiegatizio e, come tutti coloro che oltre a lavorare sono attraversati da una visione, hanno prodotto in letteratura lo straordinario che mancava alle loro vite. Dediti all’inazione, impossibilitati ad agire, a vivere, perché consapevoli di loro stessi come presenze metafisiche, costoro erano volti perennemente ad altro che la bruta vita di chi crede di agire e invece è immerso solo in un farneticante e fanatico agitarsi di fantasmi. “O si vive o si scrive” è la geniale sintesi di Pirandello. Così le loro vite sono insignificanti, perché tutte interiori, fatte di pensiero, la materia più aleatoria.

Diversamente, dopo aver sconvolto in un paio di poemi il concetto di Poesia e di Bellezza, dopo aver concepito l’universo intero come Alchimia del verbo, Rimbaud sceglie invece la via dell’azione, dopo averla disprezzata. Si può dire che scelga l’avventura, ma per farlo rinuncia alla sua visione, Natale sulla terra, incontrando probabilmente il suo sé antitetico, ed è il suo doppio spettrale che agonizza nel deserto africano, dopo una vita spesa unicamente nel disperato desiderio di”farsi una posizione”, dimentico di ogni letteratura.

E la posizione che si fece fu su una lettiga, malato di cancro, trasportato nel deserto africano, delirando dal dolore. Finiscono così le vite, ordinarie o straordinarie che siano.

Scegliendo la dura vita del mercante, probabilmente non facendo differenza fra spezie e carne umana, pare che Rimbaud fosse abitato da un altro demone che la poesia: il desiderio di profitto. Colui che ha rovesciato il borghese dalla sua sedia, lo ha stordito con il veleno delle sue parole, irridendo il mito del lavoro,”Padroni e operai tutti bifolchi, ignobili,” colui che voleva vedere una moschea in fondo al mare, lo ritroviamo prima operaio ad Aden, poi “buon mercante inteso alla moneta”, nelle vie di Addis Abeba, preoccupato unicamente di fare soldi - si dice abbia commerciato in schiavi (leggenda) e fucili (storicamente provato) - probabilmente fregandosene altamente di ogni filantropia, cinico fino al sangue. Qui tutto diventa esteriore, gesto di chi vuole profanare il mondo con la sua presenza fisica, al diavolo la letteratura ma cos’altro ci si poteva aspettare da colui che aveva scritto durante la Comune ”Merda a Dio” sulle panchine di Parigi? O si vive o si scrive: Rimbaud scelse la vita, e la vita come sempre annientò la sua visione.

Non so se sia meglio fare come Borges e abitare quasi esclusivamente la letteratura, o come tutti i Pessoa del mondo accontentarsi di stare fra “le quattro capriole di fumo del focolare.”, invece di negare se stessi per affermare il mondo, come ha fatto Rimbaud che dimenticò la presenza metafisica, che lo faceva stare imbronciato, nei circoli letterari di Parigi, e accecato si gettò in questa colossale corsa di topi sulla grande ruota del Samsara.

Trovo affascinante chi nega se stesso e rabbrividisco pensando all’’avventuriero, al folle pirata che avrebbe potuto essere Kafka.

Agire è un modo per dimenticare la nostra ombra, alimento della nostra mente e della letteratura, i poeti vedono, da esclusi, che la Storia è una danza folle, la vita quotidiana una mascherata, e quando prendono parte ad esse hanno spesso l’aspetto di un pesce fuor d’acqua. Se si occupano di politica, apriti cielo! Ci ricavano esilio (Dante), ostracismo (Benn), manicomio (Pound), fucilate (Lorca) o si tirano direttamente una rivoltellata al cuore (Majakovskij).

E come se una musa maligna li mettesse sulla forca, perché invece di occuparsi di lei, si sono dedicati alla vita pubblica. No, altro che politica, chi scrive non può vivere nell’attuale, se non da escluso.

***

"Le barricate in piazza le fai per conto della borghesia che crea falsi miti di progresso. Chi vi credete che noi siam, per i capelli che portiam? Noi siamo delle lucciole che stanno nelle tenebre".

Da Up patriots to arms- Franco Battiato e Giusto Pio

Una poesia di Arturo Graf

venerdì 28 gennaio 2011


Mi contraddico?

Mi contraddico? Sicuro.
Perché te ne meravigli?
Non siamo noi forse i figli
Del dubbio e dello spergiuro?

Non siamo i figli noi forse
Della imbelle tracotanza,
E della matta speranza
Che giace là dove sorse?

I figli del vano, alterno
Irrefrenabile moto?
I figli d'un noto ignoto
E d'un mutabile eterno?

Non sai (mistero giocondo!)
Che la contraddizïone
È l'anima, la ragione,
Tutta la vita del mondo?

Il quale mondo è il migliore
che si potesse impastare,
E se talvolta non pare,
La colpa è del nostro umore.

Del nostro umore incostante,
Del nostro egoismo cupido,
Che pende un po' nello stupido
E molto più nel furfante.

Ahi Dio, come sono belli
I mari, le selve, i monti,
L'albe, i meriggi, i tramonti,
Le ortiche, i fiori novelli!

E quelle care bestiole,
La cui maggiore faccenda
È di mangiarsi a vicenda
Sotto il grand'occhio del sole!

E l'uomo che, parli o taccia,
È un elettissimo vaso;
Ah, l'uomo con gli occhi, il naso
E la bocca nella faccia!

L'uomo, di così benigna,
Di così santa natura,
Che il diavolo n'ha paura,
E, quando può, se la svigna!

Son così belli, che io
Mi metto a piangere quando
Li guardo, e rido pensando
Il loro destino e mio. —

Essere uno e diverso
E coerente e sconnesso,
Vuol dir rifare in se stesso
Il glorïoso universo.

Meglio esser molti che uno:
E l'uno, l'uno ove molti
Sieno con arte raccolti,
Non morrà mai di digiuno.

Ricevi, se ti par buono,
Questo succinto entimema,
E fa che il succo ne sprema:
Mi contraddico, ergo sono.


***

Da Otium et Negotium

Buddha

martedì 25 gennaio 2011



"Sin dal principio tutti gli esseri sono dei Buddha.
E' come l'acqua e il ghiaccio:
senza acqua non c'è ghiaccio,
al di fuori degli esseri viventi non c'è Buddha.
Non sapendo che è vicino, lo si cerca lontano.
Che peccato!
E' come essere nell'acqua e lamentarsi per la sete.
La causa del nostro vagabondare attraverso i sei mondi
è che viviamo nell'oscuro sentiero dell'ignoranza.
Di oscuro sentiero in oscuro sentiero...
quando sfuggiremo al ciclo delle rinascite?
La meditazione Mahayana va oltre ogni nostra lode.
Tutto riporta alla pratica della meditazione.
Grazie ad una sola seduta
si distruggono innumerevoli eoni di karma negativo.
Come potrebbero esserci sentieri sbagliati?"

(Hakuin, maestro Zen del XVII secolo)
Da Scepsi