Questa Frida Kahlo calata nell’acido
infinitamente
muriatico
della Trimurti indiana!
Questa bambola di
pezza stracciata
come in manicomio
rinchiusa,
per lo shining
degli occhi di vetro.
Bambolina regina
messicana,
un idolo talvolta
fracassato.
Automa San
Sebastiano in cerbiatto,
per l’invasione di
surrealisti anticorpi;
e il proprio volto
di sfinge squadrato
dall’ideologia
dell’indio marxista.
Ecco colei che beve
in un sospiro la luna,
ondeggiante andatura degli spiriti del fuoco,
alla fattura negra,
alla maledizione zingara,
quasi la grazia
fosse purpurea matrice
ghigno di passione
fra cosce rampicanti
metempsicosi di
filo d’erba in filo d’Arianna,
o ancora l’immoto
vagito cerebrale della sierra.
Questi occhi di
folle decisione e derisione e talento,
qui sulla terra
sanguigno nutrimento
per arcobaleni
anarcoidi, dopo la pioggia estiva,
o per le piante
carnivore
delle
interiorità borghesi.
Né uomo né donna
non dio
pura sospensione
dell’essere
la foresta
quando cala più
fonda la notte.
Questa terra il
Messico il deserto è donna
la donna dello
sconosciuto,
voci impastate nel
dipinto arcane
grasse matrone
dietro porte di legno
tintinnare di perle
colorate,
l’osservatrice
danzando sulla tela
la ieratica lontananza
delle stelle.
In virtù di questo
e altro, ella sa:
il centro del cuore
è il pilastro del cosmo.
6
Maggio 2005
***
Questa poesia è pubblicata ne “La Maya dei notturni “ di Eugenio Cavacciuti (alias Ettore Fobo)- Kipple Officina Libraria -
2006. La
pubblico in questa sede in occasione della mostra dedicata alla pittrice
messicana, che si sta tenendo a Roma
presso le Scuderie del Quirinale.