I miti del nostro tempo- Umberto Galimberti

domenica 6 dicembre 2009

Di alcuni libri vi è necessità e a questa categoria appartiene l’ultima fatica di Umberto Galimberti, I miti del nostro tempo, edito da Feltrinelli. Se ciascuna epoca si interroga su se stessa, lo fa attraverso i suoi filosofi, e il pensiero oggi più che mai è necessario come l’ossigeno, per irrorare i polmoni della contemporaneità, guastati dalla cattiva aria dei luoghi comuni, che sembrano spesso avere il sopravvento in virtù della loro micidiale semplicità, e che la filosofia ha il compito di de-mitizzare. C’è bisogno come l’ossigeno di riflessioni che separino ciò che è fittizio e frutto di illusioni da ciò che un’epoca ha di più vitale; i miti del nostro tempo sono appunto quei pensieri elementari “che ci possiedono e ci governano” inconsciamente, pensieri con i quali si vuole sommariamente rispondere ai quesiti che ci pone la vita, sono quelle idee fisse da cui è necessario liberarsi per approdare a uno sguardo il più possibile lucido e oggettivo, fuori dalla modalità delle ideologie contemporanee. Così Galimberti passa in rassegna questi miti, che illusoriamente si presentano alla nostra sensibilità come verità metastoriche, mostrandone invece la natura storica, profondamente intrisa delle logiche della produzione. Maternità, identità sessuale, giovinezza, felicità, intelligenza, tecnica, mercato, Galimberti cerca di ripensare il loro effetto su di noi, di mostrare in controluce la distanza che separa certe idee che diamo per scontate dalla verità difficile del nostro personale percorso. Questi miti sono i pensieri semplici indubitabili e rassicuranti, che non mettiamo in discussione perché ci fanno comodo, ma che in profondità ci minano, soffocandoci con la loro pretesa di spiegare una realtà che invece solo attraverso la fatica di un pensiero critico può accedere alla sua verità sepolta. Il pericolo da scongiurare è l’assolutizzazione delle idee; lo smontaggio dei miti, individuali e collettivi, è quindi un’operazione assolutamente vitale perché essi ci condizionano inconsciamente, determinano un malessere diffuso, sono alla base di quelle farneticazioni che alla lungo ci rendono la vita invivibile.

E’ il tema dell’ambivalenza che viene enunciato in più punti dei primi due saggi, molto organici, molto strutturati, ambivalenza dell’amore materno con il suo misto di amore ed odio, che può arrivare fino all’omicidio; ambivalenza dell’identità sessuale, che ha in sé, a livello biologico, la possibilità di essere molteplice e sfuggire alla dicotomia del maschile e del femminile, imposta culturalmente da millenni, i millenni se non altro della società patriarcale. Ma Galimberti ci ricorda che nella modernità si assiste a un evento inedito, poiché è cessato quello scambio vitale fra società e famiglia, ciascun nucleo famigliare è isolato e ciascun individuo lo è di conseguenza, per via dell’imporsi di una visione esasperata della privacy, vero culto contemporaneo. Dentro questo isolamento si consumano le tragedie di follia, perché cessando lo scambio fra interno ed esterno, tutto non può che deflagrare nella “cantina buia “ della nostra anima, che non può rassegnarsi all' “ottundimento emotivo … l’alienazione , l’apatia, l’anomia, la solitudine di tutti nella vita di città”. Dietro il mito della giovinezza Galimberti coglie tutte le deformazioni di una società che ci impone di essere efficienti, esteticamente belli, eternamente giovani. Ma se “la faccia del vecchio è un bene per la comunità”, come scrive Hillmann, la vecchiaia può essere vissuta non come un declino, ma come un apice, in cui si può conoscere l’amore senza scopo, l’amore disinteressato.

La felicità, altro mito contemporaneo, è la fantasmagoria di un desiderio senza limiti, dell’avidità, poiché un ego strapotente, che desidera tutto, viene allevato dalla nostra cultura, quando invece porre dei limiti alla “miopia del desiderio” era il richiamo della tragedia greca. Colla felicità si ha a che fare col desiderio oceanico di fusione, che ricorda la sensazione primordiale del feto, si ha a che fare con qualcosa di aleatorio che non si può conoscere, ma solo vivere. Ma altrettanto poco definitivo è il dolore: “La signoria del tempo non ci consente di morire né di dolore né di felicità”. Al tempo stesso la propensione alla felicità è necessaria ma questa non discende dal ceto sociale, dall’aspetto fisico, o da alcunché su cui non sia abbia un reale controllo, è piuttosto racchiusa nell’esortazione di Nietzsche: “Diventa ciò che sei”. Ed è questo un dovere etico, non farsi dominare dalle fantasie spesso indotte, da un desiderio sconfinato, infatti è proprio questo desiderio, sono proprio queste fantasie, scrive Galimberti, che generano infelicità, piuttosto è necessario accedere come i greci alla “giusta misura” di chi conosce se stesso e i propri limiti mortali.

Il culto di un’intelligenza standardizzata è uno dei problemi di questa società che anche attraverso la scuola impone una visione dell’intelligenza pericolosa; il problema è che di intelligenze ce ne sono molteplici, e quello che più conta è “l’inclinazione” cioè ciò che ci detta il daimon, non quella ”intelligenza convergente” che è versata in tutto, flessibile e che viene idolatrata culturalmente. Ciò che più conta è l’individuo, io credo si possa dire, con la sua personale visione, le sue passioni, non un mito astratto, che per di più impedisce una reale eccellenza, perché l’eccellenza è sempre uno squilibrio, le facoltà non sono distribuite a pioggia, ciascuno ha la sua propria intelligenza, ed è un rischio normalizzare la sensibilità , per far emergere quel pensiero semplificato, di natura binaria, che domina nell’ambito dell’informatica, per esempio, ma è un segno di millenni di stratificazioni culturali. Ciò che più conta non è esibire le qualità della propria intelligenza, ma porre ad essa dei limiti, che permettono una reale comprensione dell’altro, perché è attraverso la comprensione dell’altro che noi possiamo superare le anguste strettoie del narcisismo.

Nella moda, attraverso una lettura di Barthes, Galimberti vede il luogo per eccellenza in cui si consuma l’estasi contemporanea della novità; la moda è dunque essenzialmente nichilistica nella sua essenza, poiché per esistere deve negare se stessa. A rischio c’ è dunque l’identità che vive della continuità fra presente e passato, la moda trae la sua potenza dalla dialettica fra apparenza e sparizione del corpo, dal fatto che ci affascina imponendoci un eterno presente in cui però la nostra individualità pare dissolversi, esattamente come si dissolvono una dopo l’altro i suoi prodotti.

L’eccesiva medicalizzazione del male di vivere è un altro dei problemi che Galimberti individua, in un mondo in cui tragicamente la sofferenza depressiva subisce un vertiginoso incremento, il filosofo ci ricorda che questa perdita di significato del mondo, questa “indifferenza dell’anima” prima di essere un problema dell’individuo, è una grave questione sociale. Se un bambino è abbandonato a ”eserciti di baby sitter”, all’invadenza del mezzo televisivo, non può certo elaborare quegli anticorpi necessari per evitare l’orrore della depressione, che può essere scongiurata solo dalla possibilità di condividere con qualcuno il proprio vissuto, altrimenti destinato a incancrenirsi nella solitudine senza scambio. La risposta al disagio di certi bambini, di certi adolescenti non può essere solo farmacologica, se la vulnerabilità è l’essenza stessa dell’uomo, per curare certe ferite è necessario che esse divengano parola, narrazione, e di questo disagio della contemporaneità non è solo la psicologia a doversene occupare, ma la filosofia stessa è chiamata a restituire senso e prospettive, laddove l’ottundimento emotivo lascia le sue scorie di malessere profondo.

Successivamente Galimberti si sofferma su uno dei suoi temi principali, la tecnica, e di come essa sia diventata la vera dominatrice della storia; se i greci si ponevano di fronte al mondo nella condizione di coloro che ne contemplano le leggi, impossibilitati a modificarle, con il cristianesimo assistiamo a una trasformazione: la natura non è più considerata esistente da sempre, ma come “prodotto” di una volontà, quella di Dio, il mondo diventa quindi qualcosa su cui l’uomo può intervenire e per strappare ad esso i suoi segreti affida alla scienza il compito di indagarne le leggi oggettive e alla tecnica ”essenza della scienza” il compito di piegarlo alla sua volontà. Ma nei secoli ciò gli si ritorce contro e la tecnica diventa “il vero soggetto della storia” riducendo l’uomo a “funzionario dei suoi apparati”e rendendolo alienato nella continua ricerca dell’efficienza a tutti i costi, riducendo la complessità del reale attraverso la glorificazione di un pensiero “calcolante”, capace solo di quantificare, un pensiero cui interessa solamente ciò che è “utile e vantaggioso” , rendendo così l’uomo incapace di accogliere orizzonti più ampi. La riflessione di Galimberti è inquietante, anche attraverso il web si compirebbe quella trasformazione dell’uomo, quella mutazione antropologica, per cui sarebbe in discussione la stessa capacità degli uomini della nostra epoca di pensare “Il buono” ,"il vero” , "il giusto” . Anche l’attuale sogno che il web diminuisca la solitudine dell’uomo contemporaneo svanisce nelle parole di Galimberti, la nostra società pare ormai votata a non vivere più nel mondo, ma, attraverso le nuove tecnologie, a consumarne l’immagine: "Il mondo può diventare illeggibile per overdose di informazioni e l'uomo può perdere il bene più prezioso che è la capacità di fare esperienza. Non siamo infatti onnipotenti come i mezzi di cui disponiamo, e non saranno certi mezzi onnipotenti capaci di mettere in comunicazione milioni di solitudini e fare di tutti i solitari, privati proprio dai mezzi di comunicazione della possibilità di fare un'esperienza condivisa, gli abitanti di un mondo comune".

C’è poi il mito tutto contemporaneo della globalizzazione che per Galimberti è essenzialmente un fenomeno che a livello mondiale tende ad eliminare le differenze fra i popoli, imponendo il trionfo del pensiero unico, a livello individuale a sopprimere la specificità di ognuno, generando quella sensazione di assurdità dell'esistenza che ciascuno ben conosce. Sembra si stia compiendo, col plauso di tutti, la terribile profezia di Nietzsche : ” Chi pensa diversamente va spontaneamente in manicomio". Anche il terrorismo con le sue atrocità sarebbe uno degli effetti perversi della globalizzazione, che per sua essenza è ingiusta, in quanto il suo fondamento è l'enorme disparità nella distribuzione della ricchezza sul pianeta, dove il 18% della popolazione gestisce l'83% delle risorse.

Così, scrivendo anche del mito della guerra, del mercato, della crescita, della razza,Galimberti naviga nel mare della contemporaneità, cercando di indicarci la rotta con la bussola del pensiero critico, mostrandoci in filigrana i condizionamenti della nostra era e affidando alla filosofia, ”terapia della mente “, il compito di liberarci dall’oppressione dei pregiudizi assurti al rango di miti collettivi.

Da Sommario di decomposizione- Emil Cioran

venerdì 4 dicembre 2009



"Cinquantanove secondi per ciascuno dei miei minuti" rimuginavo per strada "sono stati dedicati alla sofferenza o... all'idea di sofferenza. Magari avessi avuto la vocazione della pietra! Il "cuore": origine di ogni supplizio... Aspiro all'oggetto, alla benedizione della materia e dell'opacità.Il via vai di un moscerino mi pare un'impresa apocalittica. Si commette peccato a uscire da se stessi... Il vento, follia dell'aria! La musica, follia del silenzio!Capitolando davanti alla vita, il mondo ha mancato nei confronti del nulla...Io mi dimetto dal movimento e dai miei sogni. Assenza! Tu sarai la mia unica gloria... Che il desiderio sia depennato per sempre dai dizionari e dagli animi! Arretro davanti alla farsa vertiginosa del domani.E se conservo ancora qualche speranza, ho perduto per sempre la facoltà di sperare".

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traduzione Mario Andrea Rigoni e Tea Turolla

Un incipit di William Faulkner

sabato 21 novembre 2009


“Non era originaria di questa zona. Ce l’avevano scaricata le cieche macchinazioni del fato e di un ancor più cieco comitato scolastico, e fino alla fine di suoi giorni sarebbe rimasta un’estranea per questa terra di pini, di colline scavate dalla pioggia e di fertili letti di fiume. Il suo ambiente avrebbe dovuto essere di una decadenza vagamente stucchevole, di un formale benessere in mezzo a riti del tè e a graziose attività senza scopo".

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Da Adolescenza- racconto contenuto in Una rosa per Emily- William Faulkner-Adelphi

traduzione David Mezzacapa e Luciana Pansini Verga




Da La ribellione delle masse- José Ortega y Gasset

martedì 17 novembre 2009



Perché la vita è soprattutto un caos in cui ci si smarrisce. L'uomo ne ha il sospetto; però l'atterrisce il fatto di trovarsi faccia a faccia con questa terribile realtà, e si sforza di nasconderla con un velo fantasmagorico, affinché tutto sembri chiaro. Non lo preoccupa affatto che le sue "idee" non siano veridiche; le utilizza come trincee per difendersi dalla sua stessa vita, come spauracchi per allontanare la realtà.
L'uomo di intelletto lucido è colui che si affranca da queste "idee " fantastiche e guarda in faccia la vita, prendendo coscienza che tutto è in lei problematico, e sentendosi smarrito.E poiché questa è la verità- ossia che vivere significa sentirsi smarrito-chi l'accetta ha già incominciato a ritrovarsi, ha già incominciato a scoprire la sua autentica realtà, è già su un piano stabile. Istintivamente, allo stesso modo del naufrago, cercherà qualcosa a cui aggrapparsi, e questo tragico sguardo perentorio, assolutamente sincero perché è un tentativo di salvarsi, gli permetterà di dare un ordine al caos della sua vita.Queste sono le uniche idee veridiche : le idee dei naufraghi. Il resto è retorica, posa, intima farsa. Chi non si sente veramente smarrito si perde inesorabilmente; e non potrà mai più ritrovarsi, non potrà mai più incontrarsi con la propria realtà.

(traduzione Salvatore Battaglia e Cesare Greppi)

L'albero- una poesia di Ezra Pound

lunedì 16 novembre 2009

Immobile fui un albero nel bosco,
Conobbi la verità di cose mai viste prima;
Di Dafne e della fronda d'alloro
E di quei vecchi sposi che festeggiarono gli dei
E divennero un rovere in mezzo alla brughiera.
Essi poterono compiere un tale miracolo
Solo dopo che gli dei furono
Gentilmente pregati e accolti
Al focolare della loro amata casa.
Sono stato comunque un albero nel bosco
E ho appreso cose nuove che prima
Parevano follia alla mia mente.

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Da Poesie- Ezra Pound- traduzione G. Singh - Newton Compton

Primo anniversario- poesia di Federico Garcia Lorca

giovedì 12 novembre 2009

La ragazza è dentro la mia mente.
Oh, che sentimento antico!

A che mi serve, domando,
l'inchiostro, la carta e il verso?

La carne tua mi pare,
rossa iris, giunco fresco.

Bruna di luna piena,
che vuoi dal mio desiderio?

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Da Sonetti dell'amore oscuro- Federico Garcia Lorca- Einaudi- traduzione Glauco Felici

Il cimitero marino- Paul Valéry

giovedì 5 novembre 2009

Se la poesia è necessariamente impalpabile, inconoscibile, felicemente destinata per sua natura a naufragare nel silenzio, Il cimitero marino di Valéry mi sembra l’apoteosi di tutto questo, il condensato, insieme fragile e potente, di una molteplicità di visioni che, partendo dalla morte, arrivano a realizzare un poema di beatitudine assolutamente incorrotta, capace di farci superare le angosce del tempo presente e restituirci così il soffio imperscrutabile dell’eternità. E’ il tempo però il protagonista assoluto di questi versi, tempo di cui il mare è l’immagine più appropriata, e compito del poeta è dare ad esso una forma, che, come scrive Elio Franzini nella postfazione, offra ”nel suo movimento lo charme della grazia”.

Sono questi decasillabi in sestine rimate, che nella traduzione di Patrizia Valduga, vivono la loro epifania di congedo dal discorso quotidiano, per creare l’ignoto, e finalmente restituire alle parole il loro disincarnato fluire di onde marine. Alla base di questo poemetto, dice Valéry, non c’era in origine nient’altro che un ritmo ossessivo, cui bisognava dare forma e il poeta francese scelse un metro poco usato, il decasillabo appunto, forse per tentare di avvicinarsi all’endecasillabo italiano, lingua da lui conosciuta, poiché la madre era italiana. Sperimentare ”la calma degli dei “ è il premio per chi legge questi versi, la cui profonda, inafferrabile essenza mostra la naturale ambiguità del linguaggio, polisemantico e fondamentalmente inconoscibile. Il culto della forma, che Valéry ha ereditato da Mallarmè, e la condensazione apollinea delle immagini, tengono a freno lo scatenarsi dionisiaco del divenire, di cui però si mostra l’assoluta innocenza.

Qui la felice dissoluzione del pensiero poetante, ora in acquatica presenza, ora in bufera di vento, è evidenziata dalla porosità stessa della lingua, usata per far emergere quel tanto di indecifrabile che indubbiamente seduce. Perché questo breve poema ci sfugge da tutte le parti, non si può fissare, né classificare, è uno degli esiti più misteriosi del Novecento letterario. Quello di Valéry è fondamentalmente un canto di felicità e luce, sospeso fra mare e morte, in quel luogo dell’inconscio in cui le parole galleggiano come resti di un antico anelito all’infinito, che non può che sgomentare. Se “l’avvenire è torpore “, “il sogno sapere” noi possiamo accedere a quella realtà dimidiata che è un po’ il fulcro della nostra stessa personalità, per scoprire che la vita è vasta proprio in conformità con la sua stessa assenza.

Le tombe paiono are a Minerva, e, sebbene sepolti nei loro avelli, gli antenati, “padri profondi, teste inabitate”galleggiano ancora sulla superficie di un mare in eterno rinnovamento. E’ chiaro che fra il pensiero di Eraclito e quello di Parmenide e degli Eleati, Valéry preferisca il filosofo del panta rei, con la sua guerra di opposti, con il suo incessante divenire. Alla nostra stessa anima Valéry chiede di cantare anche dopo la morte, perché si impone in tutto il poemetto la sensazione che la morte stessa sia scongiurata, superata, trasformata in un'esperienza di rinnovamento poiché “ tutto va sottoterra e torna in gioco”. Se il cimitero è ”tempio del tempo”, nulla va realmente perduto, tutto si trasforma, e giacché “ s’ha da provare a vivere”, noi dobbiamo cogliere questi versi come la dimostrazione che “tutto fugge “ ma che in maniera misteriosa al tempo stesso perdura, anche se l’immortalità è una menzogna, una “scappatoia pia” che della morte fa “ un seno materno”, noi abbiamo una chance nell’affrontare con la nostra fragilità l’impeto del vento che spazza ogni cosa, con la fragilità delle nostre parole, affidate alla schiuma, possiamo affrontare persino l’ombra che ci “addomestica al suo frale andare”.

Il cimitero di cui Valéry scrive è un luogo di pace dove “angeli curiosi” incombono e “sogni vani “ e” prudenti colombe”nei pressi di un mare “leale”, su cui navi passano col becchettio dei loro flocchi. Tuttavia la presenza umana sembra svanita, la morte certo ci toglie la voce, ma in qualche modo il mare sembra conservare memoria di noi, ma bisogna stare attenti, anche a credere alle parole della poesia giacché sull’altitudine “… un sereno scherno/dissemina il sereno scintillare.” La parola della metafisica è insufficiente a dare conto dell’inarrestabile divenire della realtà, paragonata al mare, che ne diventa allegoria, mare il cui “tumulto al silenzio è pari “.

La letteratura stessa è simboleggiata nei versi finali da un libro che viene aperto e chiuso con violenza dal vento marino, ed è quindi poca cosa davanti all’enormità dell’universo, ma al tempo stesso forse è solo la letteratura, sembra dire Valéry, che può restituirci dei morti “il dire famigliare “, “l’anima singolare “. Dell’immobilità metafisica del meriggio il poeta, nella sua contemplazione, coglie il “segreto mutamento “, giacché questa sembra essere la l’ultima parola di Valéry: tutto è in movimento, tutto trasmuta; in questo c’è l’ebbrezza di un rinnovamento eterno e il cimitero con le sue spoglie, accarezzato da questo mare, è diventato così uno dei topos letterari fondamentali del secolo scorso, speranza e certezza di luce in un’epoca buia. La natura transeunte di tutto viene così esaltata in questi versi, la cui ambiguità permette loro di rimanere nella mente come misteriose essenze di un linguaggio ancora ignoto, che la poesia ha il compito di mettere in luce per l’istante della sua manifestazione, senza però rivelarne interamente il codice di interpretazione, lasciandoci così di stucco davanti a una miriade di possibilità semantiche. E’ lo charme, l’incantesimo stesso della poesia, che non è altro, forse, che meraviglia e stupefazione davanti all’ignoto, misteriosa rivelazione dei meccanismi, delle dinamiche, e delle voragini profonde del linguaggio.

Il cimitero marino- Paul Valéry - traduzione Patrizia Valduga - Mondadori.