Una frase di Guy Debord: contro il cinema e contro la società del suo tempo

martedì 27 maggio 2014







“Ho meritato l’odio universale della società del mio tempo e mi avrebbe dato fastidio avere altri meriti agli occhi di una società del genere. Ma ho notato come sia ancora una volta nel cinema che ho sollevato l’indignazione più perfetta e più unanime. Si è persino spinto il disgusto al punto di plagiarmi molto meno qui che altrove, in ogni caso fino a questo momento. La mia stessa esistenza resta, in questo ambito, un’ipotesi generalmente respinta. Mi vedo dunque posto al di sopra di tutte le leggi di genere. Eppure come diceva Swift, << non è una magra soddisfazione per me presentare un’opera al di sopra di ogni critica>>. “

Guy Debord

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Da “Guy Debord (contro) il cinema” - a cura di Enrico Ghezzi e Roberto Turigliatto – traduzioni di Paola Bonini, Susanna Bourlot, Donatello Fumarola -  Editrice il Castoro/ La Biennale di Venezia - 2001




Parole segrete

sabato 17 maggio 2014





Sete di vento a sognare
questo affiorante regno
di caducità infinite
che svapora sole
degli antichi poeti
nel sangue la stella
del mattino disciolta
Venere muta
da una pozzanghera nata
il divenuto polvere
infinito contempla
che mai luce vide, e svanì.
Archetipo d’eterna
solitudine a vegliare
i nostri atti d’inconsci
sotto l’implacabile silenzio
di statue straniera cingimi
nudità spaventosa che urgi
con il  tuo velo di parole segrete.

Febbraio 2008

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Questa poesia è tratta da “Sotto una luna in polvere” di Ettore Fobo. Potete trovarlo in ebook su Amazon  e sulle  principali librerie on line. Altre poesie tratte dal libro  si trovano sul sito  “The NeXt Station” e cliccando sull’ etichetta Sotto una luna in polvere in questo blog.

Un mio articolo su Lankelot

venerdì 16 maggio 2014



Ho ripubblicato su Lankelot una mia  vecchia recensione di  “Carmelo Bene. Il cinema della dépense”, scritto da Paola Boioli  e pubblicato da Falsopiano.  Buona lettura.

Le assi curve - Yves Bonnefoy

sabato 10 maggio 2014







Yves Bonnefoy ne Le assi curve esplora minuziosamente una serie di paesaggi naturali, che contempla e di cui coglie la natura  simbolica. La speranza è che bellezza e verità si fondano in un unico corpo e che il risultato di questo procedimento sia una quiete magica, profondamente terrestre e non ultraterrena o metafisica. La versificazione del poeta francese, tradotto per Mondadori da Fabio Scotto, è agita all’interno da una profonda calma e da una saggia pazienza, che a un primo ingannevole sguardo possono anche essere scambiate per sterilità creativa.

La poesia di Bonnefoy funziona maggiormente nella rilettura, perché è necessario familiarizzare con la ricerca di leggerezza del poeta francese, aldilà dell’invadenza della parola, infatti, il suo occhio registra oggettivamente il dato naturale che acquista dimensioni epiche ma è un’epica in minore, appena accennata, sussurrata. La sua è proprio quella “voce che porta dell’essere nell’apparenza.”

Le assi curve è  il titolo di una sezione, e viene utilizzato, credo, con lo stesso intento di smorzare i toni e ricondurre la poesia alla sua semplicità. Allora Bonnefoy procede con “la maestà delle cose semplici” non scrivendo in questo caso una poesia immaginifica e vorticosa ma creandone una quieta, umile e insieme solenne, che pare un’investigazione dentro e oltre i limiti e gli inganni della parola. Il cuore del libro è lo straordinario poemetto Nell’inganno delle parole, dove Bonnefoy esplora con piglio filosofico proprio le menzogne del linguaggio che fanno tutt’uno con le illusioni fallaci del desiderio. Emozionante l’invocazione che il poeta rivolge alla poesia stessa:

“O poesia,
Io so che ti disprezzano e ti negano,
Che ti considerano un teatro, perfino una menzogna,
Che ti gravano degli errori del linguaggio,
Che dicono infetta l’acqua che tu porti
A quelli che tuttavia desiderano bere
E delusi si allontanano, verso la morte.”

La voce di Bonnefoy non vuole essere dissimile dalla natura che racconta, vuole assomigliare al fluire del fiume, allo sbocciare di un fiore, evento in sé naturale ma per far questo è necessario vedere in faccia tutte le mistificazioni della parola. E’ così sul confine fra verità e inganno, la natura raccontata da Bonnefoy è una natura salvifica, che non inquieta, e che sembra amica dell’uomo e della sua ricerca di bellezza. Poesia dipinta pare questa, poesia in cui ammiriamo un’alba, capace di accoglierci ogni giorno e di benedirci.

In questo libro, uscito in Francia nel 2001, Bonnefoy non scruta dentro le ferite e dentro le inquietudini dell’essere umano, piuttosto raffigura per noi un affresco di pace cosmica, che sembra frutto di una riflessione che ha raggiunto la piena maturità. Quest’operazione presenta naturalmente alcune lacune: talvolta si percepisce una certa frigidità del dettato poetico, bello ma asettico, si nota la quasi totale mancanza del grido, che in poesia ha una centralità mitica (vedi Rimbaud cui Bonnefoy ha dedicato qualche anno fa un saggio), poi vi è la tendenza a far tacere le contraddizioni della Natura stessa che non è mai, mi pare, percepita come matrigna ma di cui si esprime la ieratica benevolenza.

Certo una sottile inquietudine affiora talvolta a scalfire quello che potrebbe essere un idillio, ma non è un’inquietudine viscerale, dionisiaca, tutto è filtrato da una razionalità che smorza i toni e riconduce tutto alla misura. Ecco, se si ammira la saggezza di Bonnefoy, la sua filosofica accettazione dell’oblio e della caducità, che non viene quasi mai meno, si rimane dubbiosi circa la sua ritrosia a raccontare lo smisurato del dolore umano, alla maniera di Baudelaire o di Leopardi. Più vicino per indole alla poesia misurata di un Mario Luzi, Bonnefoy è consapevole che la sua è un’operazione letteraria e come tale ingannevole. La pioggia estiva, gli alberi, il fiume, il sottobosco, il pietrisco, sono figure viventi di un linguaggio di segni che raccontano sostanzialmente la bontà della natura. Tutto questo ha per me accenni di consolatoria illusione.

La natura di Bonnefoy pare, perciò, un po’ troppo idilliaca per essere reale. Più che la realtà con le sue lacerazioni, mi sembra che Bonnefoy racconti un’idea iperuranica, anche se il poeta è molto concreto nelle sue immagini e sembra non indulgere alla metafisica. Ciò non toglie che Le assi curve sia una bella lettura, a tratti splendida, e che ci disseti alla fonte di una sapienza oracolare; diversi sono, infatti, gli apoftegmi che sintetizzano labirinti di pensiero. Bonnefoy è un poeta che pensa, questa è la sua bellezza, un poeta che contempla e preferisce la contemplazione alla frenesia. Egli sosta in un territorio fra veglia e sogno e la sua scrittura ipnagogica sa sedurci con la tranquillità olimpica di un classico, che alle contraddizioni della temporalità preferisce la quiete dell’atemporale. Forse solo un grido si alza in tutto questo libro leggero, un grido contro la provvisorietà dell’esperienza umana, un grido contro la morte, nella poesia intitolata Che questo mondo rimanga! dove sorge un’implorazione: che il mondo intero duri,  pur nella sua disarmonia.

“O terra,
Segni disarmonici, sentieri sparsi,
Ma bellezza, assoluta bellezza,
Bellezza di fiume,
Che questo mondo rimanga,
Malgrado la morte!”

Brevi interviste con uomini schifosi – David Foster Wallace

sabato 3 maggio 2014





Confesso che la mia lettura di David Foster Wallace è stata tardiva, perché una specie di sesto senso mi teneva lontano da questo scrittore che una parte della critica pone fra i massimi della sua generazione e che risulta molto amato da persone che stimo. Io, avendo letto solo qualche articolo di critica letteraria, su blog o su riviste, lo percepivo come uno scrittore innovativo e forse geniale ma anche cervellotico, eccessivamente contorto, poco lineare. Il primo libro suo che ho letto, Una cosa divertente che non farò mai più,  mi piacque proprio perché si allontanava da questo pregiudizio, confermando, però,  la vitalità creativa dell’autore. Leggo allora Brevi interviste con uomini schifosi, confidando nello splendido titolo,  e stavolta il mio giudizio oscilla vertiginosamente e non riesco a inquadrare bene il libro. In questo scritto cercherò pertanto  di dipanare alcuni dubbi. Questa raccolta di racconti, infatti,  tradotti per Einaudi da Ottavio Fatica e Giovanna Granato, pur interessante e a tratti geniale, mi pare che denunci anche alcuni limiti.

Innanzitutto alcuni racconti, penso per esempio a La persona depressa, mi paiono eccessivamente caricati, se non addirittura caricaturali, eccessivamente psicanalitici, con il sottofondo di un’ironia che non capisco e che mi lascia freddo. Ammetto che ha una sua potenza narrativa che rimane dentro anche dopo la lettura ma appena l’ho finito ho tirato davvero un sospiro di sollievo. L’ho trovato, infatti,  pesante  nella scrittura, con ridondanze e ripetizioni eccessive, e la figura della protagonista, anche se questo è un tratto funzionale al racconto, è patetica ai limiti della sopportazione.  Aggiungo che non capisco assolutamente il perché delle note, potrebbero essere benissimo inserite nel testo, messe a piè di pagina, invece, lo appesantiscono inutilmente.

 Intendiamoci, Wallace ha una visione originale e molti dei suoi monologhi si ricordano ma durante la lettura c’è la sensazione di essere risucchiati da un vortice. E’ questa la sua cifra stilistica? Comunicare il senso di soffocamento dell’individuo in un contesto urbano?    Ho l’impressione, però, che alcuni di questi personaggi raccontati, spesso esagerando caricaturalmente tic linguistici,  fastidiosi  ai limiti del macchiettistico, come nel primo dei tre racconti eponimi, siano troppo consapevoli di se stessi per essere realmente folli come si vorrebbe.

Uno dei racconti più riusciti è il primo dei due che s’intitolano Il diavolo è un tipo impegnato,  che è splendido nella sua semplicità,  non dura neanche due pagine,  e la brevità impedisce a Wallace di esagerare con i colori della sua tavolozza. Da ricordare l’ironica morale del racconto,  affidata a uno dei personaggi:  “Io chiesi a papà che lezione trarre dalla cosa e lui disse che secondo lui è che non puoi insegnare a un porco a cantare[…]”

 La sensazione negativa che traspare a tratti  è di uno scrittore forse eccessivamente innamorato del proprio talento, un po’ troppo incline a compiacersi del proprio acume e della propria intelligenza, che, se si avventura in una ricognizione della psicopatologia degli americani, denuncia anche il proprio fatale narcisismo.  Questo è evidente nella conclusione del ciclo di racconti denominato Ottetto, una conclusione metanarrativa pressoché incomprensibile, fintamente autocritica, pesantemente solipsistica, in cui una certa abilità retorica sembra al  servizio della vacuità.  

 Si percepisce,  però,   il talento di Wallace, la sua capacità di entrare dentro i personaggi attraverso il monologo ma  c’è un eccesso di riflessioni di stampo psicanalitico che rendono irrealistici alcuni di  questi personaggi e un po’ fumosi  questi racconti. A volte troppo didascalici  i  personaggi di Wallace, manifesti del delirio postmoderno, a volte  troppo tortuosa la narrazione. Emblematico il caso del racconto Chiesa fatta senza le mani, dove ammetto di non aver capito quasi nulla. Seguire Wallace nelle sue peripezie mentali in questo caso affatica e addirittura sfianca. Nel racconto Lassù per sempre invece Wallace dimostra la sua abilità nel creare suspense e tensione da una situazione banalissima come la salita di un adolescente su un trampolino, situazione che acquista insolite e imprevedibili risonanze metafisiche. Belle, a questo proposito, le riflessioni sul tempo.

Brevi interviste con uomini schifosi mi pare, però, sostanzialmente un libro che andrebbe scarnificato, come se in esso ci fosse un peso eccessivo di riflessioni psicologiche, metanarrative, cui un onesto lavoro editoriale di affinamento come quello che fece Gordon Lish nel caso di Raymond Carver, secondo me, avrebbe giovato. Troppo pensiero, ecco un limite di questi racconti, troppa densità,  a scapito della narrazione che per essere efficace deve essere scarna, e lasciare intendere molto, più che dire esplicitamente tutto. Ecco il non detto in questi racconti pare schiacciato da una volontà famelica di svelare. 

Ci sono anche dei pregi naturalmente, e non da poco: la capacità di dar voce alla psicosi, come nel racconto Mondo adulto,  è da grande scrittore ma l’idea di troncare le parole nella parte finale non mi convince e mi sembra solo una trovata giovanilistica. E’  davvero apprezzabile, comunque,  la capacità di creare  tensione con materiale minimo, e la capacita mimetica che  permette a Wallace di immedesimarsi in personaggi così diversi. Geniale a questo proposito  il racconto Sul letto di morte stringendoti la mano[…],  dove Wallace realizza uno straordinario monologo di un padre che  sul letto di morte mostra  odio e disprezzo  verso il proprio figlio sin da neonato, riflettendo su come  questi  abbia monopolizzato l’attenzione della madre con una vera e propria “stregoneria”. Il principale pregio di alcuni di questi racconti è proprio nella spietatezza con cui Wallace analizza comportamenti normali in cui tutti possiamo riconoscerci, rivelandoci al tempo stesso la loro intima follia.  Straordinaria anche la terza delle interviste con uomini schifosi, la migliore di tutte, dove è ricostruita la dinamica di uno stupro, con grande efficacia e originalità. Altre volte,  però,  questi racconti, come forse vuole l’estetica postmoderna, sembrano ”vacui esercizi formali”, come scappa scritto a Wallace stesso in un momento di autocritica metanarrativa.

Allora, in definitiva,  Brevi interviste con uomini schifosi non si è dimostrato per me  il capolavoro che molti dicono, e che in fondo mi aspettavo,  anche se mi conferma che Wallace è un autore da leggere, aldilà di alcune tortuosità che lo caratterizzano, perché quando si libera da certe civetterie arriva al cuore del malessere contemporaneo. In questo libro, secondo me, ci è riuscito solo in  parte.