Ernesto- Umberto Saba

sabato 15 maggio 2010


Con questo romanzo Saba centra quella zona in cui innocenza, erotismo, e perfino accenni, in realtà timidi, di pornografia, si fondono in un curioso alterco fra convenienza sociale e desiderio, quella zona della vita in cui la leggerezza dell’adolescenza può scoprirsi anche brutale, ma solo per arrivare senza mezzi termini al “cuore delle cose, al centro arroventato della vita”.

Così l’iniziazione all’amore omosessuale di un adolescente con un trentenne si svolge senza ipocrisie, in un racconto a volte crudo, per l’epoca in cui è stato scritto, gli anni cinquanta del secolo scorso, ma proprio per questo non privo della luce a volte dolce, a volte gelida, della poesia.

Siamo nella Trieste di fine Ottocento, fra braccianti ubriaconi, padroni avari, mogli abbandonate, ed è in questa città che Saba mischia il dialetto friulano con un italiano classicheggiante, semplice, volutamente povero e antibarocco, oggi diremmo minimalista, scrutando questa gioventù col rimpianto del vecchio che vuole”dipingere con tranquilla innocenza il mondo meraviglioso”. Mondo meraviglioso in cui però l’omosessualità è tabù, così la relazione fra Ernesto, impiegato sedicenne addetto alla fatturazione, e il bracciante senza nome avviene nel segreto, un segreto che getta nel timore il secondo che subito si rende conto di avere a che fare con un piccolo despota, innocente della sua crudeltà infantile, di cui anche la madre e l’odiato”paron Wilder” fanno le spese. Ma Ernesto è un ragazzino in cerca di identità, le cui piccole crudeltà appaiono sempre in quella luce di incantesimo che così facilmente si attribuisce all’adolescenza.

La Trieste di Saba è una città mitica ricostruita nei suoi dettagli emotivi come un luogo di sogno in cui la desolazione può anche arrendersi all’incantesimo della nostalgia, e l’amore sgorgare, pur nella banalità a volte claustrofobica dei rapporti umani. Perché questi personaggi in fondo sono semplici, la loro stessa schietta esistenza è mitica, perché impressa sulla carne del poeta che la sogna, la rievoca, tratteggiando questa educazione sentimentale sui generis, in cui il sesso, consumato in fretta e di nascosto, è soprattutto raccontato nella sua naturalità, miracolosamente spoglia di ogni sottinteso di peccato; la morbosità, infatti, che così facilmente viene ipocritamente associata all’amore omosessuale, qui è completamente assente. Così quelli che Elsa Morante chiama “i mostri della superstizione comune”si dileguano per lasciare spazio a un “semplice incontro umano”. Non c’è nulla di corrotto in questi personaggi, sebbene talvolta affiori come un’eco di sadismo, la loro vicenda amorosa è vissuta da Ernesto con quel candore di chi non si dà pena per il futuro, solo il bracciante più maturo prova quel senso di colpa così legato alla condizione di amori giocoforza clandestini.

Uno dei temi che attraversano il romanzo in maniera sfumata è la lotta di classe, perché Ernesto si professa socialista, legge giornali di sinistra, si sente “sfruttato”, ha in odio i padroni, in questo senso è osteggiato dalla famiglia piccolo borghese, che molto prosaicamente pensa che i socialisti siano destinati a divenire, nella vita, dei falliti, perché non si rassegnano borghesemente e cristianamente allo status quo. Si tratta di una presa di coscienza del protagonista o di una infatuazione giovanile? Saba gioca con questa ambiguità, per meglio rendere il travaglio dell’adolescenza, la sua affascinate indeterminazione.

Così Saba scrive una sorta di romanzo di formazione, delineando con sicurezza il difficile mondo di un adolescente, scisso fra un lavoro monotono e sogni di gloria, che lentamente matura la sua decisone di abbandonare l’uomo e il lavoro da impiegato che lo lega a lui.

Ernesto è un piccolo gioiello di letteratura, composto fra le tregue del male di vivere che afflisse Saba, un romanzo in cui si respira il senso di un’avventura sacra, la scoperta del sesso, e al tempo stesso la commozione di un vecchio letterato davanti alle dinamiche dell’adolescenza, raccontata con umanità e con comprensione; è un romanzo semplice e schietto, in cui si riverbera la sottile malinconia delle cose che non sono più e non potranno più essere.


Ernesto- Umberto Saba- Einaudi

Concetti Spaziali, Oltre- A.V

domenica 9 maggio 2010


“mutilati dilaniati disgregati/colpiti distrutti disintegrati/- resti d’uomo e tecnologia-/consumati smussati bruciati/ alterati smarriti perversi/resti d’uomo e chimica.”

 Gianluca Cremoni

Ecco una bella antologia di poesia contemporanea, a cura di Alex Tonelli, legata un movimento, il Connettivismo, che fa delle interconnessioni fra saperi diversi il suo tratto distintivo. Abbiamo così uno spaccato in versi di quella che è una delle realtà più vive della fantascienza italiana, che cerca nel buio dell’attuale stagione culturale il faticoso bagliore di una rinascita. Porsi all’avanguardia è sempre pericoloso perché, come ci ricorda Giuseppe Pontiggia, il termine avanguardia ha un’origine militare, così uno dei poeti più interessanti della raccolta, Simone Conti, immagina un’apocalittica  prima guerra  mondilale, in una narrazione poetica che si rifà al genere steampunk,  in un mondo  in cui le macchine hanno acquisito autocoscienza e rivaleggiano con gli umani. Questi uomini del futuro sono smarriti”nelle nebbie del tempo”e ciò che il loro intelletto “ha costruito sarà eliminato” perché rispetto agli automi non sono nient’altro che “sterili pupazzi di paglia”. E’ la manifestazione definitiva della paura tutta contemporanea che la tecnica si ritorca contro l’uomo stesso, così in queste poesie il futuro non è il luogo di una palingenesi, ma l’ambigua dimensione in cui gli incubi prendono forma.
Gianluca Cremoni può così immaginare un mondo in cui “mutanti fuggiaschi e androidi latitanti” in sobborghi spaventosi scorrazzano fra “resti d’uomo e tecnologia”. Tecnologia che si configura a volte come un “ tetro teatro” dove l’uomo ridotto a “pseudo-nulla” attende la sua estinzione o la sua fusione con la macchina. In alcuni versi la nostalgia di un “Dio pulsante” combatte con la certezza dell’umana nullità, dove tutto è “sterco e tortura” una dimensione trascendentale viene evocata in versi trascinanti e ritmati. Big Bang, Big Crunch, entropia, sono le ossessioni moderne e come tali in queste poesie emergono, con tutti i loro sottintesi metafisici.

Per Simone Conti “Corpi forgiati in rugginosi metalli” di androidi guerrieri ci ricordano”la fragilità di ciò che siamo”, le “evanescenti chimere” di cui è fatta la nostra mente si sfaldano e il futuro appartiene a “inumani aeronauti../ insensibili al dolore che regna quaggiù.”

Uno dei temi principali è proprio questa tensione all’Inumano, al post-umano, così Sandro Battisti può immaginare un “continuum” in cui “biologia e misticismo” si fondono, “tra le urla”, o ancora la terribile”sublimazione della carne nel silicio”. Metafisica e scienza celebrano nei versi di questi poeti le loro nozze: un misterioso” nulla senziente” viene ottenuto dalla” scarnificazione dello spirito”o ancora “un’estasi nera” viene evocata. 

Nei versi di Giovanni De Matteo “frammenti di coscienza/a galla nel vuoto...” e una dilagante stanchezza tutta umana sembrano preludere a qualche rigenerazione apocalittica, Paolo Ferrante sente la realtà come un luogo di reclusione in cui il sospiro di nostalgia può facilmente divenire una bestemmia e l’anima è ceduta “in eredità alla luna”. Domenico Mastrapasqua sogna invece un eden “fluorescente, nero, dissacrante” e “multi versi solitari “ in cui sfuggire alla banalità del quotidiano, alla solitudine della coscienza. Sono temi cari a questi autori, che con fatica accettano che “l’arido vero” ponga sui loro slanci il velo opaco della mediocrità; essi cercano di reinventare la realtà linguisticamente, operando sulla tela bianca della pagina per dipingere anche graficamente il loro anelito all’impossibile, a quello che Tonelli chiama L’Oltre, come fa Marco Raimondo, per esempio, sulle tracce dei futuristi, dissodando il linguaggio dall’interno per far emergere quel tanto di indecifrabile e misterioso che la lingua corrente tende a fossilizzare nel luogo comune.

 Abbiamo così nelle poesie migliori di questa raccolta un linguaggio plastico, ricco, tumultuoso, con neologismi o parole prese dal linguaggio della chimica, della fisica, della biologia. La loro operazione è condotta con coerenza, solo a volte è un po’ ingenua e si nota una certa prosopopea, credo legata alla loro giovane età (diversi di loro hanno meno di trent’anni).

Infatti, Il rischio, utilizzando una terminologia così specialistica, è quello di risultare manieristici, ma anche nei versi più volontariamente esoterici come quelli di Marco Moretti una tensione musicale è presente a scongiurare la caduta nel Kitsch autoreferenziale o in un gergo ingenuamente solipsistico. Ecco se c’è un limite è nella fin troppo ostentata maniera da happy few, nella a volte fastidiosa tentazione di descriversi come un’elite che possegga la chiave di volta del futuro.
E’ chiaro che tecnologia e magia, esoterismo e fisica quantistica, trovano in queste poesie le loro connessioni segrete, e bisogna dire che è un mondo affascinante e segreto quello che interessa questi poeti, la cui eretica immaginazione “sfreccia libera fra intermundia d’orrori” e una dimensione superumana permette per esempio a Moretti di identificarsi con un “noumeno” sganciato dalle leggi della biologia. Il sogno di andare aldilà della carne è chiaramente di origine gnostica, laddove al posto degli angeli abbiamo androidi, al posto degli eoni quasar e buchi neri. Dunque l’antologia mostra come la scienza abbia ormai sostituito la religione, conservandone però tutte le chimere, e alla poesia viene affidato il difficile compito di rendere attuali e contemporanei i sogni che sono alla base della nostra cultura; come scrive Christian Ferranti, ancora una volta è il “necessario dolore della redenzione” che viene cercato dentro il linguaggio, non essendo possibile un aldilà della conoscenza, che prescinda dalla sua espressione semantica. Marco Milani è il poeta che più si distacca dagli altri per i temi, ricreando una quotidianità trasfigurata in cui la “spontaneità bambina” genera “passioni astratte”, le meteore cercano forse la loro anima gemella e il poeta col suo sapere è in grado di svelare”tutti gli enigmi/delle piramidi”.

Data la giovane età della maggior parte di questi poeti, li attendiamo al varco di una prossima pubblicazione in cui mi auguro i temi oggi incandescenti possano sempre più stemperarsi nel freddo e oscuro “algoritmo” della poesia, ma come debutto è senz’altro interessante e presenta alla nostra attenzione un movimento che ha la possibilità di darci qualche brivido di ignoto.
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Genealogia della morale- Friedrich Nietzsche

sabato 1 maggio 2010


Con Nietzsche si assiste a un vero capovolgimento di prospettive, con lui l’ermeneutica si sbarazza dei suoi pregiudizi, delle sue fette di salame sugli occhi e un nuovo sguardo sull’antichità emerge, fiero della sua lungimiranza, della sua capacità di frantumare, della sua ambigua lucidità.

In questo testo il filosofo tedesco ha bene in mente i suoi obiettivi: tracciare la storia della morale, analizzare da psicologo del profondo il sorgere dei concetti di buono e malvagio, della colpa e della pena, l’affermarsi dell’ideale ascetico. Di contro a coloro che vedono nel buono ciò che è considerato naturalmente utile per l’avvenire, Nietzsche vede nella storia una lotta fra volontà di potenza per la sua definizione, l’aristocratica “morale dei signori”, fondata sulla tracotanza del comando, sull’aggressività di una crudele ebbrezza, e la plebea “morale del gregge”, unicamente fondata sul “ressentiment “verso i potenti, sulla negazione, sulla reazione. Questo tipo d’uomo gregario non è capace di dire sì alla vita, ha bisogno di qualcosa di estraneo cui opporsi, si esprime unicamente nel no.

Nel corso della storia c’è stato un terribile e fatale rivolgimento, traverso il quale i signori sono stati sconfitti e si è affermata invece la “morale del gregge” il quale naturalmente tende a considerare malvagio ciò che lo soverchia, quelle nature forti, libere, feroci, destinate al comando. Specialmente attraverso il cristianesimo gli infelici, gli scontenti, hanno divinizzato se stessi, ponendosi come i veri soggetti della storia, condannando i signori, la loro capacità di donare, superare se stessi, la loro incapacità di rancore, la loro magnanimità. I nuovi valori che nascono da questo “ressentiment”, da questa rivolta, sono la compassione, l’uguaglianza di tutti davanti a Dio, la rassegnazione al proprio destino, la democrazia, ed è il prete la nuova figura che dà al risentimento una direzione e uno scopo, esso allora si rivolge contro il sé e l’impotente, il malato, diventa colpevole, diventa peccatore. Sorge allora quella che Nietzsche chiama “cattiva coscienza”: gli istinti ferini, animali, vitali, la vita stessa, si inabissano nella colpa, e allora la venefica influenza di questi “malriusciti” infetta la terra, che nei secoli assume sempre più l’aria di un ospedale e di un manicomio. Alla base c’è una vendetta che però si maschera da “trionfo della giustizia”, la democrazia sarebbe allora la conclusione inevitabile di un “rammollimento” e l’uomo moderno il malato per eccellenza. Perché in sentimenti considerati più nobili nascono nel fondo oscuro di questo risentimento, sono il suo effetto.

La pena e la colpa sono concetti che faticosamente si sono tracciati una strada nel sangue, la memoria stessa viene creata incidendosi letteralmente sulla carne dell’umano, attraverso torture, scuoiamenti, martiri di ogni genere, è stato sancito ciò che è buono e solo attraverso il dolore e il sangue ciò è emerso nella coscienza popolare. Affinché si creasse memoria, bisognava vincere la naturale tendenza all’oblio e solo un sistema della crudeltà poteva riuscirci.

Nel rapporto creditore- debitore si sviluppa il concetto di pena, inizialmente chi aveva commesso una mancanza nei confronti della società doveva ripagarla in qualche modo con la sofferenza, che si esprimeva nella famosa formula del Codice di Hammurabi, ”occhio per occhio, dente per dente”, successivamente la colpa si spiritualizza, sorge l’idea del pentimento e viene inventato Dio, questo enorme creditore e paradossalmente il sangue di suo figlio viene utilizzato per saldare il debito. Ma così l’uomo al cospetto di Dio si trova sempre più disprezzabile, vien colto dalla nausea di sé, si percepisce come un dannato, rinchiuso nella coscienza a fare i conti con la propria travolgente indegnità. Essenzialmente col pensiero di Dio tutto il valore si sposta dall’uomo al suo creatore, e il primo risulta così spogliato totalmente della sua potenza, radicandosi nell’assurda “volontà di pensarsi castigato”.

Contro tutta questa degenerazione degli “ideali aristocratici”, si alza la voce di Nietzsche che riconosce nell’ascetismo nient’altro un trucco traverso cui alla sofferenza umana viene dato un senso. Ma questo senso affonda prosaicamente in una negazione della vita, la quale per Nietzsche si adempie essenzialmente”offendendo, facendo violenza, sfruttando, annientando”, così considerare uguale ogni volontà, prescindendo dalla gerarchia implacabile della forza, sarebbe sostanzialmente “un principio ostile alla vita”.

Ecco allora la terribile conclusione del saggio, che nella sua efficacia non ha eguali e tutt’oggi risuona nella sua potenza di sintesi:

“Non ci si può assolutamente nascondere che cosa propriamente esprime quel volere, che sulla base dell’ideale ascetico ha preso il suo indirizzo: questo odio contro l’umano, più ancora contro il ferino, più ancora contro il corporeo, questa ripugnanza ai sensi, alla ragione stessa, il timore della felicità e della bellezza, questo desiderio di evadere da tutto ciò che è apparenza, trasmutamento, divenire, morte, desiderio, dal desiderare stesso - tutto ciò significa, si osi rendercene conto, una volontà del nulla, una rivolta contro i presupposti fondamentalissimi della vita, e tuttavia è e resta una volontà !... E per ripetere in conclusione quel che dissi all’inizio: l’uomo preferisce ancora volere il nulla, piuttosto che non volere”.

Nietzsche legge la storia in un senso antitetico a quello comune, come l’affermazione progressiva di una vita malata, mutilata, ridotta ai minimi termini, e il nichilismo, parola chiave della sua filosofia, trionfa insieme ai deboli, ai malriusciti, che hanno edificato un macchinario di valori tesi a distruggere ogni forma di vita superiore e attiva; in questo senso, a dispetto di ciò che talvolta si dice, superando la concezione darwinista, per cui risuona ancora misterioso il suo invito: “Bisogna sempre difendere i forti dai deboli”.

La ragione dell'arte- da uno scritto di Elsa Morante

giovedì 29 aprile 2010

Nella nostra perpetua immaturità, che cerca a tentoni i suoi passaggi verso la chiarezza, certe letture equivalgono, per noi, a esperienze reali e provvidenziali: sgombrando d'intorno a noi, col loro intervento illuminante,i mostri infantili della superstizione comune. In questa funzione liberatoria consiste, io credo, la massima ragione dell'arte.

Cani di paglia- John Gray

sabato 24 aprile 2010


“Il cielo e la terra non hanno pietà, trattano i diecimila esseri come fossero cani di paglia.”

Lao Tze

“Ragazzi, guardatevi dall’amore per l’uomo (… )/Questa è la trappola in cui molti spiriti nobili cadono/. E’ la trappola in cui cadde Dio,/ quando, dicono, camminò sulla terra.”

Robinson Jeffers

Diogene cercava l’uomo con la lanterna e non trovandolo si accontentava del proprio ghigno sarcastico, John Gray pare averlo trovato finalmente nell’immagine di un animale qualunque, solo un po’ fanatico di se stesso, un fantoccio dotato di autocoscienza, la qual cosa lo estasia al punto di fargli credere di essere il vertice dell’universo. Di contro ad ogni visione umanistica e cristiana, contro ogni pretesa antropocentrica, mettendosi sulla traccia degli antichi taoisti, il filosofo inglese ci toglie definitivamente l’illusione di essere il fondamento e il senso del mondo, e allora viene in mente Senofane, che aveva ridotto a puro delirio auto centrato la credenza negli dei, si sente la fredda luminosità di Cioran; Gray è crudele ed esatto, il suo smontaggio del mito Uomo è una folgorazione di lucidità. L’uomo non cerca la libertà, ne ha paura, preferisce fare parte di un gregge e, come scrive anche Baudrillard, delegare la fastidiosa faccenda della volontà e della scelta a un capo, a un Dio, per liberarsi dal suo incubo peggiore: la noia. Così nella nostra società l’intrattenimento degli esseri umani diventa la questione principale, dopo il tramonto della religione cristiana e la fine dell’eccitante faccenda del peccato. Ma l’uomo è autocosciente rispetto agli animali, ha innalzato cattedrali a Dio, dice qualcuno, ma cosa è questo Dio se non controfigura della sua ubris, emanazione del suo narcisismo, cos’è questa coscienza se non un’accozzaglia di impressioni transitorie? L’identità è un mito, nell’immensa dispersione della psiche è ormai inutile cercare il labile fil rouge dell’io.

L’uomo è un animale predatore, una metastasi che infetta la terra e John Gray sembra provocatoriamente condividere con Ceronetti il desiderio di un mondo lasciato agli animali, liberato dalla presenza oscura e malevola dell’uomo. Ma il filosofo inglese è troppo assennato per perdersi in un incubo, e sa bene che la ferocia umana non verrà placata se non dalla catastrofe, anche se l’uomo non porrà fine alla vita sulla terra, come pensano alcuni megalomani, porrà fine solo alla sua sciagurata e insignificante esistenza.

In questo saggio John Gray affronta una miriade di argomenti con un tono sommesso ma efficace, ci ricorda che comunque l’illusione è più vitale della verità, presenta la guerra come grande gioco che pone fine alla noia e ci mostra come la visione taoista, che non conosce Dio e morale, sia la più vicina al cuore pulsante della nostra insensatezza. Credere nella scienza come si fa oggi è come credere nella magia, pensare che essa possa liberare l’uomo dalla sofferenza o dalla morte non è diverso dall’idea che lo possa fare un redentore, e in fondo la fede nel progresso è la fantasticheria che trascina gli ultimi secoli, non dissimile dalla fede in un aldilà di salvezza. Anche il culto cristiano della Verità è un sogno che presto si è trasformato in un incubo, Gray ci ricorda che a livello di sopravvivenza è più utile l’illusione, solo gli insoddisfatti e gli infelici che disperano di sé sono interessati alla Verità,specialmente per imporla agli altri, alla maggior parte delle persone interessano più il pane e il divertimento. In questo senso allora però la sua stessa filosofia invece di aiutarci rischia di rigettarci nel nostro sconforto di creature, in un mondo sempre più arido di feconde illusioni. Ma per Gray è preferibile rimanere nella naturale inquietudine dell’essere umano, piuttosto che fuggire da essa; gli sforzi per dominare la natura, che la morale cristiana e la scienza ci chiedono, non valgono la pena e sono follia, meglio una vita senza scopo, come quella degli animali i quali, non chiedendosi il perché delle cose o il fantomatico fine della vita, sono nel mondo come nelle parole di Bataille “ come acqua nell’acqua”. L’uomo vuole vincere “il tedio della consapevolezza” e per far questo è disposto a tutto, bisognerebbe piuttosto si rassegnasse all’idea che nella vita umana non c’è felicità possibile.

Cani di paglia è un libro equilibrato, capace però di mettere in crisi il nostro equilibrio, che ci mostra come scienza e catechismo siano germogliati dallo stesso seme: la vanagloria umana.

La filosofia nel boudoir- Donatien Alphonse Francois de Sade

sabato 17 aprile 2010



“ Tutte le grandi cose devono indossare maschere mostruose per imprimersi nel cuore dell’umanità.”

Friedrich Nietzsche

Si potrebbe pensare che l’ossessione di Sade sia il piacere e in fondo nessuno può negarlo, ma la vera ambizione dello scrittore francese, in questo romanzo pubblicato nel 1795, è pedagogica, anche se si tratta di una pedagogia rovesciata. Così in un salottino, in un boudoir, diversi personaggi appartenenti all’aristocrazia si prefiggono lo scopo di corrompere una fanciulla, convincendola con i loro ragionamenti prima e con dimostrazioni pratiche poi che la via del libertinaggio è quella preferita dalla natura, contro le normali e oltraggiatissime imposizioni della società e della religione cristiana, realtà contro le quali Sade scaglia le sue invettive feroci e affila la lama del suo formidabile sarcasmo.

Il parossismo del desiderio è così raggiunto in poche pagine, le descrizioni dei più perversi atti sessuali si accompagnano alla teorizzazione più implacabile della loro necessità. La natura è esaltata come fonte di ogni verità, natura che spinge uomini e donne al delirio erotico, al crimine, alla dissolutezza più scandalosa. Le illusioni antropocentriche sono spazzate via, in un mondo indifferente alla sorte umana tutti i valori sono aggrediti con violenza e svuotati di ogni senso, con un’operazione di feroce nichilismo. Ma di naturale in questo desiderio c’è ben poco, o meglio, l’eccesso dello stesso diventa la norma, la depravazione spinge questi personaggi a un’orgia continua, intervallata da considerazioni di un’immoralità fuori da ogni regola. Abbiamo così l’esaltazione della sodomia, dell’adulterio, della promiscuità, dell’omicidio, del furto, il disgusto verso il matrimonio, vincolo crudele e detestato, l’orrore per la riproduzione, considerata soltanto, di contro alle idee cristiane, un ostacolo al vero dio degli uomini e delle donne: il piacere.

L’opera di Sade è l’estremo frutto avvelenato dell’illuminismo, in nome della libertà l’egoismo primordiale fa la sua irruzione sulla scena e, a differenza di altri romanzi, qui il discorso di De Sade diventa politico, egli immagina di rinnovare profondamente la società, partendo dall’assunto che ciascuno è padrone di se stesso, del proprio destino, del proprio corpo e che niente può opporsi alla soddisfazione sessuale, nessuna legge, nessun Dio, nessuna chimera, neanche il semplice buon senso, tutto nelle parole di Sade deve esplodere nella sua fondamentale bestialità e il desiderio sessuale, incatenato dalle convenzioni, deve essere messo al centro della vita pubblica. Così Sade rivela, in questo romanzo soprattutto, la sua indole di riformatore iconoclasta e di perverso utopista. E’ proprio l’utopia della libertà che fa pronunciare a questi personaggi una delle più severe condanne del cristianesimo, che sembra riecheggiare quella successiva di Nietzsche, in nome innanzitutto dell’egoismo, forza naturale contro cui opporsi, secondo Sade, è da imbecilli. Liberare la donna dalla schiavitù del matrimonio non impedisce però al Divin marchese di fare addirittura un’apologia dello stupro, della prostituzione, dell’incesto, la sua ossessione è che il sesso sia la chiave di volta dell’essere umano, quella dimensione in cui egli, superate sciocche superstizioni, inibizioni, e pudori, raggiunge quella che Bataille chiama, riferendosi proprio a Sade, la “vertigine del suo scatenamento”.

L’uomo è egoista e crudele, interessato unicamente alla propria soddisfazione e dunque perché non assecondare questa pulsione naturale? Così Sade si presenta come un pensatore apocalittico e contro culturale, nulla di ciò che è consacrato si salva dalla sua critica senza pietà e lo scrittore francese non si preoccupa nemmeno delle contraddizioni interne al suo sistema. Che tutto questo sia naturale è assai dubbio, pare piuttosto la caricatura della libertà che fa qualcuno incatenato sul fondo di un abisso, e già Blanchot ha scritto che con la sua opera Sade ci restituisce nient’altro che “la solitudine del’universo”. Tuttavia l’onestà della sua ferocia è incantevole, l’implacabilità delle sue ossessioni è talmente dirompente da suscitare il formidabile riso pieno di bile, che i francesi chiamano rire jaune. Alla parola Sade affida il compito più alto e insieme scandaloso, la letteratura stessa pare un recinto troppo ristretto per la sua violenza, eppure è la narrazione stessa ad essere la fonte di ogni fantasia sfrenata, così come ne Le centoventi giornate di Sodoma: l’eros prima di tutto è parola.

Ogni cosa è paradossale, eccessiva, anche le teorizzazioni antisociali, antimonarchiche, anticristiane e la costante profanazione di ogni valore, sono al servizio di questa ossessione circolare, che sempre ritorna: il piacere è l’unico fine e, contro Voltaire e la gran parte degli illuministi, nulla, nemmeno il dolore altrui, può essere di impedimento. Così Sade appare mostruoso nelle sue affermazioni ma di fondo c’è una verità incontestabile: la natura non è solo il luogo della creazione e della vita, ma anche della distruzione e della morte, necessarie entrambe al suo disegno oscuro.

Eros & Eschaton- Lukha Kremo Baroncinij

sabato 10 aprile 2010

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Eros & Eschaton è una ricognizione nella filosofia e nella scienza, Lukha Kremo Baroncinij intende rispondere così, con un tono divulgativo ma documentato, alle domande che ossessionano l’umanità, e lo fa attraverso un breve riepilogo della storia della filosofia e della fisica, scrivendo con la stessa sicurezza di cosmologia indù, della nascita della scrittura alfabetica, di ipertesto, del cervello umano.
Fin dall’inizio lo scrittore livornese, come altri prima di lui, individua nel dualismo il problema filosofico principale: la divisione fra mondo vero e mondo reale, inventata da Platone, su cui il cristianesimo fonderà la sua visione, la separazione fra oggetto e soggetto, confermata da Cartesio, la millenaria distinzione fra mente e corpo. Così il vecchio sogno degli artisti di ritrovare l’unità si rivela, in queste pagine, capace di folgorarci ancora, il concetto di Dio viene affrontato in maniera moderna, ma non è un Dio trascendente quello che interessa lo scrittore livornese, Dio piuttosto acquista un senso spinoziano di natura naturante, o ancora in altre ipotesi sarebbe l’universo madre da cui il nostro è come germinato, un universo se ho capito bene, fuori dal tempo, da cui sarebbero fuoriusciti infiniti altri mondi, ognuno con le sue leggi. Al tempo stesso Dio, contro ogni tentativo dei teologi cattolici di rinchiuderlo nel suo lassù, si trova in tutte le cose, non è da esso distinte, in una visione panteistica e pagana, come pagana è l’idea del tempo ciclico che così tanta importanza ha in questo libro.
Il dissidio con la visione dualistica creatore e creato è evidente, l’antichissimo sogno di un’unita misterica e alchemica nelle parole dello scrittore livornese si realizza soprattutto con l’elaborazione un ipertesto, quale in fondo Eros ed Eschaton è, anche nei continui rimandi intertestuali, che dichiaratamente nelle intenzioni dell’autore equivalgono a dei link.
Il saggio è molto strutturato e direi avvincente, perché in definitiva servendosi della filosofia e della fisica, intende rispondere al quesito fondamentale: Qual è il fine della nostra vita? Domanda ingenua solo in apparenza, perché è con modestia da saggista consumato che Kremo Baroncinij l’affronta. Dietro di lui c’è la spinta di tutto un movimento, il connettivismo, così egli ci mostra uno dei suoi assunti principali: il web pone fine a quella parcellizzazione del sapere che ha così ferocemente infestato il novecento, per cui la multidisciplinarietà viene recuperata come sfida alle possibilità ancora ignote della nostra epoca. Discorso che in Francia sta conducendo da diversi anni, per esempio, Edgar Morin.
Nell’immagine della spirale si sintetizza l’idea del tempo, non una linea retta, non un cerchio. Eterno ritorno dunque, ma non quello banalmente naturale che Nietzsche attribuì all’aquila, qualcosa che va aldilà del pensiero e della stessa pensabilità del tempo, perché la fisica ci ha insegnato che il tempo non è come sembra.
E’ possibile immaginare un Dio estraneo all’universo e alle sue leggi? Per Baroncinij no, Dio naufraga nella materia che ormai sappiamo è solo energia in una diversa forma. Per chiarire il concetto di iperamore ci descrive un reticolato di spirali come grappoli uniti da un nodo; è anche l’immagine del sapere, non più diviso in se stesso, ma con vaste zone di interconnessione. Anche la storia tanto bella e semplice della causa e dell’effetto viene messa in discussione, come già da Baudrillard, ci possono essere cause con effetti imprevedibili, nessuna linearità nel sapere o nel tempo, ma la deleuziana espansione rizomatica e sotterranea. Kremo Baroncinij, seducendoci con le sue riflessioni, vuole però fortemente rispondere alla domanda sul fine della vita, sull’Eschaton, ma la risposta che questo fine sia Eros non mi convince, principalmente perché la conclusione di questo saggio arriva come un fulmine a ciel sereno, Baroncinij è tanto accorto e puntiglioso quando deve parlare di filosofia e fisica, quanto invece pare affrettato nel momento in cui entra in campo Eros, il quale mi sembra così un po’ la soluzione magica davanti all’angoscia dell’ignoto, l’abracadabra che dovrebbe aprire la caverna platonica. In definitiva le cose migliori del libro sono quelle che suscitano domande che ci portano veramente altrove, in un altro contesto culturale, un contesto in cui la filosofia ha veramente il senso di uno stupore perpetuo e taumaturgico.
Lo scopo dell’universo in cui viviamo in definitiva sarebbe l’uomo stesso, la sua autocoscienza, ma questo non basta perché l’uomo vuole andare aldilà di se stesso, nel transumano, discorso però che Kremo Baroncinij in questo saggio sfiora soltanto, ed è un peccato. L’uomo come nelle mitologie antiche deve fondersi con la divinità e nell’amore sentire la potenza del rinnovamento, che non significa banalmente cambiare spesso partner, ma vivere appieno il godimento di un tempo ciclico in cui le cose si ripetono, ma come si ripetono è un mistero, uguali? Identiche? Ci sono variazioni, e di che tipo? Che ciclicità è mai possibile aldilà del pensiero lineare? Il quale inevitabilmente vuole chiarezza, laddove probabilmente regna solo il buio del’enigma. Eros & Eschaton vorrebbe risolvere questo enigma, darci la soluzione, è l’impossibile ancora una volta che vuole realizzarsi. In questo senso, secondo me, la domanda sul fine della nostra esistenza non può che rimanere senza risposta, il proposito del libro era dunque troppo ambizioso, ma perché non provarci? Probabilmente quella dello scrittore livornese era una sfida ironica, condotta con stile e sicurezza epistemologica. Forse, comunque, la risposta più convincente è che il fine dell’uomo sarebbe ridurre l’entropia dell’universo, impresa impossibile e destinata al fallimento.
E’ una provocazione indubbiamente, però con iperamore non è ancora una volta, sotto sotto, l’agape platonica che sospira? Non s’era detto superiamo il platonismo? Anzi, per Deleuze la filosofia contemporanea, più che superarlo, sta cercando di rovesciarlo il buon vecchio Platone.
Saggio agile e affascinante, pubblicato in origine sulla rivista NeXT, Eros & Eschaton è una riflessione composita di uno scrittore che si confronta con le idee più eccitanti della sua epoca, riposizionando le nostre sinapsi su rotte d’ignoto, mettendo al centro la sorpresa e il rinnovamento, l’innocenza anche tragica e pericolosa del divenire.
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Eros & Eschaton - Lukha Kremo Baroncinij - Kipple Officina Libraria- 2010