Da Sommario di decomposizione- Emil Cioran

venerdì 4 dicembre 2009



"Cinquantanove secondi per ciascuno dei miei minuti" rimuginavo per strada "sono stati dedicati alla sofferenza o... all'idea di sofferenza. Magari avessi avuto la vocazione della pietra! Il "cuore": origine di ogni supplizio... Aspiro all'oggetto, alla benedizione della materia e dell'opacità.Il via vai di un moscerino mi pare un'impresa apocalittica. Si commette peccato a uscire da se stessi... Il vento, follia dell'aria! La musica, follia del silenzio!Capitolando davanti alla vita, il mondo ha mancato nei confronti del nulla...Io mi dimetto dal movimento e dai miei sogni. Assenza! Tu sarai la mia unica gloria... Che il desiderio sia depennato per sempre dai dizionari e dagli animi! Arretro davanti alla farsa vertiginosa del domani.E se conservo ancora qualche speranza, ho perduto per sempre la facoltà di sperare".

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traduzione Mario Andrea Rigoni e Tea Turolla

Un incipit di William Faulkner

sabato 21 novembre 2009


“Non era originaria di questa zona. Ce l’avevano scaricata le cieche macchinazioni del fato e di un ancor più cieco comitato scolastico, e fino alla fine di suoi giorni sarebbe rimasta un’estranea per questa terra di pini, di colline scavate dalla pioggia e di fertili letti di fiume. Il suo ambiente avrebbe dovuto essere di una decadenza vagamente stucchevole, di un formale benessere in mezzo a riti del tè e a graziose attività senza scopo".

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Da Adolescenza- racconto contenuto in Una rosa per Emily- William Faulkner-Adelphi

traduzione David Mezzacapa e Luciana Pansini Verga




Da La ribellione delle masse- José Ortega y Gasset

martedì 17 novembre 2009



Perché la vita è soprattutto un caos in cui ci si smarrisce. L'uomo ne ha il sospetto; però l'atterrisce il fatto di trovarsi faccia a faccia con questa terribile realtà, e si sforza di nasconderla con un velo fantasmagorico, affinché tutto sembri chiaro. Non lo preoccupa affatto che le sue "idee" non siano veridiche; le utilizza come trincee per difendersi dalla sua stessa vita, come spauracchi per allontanare la realtà.
L'uomo di intelletto lucido è colui che si affranca da queste "idee " fantastiche e guarda in faccia la vita, prendendo coscienza che tutto è in lei problematico, e sentendosi smarrito.E poiché questa è la verità- ossia che vivere significa sentirsi smarrito-chi l'accetta ha già incominciato a ritrovarsi, ha già incominciato a scoprire la sua autentica realtà, è già su un piano stabile. Istintivamente, allo stesso modo del naufrago, cercherà qualcosa a cui aggrapparsi, e questo tragico sguardo perentorio, assolutamente sincero perché è un tentativo di salvarsi, gli permetterà di dare un ordine al caos della sua vita.Queste sono le uniche idee veridiche : le idee dei naufraghi. Il resto è retorica, posa, intima farsa. Chi non si sente veramente smarrito si perde inesorabilmente; e non potrà mai più ritrovarsi, non potrà mai più incontrarsi con la propria realtà.

(traduzione Salvatore Battaglia e Cesare Greppi)

L'albero- una poesia di Ezra Pound

lunedì 16 novembre 2009

Immobile fui un albero nel bosco,
Conobbi la verità di cose mai viste prima;
Di Dafne e della fronda d'alloro
E di quei vecchi sposi che festeggiarono gli dei
E divennero un rovere in mezzo alla brughiera.
Essi poterono compiere un tale miracolo
Solo dopo che gli dei furono
Gentilmente pregati e accolti
Al focolare della loro amata casa.
Sono stato comunque un albero nel bosco
E ho appreso cose nuove che prima
Parevano follia alla mia mente.

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Da Poesie- Ezra Pound- traduzione G. Singh - Newton Compton

Primo anniversario- poesia di Federico Garcia Lorca

giovedì 12 novembre 2009

La ragazza è dentro la mia mente.
Oh, che sentimento antico!

A che mi serve, domando,
l'inchiostro, la carta e il verso?

La carne tua mi pare,
rossa iris, giunco fresco.

Bruna di luna piena,
che vuoi dal mio desiderio?

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Da Sonetti dell'amore oscuro- Federico Garcia Lorca- Einaudi- traduzione Glauco Felici

Il cimitero marino- Paul Valéry

giovedì 5 novembre 2009

Se la poesia è necessariamente impalpabile, inconoscibile, felicemente destinata per sua natura a naufragare nel silenzio, Il cimitero marino di Valéry mi sembra l’apoteosi di tutto questo, il condensato, insieme fragile e potente, di una molteplicità di visioni che, partendo dalla morte, arrivano a realizzare un poema di beatitudine assolutamente incorrotta, capace di farci superare le angosce del tempo presente e restituirci così il soffio imperscrutabile dell’eternità. E’ il tempo però il protagonista assoluto di questi versi, tempo di cui il mare è l’immagine più appropriata, e compito del poeta è dare ad esso una forma, che, come scrive Elio Franzini nella postfazione, offra ”nel suo movimento lo charme della grazia”.

Sono questi decasillabi in sestine rimate, che nella traduzione di Patrizia Valduga, vivono la loro epifania di congedo dal discorso quotidiano, per creare l’ignoto, e finalmente restituire alle parole il loro disincarnato fluire di onde marine. Alla base di questo poemetto, dice Valéry, non c’era in origine nient’altro che un ritmo ossessivo, cui bisognava dare forma e il poeta francese scelse un metro poco usato, il decasillabo appunto, forse per tentare di avvicinarsi all’endecasillabo italiano, lingua da lui conosciuta, poiché la madre era italiana. Sperimentare ”la calma degli dei “ è il premio per chi legge questi versi, la cui profonda, inafferrabile essenza mostra la naturale ambiguità del linguaggio, polisemantico e fondamentalmente inconoscibile. Il culto della forma, che Valéry ha ereditato da Mallarmè, e la condensazione apollinea delle immagini, tengono a freno lo scatenarsi dionisiaco del divenire, di cui però si mostra l’assoluta innocenza.

Qui la felice dissoluzione del pensiero poetante, ora in acquatica presenza, ora in bufera di vento, è evidenziata dalla porosità stessa della lingua, usata per far emergere quel tanto di indecifrabile che indubbiamente seduce. Perché questo breve poema ci sfugge da tutte le parti, non si può fissare, né classificare, è uno degli esiti più misteriosi del Novecento letterario. Quello di Valéry è fondamentalmente un canto di felicità e luce, sospeso fra mare e morte, in quel luogo dell’inconscio in cui le parole galleggiano come resti di un antico anelito all’infinito, che non può che sgomentare. Se “l’avvenire è torpore “, “il sogno sapere” noi possiamo accedere a quella realtà dimidiata che è un po’ il fulcro della nostra stessa personalità, per scoprire che la vita è vasta proprio in conformità con la sua stessa assenza.

Le tombe paiono are a Minerva, e, sebbene sepolti nei loro avelli, gli antenati, “padri profondi, teste inabitate”galleggiano ancora sulla superficie di un mare in eterno rinnovamento. E’ chiaro che fra il pensiero di Eraclito e quello di Parmenide e degli Eleati, Valéry preferisca il filosofo del panta rei, con la sua guerra di opposti, con il suo incessante divenire. Alla nostra stessa anima Valéry chiede di cantare anche dopo la morte, perché si impone in tutto il poemetto la sensazione che la morte stessa sia scongiurata, superata, trasformata in un'esperienza di rinnovamento poiché “ tutto va sottoterra e torna in gioco”. Se il cimitero è ”tempio del tempo”, nulla va realmente perduto, tutto si trasforma, e giacché “ s’ha da provare a vivere”, noi dobbiamo cogliere questi versi come la dimostrazione che “tutto fugge “ ma che in maniera misteriosa al tempo stesso perdura, anche se l’immortalità è una menzogna, una “scappatoia pia” che della morte fa “ un seno materno”, noi abbiamo una chance nell’affrontare con la nostra fragilità l’impeto del vento che spazza ogni cosa, con la fragilità delle nostre parole, affidate alla schiuma, possiamo affrontare persino l’ombra che ci “addomestica al suo frale andare”.

Il cimitero di cui Valéry scrive è un luogo di pace dove “angeli curiosi” incombono e “sogni vani “ e” prudenti colombe”nei pressi di un mare “leale”, su cui navi passano col becchettio dei loro flocchi. Tuttavia la presenza umana sembra svanita, la morte certo ci toglie la voce, ma in qualche modo il mare sembra conservare memoria di noi, ma bisogna stare attenti, anche a credere alle parole della poesia giacché sull’altitudine “… un sereno scherno/dissemina il sereno scintillare.” La parola della metafisica è insufficiente a dare conto dell’inarrestabile divenire della realtà, paragonata al mare, che ne diventa allegoria, mare il cui “tumulto al silenzio è pari “.

La letteratura stessa è simboleggiata nei versi finali da un libro che viene aperto e chiuso con violenza dal vento marino, ed è quindi poca cosa davanti all’enormità dell’universo, ma al tempo stesso forse è solo la letteratura, sembra dire Valéry, che può restituirci dei morti “il dire famigliare “, “l’anima singolare “. Dell’immobilità metafisica del meriggio il poeta, nella sua contemplazione, coglie il “segreto mutamento “, giacché questa sembra essere la l’ultima parola di Valéry: tutto è in movimento, tutto trasmuta; in questo c’è l’ebbrezza di un rinnovamento eterno e il cimitero con le sue spoglie, accarezzato da questo mare, è diventato così uno dei topos letterari fondamentali del secolo scorso, speranza e certezza di luce in un’epoca buia. La natura transeunte di tutto viene così esaltata in questi versi, la cui ambiguità permette loro di rimanere nella mente come misteriose essenze di un linguaggio ancora ignoto, che la poesia ha il compito di mettere in luce per l’istante della sua manifestazione, senza però rivelarne interamente il codice di interpretazione, lasciandoci così di stucco davanti a una miriade di possibilità semantiche. E’ lo charme, l’incantesimo stesso della poesia, che non è altro, forse, che meraviglia e stupefazione davanti all’ignoto, misteriosa rivelazione dei meccanismi, delle dinamiche, e delle voragini profonde del linguaggio.

Il cimitero marino- Paul Valéry - traduzione Patrizia Valduga - Mondadori.

Sulla saggezza mondana, sull'amore e sulla rinuncia- Bhartrhari

domenica 25 ottobre 2009


La potenza del desiderio, della “brama”, è davvero invincibile nelle parole di questo poeta indiano, la cui vita è avvolta nel mistero più fitto; vissuto presumibilmente fra il I e il V secolo dopo Cristo, in questo poema egli lascia brillare soprattutto la fascinazione per l’elemento femminile. Pare una vera e propria ossessione, amara, poiché la donna sfugge, dolcissima, perché la bellezza è pur sempre il fondamento del mondo. Ma “l’impermanenza” delle cose è dolorosamente avvertita come il limite contro cui s’infrange il desiderio e se talvolta la donna è “la porta dell’inferno” e un desiderio di ascesi filtra fra le maglie della brama, questo sogno di liberazione non vale più del desiderio di abbracciare le ragazze dagli “occhi di cerbiatta”. La pace interiore, frutto dell’ascesi, è talvolta vagheggiata, insieme alla ricchezza, e in questa strana duplicità si consuma l’esperienza di questo poeta che all’amore carnale restituisce la centralità e la sostanza di un sogno. Sul tema della vecchiaia spende parole definitive: il terrore della morte, l’avvizzire delle carni, la perdita degli amici”cari come la vita”, non impediscono però alla brama di rimanere viva e sostanzialmente inappagata. E’ davvero il desiderio erotico il fulcro torno cui ruota tutto un universo di fanciulle inattingibili, la caducità è sigillata in questi versi come la traiettoria di un disincanto impossibile, perché la bellezza femminile trionfa anche su coloro che la spregiano, e il turbamento della giovinezza è destinato a rimanere nella mente, nonostante tutto. In alcune strofe la saggezza è desiderata sopra ogni cosa, ed è la pace di una contemplazione non soggetta al desiderio, ma sostanzialmente è considerata anch’essa impossibile. Il poeta è dunque un essere sospeso fra la ricerca della conoscenza, e la gioia dei sensi, ma entrambe le realtà gli sono negate. E poiché “froda se stesso e gli altri/ chi, da finto saggio, disprezza le ragazze/”, Bhartrhari lascia intendere che il frutto della più ostinata ascesi è una bel calcolata menzogna, sebbene in alcune strofe affiori il desiderio di essa, sostanzialmente egli preferisce però il frutto, a volte amaro, dell’amore. “La vita umana è pochi battiti di ciglia” e viene trascorsa nell’insoddisfazione erotica e nell’ignoranza, vagheggiando tesori di voluttà e ricchezze che immancabilmente sfuggono, non c’è pace alcuna e tutto si consuma, tranne la brama perennemente “fresca”, causa di sconvolgimenti e turbamenti anche nella vecchiaia, che oltretutto ha ancora la sfrontatezza di tremare davanti alla morte. Se i piaceri si allontanano per via della vecchiaia lasciano l’uomo in una “incomparabile angoscia” se sono abbandonati per un atto di volontà donano la tanto agognata “quiete interiore”, ma questa grande pace è il risultato di sforzi immani, ed è attributo comunque di pochissimi, poiché grande è “ la potenza d’illusione “. Al povero poeta non resta che lagnarsi di un’esistenza misera, celebrando una bellezza femminile a cui non può avere accesso. Così in queste strofe emergono idee contrastanti e chi si aspettasse una preminenza della rinuncia rispetto all’amore, della religiosità rispetto alla saggezza mondana , rimarrebbe sorpreso, nel vedere come il poeta mescoli le carte, facendo emergere ora una prospettiva, ora un’altra ad essa contraria. In questa dicotomia fra ascesi e voluttà Bhartrhari lascia comunque che il suo canto si componga di tutti i profumi e le dolcezze dell’antica civiltà indiana, e se il ciclo del Samsara è invincibile, e la beatitudine non può essere nemmeno sfiorata, l’unica possibile elevazione consiste forse nel possedere la conoscenza, senza la quale, ammonisce il poeta, “si è bestie”, ma la conoscenza stessa, tanto mitizzata, pare altresì essere solo un baluginare incerto sul vasto mare dell’ignoranza.

Sulla saggezza mondana, sull’amore, sulla rinuncia- Bhartrhari - Adelphi

Ma la poesia può davvero cambiare il mondo ? - Lawrence Ferlinghetti

martedì 6 ottobre 2009

Vediamo così come i più grandi poeti non solo cambiano il modo in cui vediamo il mondo, ma ci portano anche a dubitare della nostra percezione ed interpretazione della realtà quotidiana. E comprendiamo che la più grande poesia" sovverte il paradigma dominante", attacca in profondità lo status quo del mondo e lo trasforma in qualcosa di nuovo e strano.
Ciò mi porta alla conclusione inevitabile che il poeta deve necessariamente essere un" nemico dello stato". Mi affretto ad aggiungere, prima che gli agenti del Fbi mi bussino alla porta di mattina, che intendo un nemico dello stato di civiltà in cui ci troviamo oggi. La nostra onnivora civiltà industriale ha dimostrato di essere nociva per la terra e per l'umanità, sia dal punto di vista ecologico che medico. Disastrosa, in effetti. Aggiungiamo a tutto ciò l'istituzione di pesanti restrizioni della libertà individuale per mantenere in funzione la nostra macchina imperialista industrial- militare, ed ecco che si ottiene il nemico naturale del poeta, il quale è per definizione uno spirito libero, uno spirito indomito e selvaggio, dedito alla verità e alla bellezza.

Da Ma la poesia può davvero cambiare il mondo ? Parte finale di un saggio tratto da Poesia come arte che insorge- traduzione Alessandro Tuoni e Antonio Bertoli- Giunti CityLights

Poesia come arte che insorge - Lawrence Ferlinghetti

lunedì 5 ottobre 2009

Tentare di definire la poesia è un compito da far tremare i polsi, Ferlinghetti, con questo libro che raccoglie alcune sue poesie e diversi saggi,ci prova, accostando l’orecchio ai suoni provenienti dalla terra, per stornare da se stesso il violento attacco che l’era industriale compie sulla nostra sensibilità. Se” lo status quo è tossico”, la poesia è quell’attività sovversiva, che riporta a galla la nostra individualità sprofondata nel mare dell’anonimato. Così bisogna assolutamente recuperare il residuo di quella voce antica, infantile, profonda, che bisbigliava la sua adesione a forme inconcepibili di estasi, bisogna che il dettato prosastico della nostra voce assuma la limpidezza di un canto.

Nella prima parte di questo Poesia come arte che insorge, Ferlinghetti si prodiga in consigli, dall’alto dei suoi novant’anni spesi bene, stravissuti, illuminando il percorso con versi brevi, che paiono più aforismi, carichi di una saggezza e di un’esperienza che non hanno minimamente scalfito il naturale entusiasmo del poeta, che ha attraversato il secolo scorso come protagonista di una letteratura libertaria e negli ultimi anni sempre più ecologista. La poesia è quella luce che illumina, e quell’oscurità che seduce, forma di resistenza all’invadenza dei media, pensiero soggettivo che sia articola oggettivamente nella scrittura. I poeti sono ora“antenne della razza “, ora quei “ piccoli pagliacci … fedeli alla fiamma” della loro giovinezza, e chi più di Ferlinghetti ha il diritto di dichiarare che la poesia “ è la distanza più breve fra due esseri umani”, l’intimità più straniata e straniante con il segreto dell’esistenza?

 La sua voce è un avamposto dell’ignoto, nel deserto senza occhi della contemporaneità, e sebbene alcuni versi siano deboli, nel complesso i consigli del poeta sono utili, e colpiscono il cuore di questa società malata, e soprattutto nei saggi su Brecht e su Yeats, Ferlinghetti ci mostra il suo acume di critico, e la sua sensibilità di letterato.

 Alla poesia il poeta americano affida i compiti più alti, e invita a diffidare di coloro che la spregiano, perché in fondo la temono, temono la sua potenza sovversiva, la sua capacità di guidare lo sguardo degli uomini verso felicità inclassificabili e pericolose. Perché per Ferlinghetti la poesia è sempre il cuore pulsante di ogni gesto, il ritmo del respiro, il canto degli uccelli che si oppone con la sua fragilità al metallico fragore delle automobili, al frastuono delle macchine industriali. Una poesia “come un campo di girasoli” non va spiegata pena “il fallimento della comunicazione” deve rimanere là come una statua di luce, che non necessita di alcuna didascalia, si impone come canto, nel desiderio di recuperare la purezza originaria del linguaggio, aldilà delle distorsioni quotidiane che la parola subisce.

Come nei romantici , la poesia può essere il vento che ulula fra le montagne, “il bramito dell’elefante,”il dialogo fra due statue mute”, nelle parole di Ferlinghetti è un “universo parallelo puro”, che si oppone recisamente alla ” pletora folle della stampa”, è “lingua di strada di angeli e diavoli”. Non è dunque qualcosa di lontano e immobile, che sta nell’empireo , ma qualcosa di concreto, da usare, qualcosa per cui non ci sono maestri eccetto quell’”orecchio interno “ così difficile da ascoltare nel frastuono di voci che compongono l’attuale mondo della comunicazione,e che per Ferlinghetti, come per Ginsberg , non è affatto rutilante.

E’ incredibile però che Ferlinghetti , come un adolescente, continui a richiamare i suoi lettori alla necessità di una fantomatica rivoluzione, nella speranza utopica che attraverso di essa si attui una palingenesi che restituisca all’uomo il contatto con la terra. Mi sembra un’ottica ingenua, qui l’entusiasmo assume tinte sbiadite se non addirittura grottesche, possibile che novant’anni non siano serviti a demolire in Ferlinghetti questa mitologia di rinnovamenti impossibili? E’ lo stesso clima che si respira nell’opera di Ginsberg, è ancora una volta la Beat Generation che non si rassegna al tramonto degli ideali che la agitarono. Se viviamo un’epoca cinica, come credere alle parole di Ferlinghetti ? Bisogna davvero resistere, invocando la poesia come panacea di tutti i mali, oppure rassegnarci a veder intorno a noi il trionfo di una mentalità gretta e sudicia ? Forse ha ragione il poeta, è necessario mantenere viva la propria ispirazione originaria, a costo di apparire anacronistici.

La potenza del dettato poetico è per il poeta americano capace di decostruire il potere, e così facendo salvare l’uomo dai suoi conformismi linguistici e intellettuali, è un “raid sovversivo sulla lingua dimenticata dell’inconscio collettivo”. In filigrana una costante contestazione dello status quo si legge nelle parole di Ferlinghetti , la cui energia è “ occhio del cuore, cuore della mente “, il cui amore per la poesia è una testimonianza di una libertà fuori dal comune, il cui slancio è la prova che una dimensione insondabile può vivere in noi , e trasmetterci una consapevolezza nuova, che metta al centro “la risata liquida della giovinezza”. Ridefinendo la realtà la poesia può opporsi alla fondamentale alienazione della città moderna, la sua “ fuga lirica “ è in fondo l’attesa forse inutile di “una rivelazione estatica”, che possa darci il sapore dimenticato di una “ realtà totale”.

Poesia come arte che insorge- Lawrence Ferlinghetti - Giunti City Lights.

L'impossibile- Georges Bataille

venerdì 25 settembre 2009

I personaggi di Bataille paiono sempre sull’orlo di qualche collasso nervoso, la loro vocazione non è durare, giacché si dura solo per debolezza, ma bruciare, e i loro amori, sofferti, sono accerchiati dal senso di morte; angosciati essi non trovano mai la semplice soddisfazione animalesca, cui sembrano tendere con tutte le loro forze, se non a prezzo della loro salute mentale. Amori contrastati da figure grottesche e luciferine, che si svolgono sempre in un clima da catastrofe imminente, per creare una tensione che andando oltre la vita, lasci presagire le voluttà misteriose dell’impossibile, come nel caso del primo di questi tre scritti, Storia di topi(Diario di Dianus) , il cui senso è tutto nella prefazione iniziale: non si può mentire in un romanzo, sostanzialmente scrive Bataille, la verità è più forte della letteratura e questa verità vuole bruciare fino al parossismo dell’angoscia, vuole l’impossibile e per ottenerlo è disposta a tutto, scardinare le convenzioni, infrangere le interdizioni, affondare in quel pantano di desideri insoddisfatti, arrivando a farci percepire una più grande impossibilità, quella di vivere.

Perché i personaggi di Bataille da Madame Edwarda a L’azzurro del cielo, fino a questo L’impossibile, hanno del sesso e della vita una visione apocalittica, l’estremo abisso della morte sembra manifestarsi in ogni amplesso, l’amore è quell’angoscia da cui non ci si può mai liberare, l’oggetto amato è sempre irraggiungibile, intangibile, e il coito è solo il prolungato sgomento di due corpi prossimi alla loro dissoluzione. Non c’è felicità, né essa è desiderata o nostalgicamente rimpianta, il protagonista dei racconti di Bataille non è tanto un personaggio, ma questa consapevolezza che è dal nero dell’esistenza, dall’angoscia, che si può estrarre il godimento, dall’abiezione più profonda vien fuori la sensazione suprema, che fa dell’uomo ciò che esso è, profondamente, e aldilà della faccia che egli indossa la mattina per affrontare il mondo, c’è questo viso stravolto, questa inquietudine che non trova pace, e paradossalmente non la desidera, perché il compito supremo è ardere, probabilmente invano, poiché la suprema voluttà si trova solo nelle profondità dell’angoscia. ”La gaia cattiveria dell’indifferenza “ è l’ultima fiche da giocare alla roulette dell’assurdo, che domina la psiche di ognuno dei personaggi del racconto, la cui fatalità è l’osceno, il cui anelito profondo alla morte è tempestato dai diamanti di un’incoerenza diabolica, che li fa apparire manichini di un più grande disastro, che pure mai si palesa in tutto il suo orrore e il racconto rimane sospeso in un’atmosfera cupa, senza speranza, in un clima di violenze ed eccessi, soprattutto mentali, stati di passionalità per lo più incoerenti, che sono la chiave per Bataille per accedere alla verità del desiderio.

”Molto spesso la passione degenera in furore “ questa frase di Mirabeu potrebbe essere la sintesi di questo dimenarsi di personaggi , la cui disperazione è così totale, che mi chiedo quanto di artefatto, stilisticamente, vi sia in essa. E’ il limite di questo racconto, non è facile dare sempre a queste tensioni soffocanti il crisma di una riuscita letteraria, il personaggio Dianus affoga nella sua impotenza, e non fa altro che ribadirla, in questo risultando talvolta stucchevole, ma c’è un orrore smisurato che vibra in queste parole, una dismisura di caos che risulta affascinante . Straordinarie le parole finali del diario di Dianus sono un’indagine intorno al tema della nudità come mortifera fine di ogni segreto, e anche l’amore, retorica di tutta la nostra cultura, è schiantato nelle parole di Bataille, se “i più teneri baci hanno nel fondo un gusto di topo”, e dappertutto incombono sul nostro respiro l’oblio e la morte, e l’impossibile ci attrae con le sue pericolose promesse.

Ma pare esserci un solo tono nei racconti di Bataille, e quando questo non si fonde con la potenza visionaria, con la misteriosa e dolorosa naturalezza di certi suoi scritti, abbiamo testi deboli e ripetitivi. Presa nel suo complesso l’opera narrativa di Bataille per alcuni può apparire anche fastidiosamente monotematica, sempre lo stesso personaggio con i suoi deliranti intenti, le sue impasse poco gloriose, i suoi impedimenti, ma proprio la natura psicotica di certi scritti è ciò che ha fatto oltrepassare a Bataille i comodi limiti di una letteratura di buon senso, e ne ha fatto un classico del Novecento. Per Bataille, la verità della poesia, e quindi della vita, risiede unicamente nell’eccesso, nella convulsione epilettica dei desideri, nell’orrore, nella morte; il resto, che si oppone a ciò, è morale utilitaria, sterile sopravvivenza, realismo dei piedi ben piantati in terra, contro di cui Bataille lancia i suoi strali, a volte fantomatici, a volte esatti come una radiografia. Indubbiamente è la ricerca di un’estasi impossibile il tarlo che corrode questi personaggi, la cui vitalità ha sempre qualcosa di funebre e incoerente, i cui slanci di passione sono tarpati, grotteschi, mutilati di ogni gioia. Se Storia di topi è un racconto colmo delle più esatte sensazioni, e lucido fino allo sfinimento, non altrettanto si può dire dell’ altra raccolta di scritti.

Nella terza parte del libro, infatti , con l’ambiguo titolo di Orestiade, Bataille raccoglie alcune poesie per la verità insignificanti, e dolorosi scritti il cui senso è oscurato dall’ossessività con cui il tema della morte affiora, ed è quasi tristemente adolescenziale il suono della sua voce. Troppo spesso lo scrittore francese cade nella trappola di fare il verso a se stesso, risultando a volte di un’inutilità nauseante. Se Storia di topi, è un classico racconto nero, che si fa leggere, e contiene le classiche illuminati e taglienti frasi di Bataille, un vorticoso ensemble di desolazione e aneliti strazianti , L’ Orestiade è un’accozzaglia di versi mediocri e divagazioni impotenti, perciò il senso dell’operazione di Bataille non è ben chiaro. Troppo confuse, fumose , nella loro febbricitante andatura le frasi, troppo scollegate fra loro le parti, nell’insieme manca proprio l’unità, le considerazioni intorno alla poesia sono per lo più altisonanti e vacue, l’impotenza della scrittura si percepisce troppo violenta e insostenibile, e perciò L’impossibile nel suo complesso, come opera letteraria unitaria, non è pienamente riuscito. Perlomeno io taglierei tutta la terza parte, la cui supponente pochezza non rende giustizia al genio di Bataille, quale esso emerge nella parte migliore della sua produzione e in fondo anche in Storia dei topi, se ne vediamo l’ostentato trucco metafisico che cola via nel pianto, o se ne udiamo il formidabile urlo lacerare il silenzio della mente;liberandoci in questo modo e misteriosamente, forse per un effetto omeopatico, dal cappio della nostra privatissima soffocazione.
***
L'impossibile è edito da Es

Una poesia di Mehmet Gayuk

domenica 20 settembre 2009



I

In perpetua afflizione giriamo attorno
Alle mura altissime del Gineceo

Tra le donne qualcuna c'è che canta
indoviniamo le loro abluzioni di lacrime

I loro occhi dalle grate ci spiano
Le loro mani ci gettano ritagli d'unghie

Torsoli di mela monete dentini guasti
Gusci d'arachidi ditali fili

Pezzetti di carta con macchie e graffi
Dove nulla è leggibile e dove tutto
Illumina
***
da Il Gineceo- Mehmet Gayuk (alias Guido Ceronetti)- Adelphi


Le strategie fatali - Jean Baudrillard -

lunedì 14 settembre 2009

L’universo non è retto dalla razionalità, da quel concatenarsi di causa ed effetto, né dal caso, dall’accidente, piuttosto è uno straniante gioco di apparenze reversibili, un’ incessante metamorfosi che racchiude un segreto e questo segreto è la seduzione. Ma cosa sia la seduzione Baudrillard pare non averlo mai detto, pur avendone scritto molto, ne d’altronde è possibile esaurire la vastità di questa percezione in un discorso per la natura stessa della seduzione, dunque tutto sommato il filosofo francese ha lasciato che il mistero dell’indecifrabile pulsasse in questo concetto. Tutto lo sforzo della nostra cultura è sottomettere un universo che ci sfugge da tutte le parti alla logica del senso, della verità, in un tentativo di creare un duplicato fantasmatico, un’iperrealtà che è il segno della avversione per qualcosa che Baudrillard tende a rivalutare, l’illusione. Senza illusione, senza quel velo di penombra delle cose, si accede alla pornografia, come trionfo del dettaglio e dell’alta fedeltà , e questo riguarda l’insieme di tutto lo sforzo conoscitivo della nostra società, la quale per sua natura è votata all’osceno, cioè all’accumulo di dati di realtà, all’evidenza, alla verità, alla visibilità esasperata, alla riproducibilità del reale ad alta fedeltà. A ciò bisogna opporre ” il più falso del falso”, ”il più nascosto del nascosto", opporre alla logica del soggetto lo splendore ambiguo e fatale dell’oggetto. E per far questo non c’è strategia, piuttosto una “sfida ironica”, uno snobismo ci fa delegare tutto l’apparato della volontà e del desiderio a qualcun altro, giacché è più affascinante ”non sapere ciò che si vuole”, essere un soggetto dotato di volontà ci porta alla disperazione, voler spiegare tutto significa rendere tutto commestibile e indigesto al tempo stesso. Strafatti di realtà, ci siamo accorti troppo tardi che non c’è più alcuna realtà, l’abbiamo divorata. La demonizzazione dell’illusione ha creato questo tramonto del reale, le cose viste troppo da vicino, i sogni troppo spiegati, si dissolvono ed è l’entropia, un mondo che cerca il senso ad ogni costo è arrivato ad esplodere insensato, perché la minaccia portata dalla seduzione che trasforma una cosa in un'altra, che sfugge all’identificazione soggettività-mondo, è troppo forte, è il lusso dello sguardo contro la povertà della sua spiegazione, l’immediatezza raggiunta a scapito della comunicazione verbale troppo lenta. Così né l’assurdo, né il senso reggono il gioco, piuttosto il destino con la sua fatalità seducente. In un universo non dialettico, non sintetico, ma “votato agli estremi”, la seduzione è l’enigmatico che garantisce una doppia vita, l’indecifrabile che ci stordisce con la promessa di una felicità inclassificabile, l’ambiguo “principio del Male”, da cui tutta la nostra cultura si sente minacciata, nel tentativo di dare una causa a tutto e che, nel suo desiderio di totalità e verità, è precipitata nell’osceno. Anche la psicanalisi con la sua ansia di interpretazione ha creato un inconscio che invece di mantenerli deve spifferare i suoi segreti, invece di giocare con il suo mistero deve avere l’invadenza pornografica di un’idea comprensibile e supporre un senso nascosto laddove probabilmente c’è solo un gioco di apparenze. Il linguaggio di Baudrillard è di una complessità notevole, il suo stile di scrittura affascina ed irrita con la stessa facilità, io ammiro lo sforzo di restituire alla seduzione, al destino, all’illusione la loro centralità a scapito di quel reale-razionale che ha stufato tutti e le strategie fatali sono forse quelle che ci permettono di tornare alla gioia di un pensiero svincolato dal suo desiderio di descrivere e interpretare il mondo, lasciandolo al libero gioco delle apparenze commutabili, che mai confezionano una storia, ma hanno la potenza seducente del destino dalla loro parte.

Nel pensiero di Baudrillard la potenza risiede nell’oggetto, non nel soggetto, in tutta la sua indifferenza enigmatica esso accoglie in sé il desiderio senza esserne turbato, risplende di tutta la sua forza, così la donna non dovrebbe pretendere di diventare soggetto, cioè qualcosa di minato e indebolito, se non ironicamente, ma accettare che la sua sovranità consista proprio nell’essere oggetto di desiderio: “Quel che fa la sua potenza è al contrario la sua indifferenza trionfale, la sua trionfale mancanza di soggettività . Lei resta signora del gioco, l’oggetto resta signore del gioco e non fa che rafforzare la sua sovranità ironica”. L'orizzonte non è quello della Legge, ma quello della regola del gioco, del cerimoniale, in cui la reversibilità dei segni è l’espressione di una costante metamorfosi. Dando scacco al reale e alle sue leggi oggettive, il gioco è riproporre la seduzione delle apparenze pure, per sottrarci al dominio del senso. Certo è durissimo per il filosofo francese escogitare un linguaggio che metta in crisi le nostre più radicate certezze, per questo spesso il discorso gira su se stesso in un’estasi di significati in collisione con la mentalità comune. Così l’esaltazione dell’illusione contro la verità, della seduzione contro il principio di realtà, dell’oggetto contro il soggetto, pare cozzare contro i millenni, che hanno edificato questo macchinario di valori ormai in crisi, in quest’urto però la scintilla dell’inafferrabile ci seduce e il compito di Baudrillard è concluso.

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Le strategie fatali è edito da Se

Da Le strategie fatali- Jean Baudrillard- Se

venerdì 11 settembre 2009

La massa sa di non sapere nulla, e non ha voglia di sapere. La massa sa di non potere nulla, e non ha voglia di potere. Le viene violentemente rimproverato questo segno di stupidità e passività. Ma non è affatto così: la massa è molto snob, fa come Brummel e delega sovranamente la facoltà di scegliere a qualcun altro, con una sorta di gioco dell'irresponsabilità, di sfida ironica, di sovrana mancanza di volontà, di segreta scaltrezza. Tutti i mediatori ( politici, intellettuali, eredi dei filosofi dei lumi nel disprezzo delle masse ) in fondo non servono che a questo: amministrare per delega, per procura, questa fastidiosa faccenda del potere e della volontà, togliere alle masse la zavorra di questa trascendenza per il loro più grande piacere e offrirne loro per di più lo spettacolo.

(traduzione Sandro D'Alessandro)

Profanazioni-Giorgio Agamben

lunedì 31 agosto 2009



Dieci brevi saggi compongono questo libro in cui il pensiero di Agamben si muove nei territori della letteratura e della filosofia, affrontando la sfida della contemporaneità che vuole concetti su cui edificare un senso, laddove la società sembra essere allo sbando dei luoghi comuni vociferanti un po’ ovunque.

Così nelle parole di Agamben Genius il dio latino della generazione, il dio personale che vigila sulle nostre esistenze, diventa il simbolo dell’impersonale che abita dentro di noi, e che rappresenta aldilà delle codificazioni della coscienza la nostra parte più profonda e inconoscibile, con la quale si possono intrattenere solo rapporti indiretti, ed è il sostrato di ignoto la cui conoscenza è difficile e pericolosa e il cui apporto è però fondamentale. Il Genius di ciascuno va ascoltato perché in esso risiede la voce del nostro destino più profondo, bisogna dunque vedere nelle nostre manie l’espressione di un’esigenza superiore, quella di Genius. Ma questi, che è un dio personale, è anche l’espressione di ciò che in noi “ci supera e ci eccede” è “l’impersonale, il pre-individuale”, ciò che trascende la singolarità e va aldilà di ogni principium individuationis e Genius partecipando di queste realtà ci è perciò sottratto, è la zona di ignoto che anela a quell’emozione profonda che vive in noi, quella che Nietzsche chiama “sensazione suprema”e può essere la gioia come l’angoscia, la sofferenza come l’estasi.

Agamben cita solo en passant la parola inconscio, preferendo dare alle sue tesi un’impronta filosofica, ma dopo la psicoanalisi l’ignoto che c’è in noi ha acquisito una fisionomia particolare e diventa difficile andare oltre le suggestioni junghiane, Agamben ci prova ricordandoci sostanzialmente che noi siamo soprattutto quello che di noi stessi non sappiamo e probabilmente solo nell’incontro con l’altro troviamo un possibile contatto con Genius,“ l’emozione rimasta in noi incomprensibile”. Quando scrive dei poeti dice una verità indubitabile: il poeta è colui che vuole nascondersi, vuole essere trascurato, questa era già un’ossessione di Carmelo Bene che lo ha ripetuto fino allo sfinimento, il filosofo paragona questo desiderio di oscurità al bambino che si nasconde in una cesta o in una soffitta, e che mai rinuncerebbe al piacere di questo nascondiglio, che gli trasmette un'ebbrezza particolare, e forse il senso di una libertà assoluta,” Noi non siamo al mondo “ in effetti poterebbe essere il grido che da Rimbaud ad Artaud riecheggia nei versi dei poeti, il cui misconoscimento è spesso parte del gioco della loro opera.

Scrivendo di fotografia, ne sottolinea la dimensione di fascino metafisico, e vede soprattutto nella sua misteriosa banalità la profezia del giorno del giudizio, scrivendo di letteratura afferma la presenza dell’autore unicamente nel “gesto che rende possibile l’espressione, nella misura stessa in cui insedia in essa un vuoto centrale”; autore la cui presenza fantasmatica è proprio quel “vuoto leggendario” da cui procede misteriosamente il discorso, “ l’illeggibile che rende possibile la lettura “.

Un saggio è dedicato al tema della parodia di come questa nasca introducendo una discordanza, una separazione fra melos e logos, e si sviluppi nei secoli nella necessità assoluta anche di una profanazione, in grado forse di restituirci un senso diverso del sacro. A proposito della felicità ne vede il sottile legame con la magia, la necessità che essa arrivi per caso senza che vi sia un merito, e in questo il filosofo vede un’etica superiore, quella per cui della felicità si può essere consapevoli dopo che è passata, non mentre la si vive, ed è appunto una magia il fatto che essa, di fatto, mai ci appartenga, e citando Benjamin Agamben ci ricorda che la nostra più grande sofferenza infantile è stata proprio riconoscere la nostra “incapacità di magia”.

Ma il saggio più importante è forse il penultimo, Elogio della profanazione, in cui una profonda riflessione sulla società capitalistica si unisce a una meditazione sulla natura della profanazione, e di come questa sia divenuta oggi impossibile. Se “Profanare significa restituire all’uso comune ciò che è stato separato nella sfera del sacro” quella che Agamben chiama “religione capitalistica” alienando e allontanando la realtà in una pura rappresentazione spettacolare, separando ogni cosa da se stessa e trasferendola nella dimensione del consumo, impedisce la fruizione del reale e quindi tutto diventa impossibile da profanare, da usare, perché tra questi concetti come si è visto Agamben individua una similarità, solo nel gioco è ancora possibile il gesto di una profanazione, che restituisca all’uso, ciò che è stato separato.

“I bambini che giocano con qualunque anticaglia … trasformano in giocattolo anche ciò che appartiene alla sfera dell’economia, della guerra, del diritto …”

In questo modo , scrive Agamben, queste potenze disattivate e profanate nel gioco , diventano
“ la porta di una nuova felicità”, che consiste nel mandare in corto circuito i “dispositivi del potere “ e restituire “ all’uso comune gli spazi che esso aveva confiscato “. Perciò la profanazione si configura come uno degli obiettivi di una nuova politica, che vada in una direzione opposta a quella della “religione capitalistica “ e questo è il compito che Agamben affida alle nuove generazioni: “la profanazione dell’improfanabile”.

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Profanazioni è edito da Nottetempo