Nuovi destini, nuove grida, vecchie risate

sabato 13 aprile 2019



In fondo oggi c’è un'unica legge, un unico despota: il Mercato, di cui, come degli aruspici o degli indovini, bisogna interpretare, e poi  assecondare,  il volere. Qui, in questo regno della magia nera economica, il profitto è regolatore del destino dell’individuo. Finché non si scopre che non c’è  più l’individuo, è una merce anche lui.  Bisognerebbe superare questa logica ma manca l’utopia o anche lei è una merce. In questo contesto senza speranza, bisogna elevare,  comunque,  se non un canto,  un grido,  di speranza. Speranza  nella bellezza e giustezza di un cosmo che, comunque, per dirla brutalmente,  ci  ha votato alla morte, ci ha consegnato in suo potere. Ridere di questo e,  pur contraddicendo ogni trascendenza, scoprire,  nella meraviglia bambina e nel gioco assurdo del caso,  la propria beatitudine. “Bisogna immaginare Sisifo felice”,   come scriveva Albert Camus. O affidarsi alla risata di Zarathustra. Dove ci porterà quel folle giullare?

               

Una poesia di Vladimír Holan

sabato 6 aprile 2019




La voce umana

La pietra e la stella non ci impongono la loro musica,
i fiori sono sommessi,  e le cose sin troppo reticenti,
la bestia rinnega in se stessa per causa nostra
l’armonia di innocenza e di mistero,
il vento ha sempre il pudore di un semplice segno
e che cosa sia il canto, lo sanno soltanto gli uccelli ammutiti,
a cui gettasti alla vigilia di Natale un covone non trebbiato.

Si contentano d’essere, e ciò è inesprimibile. Ma noi,
noi abbiamo paura, e non solo nelle tenebre,
ma anche nella prolifera luce
non ci accorgiamo del prossimo
e inorriditi, tanto da prorompere in furiosi esorcismi,
urliamo: “ Sei qui? Parla”.
***

da ”Una notte con Amleto e altre poesie”- Vladimír Holan-traduzione Angelo Maria Ripellino- agosto 2018- SE

Charles Bukowski: un risveglio.

sabato 30 marzo 2019







Sveglia alle sette e trenta, come al solito, e andato, come al solito, tardissimo a letto.
La iena delle notti brade non sorride al risveglio. Scopato tre volte, con grassa pellerossa dal  purpureo viso , come si dice, abbordata tra gli avanzi della notte, con imperiose tecniche audiovisive: “ La dea Kali del mio prossimo film”. Imbroglio nottambulo. 

A transumanza spermatica  conclusa, fu rivelata a lei la verità, neanche tanto temuta: “Smisteremo insieme la posta” . Ho annusato per un po’ la sua scomparsa al risveglio; se n’era andata, naturalmente, coi suoi stracci di squaw alcolizzata e dollari 27 e televisore Mitsubishi seminuovo,  dopo avermi  svuotato anche  il frigo, ovviamente, ma chissenefrega, chissenefrega,  l’importante è la salute.

Me stesso: una  morale da yankee ubriaco, turbamenti  da faraone in sarcofago vivo, faccia messicana atrocemente vizza, fegato di scozzese al bicchiere della scuffia  e queste flaccide natiche da negro, nell’iperspazio del su e giù pronte per il  balzo incandescente: questi lombi da vero poeta.

Vedo: la Baghavad Gita, Newsweek, Dostoevskij, Penthouse ai piedi del letto;
ho dimenticato il verso sospirato nell’amplesso; ma leggo  lo stesso su un foglio di carta, abbandonato fra il dentifricio e lo specchio:

“ Chi non crede nel divenire immortale  dell’anima,
 non credo sappia realmente cosa sia
 un amplesso fortemente  terrestre”.

A voce alta, per moltiplicare il silenzio.

Lungo il corridoio infine evapora Bukowski, 
arrivando all’impatto con la porta,
con già indosso il ghigno necessario
 per affrontare il mondo e i suoi sgherri agenti
 di lurida oscurità metropolitana.

                                                                                                                                        Ettore Fobo,   Maggio 2005
***

da ”La Maya dei notturni”- Eugenio Cavacciuti (alias Ettore Fobo)- Kipple Officina Libraria- marzo 2006


Millennium bang

sabato 23 marzo 2019



I

La giungla metropolitana talvolta pare un deserto dove si agita qualche barbaccia profetica. Quel tipo laggiù per esempio, quel suonatore chitarrino.

 Chi mi danza dentro? Ah la luna, giovane maga svagata e senza pensiero, senza  sfondo di musica, silenzio inerpicato sulla strada  della  disillusione.   Scheggia, pietra, arco  e lira,  tu luna deliri. Mi sarai mai musica un giorno?

II
Ovunque la giungla metropolitana trasforma le proprie menzogne in merci.
 “E il prezzo per ottenerle è la tua vita, lavoratore” esclama il proprietario terriero, colui che terrorizza la verginità di tutte le ragazze del contado. Non dice ”schiavo” perché è stato educato a Yale.

E qui  siamo  dentro il suo sogno di capitali e palazzi micidiali, di università dove il pensiero è subito convertito in dollari, sogno di cocktail e autostrade, di pensierose letture sotto il pergolato e frustate al cavallo non buono,  di viaggi esotici, di vini pregiati,  di  orge rituali, insomma di tutto quel cannibalismo alto borghese che domina il mondo.

Questo qui in particolare deve essere un proprietario terriero della Virginia, un industriale del tabacco, ci giurerei.
Talvolta facce assassine perseguitano i miei sogni. La sua potrebbe essere una di queste.

III
Dove trovare un nesso fra giungla, deserto e metropoli? Mettiamola così, un deserto metropolitano popolato di miraggi mi annienta. E qui è trovata l’unione, il punto x dove convergono tutte le ferite del vivere, dal primo respiro fino al rantolo finale.

Questo è dunque anche Il punto di sutura fra la parola detta e  quella immaginata, fra un testo scritto  e la sua ombra, l’eco di tutte le voci intangibili, che vanno dal silenzio al grido. L’autore, ego scriptor,  decapita ombre, deforesta intere foreste di ombre, è lui stesso un’ombra decapitata.

Dunque sì, oggi nella giungla metropolitana ho incontrato un deserto. Forse ero io, allo specchio.


IV

Ecco mi figuro una burrasca più insidiosa e  magari  un naufragio meno dolce ma ugualmente collinare:  la musica dei Pink Floyd illuminò quel paesaggio toscano, ricordi?  Boschi di un verde leggero, cielo azzurro con nuvole che parevano draghi addormentati. Rivelazione per noi che veniamo dalla terra senza cielo, da un mondo senza stelle. E non vedemmo mai la luna se non in qualche pubblicità hollywoodiana  di un profumo. O forse era di un’auto? O forse era solo una macchia bianca sul parabrezza? O forse era Dio, ma non l’abbiamo riconosciuto?

V

Il potere della giungla metropolitana è ipnotico. Essa ci manipola con i suoi motivetti ideologici, in fondo riassumibili nell’espressione  ”Produci, consuma, crepa” che neanche un mantra politico,  filosofico, religioso  nuovo di zecca potrebbe ormai spezzare e restituire frammento all’oblio.
Sono le certezze del libero mercato.

VI

Il deserto metropolitano è dentro ogni gesto, dentro ogni fiato, dentro ogni verbo e dalla tv riverbera e produce shampoo  e noia; Cultura con la C maiuscola e padelle smaltate, televisioni a  schermo piatto e indignazioni programmate, suicidi e alienazione mentale – mi raccomando - vendute sempre a prezzi stracciati. Non mancano i prodotti per dimagrire  e soprattutto, tanta cocaina per lo sballo.  E se cerchi bene in fondo  al  pattume potresti trovarci anche la tua anima, consumatore.

VII

Tutto  è bosco invece il mio essere pigro. Allora ozio, dondolandomi il niente nella testa aureolata di fantasie.  L’autore non può scrivere quello  che vuole,  dà solo voce a una miriade di volontà in boccio. L’autore è un nessuno che si finge Ulisse per stanare l’enigma e restituirlo scienza, anche se la sua non è una scienza esatta,  è proprio la scienza dell’enigma. L’autore dunque è l’Enigma.

Un lettore  invece è cosa più certa.  Un lettore  è un occhio che ti guarda. Tu,  lettore, sei il mio specchio. Infrangimi.


Ettore Fobo, 3 agosto 2015

Perché la poesia?

sabato 16 marzo 2019



1

La poesia è un’illusione, nell’etimo un gioco, che noi facciamo sull’orlo dell’abisso, che è la vita, che è il linguaggio, in ultima analisi che è l’essere umano stesso, questo universo di logos in cui siamo incapsulati.  È un gioco ma è anche un mito, che noi ci raccontiamo intorno al fuoco, in attesa della catastrofe che ci spazzerà via.

2

La poesia è quel fuoco in cui le parole bruciano. Di senso e di assenza di senso. Duplicità che è il sacro: ambiguo, folle, irragionevole,  terribile.

3

Compito dei poeti è di consacrare. Anche il nulla,  se necessario. Il vuoto dell’universo e dell’esistenza  è il nuovo Dio? Vada per  questo vuoto. Con esso il suo cinismo di poeta ne farà una ballata. L’assurdità di tutto è la nuova musa? Smettiamola di calcolare un senso, come  fanno in bottega. Che sia l’assurdità di tutto la tua nuova  leggerezza.

Ettore Fobo