Il Libro del dialogo - Edmond Jabès

domenica 18 novembre 2018






La parola della poesia è sempre una parola misteriosa, perché è indubbio che essa affondi in quel sostrato di noi, dove siamo colti dalla vertigine dello spaesamento e ci scopriamo soli,  esuli, sradicati, estranei perfino a noi stessi. Allora sorge, come testimonianza e mai come mera comunicazione, come generalmente si crede, questa voce altra, questa voce ombra che noi chiamiamo poesia. Testimonianza che più di un poeta, fra tutti ricordo Bonnefoy,  ha voluto immaginare affidata a una bottiglia fra le onde del mare, messaggio per nessuno che solo per caso arriva ad essere ascoltato talvolta da qualche naufrago. Quelle che sonda la poesia è una zona pericolosa in cui sorge enigmatica la figura di uno straniero, che Edmond Jabès ha così bene approfondito in tutta la sua opera.

Anche in questo Libro del dialogo, tradotto e curato, per la casa editrice Manni, da Antonio Prete, e uscito nell’ottobre del 2016, la scrittura approfondisce il tema dell’estraneità, meravigliandoci con una girandola di paradossi che hanno la naturalezza meravigliata di rivelazioni.

Libro più che meditato, dolorosamente scolpito in frasi brevi, aforismi o brani più lunghi ma sempre attraversati da quella passione per la sintesi estrema, la densità concettuale che fa di Jabès un grande interprete della poesia in prosa del Novecento.  Egli esplora il deserto della scrittura consapevole che noi, come esseri umani ”abitiamo solo la nostra perdita” e che ogni libro scritto naufraga nella sua stessa tragica ineffabilità di frammento di un più vasto Libro, che forse è solo il silenzio in cui tutto si cancella. Difficile scrivere di un libro così fortemente ellittico che fa del silenzio più che del dialogo il suo cuore pulsante, libro archetipico in sommo grado.

Sue figure oltre il dialogo e il silenzio, il libro, il deserto, l’oblio, la parola, l’interrogazione,  l’assenza e Dio, questa assenza al cubo, i quali con leggerezza vagamente ipnotica fluttuano in questo testo  per costituire l’ennesimo frammento di un’opera, quella di Jabès, che continua a interrogarci sui grandi temi dell’esistenza.

Ammiriamo così’, in questo libro originariamente uscito in Francia nel 1984, nitida e sorniona, la voce di un classico. Se il libro dura soprattutto nel momento in cui qualcuno tenta la via della sua decifrazione,  esso è un dialogo fra estranei che si richiude subito nella solitudine originaria, perché noi “siamo gli eredi di una parola orfana, errante, esiliata, una parola che invano abbiamo cercato di dominare[…]”

Lo stratagemma retorico è immaginare una terza persona che parla al posto dell’io, per preservare l’oggettività del dettato ed evitare le trappole del monologo, dunque voci anonime di saggi, di persone non identificate si affollano: “ Diceva anche<Forse si scrive soltanto per poter salvare qualche parola dall’incendio che cova in noi.  >”

Così Jabès diventa colui che, forse più di chiunque altro nel Novecento, indaga il mistero stesso della scrittura:” Abbiamo scritto, diremo un giorno, sull’ondeggiante superficie di un soffio”.

Si parla e si scrive sempre attraverso una ferita la cui causa ci rimane ignota ma che sappiamo essere all’origine stessa della nostra vita. Il paradosso è che più la scrittura si silenzia, diventa incomprensibile mormorio,  più riesce a esprimere al meglio il pensiero nascosto dell’autore, che forse coincide con un dichiarazione di vuoto fatta in faccia a un universo indifferente.
Storielle quasi  zen, un ricorso alla mistica della cabala, la persistente presenza di maestri il cui insegnamento è disimparare e la cui ambiguità è assoluta, fanno di questo libro una ricognizione nei territori di una poesia tanto più misteriosa tanto più pare  lapidaria. La scrittura buca il silenzio e proclama che la mancanza è origine.

Ecco dunque una poesia del vuoto come evento cosmico più che quotidiano, una poesia della ferita che parla e del deserto che chiude tutto in un inesplicabile silenzio, perché se la parola è un’onda che si frange sulla spiaggia,  noi ne decifriamo soltanto una piccola parte di schiuma. Così Il  Libro del dialogo è un libro del silenzio e dell’impossibilità di decifrare noi stessi e l’altro che siamo per noi stessi.

Traduzione in spagnolo

sabato 27 ottobre 2018




Da qualche anno pubblico articoli  e poesie sulla rivista romena multilingue Orizont literar contemporan. Su di essa scrivono numerosi autori di ogni parte del mondo, tradotti, prevalentemente in romeno ma non solo, da una nutrita schiera di agguerriti traduttori e traduttrici. 

Cito qualche nome fra questi numerosi autori:  i britannici Caroline Gill e Neil Leadbeater,  gli statunitensi Donald Riggs e Valerie  Fox, la spagnola Isa Guerra, l’olandese Albert Hagenaars, il tedesco Raymond Walden, Noëlle Arnoult,  fra i francesi, fra i sudamericani  e centroamericani il messicano John Tischer, Carmen Troncoso, cilena, Niza Todaro Glassiani, uruguayana e il brasiliano Gilvaldo Quinzerio. Infine fra gli italiani oltre  a me, Claudio Sottocornola e l’italo romeno Leondard  Ciureanu di cui ho parlato in questo post.

La rivista è diretta da Daniel Dragomirescu.  A latere della rivista escono sillogi degli autori tradotti. Come detto in questo altro  post, un mio libro,  “Musiche per l’oblio”,  è stato tradotto fra il 2015 e il 2017 in romeno, francese e in  inglese. È appena uscita ora la traduzione in spagnolo, ”Musica para el olvido”,  per la cura di Monica e Diana Dragomirescu, arricchita da materiale iconografico a colori. Il libro, come tutti quelli di questa collana, è bilingue, italiano e spagnolo. Chi fosse interessato può contattarmi al mio indirizzo mail: strangiorniettorefobo@gmail.com.

Ettore Fobo

Poesie (1974- 1992) - Patrizia Cavalli

venerdì 19 ottobre 2018





Quella di Patrizia Cavalli è una voce inconfondibile nel panorama della poesia italiana contemporanea, voce forse aspra, forse acida, sicuramente lontana dai cliché ampollosi della retorica ipertrofica comune a certa poesia, ora troppo barocca, ora rileccata o asettica. Così questo libro Einaudi, Poesie (1974-1992), pubblicato per la prima volta nel 1992,  che raduna le sue prime tre raccolte, è un buon viatico per cominciare ad attraversare i territori di questa poesia.

 Si va dritti alla sostanza delle cose, con pochi tocchi lievi: ”Eternità e morte insieme mi minacciano:/nessuna delle due conosco, nessuna delle due conoscerò.”

Disillusione, disincanto, che sfiorano il cinismo e il sarcasmo ma non vi sprofondano, rimanendo sullo sfondo di un discorso che sa evitare le paludi del senso comune, pur rimanendo sobria testimonianza di una vita. È una lingua scarna, spesso epigrammatica, che vibra di folgorazioni e di sentenze minimali, mai troppo ardenti, mai troppo glaciali, ma sempre inappellabili: “Ormai lo so,/ lo vedo bene, la gente in viaggio/non mi piace. […]”.

Se in questa “ perfezione di deserto” diventiamo “parenti del niente” Patrizia Cavalli è consapevole che siamo giunti all’era fatale del nichilismo. I valori si svalutano, gli orizzonti culturali si annebbiano o sfumano, Dio esce di scena, rimanendo un semplice residuo retorico,   l’arte stessa diventa un trucco da prestigiatori, che perde progressivamente prestigio, la poesia non ne parliamo, ha smesso completamente di incidere;  il titolo della prima raccolta del 1974 del resto è emblematico : “Le mie poesie non cambieranno il mondo”.

Così  non resta al poeta che una piccola ricognizione nel quotidiano, che, però,  è anche il  “lusso immenso di un’ esplorazione, ”parlando sommessamente, senza strepiti e  senza sogni.

Non è quello di Patrizia Cavalli un linguaggio onirico o visionario, ma un linguaggio che, quasi  radente al suolo, sa cogliere l’humus colloquiale in cui affondano le voci della coscienza e del mondo. La forma dell’endecasillabo è quella prediletta e spesso affiorano rime interne al verso, usate in modo demistificatorio e ironico.

Così anche “L’io singolare proprio mio”, titolo di una raccolta, pare un’ironia, se l’io è in realtà qualcosa di universale, forse uguale per tutti, una mera funzione psichica omologante, una finzione.

Il tono intimo, dimesso, è risposta a una scrittura inutilmente pirotecnica che,  per Patrizia Cavalli, lascia in ombra la vera sostanza, quando a interessarle è la frase lapidaria, concisa, che condensa un’esperienza e non serve per produrre un effetto. 

Qui tutto è parco, sobrio, stilisticamente spoglio, pratico direi e le raffinatezze mai ostentate ma nascoste da una scrittura che sembra avere l’obiettivo di mascherare l’abilità dell’artefice. È una poesia la cui maestria non è immediatamente evidente, ma si apprezza dopo diverse letture, specie l’opera di un’inesausta scarnificazione.

Questo linguaggio è una risposta agli sperimentalismi che troppo spesso svuotano la parola di senso, distorcendo il reale, qui il reale è raccontato nella sua verità senza abbellimenti retorici o eccessivi stravolgimenti lirici, senza fantasmagorie lessicali. Linguaggio diretto, anche semplice, piano.

Persino la produzione poetica è minimale (qui sono raccolte tre sillogi che coprono un arco quasi ventennale). L’effusione lirica è trattenuta, si sacrifica all’equilibrio formale ogni eccesso linguistico.

Talvolta affiora un grido, che l’ordine manifesto si rompa e riveli il caos sottostante, più vitale, pericoloso e fecondo:

“Dio, fatti valere, distruggi i giardinetti
curati e fioritissimi. Vieni, foresta!”
La sensazione finale è che l’influenza di Patrizia Cavalli sia stata vasta. Dobbiamo probabilmente  a lei una parte dei versi minimali e quotidiani che si scrivono oggi, sulle sue orme, magari senza la sua abilità e padronanza tecnica.

Forum Anterem 2018

domenica 14 ottobre 2018



Anche quest’anno parteciperò al Forum Anterem che si terrà  a Verona dal  20 al 27 ottobre, presso la Biblioteca Civica, in via Cappello 43. Il Forum è la cerimonia conclusiva del Premio Lorenzo Montano, dove ho ricevuto una Segnalazione nella categoria Prosa inedita. Io sarò presente nel pomeriggio di sabato 20 ottobre. Qui il programma completo della manifestazione.

Ettore Fobo  

Aggiornamento fotografico del 21 ottobre: sotto Ettore Fobo al Forum Anterem 2018 durante il panel conclusivo "La poesia che verrà" 



“Premio Culturale Nazionale Unica Milano 2017"

giovedì 11 ottobre 2018



Sabato 13 Ottobre si terrà la premiazione del” Premio Culturale Nazionale Unica Milano 2017", a Milano in via Laghetto 2 dalle 14.00 alle 18.00, presso l’associazione ChiamaMilano. Riceverò  tre menzioni d’onore: una per libro edito di poesia con “Sotto una luna in polvere”, una per un’opera teatrale, la terza per poesia singola.

Ettore Fobo